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Ferrovia per il sanguinario niente
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Recensione del libro «Un treno nella notte filosofante» di Piero Vassallo

Quello che è successo al pensiero del XX secolo è mostruoso, a tratti quasi irreferibile. La dissoluzione e la decadenza si sono impossessate anche della filosofia, contaminandola scientemente con il fine di bacare la mente del mondo, di avvelenare i pozzi a cui la politica e la civiltà devono abbeverarsi. Il risultato, ahimè, è sotto gli occhi di tutti.

Come questo sia avvenuto è davvero difficile da illustrare. Più che un saggio di filosofia, serve un espediente estetico, serve il potere chiarificatore della fiction. Perché le tenebre sono talmente fitte che solo con gli inventi del poeta si può tentare di trovare un senso generale alla catastrofe continuata.

È per questo che chiunque voglia farsi un’idea a quel che è successo alla Cultura italiana del Novecento dal dopoguerra ad oggi dovrebbe passare per la lettura dell’agile romanzo breve orora pubblicato da Solfanelli Un treno nella notte filosofante, di Piero Vassallo. Un breve racconto che ambienta in colori kafkiani densissime conversazione filosofiche.

Perché la forma narrativa atta a descrivere la disintegrazione socioculturale che viviamo – e che, ci dice il protagonista, è partita da lontano, almeno dal Seicento – assomiglia molto a certi incubi: insensati, paurosi, teatri della nostra impotenza. Viene da pensare all’incipit di un grande, enigmatico film di Ingmar Bergman, Il Silenzio. Un viaggio in treno per un Paese sconosciuto, lo spettacolo assurdo della realtà che muta fuori dai finestrini. Città, pioggia, file di carroarmati...

Anche nel libro c’è un treno da prendere, un treno che però non ci porta più a destinazione... il treno viene bloccato a metà del percorso, e dobbiamo smontare perché giovani facinorosi urlano all’emergenza, e ci spingono per indottrinarci a teorie folli e omicide, nel trionfo della decomposizione delle idee, nel sincretismo dello sfascio terminale.

La metafora ferroviario-filosofica è puntuale e calzante come poco altro. La cultura odierna è oramai un mortifero spettacolo monodirezionale ma bifronte: dal palco promana una narcosi fatta di idee blasfeme ed assassine. Nel retropalco – e questo è uno delle vertigini del racconto – vi sono editori che, tra filosofi ed intellettualoidi adoranti, preparano cerimonie di sacrificio umano nel nome dei demòni, sgozzando magari i loro stessi poveri adepti.

Capiamo quindi che quelli che stiamo vivendo non sono tempi comuni. Il creatore ci ha immessi in un’epoca dove l’umanità desidera estinguere se stessa, e questo è un mistero che in qualche modo va affrontato.  Metabolizzare questa oscurità è quasi impossibile, se non si ha la Fede. La Fede che scaccia l’incubo, e riporta sulle cose il chiarore salvifico del Logos. La Fede che ci porta alla destinazione finale, il Cielo, cui va – secondo una citazione in esergo di Pier Paolo Ottonello – il nostro naturale anelito “antigravitazionale”: «La nostalgia: la massima forza di gravità all’insù...».

Al di là del tremendo messaggio filosofico, il libro va letto come stupendo memoriale di un secolo di vita culturale italica. In ispecie per chiunque si interessi di Cultura di destra, vi troverà gustosi e illuminanti racconti di sessanta anni di storia filosofica ed umana. Nelle memorie del protagonista quando si parla del “bunker”, si fa riferimento all’oramai lontanissimo Movimento Sociale Italiano.

Sono irresistibili le pagine in cui si tratta del «Barone nero, il viaggiatore dadaista la cui audacia ha superato l’idealismo».

«Il barone seguiva un ideale guerriero, Guénon pensava (cito a memoria) che la realizzazione consistesse in un perfetto equilibrio tra gli aspetti maschile e femminile, attivo e passivo, tra lo yang e lo yin. Sosteneva che non per nulla lo stato primordiale è simboleggiato dall’androgino. Il barone, nonostante tutto, era contrario alla transessualità. E questo spiega perché la potente editoria iniziatica, ella certamente capisce a quale genere di iniziazione alludo, ha imposto Guénon sul mercato librario ma ha ostacolato la diffusione delle opere del barone».

