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La Grande Eresia, ovvero la caricatura del cattolicesimo
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Pubblichiamo oggi per le nostre edizioni un secondo testo di Marcel de Corte (dopo il recente L’intelligenza in pericolo di morte), che il grande filosofo belga scrisse intorno al 1970, mentre la cattolicità affrontava la tempesta delle riforme, iniziate da Papa Roncalli e colte da Paolo VI — la più grande delle quali fu certamente la promulgazione del Novus ordo Missæ, di cui de Corte constatò a viva voce, attraverso le pagine di questo libro, l’assoluta gravità:

«Come si osa proclamare che non si tratta di una “nuova Messa”, che “nulla è cambiato”, che “tutto è come prima”, quando non resta nulla o quasi nulla della Messa durante la quale tanti santi si sono sentiti sopraffatti dall’amore, mentre gli “esperti”, chiamati a lavorare a quest’impresa di demolizione per motivi d’utilità pubblica, hanno detto e ridetto che si trattava di una vera “rivoluzione” liturgica, mentre la semplice coscienza dei semplici fedeli è sconvolta da codesto sconvolgimento, e una vecchia signora, uscendo di chiesa, la prima domenica dell’Avvento, dopo essere stata calandrata al «nuovo rito» (l’aggettivo è di Paolo VI, che gioca con la contraddizione), sbottava: “Una Messa, questa? Non ci si raccapezza più!”. Ed era tanto vero che il celebrante, fosse distrazione o precipitazione non so, aveva omesso la Consacrazione del vino! Che cosa importa mai, in una Messa dove la nozione del Sacrificio è assente per definizione?».

La grande eresia
  La grande eresia
In questo importante testo, dal titolo significativo: La grande eresia, de Corte denuncia una verità drammatica: “la Chiesa d’oggi è talmente imbevuta e marcia di relativismo, da insegnare ciò che era proscritto come eretico, con estremo rigore, da san Pio X nel 1907”.

De Corte mette bene in evidenza come vi sia stata una linea ininterrotta di sovversione all’interno della Chiesa, che dopo San Pio X condusse con violenza a Giovanni XXIII, ed oggi a Bergoglio. Dalla prima fase del modernismo (già più o meno occultamente serpeggiante a fine ’800) siamo oggi passati all’ultra progressismo di Francesco I. È la rovina della fede cattolica (ormai prossima), organizzata febbrilmente nell’arco di 100 anni, mai il cui tentativo era stato cercato fin dai primissimi giorni della Chiesa. Non a caso, i più grandi nemici che San Paolo dovette fronteggiare furono i giudaizzanti, insieme ad un’aberrante, primigenia forma di gnosticismo, di cui si sa poco, ma che nell’Asia minore si abbandonava a strane speculazioni filosofiche, al culto esagerato degli angeli, ad un ascetismo malinteso, proponendo questioni futili e dannose con l’unico intento di menomare la grandezza di Gesù Cristo, e di allontanare da Lui i fedeli.

Come scrive don Curzio Nitoglia, nella sua nuova, magistrale introduzione a questo libro:

«Il progressismo, neo-modernismo o nouvelle théologie, condannati da Pio XII nell’Enciclica Humani generis (12 agosto 1950) è la conclusione nichilistica [il]-logica del modernismo classico idealistico. Dunque nel neomodernismo vi è una maggiore degenerazione e aberrazione a-teologica e anti-filosofica rispetto al modernismo classico. (…) Ora, con papa Bergoglio ci troviamo nella terza fase del modernismo, prevista anch’essa da S. Pio X, che possiamo definire ultra-modernismo, in cui il primato della praxis (proprio della “teologia della liberazione” di stampo marxista) arriva a distruggere la capacità raziocinativa dell’uomo e del fedele,  tramutandoli in animali selvaggi (v. Claude Lévi-Strauss) e sentimentali, provvisti solo di pura sensibilità naturale e di sentimentalismo religioso e privi di sana ragione e di adesione intellettuale e libera, mossa dalla grazia soprannaturale, alle formule dogmatiche immutabili (…)».

