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L’11 settembre come kolossal tv
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«Ai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo»: così Hans Magnus Enzensberger.
La frase getta una luce folgorante su di noi tutti, dall’11 settembre in poi.
E che dovremmo scolpire nel bronzo.
Per un ragazzo tedesco sotto il Terzo Reich, questa era la normalità.
Era la vita quotidiana, un susseguirsi di colazioni mattutine col pane di segale e la marmellata, di lezioni a scuola, di divertimenti e manifestazioni festose, di sicurezza di vivere sotto il governo »giusto».
Il giudizio sul fascismo è venuto dopo – dopo la disfatta del fascismo, e dall’esterno, dai vincitori. Ora ci sembra facile dare quel giudizio.
Per chi lo ha vissuto, mentre lo viveva,  fu impossibile.

Trovo l’aforisma di Enzensberger  nel primo libro affascinante scritto sull’11 settembre: «Il mito dell’11 settembre», di Roberto Quaglia (Edizioni PonSinMor).
Sul tema, viene fra gli ultimi.
Ma i nostri libri precedenti sull’11 settembre (compresi quelli scritti da me) sono esulceranti, esasperanti, raziocinanti, ma difficilmente affascinanti.
A sei anni dall’evento che ha scatenato la nuova minaccia storica, non si possono quasi più leggere. Si è stufi di dover rispondere ancora a un qualche Attivissimo che due grattacieli colpiti lateralmente non cadono verticalmente, e discutere di metalli, fusioni, temperature, contro qualcun altro che ti dà del «nazista, antisemita e negazionista».

La vera domanda da porre è come mai – dopo sei anni buoni, due guerre, due occupazioni  in corso e distruzioni infinite –  resista ancora la versione ufficiale.
E ciò nonostante che il 63% degli americani, secondo un sondaggio MSNBC, ritenga che le tesi dei «cospirazionisti» abbiano fondamento.

Il libro di Quaglia risponde a questa domanda: essenzialmente, è un libro sulla «percezione di massa» e i trucchi che la trasformano.
E’ un libro sulla enorme inaudita guerra psicologica, se volete, condotta non contro i «terroristi islamici», ma contro noi, il pubblico occidentale.
Perché dunque si può ancora credere alla storia ufficiale?
Perché il mega-attentato, con la sua sapiente scenografia, è stato concepito per inserirsi «»naturalmente»  nel flusso incessante delle immagini televisive che ci bombardano, quel flusso che mescola  eventi tragicamente spettacolari a spettacoli veri e propri, telenovelas e telegiornali, fiction e trasmissioni «dal vivo», alluvioni in Bangladesh con balletti e veline e telequiz, dirette dalla casa del delitto di Erba con Scherzi a Parte.
In un continuum così denso che per i più diventa impossibile capire cosa è reale e cosa illusione, e così «totale» da coprire la nostra testa come un elmetto impenetrabile.
Per di più, questa è per noi normalità e vita quotidiana, esattamente com’era il Terzo Reich per il ragazzo tedesco Enzensberger, che ci viveva dentro.

Roberto Quaglia è uno scrittore di fantascienza, con una evidente conoscenza approfondita del linguaggio cinematografico.
Proprio queste sue competenze, è in grado di rivelare il trucco e indicare gli effetti speciali usati dai registi.
Il grande «rumore di fondo», per cominciare, in cui si sperdono le notizie autentiche tra un mare di informazioni irrilevanti o sceme.
Lo stalinismo era un totalitarismo basato sul «mito della razionalità», spiega Quaglia: per questo, aveva paura dei libri (veicoli di altre razionalità), li temeva e li proibiva).
Oggi viviamo in un «totalitarismo democratico che si fonda sul mito della libertà».
In quanto tale, il potere non ha più paura dei libri.
«Più libri ci sono, più il mito della libertà esce rafforzato», perché ciò che i libri contengono è irrilevante, l’importante è che si è liberi di pubblicarli.
Possiamo dire lo stesso per i telegiornali e le inchieste tv (come sa bene la Gabanelli): dite quel che volete, falsità o verità, non vedete che siete liberi?
Uno o due libri che dicono la verità sull’11 settembre non turbano la stabilità del sistema.
Pochi li leggeranno.
L’importante è che quella tesi resti lontana dai grandi media, specie dalle tv, resti «marginale» opera di «pochi sconosciuti».

Aiuta in questa disinformazione un meccanismo mentale ben noto: ci sono realtà che ci è difficile accettare perché troppo dolorose.
Per gli americani, accettare la verità sull’11 settembre mette a rischio tutta la loro fede civile, tutto il loro mitologico credere di vivere nello stato della libertà.
Chi potrebbe credere, esemplifica Quaglia, che tua mamma ha cercato scientemente e ripetutamente di avvelenarti e di farti morire?
Non ci crederai.
Specie se a farti la rivelazione è il fruttivendolo.
Ci crederai, ed affronterai la dolorosa realtà che tua madre è un’omicida, solo se te lo dice il commissario di polizia – ossia la persona «autorizzata» e «competente» in delitti – e se la notizia va’ sul Tg1 in prima serata, altra fonte «autorevole».

Il trucco dunque è semplice: basta mantenere chi dice la verità nella condizione di «fruttivendoli», di «signori nessuno», per di più razzisti-antisemiti-negazionisti.
Il rifiuto della realtà è stato a lungo e scientemente preparato dall’industria dell’irrealtà, Hollywood. In Independence Day non abbiamo visto un coraggioso presidente che combatte e vince, fisicamente e di persona, contro malvagi terroristi irrazionali?
In Armageddon (un grande asteroide minaccia la terra e viene distrutto da bombe atomiche guidate da Bruce Willis) non ci ha inculcato l’idea «che grossi problemi hanno di regola solo grandi soluzioni militari»?
E forse non sapete che nel settembre 2001 era già pronto per la distribuzione Anthrax, «un film sul tema di un’epidemia di antrace in America, il primo a occuparsi di questo batterio  che quasi nessuno conosceva».
Quando le lettere all’antrace arrivarono davvero, il film Anthrax fu venduto in DVD. 

