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La Vandea italiana (nuova edizione)
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È il 1793. Una regione della Francia, che passerà alla storia con il nome di Vandea – 100.000 km quadrati di terra su cui sorgevano 770 parrocchie – insorge e si ribella quasi in massa alla rivoluzione, ai giacobini, ai massoni e ai loro finanziatori occulti che spinti dall’odio per la Religione, per Dio e le Tradizioni, vogliono spezzare e cancellare dalla storia il legame che unisce un popolo alla sua civiltà. Il Poitou, non a caso, era una terra profondamente cattolica: solo pochi decenni prima, un grande santo come san Luigi Maria Grignion de Montfort, proprio in questa regione e grazie alla partecipazione unanime della popolazione, poté costruire e ristrutturare chiese e cappelle e vi fondò i suoi due istituti religiosi, la Compagnia di Maria e le Figlie della Sapienza.

I vandeani dunque, in gran parte sentitamente monarchici, ritrovatisi senza più un re, insorsero: ufficialmente a causa della Costituzione civile del clero e della chiamata obbligatoria alle armi a cui non vollero sottoporsi, per non partecipare alle guerre rivoluzionarie (come quella di cui parleremo a breve) e quindi morire per un neo-Stato che non li rappresentava e che, in un atto sia politico che ideologico (e contro-religioso), li aveva lasciati orfani di una guida temporale, da poco martirizzata. Se anche loro dovevano morire, che fosse almeno per una causa giusta.

Come era lecito aspettarsi dai satanassi giacobini, la sollevazione in armi dell’intera regione venne repressa con indicibile violenza omicida ed efferatezze senza pari, anche per l’epoca. Fu uno sterminio scientificamente preparato; una vera e propria disinfestazione, in odio all’odiato cristianesimo.

Reynald Secher, a cui certamente rimando, scriverà nel suo libro La Vendée-Vengé: le génocide franco-français: «Massacri premeditati, organizzati, pianificati, commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una regione ben definita e di sterminare tutto un popolo, di preferenza donne e bambini». («Il genocidio vandeano», EFFEDIEFFE edizioni)

Ecco dunque  che la memoria di questi fatti, dopo due secoli di mistificazioni, menzogne e sotterfugi di ignobili scribacchini, ha ormai fatto breccia nella storia mondiale grazie a numerosi studi capaci di rompere quella cortina bugiarda che li teneva separati dalla nostra posterità. In Italia, la EFFEDIEFFE, per merito del suo precedente editore, è stata pioniera in tal senso. Era il 1989, 200° anniversario della rivoluzione francese; da 2-3 anni, proprio per contrastare l’avvicinarsi di quel momento «storico», in Francia erano stati dati alle stampe alcuni volumi di fondamentale importanza, intenti ad innalzare agli onori della storia i martiri schiacciati da quella rivoluzione, fino ad allora vissuta con spensieratezza, ricordata come virtuosa, giusta e necessaria  e che, di lì a poco, con le celebrazioni del 1989, tra migliaia di coccarde tricolore, avrebbe nuovamente spazzato via dal suolo d’Europa il sangue di quelle genti. Era dunque altresì necessario che questi testi venissero diffusi e pubblicati anche al di fuori del territorio francese, per far comprendere quanto la matrice giacobina fosse satanica per eccellenza e rendere onore a quei martiri, il cui ricordo è per noi certamente fonte di edificante ispirazione.

Questo era l’intento del fondatore di EFFEDIEFFE quando, tra il 1990 e il 1991, a stretto giro, dà alle stampe 3 libri che sono la base fondante su cui poggerà la sua casa editrice: «I falsi miti della rivoluzione francese» di Jean Dumont (attualmente in ristampa), «Il genocidio vandeano» dello storico vandeano Reynald Secher e «La guerra di Vandea ed il sistema di spopolamento» su base dati dello storico settecentesco Babeuf rielaborati sempre dal Secher. Dopo aver pubblicato il primo dei tre volumi, «I falsi miti della rivoluzione francese», per controbattere ai venti celebrativi che dalla Francia avrebbero soffiato anche verso l’Italia – sospinti dagli eredi dei soliti storici traditori e venerati maestri della Repubblica – de Fina, nel 1991, stampava in Italia anche gli altri due libri sulla Vandea, che ebbero il grandissimo merito di portare all’attenzione nazionale quei fatti di Francia, di quello che avvenne quando, nel 1794, si consumò quel massacro nella regione dei Paesi della Loira, ormai attestato come «il primo genocidio ideologico della storia» dove persero la vita non meno di 250.000 persone. Ma anche noi italiani abbiamo qualcosa da raccontare.