Una discesa verso l’abisso che comporta la rovina della fede e della Chiesa stessa, discesa in cui Ratzinger – a suo modo e nonostante l’abbaglio preso da molti suoi sostenitori – ha giocato un ruolo decisivo: il suo pontificato ha difatti funzionato da classico “zuccherino” necessario per far inghiottire la pillola avvelenata una volta per tutte, tattica che può essere descritta come “gioco” del nemico, nell’ottica leniniana dei “due passi avanti e uno indietro”.

«L’idealismo applicato al dogma – scrive don Nitoglia nella sua introduzione al libro – ecco il cuore del modernismo. Il nichilismo che distrugge la religione e Dio ecco il neomodernismo, il quale può avere (a seconda delle circostanze storiche in cui si trova ad agire) una marcia iniziale lenta (Giovanni XXIII), poi una più accelerata (Paolo VI/Giovanni Paolo II), quindi una apparentemente ridotta (Benedetto XVI, che ha dichiarato nel febbraio del 2014 di concordare pienamente con le idee di papa Bergoglio) ed infine una acceleratissima, che non tiene alcun conto delle “norme” di “sicurezza stradale”, ma corre con un “motus in fine velocior” verso lo schianto finale dopo cui solo l’Onnipotenza divina, alla quale siamo chiamati a cooperare, potrà porre un rimedio».

Il piano dei sovvertitori era già stato “visto” ed anticipato profeticamente da Papa Sarto, che nel 1907, con il Decreto Lamentabili, ne denunciò le trame e ne stilò il programma in maniera chiarissima. De Corte “assume” la denuncia tuonante di San Pio X come tesi di fondo del suo testo (vera pietra di scandalo) per precisare quale fu il vero agire di Papa Montini, di cui tratteggia un profilo inquietante, per noi molto utile perché ben si applica anche all’attuale Pontefice:

«Come tutte le menti siffatte, egli è inconsapevolmente crudele. Mentre l’uomo contemplativo è dolce, l’uomo d’azione, che, come Paolo VI, pone lo scopo dell’azione in una prospettiva onirica, è senza pietà per i poveri uomini fatti di anima, di carne ed ossa, che egli non riesce a vedere, o che, se visti, sono per lui degli ostacoli. Il lato inflessibile del carattere di Paolo VI, inconciliabile a prima vista con la sua incapacità di governare la Chiesa, trova qui la sua spiegazione».

Se de Corte fosse ancora vivo constaterebbe come le sue parole abbiano perfettamente anticipato di 40 anni la figura dell’attuale pontefice. Secondo il filosofo belga difatti “l’uomo d’azione è quasi sempre inumano, ma quando l’uomo d’azione si muove in un’atmosfera millenarista e in una sorta di trionfalismo spirituale, allora c’è tutto da temere”.

E noi temiamo per il peggio.

Dopo 40 anni dallo scritto di de Corte e più di 100 dal Decreto Lamentabili, possiamo con ancor maggior precisione (e con ancora maggior inquietudine) cogliere la grandiosa bontà della denuncia di San Pio X. Con una lucidità quasi angelica e con geniale buon senso il grande pontefice aveva già previsto in dettaglio la moltitudine delle aberrazioni, eresie, esorbitanze e stravaganze che si sarebbero infiltrate nella Chiesa in odio alla tradizione cattolica.

La sua diagnosi sulla malattia modernista vale a più forte ragione per l’odierno ultra-progressismo di Francesco I, che non mira più soltanto a riconciliare la Chiesa col mondo dato in preda all’eresia, ma a far cadere interamente la Chiesa in tale mondo e a consolidare definitivamente la vittoria di questa ultra-eresia, un’eresia che sembra essere l’ultima, perché è la negazione radicale di tutto l’ordine soprannaturale, e che condurrebbe fino alla negazione di Dio stesso.