La vera potenza degli Stati Uniti sta in queste «armi di banalizzazione di massa», dice Quaglia.
Il cui scopo è «la semplificazione estrema del processo con cui la gente distingue il bene dal male».
In una «disneyzzazione della realtà percepita», dove i Buoni si riconoscono subito come Buoni, e i Cattivi hanno tutti i caratteri dei Cattivi: baffi arabi, pelle olivastra, occhi scuri da «terroristi islamici».
Così avvertiti, seguiamo l’autore nella descrizione della atroce invasione dell’Irak (migliaia di soldati iracheni furono seppelliti coi bulldozer nelle trincee, forse una bomba al neutrone fu usata per conquistare l’aeroporto, uccidendo ogni forma di vita ma lasciando intatte le installazioni) che nella nostra «normalità» è passata come un telefilm dal titolo «Iraqi Freedom».
«Un film visto ormai troppo tempo fa. Un colossal mediatico d’ispirazione bellica, andato in scena chissà quando nei nostri cervelli permanentemente televisionati, e già sostituito da altro, tipo Scherzi a Parte. Cerchiamo di evitare che tutto ciò scompaia nelle nebbie di migliaia di ore di programmi televisivi» di cui siamo saturati.
«Era solo una rappresentazione, per questo non ce la ricordiamo più bene – se fossimo stati fisicamente in Irak ci ricorderemmo ogni particolare di quell’orrore – ma spremiamo le pigre meningi».


Iraki Freedom doveva essere una trionfale passeggiata, durare poco a avere un veloce lieto fine, come ogni  telefilm a cui siamo abituati.
Ci furono degli intoppi – resistevano, questi iracheni – e bisognò sterminarli.
I Buoni, che nei telefilm sono meno armati e vincono sempre, qui erano super-armati e rischiavano di perdere, come i Cattivi degli sceneggiati.
Alla terza settimana, l’happy end atteso da milioni di telespettatori (da Emilio Fede in giù) non arrivava ancora.

Fu allora che Rumsfeld, preoccupato, ammonì che bisognava guardare meno la tv, «perché il fatto di inseguire la guerra incessantemente in tv la fa sembrare più lunga».
Frase impagabile: era per la tv che si faceva la guerra.
I tempi e i ritmi non erano dettati dalla strategia, ma dall’effetto mediatico.
Zapping!
Consigli per gli acquisti!
Per restituire la faccia di Buoni agli americani che ormai apparivano troppo Cattivi, la regia inventò un intermezzo rosa, la commovente storia del soldato Jessica Lynch, «Salvate il soldato Jessica», magistralmente recitato dagli infallibili commandos USA liberatori.
Solo che una volta liberata, la vera Jessica non stette a gioco e proclamò che Bush aveva strumentalizzato la sua storia per i suoi scopi.
Di colpo, i grandi media scoprirono che Jessica, la biondina tenera, aveva posato per «Huster» di Larry Flynt, «la più oscena delle riviste erotiche americane. Da eroina a puttana in un batter d’occhio».

Nel secondo tempo, la regia ha recuperato.
Episodio II, «La battaglia per Baghdad e la disintegrazione del regime crudele».
Iracheni festanti al passaggio dei liberatori.
Iracheni applaudenti, in immensa folla, che assistono al suggestivo abbattimento della statua di Saddam.
Vero è che poi, in campo lungo, l’immensa folla risultò composta di una trentina di persone, radunate – come sanno i complottisti – dal dissidente iracheno e bancarottiere Chalabi.  L’importante è che il film era rientrato nei canoni hollywoodiani.
«Mission Accomplished», annunciò Bush in tuta da pilota, presidente vero, da Independence Day. Suggeriva il titolo di un film che non è stato girato.
La missione dura ancora, dopo 650 mila iracheni ammazzati e 4 milioni di iracheni profughi, e migliaia di feti malformati dall’uranio impoverito. ma come telenovela, è andata bene.

La percezione voluta è stata raggiunta.
Perché, come disse Machiavelli, «Governare è far credere».
E’ una di quelle citazioni che Quaglia ha messo in testa ai suoi capitoletti, e come la frase di Enzensberger andrebbe scolpita nel marmo.
Ce ne sono tante.
Così illuminanti, che non so trattenermi dal citarne alcune.

«Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo» (Goethe).
«Alcune persone pensano solo due o tre volte l’anno. Io ho ottenuto una reputazione internazionale per il fatto di pensare una volta la settimana» (George B. Shaw).
«Una singola morte è una tragedia; un milione di morti è una statistica» (Josip Stalin).
«Mai confrontarsi coi fatti! Se lo fai, non riuscirai più alzarti al mattino» (Marlo Thomas).
 
E queste, che dedichiamo idealmente a Mentana, Magdi Allam, Batrtista, Nirenstein, aggiungete voi i nomi che vi pare:
«Finalmente sono un giornalista anch’io, adesso,  e i fatti non mi interessano più» (Patrick Buchanan).
«E’ difficile far capire qualcosa a una persona, quando il suo stipendio dipende dal fatto di non capirla» (Upton Sinclair»).
«Oggi la stampa non è più il nemico, oggi la stampa collabora con il governo: tirano la stessa carretta».

Quest’ultima frase è di Joseph Goebbels.
Benvenuti nel Quarto Reich mediatico, la nostra quotidiana normalità.

 
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