La Vandea italiana

Mentre per ciò che concerne la Vandea francese si era detto e scritto ormai molto grazie a queste provvidenziali iniziative, la menzogna e il silenzio rimasero ancora per qualche anno assoluti ed intollerabili nei confronti di un’altra grande epopea anti-rivoluzionaria, che vide versare, spiritualmente parlando, la stessa quantità di sangue celeste. Stiamo parlando dell’Insorgenza antigiacobina del popolo italiano, la Vandea dell’intera Italia, la quale fu addirittura epica, perché coinvolse, a più riprese e nell’arco di 20 anni, l’intero nostro Paese.

È possibile che anche tra i nostri lettori (e più che probabile nell’intera popolazione italiana, per non parlare dei nostri studenti...), ci sia qualcuno che tuttora non è a conoscenza, nemmeno a grandi linee, di cosa accadde in questi 20 anni di furore; è possibile che in molti ancora non siano a conoscenza che, dalla Valle d’Aosta alla Puglia, dalla Calabria al Tirolo, non vi fu provincia italiana che non abbia impugnato le armi contro il giacobinismo e contro i francesi spintisi, con intenti di conquista territoriale che andava di pari passo con quella ideologica anti-religiosa, fin dentro le nostre terre.

Nel cercare di inquadrare il fenomeno in un’unica cornice capace di abbracciare tutta la Penisola, come il libro che stiamo recensendo – «La Vandea Italiana» di Massimo Viglione, andato da anni esaurito e qui presentato in una nuova ristampa – ha avuto il merito di proporre, si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte ad un evento storico dai contorni epocali. L’importanza sta già nella vastità e nella violenza dell’Insorgenza; ma l’eccezionalità deriva soprattutto dal fatto che questa è pressoché la prima volta che l’intero popolo italiano – all’epoca territorialmente così frammentato  – insorge in massa contro l’invasore. Prima della forzosa unità del Paese che avverrà con il «Risorgimento», un altro collante molto meno artificioso unì le nostre genti: il profondo senso religioso e tradizionale, vissuto come una chiamata, come una vocazione.

Sulle nostre terre e nei Paesi in cui oggi viviamo, si consumò 200 anni fa una Crociata contro i nuovi nemici di Dio che puntavano sull’odiata Roma cristiana. All’arrivo della Rivoluzione, nel cui esercito francese ben presto si distinguerà il giovane Comandante di artiglieria da sbarco Napoleone Buonaparte, gli italiani non si comportarono da «vile canaglia», ma da eroi cristiani, ricacciando il nemico invasore al grido di «Viva Maria, Viva il Papa, Viva l’Imperatore, Viva il Re», in una guerra insurrezionale al cui paragone – scrive giustamente l’autore – «i tanto osannati moti del Risorgimento e della Resistenza si sviliscono miseramente».

Per secoli si è dunque consumato un incredibile inganno a danno della storiografia nostrana: i democratici italiani, che si dimostrarono servili al giacobinismo dell’odiato invasore francese, furono fatti passare per buoni patrioti, come avvenne poi, 60 anni dopo, durante il Risorgimento e durante la cosiddetta Resistenza, quando i tradimenti più vili di cui si macchiarono gli spietati assassini partigiani (la cui bestiale crudeltà ha evidentemente origine dalla medesima matrice giacobina), sono tuttora celebrati con tutti gli onori; mentre, coloro che difesero fino al martirio la propria civiltà, le proprie tradizioni millenarie, i propri Sovrani, le proprie terre, case, famiglie, donne, averi, la propria dignità… furono dipinti come straccioni, fanatici, beceri ignoranti, ancorati ad usanze ripugnanti ed incivili, che necessitavano di un radicale lavaggio ideologico e all’occorrenza, come avvenne in Vandea, di sterminio fisico.