Nitoglia scrive nella sua introduzione:

«Altra caratteristica inquietante del modernismo, messa a fuoco da papa Sarto sin dalla sua prima Enciclica E supremi Apostolatus cathedra del 4 ottobre 1903, è il culto dell’Uomo, “che è il segno distintivo del regno dell’Anticristo” (ivi). De Corte riprende tale tema e scrive che negli uomini di Chiesa imbevuti di modernismo “oramai il nome dell’Uomo subentra a quello di Dio, il culto dell’umanità di Gesù Cristo a quello della sua divinità” (p. 41). (…) De Corte, profondo conoscitore soprattutto di Aristotele e di San Tommaso d’Aquino, nota anche le deviazioni del modernismo sociale o politico e l’influsso benefico della cooperazione in subordinazione gerarchica dei fini (temporale/spirituale) tra Società civile e Società ecclesiastica».

Come spiega Delassus ne Il problema dell’ora presente,

«È l’ultimo termine della ribellione cominciata nel sec. XVI, e che era stata indicata nell’Apocalisse in maniera simbolica: “Io vidi la stella caduta dal cielo (della Chiesa) sopra la terra; ed a lui fu data la chiave del pozzo dell’abisso. Ed aprì il pozzo dell’abisso e salì il fumo del pozzo come il fumo di gran fornace; e il sole e l’aria si oscurarono pel fumo del pozzo” (Apoc. cap. IX)».

Ora, per nostra utilità, e per ribadire quanto precisa e profetica fu la “previsione” di Pio X, voglio qui riportare dal libro di de Corte un riassunto del Decreto Lamentabili:

«Non vi è nulla, assolutamente nulla, nel cattolicesimo, che tale furore non investa. Riforma della filosofia, soprattutto nei Seminari: si releghi la filosofia scolastica nella storia della filosofia, fra i sistemi tramontati, e si insegni ai giovani la filosofia moderna, la sola che convenga ai tempi nostri. Riforma della teologia: la teologia detta razionale abbia per fondamento la filosofia moderna; la teologia positiva abbia per fondamento la storia dei dogmi. Quanto alla Storia, non venga più scritta né insegnata se non secondo i metodi e princìpi moderni. I dogmi e la nozione della loro evoluzione siano armonizzati con la scienza e con la storia. Nei catechismi non si inseriscano più, in fatto di dogmi, se non quelli che saranno stati riformati e che saranno alla portata del volgo. Quanto al culto, si riduca il numero delle devozioni esteriori, o almeno se ne arresti l’aumento... Il governo ecclesiastico venga riformato in tutti i suoi rami, massime la disciplina e la dogmatica. Il suo spirito, i suoi procedimenti esteriori, vengano messi in armonia con la coscienza, che volge alla democrazia, sia quindi lasciata una parte, nel governo stesso, al clero inferiore ed anche ai laici, l’autorità venga decentrata. Riforma delle Congregazioni romane, anzitutto quelle del Santo Uffizio e dell’Indice. Il potere ecclesiastico muti la sua linea di condotta sul terreno politico e sociale, tenendosi fuori delle organizzazioni politiche e sociali, vi si adatti tuttavia per imbeverle del proprio spirito. Nella morale, i moderni proclamano che le virtù attive devono avere il passo sulle passive — le contemplative — nella stima che se ne fa come nella pratica. Al clero chiedono di ritornare all’umiltà e alla povertà antiche e, quanto alle sue idee e alla sua azione, di regolarle sui loro princìpi. Vi è infine chi, facendo eco ai maestri protestanti, desidera la soppressione del celibato ecclesiastico».

Se è evidente che alcuni punti anticipati da Papa Sarto “toccarono” in gestione a Paolo VI (riforma delle Congregazioni romane Santo Uffizio e Indice, il potere ecclesiastico muti la sua linea di condotta sul terreno politico e sociale, tenendosi fuori delle organizzazioni politiche e sociali, vi si adatti tuttavia per imbeverle del proprio spirito) quelli che ho voluto evidenziare in grassetto riguardano evidentemente l’attuale pontificato, quasi si trattasse del programma che Bergoglio sta eseguendo alla lettera, punto per punto. E probabilmente è così.