L’analisi della fallacia del pensiero del Barone è spietata, soprattutto con il suo maestro: «Guénon parla di principio illimitato, e per illimitato intende incondizionato dalle determinazioni primordiali, come essenza, sostanza, essere. Nel principio superiore, Guénon, contempla ciò che si oppone all’essere. Il divino, nella sua opera, coincide perfettamente con Shiva, il potere della distruzione, la fomite dell’antivita».

Il lettore avrà capito che il «Barone nero» è in realtà barone Giulio Cesare Andrea Evola, detto Julius per meriti letterari. Il protagonista ricorda di quando da giovane viene ammesso, con una torma di amici entusiasti che piombano a Roma senza dormire per l’eccitazione, al cospetto del barone, che li accoglie nel suo attico umbertino con una impietrita marzialità che riesce ad emanare perfino in sedia a rotelle:

«Un mito romano. Alle pareti corde, piccozze e lo stemma del club alpino. Quadri futuristi e dadaisti. La governante ci precedette attraverso una sala ingombrata da scaffali carichi di libri e di polvere (...) Sulla vecchia scrivania quaderni, riviste, e la Reminghton a doppia tastiera, prezioso pezzo di modernariato (...) Due savonarole scomodissime, un’insidiosa poltrona da sonno. Si capiva che la camera era luogo di sedute filosofanti. Alle pareti ritratti di una donna in varie posizioni (...) Una tradizionalista brasiliana dotata di magici poteri. Il nostro amico romano ci aveva avvisato: il maestro usava quella poltrona per mettere i suoi ospiti incauti alla prova del sonno. Sedemmo. Seguì un silenzio duro e spietato. Michele, sulla poltrona, incominciò a soffrire. Il lieve strabismo del barone ci irretiva. Quando fu servita una bevanda al tamarindo il barone incominciò a deplorare l’alto prezzo della carne e a suggerire improbabili picchetti reazionari davanti alle macellerie (...) Dopo che dalla funivia del Monte Rosa un evolomane troppo serioso fece getto delle ceneri del barone, si seppe che egli apparteneva all’esercito dei morti di fame e che la padrona di casa, una matura gentildonna appassionata di tantrismo teorico, ometteva di riscuotere l’affitto». E via così con altre indomabili invettive autobiografiche.

La scrittura è elegante e lucidissima, tanto che tutto il libello può essere letto in filigrana come una raccolta di aforismi fulminanti. Sono sante parole quelle sul gobbo di Recanati: «La sua poesia esprime magnificamente l’odio gnostico contro la vita (...) Una buona scuola dovrebbe educare la gioventù al disprezzo verso Leopardi». Sono precise, e attualissime, quelle sulla civiltà germanica: «Secondo me il tono fondamentale della cultura tedesca è il sacro lutto. E l’Eros greco è soltanto una maschera funeraria (...) Io ritengo che l’opposizione tedesca alla romanità sia una figura della guerra alla vita. Il mondo romano si esprime attraverso la solarità di San Tommaso e di Giotto. L’universo germanico ha partorito i pensieri notturni di Lutero, Böhme, Hölderlin».

I tedeschi vivono una catastrofe storica e meta-storica che ha infettato il mondo intero: per i germanici  la guerra, purtroppo, fu «perduta dall’esercito, non dal cattivo genio della Germania. Il loro stemma è la morte: faranno cadere tutte le illusioni illuministiche. Nel 1934 il vescovo di Colonia ha fatto pubblicare un libro nero, che documenta, con rigore, che le fonti della filosofia

nazista si trovano nella gnosi massonica e nella teosofia dell’India. Le parole di san Gregorio Magno sono sempre attuali: Gog iste Gothus est quem iam videmus exisse de quo promittitur nobis victoria. La guerra riprenderà dopo la fine della Germania nazista. Hitler sta facendo bruciare la parte migliore della gioventù tedesca nella fornace. Quando questa Germania sarà consumata si faranno avanti gli intellettuali, i senza principi, i figli dell’ignavia, quelli che il pesante gergo delle caserme definisce vaselina. La Germania diventerà la capitale della perversione. Sono loro i futuri interpreti del demone giovane di cui ho parlato. Quel giorno la lotta sarà disperata, perché tutti crederanno nella fine del male».