Qualcosa era difatti cambiato per sempre con la Rivoluzione Francese, la quale aveva satanicamente ghigliottinato il vecchio mondo cristiano – stroncando il presente dal passato e con esso la vecchia umanità, soggetta alle credenze ed alla colpa originale – per costruire un uomo nuovo, l’illuminato filantropo massonico che avrebbe dovuto instaurare un «Novus Ordo Saeclorum», la nuova società laica e tollerante. Il Risorgimento italiano poi, ne sarà la degna continuazione da un punto di vista politico-militare, e troverà le sue origini nella Massoneria da un punto di vista ideologico-spirituale.

L’attacco massonico alla Fede, alla società ed alla civiltà cattolica italiana ha poi vinto, istituzionalmente almeno, con il «Risorgimento italiano», soffocando con attenzione il ricordo dei martiri cattolici di tutta Italia. Pertanto è ben chiaro per quale motivo, ancora oggi, gli storici tutti definiscono «patrioti» questi e briganti quelli: perché i primi sarebbero, secondo la «vulgata» risorgimentale, i primi «padri» del Risorgimento, dunque intoccabile è la loro memoria in quanto tale.

È proprio difatti l’illuminata rivoluzione francese che scientificamente inventerà la menzogna storica come strumento necessario alla propaganda politica e alle cui leve si affinerà il comunismo, frutto di questa orrenda concezione. Ne faranno le spese migliaia di uomini, morti nel silenzio. Ed ecco perché, oggi, ancora in pochissimi conoscono la vera storia della Controrivoluzione italiana, che non vide tra i suoi protagonisti solo contadini o montanari, non avvenne esclusivamente nel Sud con la spedizione del cardinale Ruffo e con i «briganti» di fra’ Diavolo, ma anche nel Nord, e in maniera massiccia, continua ed eroica, per 20 anni, dalla Romagna al Piemonte, dal Tirolo alla Toscana. Ed un capitolo a parte andrebbe dedicato esclusivamente all’insorgenza pontificia, perché tra le popolazioni dell’Italia la reazione papalina fu sicuramente la più partecipata in assoluto: Marche, Umbria, Lazio Romagna, sono una fucina continua di rivolte antifrancesi, di processioni, di atti eroici in difesa della fede, di splendide vittorie e tragici massacri. Queste terre hanno dato il maggior numero di morti alla causa della Chiesa e dell’Italia cattolica. E celeberrimo, ad esempio, resterà per sempre il caso di Lugo, dove si consumò una grande tragedia, la prima delle grandi battaglie della Controrivoluzione italiana. Lì, nel momento in cui i francesi vollero portare via, dissacrandola, la statua del veneratissimo santo protettore di Lugo, S. Ilaro, scattò la scintilla tra quelle genti onorate, che erano famosissime per essere particolarmente devote al pontefice romano.

È il popolo minuto di centinaia di singole città e Paesi che si ribella: migliaia di uomini, morti dimenticati per difendere la civiltà cattolica. Ma non insorse solo il popolo generalmente inteso, bensì anche parte della nobiltà e del clero: tra i capi delle rivolte vi furono numerosissimi nobili locali, marchesi, conti, baroni, che si distinsero per coraggio e abnegazione, spessissimo anche assoggettandosi al volere ed agli ordini dei popolani, incaricati di guidarli. Questo dimostra ampiamente come il lavorio massonico del ‘700 aveva infettato solo una parte delle classi dirigenti, quella parte sempre smaniosa di apparire alla moda, senza invece coinvolgerne la maggioranza e, soprattutto, senza intaccare minimamente il popolo e i contadini. E, ovviamente, l’insorgenza vide una vera e propria legione di parroci ed esponenti del basso clero tra le sue file (benché, a tratti, si contarono numerose defezioni e tipiche miopie di parte del clero che, in alcune circostanze, spalancò le porte al giacobinismo; in quei casi, il popolo, ancora sano, fece ben vedere ai suoi parroci, con in mano i bastoni, come stavano le cose...).

La presenza dunque nelle file degli insorgenti di aristocratici e di sacerdoti accanto al popolo propriamente detto fu vastissima e comune. I contadini si allearono di volta in volta al clero, alla nobiltà, alla borghesia, ed ebbero sempre e ovunque lo stesso atteggiamento nei confronti dell’invasore: guerra. Al Nord, al Sud, al Centro. E ciò che spinse il popolo italiano in battaglie sanguinose, che si protrassero per anni e che furono, a tratti, tremende e violentissime, fu l’odio per l’invasore straniero, il quale, con il pretesto di portare libertà e nuove idee, depredava, uccideva, distruggeva. Ciò che ha risvegliato il popolo italiano dopo secoli è stato l’atroce ed efferato attacco alla sua fede, alla sua indipendenza, ai suoi sovrani, alla sua libertà, alle sue proprietà, alle sue tradizioni. In una parola, al suo mondo ed alla sua civiltà.