Da notare che il programma sovversivo stilato da Papa Sarto nel 1907 è organizzato addirittura in sequenza cronologia. L’ultimo punto, il “celibato ecclesiastico”, non è così lontano dall’essere colto. È difatti a quello, in ultima istanza, a cui i riformatori stanno puntando; ne parlano già da più di due anni con incontri vescovili, dove le Curie organizzano meeting con ex preti, che hanno abbandonato la tonaca. “Hanno tanto da insegnarci” mi ha confidato recentemente un sacerdote di queste diocesi avanguardiste.

Il recente outing del monsignore finocchio ha giustappunto anticipato questo “traguardo”: in un sol colpo di spazzola ha dichiarato nella sua persona di “consacrato” che: 1) l’omosessualità vissuta non è incompatibile con il sacerdozio; 2) il soggetto in questione (sacerdote, monaco, consacrato) non è chiamato ad una via di santità attraverso la pratica della castità; 3) il consacrato, se lo desidera, può sposarsi, anzi, come avviene per i laici, la via del matrimonio renderà legalmente accettabile la “relazione amorosa”.

Il caso di Charamsa sarà pacchiano ed eclatante quanto vogliamo (il soggetto che anticipa i tempi credendo fortemente nell’errore che spaccia per conquista appare sempre deficiente e sentimentalistico), ma, come giustamente scrive Dal Bosco, “è senza dubbio il cannibale che stavamo aspettando per entrare nella fase ‘radicale’”.

Papa Sarto collocò la violazione del celibato ecclesiastico, non a caso, come ultimo punto, come ultima “frontiera” sovversiva di smantellamento della Chiesa e dunque dello stesso katéchon.

De Corte parte dall’assunto che quando una religione, il cui ufficio è di elevare l’anima verso Dio, cade nell’apologia del sesso, “si può dire che è colpita al cuore. Essa chiama su coloro che l’avviliscono il fuoco della Provvidenza offesa”.

Richiamiamo nuovamente le parole dell’autore citate all’inizio di queste righe:

la Chiesa d’oggi è talmente imbevuta e marcia di relativismo, da insegnare nel 1969 (ancor più nel 2015) ciò che era proscritto come eretico, con estremo rigore, da san Pio X nel 1907 (…) Il vero nome di questo è quindi l’eresia essenziale, perfetta, completa, la negazione di tutte le affermazioni della fede e delle loro conseguenze, giunta ad un punto di universalità tale che nulla rimane della religione cattolica che noi abbiamo conosciuta e di cui san Pio X è l’araldo».

La lotta terribile che la Chiesa militante dovrà sostenere, sarà il preludio della grande vittoria che ridurrà per sempre i suoi nemici impotenti, e la renderà trionfante nel cielo. Allora si realizzerà pienamente questa parola: «Vinci in bono malum. Dio sa vincere il male col bene».

Il testo di de Corte che oggi rilanciamo viene in nostro aiuto, soprattutto di chi, oggi, cerca di resistere con fiducia ed abnegazione tra mille flutti di tempesta; Nitoglia stesso lo definisce “uno dei libri più interessanti che siano mai stati scritti sul modernismo”. Pertanto, entra di diritto a far parte nella nostra collana di “Classici Cattolici” (l’ottavo di questa serie), attraverso la quale stiamo recuperando tutti i libri appositamente dimenticati dall’odierna (ciarlatana) cultura “cattolica”.

Non mi dilungo oltre; il libro di Marcel De Corte è oggi a disposizione del lettore, e vanta una grandiosa introduzione di don Nitoglia, adattissima per compendiare le drammatiche vicende che stiamo vivendo.

Ringrazio come sempre i lettori: senza di voi, che acquistate così generosamente i nostri testi, non avremmo mai potuto realizzare quello che fino ad oggi abbiamo fatto.

Lorenzo de Vita


(La grande eresia, 130 pp. con bandelle)

12,00 euro



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