Verità adamantine. La scuola di Francoforte, Daniel Cohn-Benedict, Angela Merkel sono il frutto inferiore di milioni di buoni tedeschi sacrificati al nulla. Un frutto che nessuno dovrebbe assaggiare, ma che invece ora viene distribuito all’Europa tutta tramite il Moloch bruxellita e gli ipermercati della grande distribuzione culturale. Buffa eterogenesi dei fini del sogno hitleriano: comanda sempre la Germania, ma è una Germania abitata da una razza infima.

L’autore lancia generoso miriadi di altre fulminazioni. Marcione, Heidegger, Frank, Spinoza, Buber, Simone Weil, Benjamin, Scholem, Taubes, Mircea Eliade, Chatwin, Bakunin, Wagner, Bataille. E poi ancora: Wilhelm Reich, Pol-pot, Ernest Jünger... Copiose saette vanno specialmente ai più svergognati, i nostri coevi conterranei, a volte ammantati nel racconto da nomi di fantasia.

Possiamo dare al lettore dei ragguagli: Chiappallarghi è un peloso cattedratico che nonostante una imbarazzante condanna per plagio continua ad “insegnare” e a scrivere sul complesso feltrinello-debenedettiano. Il professor Zulo, con probabilità così chiamato per meriti deretanici, fu uno studioso della tradizione e di cose oscure, che contribuì all’inganno di tanta destra. Alain Depastera è il neodestro pagano francese che piaceva ad AN ed invitavano pure ai raduni della Lega. Elio Vaselinas è un articolista di un giornale berlusconide. Idro Lapo Ceneretti è un autore adelphico homeless-chic che traduce la Bibbia mentre fa il saltimbanco in spettacoli penosi.

C’è anche la politica. C’è, ad esempio, Walter Meltroni. C’è il “costruttore d’Affori”, che in realtà sta anche ad Arcore. Mario Collinari (stramba ma densa condensazione anche del nicciano duo Colli-Montinari...), «l’economista ineconomico», «l’arnese di Giorgio Salernitano» è con grande probabilità l’orrido ex-premier imposto a questo Paese da quello che il libro chiama «culocrazia».

Rosati – forse l’unico vero personaggio inquietante, pericoloso, di tutta quest storia – è il famoso editore di libri a tinte pastello da cui trasudano voglie di cerimonie assassine, che – pare suggerirci il libro – potrebbero essere tradotte in liturgie di sangue nella realtà vera.

Una menzione speciale va dedicata alle pagine in cui si rievocano – tra la tragedia e la poesia esistenziale più sublime – anni pubescenti sconvolti dal sangue delle vendette partigiane. Il prete di cui si narra è Monsignor Boldrini, intrepido direttore di Renovatio.

Vassallo è un uomo che non ha avuto paura di guardare negli occhi l’abisso di un secolo intero. Un uomo che, nell’annichilente sconquasso di cui è stato testimone, una certezza ce l’ha: «Io sono convinto che non riusciranno ad affondare la barca di Pietro. La Chiesa non va a fondo, neanche se i marinai fanno buchi nella chiglia (...) Il cardinale Ercole Consalvi ricordò a Napoleone che i preti ci provano da duemila anni ad affondare la barca di Pietro».

Come non cogliere: se a distruggere il Soglio non ci sono riusciti in due millenni i preti che ci stanno dentro, come può riuscirci la tribù di intellettualoidi pagani che abbiamo innanzi negli ultimi cinquanta anni? Non c’è bisogno della filosofia per capirlo: no, non prevalebunt.

Roberto Dal Bosco


(Un treno nella notte filosofante, Piero Vassallo, pag. 200, euro 15)

Disponibile su EFFEDIEFFESHOP.com




Copyright Associazione culturale editoriale EFFEDIEFFE


 
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