La cifra quindi di 280.000 insorgenti, come quella dei 70.000 morti, non solo non è né spropositata né fantasiosa, ma è sicuramente approssimata per difetto, per gli evidenti motivi suddetti; si può tranquillamente parlare di centinaia di migliaia di insorgenti, centinaia di migliaia di uomini che hanno preso le armi pronti alla morte per combattere la Rivoluzione Francese in Italia, proprio come avvenne in Vandea.

L’autore, Massimo Viglione, scrive nella prefazione al libro:

«(…) analizzando i documenti e i testi generali sugli eventi, ho tentato di ricostruire il mosaico. Questa è la prima cosa che tengo a specificare: il mio non vuole essere un lavoro di critica storiografica, ma semplicemente il racconto dei fatti, nel senso che l’unica mia fatica è stata quella di voler ricostruire la storia della Insorgenza antigiacobina italiana (ad arte spezzettata, mistificata, quando non occultata dalla patria storiografia), per offrirne un quadro d’insieme sufficientemente completo. In questo senso credo di aver ricomposto il mosaico: ho scovato gran parte dei testi ottocenteschi che raccontano qualche episodio di tali eventi, li ho collegati gli uni agli altri, li ho messi in ordine geografico e soprattutto cronologico e... li ho raccontati. (…) Ho ritenuto utile riportare, per quanto possibile, ogni nome affinché il lettore possa magari ritrovare la sua città, scoprire che la sua provincia d’origine ha avuto grandi eventi storici a lui sconosciuti, e per invitare studiosi di ogni località indicata ad approfondire gli avvenimenti della propria zona conducendo appunto studi locali; inoltre, qualcuno, nella serie di nomi (per lo più martiri della fede cattolica) indicati, potrebbe ritrovare qualche antenato...».

Solo in un modo si può quindi concepire la Controrivoluzione italiana: i nostri antenati seppero ben prima di noi che la Rivoluzione Francese era la guerra a Dio, quindi alla Chiesa, quindi alla civiltà, alla tradizione, alla società cattolica europea. L’albero giacobino – che sempre veniva piantato al centro dei Paesi, davanti alle Chiese, al prezzo del sangue di chi vi si ribellava – era un simbolo infernale: per questo fu sempre abbattuto e issata la Croce al suo posto appena ve fosse la possibilità. Gli italiani compresero perfettamente, con una lucidità purissima, tradizionale nel vero senso del termine, che era in gioco la civiltà cristiana: l’albero giacobino ne era la perfetta antitesi.

Come non ricordare allora, tra tanti, l’esempio glorioso del popolo di Arezzo, che al grido «Religione, Lealtà, Costanza», si mantenne saldo nella propria difesa, e nell’attaccamento alla santa religione cattolica, nonostante i continui soprusi francesi, le continue ritorsioni e minacce, che in quella zona furono ripetute e insopportabili. Leggiamo un loro proclama:

«Si combatte per la religione. La costituzione francese le ammette tutte, ma non ne conosce veruna. Il sistema del lor governo perseguita, opprime e priva di sussistenza i ministri del culto. Questo è un volerla abolire. Si combatte per la giustizia. Entrarono i francesi in Toscana nel più pacifico aspetto. Proclamarono che trattavasi della semplice occupazione di un paese neutrale per misura di difesa e di guerra. Protestarono di non occuparla per conquista. Ma intanto, con una perfidia senza esempio, ne scacciarono il nostro buon Principe... Vulnerarono sacrilegamente la proprietà in mille modi, saccheggiando i templi e spogliando delle cose più preziose e care il pubblico ed il privato. Si combatte per l’ordine pubblico rovesciato da un nuovo metodo di legislazione, di cui le basi sono l’arbitrio ed il capriccio. L’autorità è stata conferita alle persone più stolide e più immorali... E potreste un solo momento dubitare che il cielo non sostenga la nostra causa? Sì, Dio la sostiene e la protegge visibilmente. Egli già da tre anni ha operati in Arezzo giornalieri innumerabili prodigi colla dichiarata mediazione di Maria Santissima, venerata sotto il dolce titolo del Conforto... Nei nomi grandi di Dio e di Maria uniti coi vincoli più sacri, andiamo a purgare le nostre belle contrade dai fieri mostri, che le hanno ormai devastate».

Ecco cos’erano gli italiani: cristiani, e felici di esserlo; il popolo era, nel suo più profondo animo, cattolico e monarchico (specialmente nel Sud e nel Tirolo, la devozione ai legittimi Sovrani era fortissima) quindi antidemocratico e controrivoluzionario. E lo dimostrò con la vita, per difendere quella che per noi è rimasta solo un lontano ricordo: la società e la civiltà cristiana di cui queste genti erano parte integrante. Solo questo particolare basta a spiegare la Vandea francese e l’Insorgenza italiana.

È ovvio quindi che il popolo italiano era ben conscio che non si trattava di difendere solo le proprie tasche e le proprie donne, bensì qualcosa di infinitamente più grande e necessario, tale da giustificare una controrivoluzione nazionale, in cui si contarono centinaia di migliaia di insorgenti e di morti, violenze atroci, atti sublimi di eroismo, spedizioni «epiche». Si trattava di difendere la propria civiltà, fino al martirio.

Sono anni dunque tragici e spietati – come il 1799 che passerà alla storia come «L’anno Terribile» – ma anche gloriosissimi: Pavia, Lugo, Verona, tutta la Romagna, i montanari alpini, quelli liguri, quelli dell’Appennino centrale, i contadini piemontesi, i Viva Maria toscani, e, su tutti, i tirolesi ed i Lazzari, hanno dato, insieme a tutti gli italiani e per venti anni, vita e anima per difendere la loro fede, le loro terre e le nostre tradizioni.

Come scrive l’autore:

«Centinaia di migliaia di nomi, che non conosciamo, meriterebbero la fama, nomi di uomini, giovani, vecchi, bambini, donne, ricchi, poveri, borghesi, nobili, preti, militari, contadini, popolani, ogni qual volta hanno rischiato la propria vita, lasciando campi, case, chiese, città, famiglie, per suonare o per rispondere al suono delle campane a martello, per combattere l’invasore, per difendere quanto di più sacro essi avevano. Che siano i briganti della Calabria o i lughesi, i veronesi o i tirolesi, i liguri o le migliaia di contadini dell’Appennino pontificio, gli aretini o i Lazzari, o chiunque altro, essi furono eroi, sovente macchiandosi anche del male, ma eroi».

«Immaginiamoli questi insorgenti, vestiti semplicemente, pronti a combattere e a seguire ovunque un aristocratico, un sacerdote, un «brigante», pronti ad assalire il nemico, ad ucciderlo e a farsi uccidere, di mattina, di sera, col caldo, col freddo; immaginiamoli ascoltare una campana e lasciare immediatamente i campi, le case, le famiglie, smettere qualsiasi attività stessero compiendo, e correre all’assalto di eserciti bene armati, sistemati, preparati alla guerra; immaginiamoli urlare “Viva Maria!, Viva Gesù!, Viva il Papa!, Viva l’Imperatore!, Viva il Re!” e pronti a morire per ciò che gridavano; immaginiamoli vedere i loro campi devastati, le loro case bruciate, le loro mogli e figlie violentate, i loro beni depredati, i loro amici e parenti uccisi, i Monti di Pietà, le chiese e i palazzi loro svaligiati».

Tutto questo è la «Vandea italiana», che fa seguito a quella francese, che anticipa la «Vandea spagnola» e le guerre antirisorgimentali in Italia e dei «cristeros» in Messico. È la Controrivoluzione, la guerra alla Rivoluzione, la guerra per la difesa della civiltà, per la difesa della società e della tradizione cattolica, europea, monarchica, aristocratica e contadina insieme.

Da notare poi che coloro che hanno prodotto stragi di insorgenti in Italia, erano gli eredi di coloro che le avevano già praticate in Vandea pochi anni prima, come nel caso del Flavigny, che s’era già distinto in Francia per le sue atrocità, e quindi sapeva il fatto suo. E scatenò tutta la sua ferocia nel capitanare ad esempio l’ultima, terribile vendetta su Asti, che arrivò inesorabile e tremenda: più che mai giacobina. Dal libro:

«Contro Asti occupata il 9 maggio da una grossa schiera di contadini guidata da un certo Battista Mo, andò il solito Flavigny, che non smentì la sua fama di «boia». Appena giunto in città il 14 maggio, trovò in realtà la situazione sotto il controllo dei francesi; ma questo non servì a nulla. E accadde uno degli atti più atroci che possiamo ricordare, in assoluto, della guerra tra Rivoluzione e Controrivoluzione in Italia.

“Fece arrestare 95 persone, alcune delle quali, come il Mo, colpevoli, le altre innocenti e non venute neanche in città il dì 9 maggio. Ordinò all’avv. Marco Antonio Doglio di farne il processo e presto. Era il 14 maggio. Nello stesso giorno il Doglio esaminò alla rinfusa i detenuti; 46 gli parvero aver partecipato ai tumulti, gli altri no. La mattina appresso Flavigny, parendogli soverchie le venti- quattro ore spese nell’esamina, e accanito dai giacobini astigiani, ne sentenziò egli stesso 86 alla fucilazione e ne assolse 9. Alle cinque e mezzo pomeridiane i condannati ebbero ingiunzione di partire per Alessandria, dicendo loro che sarebbero giudicati colà, ed ebbero due razioni di pane per il viaggio. Giunti in piazza d’armi, furono circondati dalle truppe ivi schierate, poi fatti muovere verso il muro di fondo. Quando furono là presso, Flavigny avvinazzato, come ne era uso, gridò che si raccomandassero a Dio. Levarono urli di disperazione, alcuni chiesero misericordia volgendosi ai soldati, altri si gettarono in terra. Partì una scarica di moschetteria, poi colpi sparsi. I più prossimi caddero su quelli che stavano indietro e non erano tocchi o feriti. Flavigny fece un cenno e la cavalleria spinse i cavalli sulle vittime, fra le quali vi erano anche alcuni parenti venuti a salutarli, e con le sciabole le tagliò a pezzi. Un sanguinoso mucchio di cadaveri pesti dai cavalli e minuzzati dai fendenti deturpò l’antica piazza d’armi, su cui sorge ora la statua di Vittorio Alfieri. Nella città vive ancora la scellerata memoria”».

Brevemente vorremmo qui ricordare anche il caso accaduto all’abbazia Cistercense di Casamari, in provincia di Frosinone. Sempre dal libro:

«Qui, nonostante la buona accoglienza ricevuta dal priore Simon Cardon, depredarono l’abbazia e profanarono l’Eucarestia. Leggiamo un racconto di quei tragici eventi:

“Arrivate le truppe rivoluzionarie nell’Abbazia, il priore don Simon Cardon, parigino, somministrava loro il meglio che aveva di vitto, di vino e quanto loro desideravano. Verso le ore venti i soldati, penetrati nella chiesa, rompevano il Ciborio del magnifico Altare Maggiore donato dal Pontefice Clemente XI, rubavano la Pisside, gettando a terra le sacre particole. Nasceva una gara nei monaci per salvare l’augustissimo sacramento, e nei masnadieri una ostinazione a volerlo profanare e disperderlo. Il pio maestro dei Novizi Don Domenico Zeuwrzel, della Diocesi di Praga, uomo di grandi virtù, corse subito insieme ad altri a raccogliere le Sacre Particole.

Ma i francesi distrussero le reliquie, lacerarono i paramenti sacri, ed uccisero a sciabolate sulla testa don Albertino, don Domenico Zeuwrzel, fra’ Modesto Burgen, fra’ Maturino Pitri (figlio del giardiniere del Re di Francia) mentre fra’ Dositeo si salvò fingendosi morto a terra; il priore morì nella sua cella col capo fracassato e le dita fatte a pezzi. Fra’ Zosimo Brambat fu colpito quasi mortalmente; riavutosi, si trascinò verso una città vicina per ricevere i Sacramenti, ma morì per strada; gli altri furono feriti, ma poterono guarire”».

Questa è l’ennesima conferma di quale sia l’origine della Rivoluzione Francese. Nulla più dell’odio gratuito, ingiustificato, non solo verso gli uomini, ma verso Dio stesso, verso il Santissimo Sacramento, verso le Reliquie. Né può qui valere la scusa della frenesia degli eventi parigini; la Rivoluzione è alle spalle da anni, e qui siamo in Ciociaria. Eppure nulla è cambiato dalla Parigi del 1793.

Ovviamente celeberrimo è specialmente il caso di Andreas Hofer, che ha fatto tremare più di ogni altro italiano l’invasore giacobino. O quello di Michele Pezza da Itri, detto Fra’ Diavolo, perché invincibile come lo sono i frati ed astuto come il diavolo. O la rivolta dei Lazzari a Napoli, come la Controrivoluzione in Toscana dei «Viva Maria» già ricordata, dove la Madonna era chiamata «Generalissima dell’Armata» e si pregava: «Signore, noi siamo a chiedervi perdono e per implorare il Vostro onnipotente aiuto, noi vogliamo combattere per Voi e siamo risoluti a morir piuttosto che veder Voi disprezzato e la Vostra Santissima Religione avvilita; Maria Santissima, otteneteci Voi forza, onde possiamo combattere per il Vostro divino Figliolo. Tutti questi riflessi sono quelli che obbligano il suddetto popolo aretino, e suo contado, a mantenersi costante nella propria difesa, all’attaccamento della santa Religione cattolica ed all’amore della Patria».

Così le valli alpine ed il Bergamasco ebbero gli uomini di Pacì Paciana, e non restò tranquillo nemmeno l’Appennino tosco-emiliano. Nelle Marche l’indomito Sciabolone organizzò in tutti questi anni una guerriglia continua, portata avanti in Abruzzo, oltre che dal De Donatis, da Ermenegildo Piccioli, Francesco Bernardi di Barisciano, Michele Ferrante di Loreto, da tale Savonetti e dal Rodio. Ciociaria, Circeo e Terra di Lavoro sono dominio incontrastato di Fra’ Diavolo, ma è soprattutto in Calabria che il brigantaggio fu assiduo e più che mai efficace nella lotta contro i francesi. Senza dimenticare i santi, che numerosi si possono contare tra le file di coloro che hanno sacrificato l’esistenza al servizio della Fede e della Controrivoluzione, a cui il libro dedica un’intera appendice. Come Pio Brunone Lanteri, a cui noi editori cattolici tutti ci ispiriamo, che come mezzo pratico per glorificare Dio proponeva la diffusione dei «buoni libri»; come San Gaspare Bertoni, dalla penna lucidissima, che scrisse tra i suoi numerosi commenti anti-rivoluzionari: «la Rivoluzione è uno dei più grandi peccati, e il più grande di tutti, perché in sé ne contiene di tutti le conseguenze»; o come il Santo di Roma, San Gaspare Bufalo, che morì martire al grido «NON POSSO, NON DEBBO, NON VOGLIO!» piuttosto che sottostare al giuramento napoleonico imposto ai sacerdoti «refrattari» del Lazio.

E la storiografia italiana ha nascosto tutto queste pagine gloriose di storia italiana, per 200 anni. Il più grande dei tradimenti! È chiaro che l’intento era distruggere e far perdere per sempre il ricordo, ed il legame che univa il popolo cattolico e monarchico ai suo sovrani ed al suo Sovrano celeste di conseguenza.

Solo in un modo si può quindi realmente comprendere cosa e perché avvenne quello che avvenne in qui tragici vent’anni di Controrivoluzione italiana: una guerra di religione, tra il princeps huius mundi e il popolo di Dio. Solo così è possibile spiegarsi tutto quanto è realmente avvenuto.

Anche perché, come scrive l’autore:

«Questo è essenziale, anche se non si trova scritto in nessun libro di storia: entrambe le forze in campo, quelle della Rivoluzione e della Controrivoluzione, hanno forti aiuti che provengono dalle dimensioni non più terrene e umane, ma da due dimensioni metastoriche antitetiche ed eternamente in guerra; e proprio per questo motivo, già si conosce chi sarà ad avere il trionfo finale. A loro Dedichiamo questo libro sulla Storia della Controrivoluzione italiana».

E noi, oggi, dopo 200 anni, vogliamo ricordarli con questo libro e ricordare il loro grido di battaglia, che tutti li unì indistintamente (e a cui indegnamente partecipiamo):

«VIVA MARIA!»

Lorenzo de Vita



La Vandea italiana

La storia dimenticata dei martiri che difesero l'Italia

(336 pagine con bandelle, 16,40 euro)

Copyright Associazione culturale editoriale EFFEDIEFFE


 
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