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Riflessioni su «Antiarchitettura e demolizione»
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Il libro «Antiarchitettura e demolizione» è al termine di molti anni di studi e dibattiti, ed è all’inizio di nuove riflessioni sul tema dell’Architettura attuale (chiamarla moderna, dopo un secolo, sarebbe un controsenso).
Quindi una riflessione su questo testo necessariamente contiene anche le idee che sono nate come naturale sviluppo dei temi in esso trattati.
Nikos Salingaros ha avuto il coraggio e la pazienza di mettere insieme le opinioni di molti che sono nemici del modernismo.
L’immensa difficoltà deriva dal fatto che ciascuno è nemico a suo personalissimo modo e non
accetta di condividere quasi nulla con le motivazioni dei compagni di inimicizia.
Se esistesse una condivisione anche minima questa avrebbe già fatto nascere una nuova architettura, un nuovo stile.
Salingaros è nato a Perth, Australia da genitori greci.
E’ diventato un matematico-fisico ma, dopo aver raggiunto un ottimo livello come scienziato
(attualmente è professore di matematica all’Università del Texas), ben presto si è orientato allo
studio scientifico dell’Architettura e dell’Urbanistica, cercando di farne delle teorie scientifiche.
Questa sua provenienza ha imbarazzato gli architetti delle grandi conventicole internazionali.
Infatti sino ad ora era implicito il legame tra il modernismo nelle sue varie forme con la Scienza e con la Tecnica.
Il gruppo, di cui Salingaros è uno dei promotori, rivelava a tutti che questo legame non esisteva più e che forse non era mai esistito.
Sul piano letterario e giornalistico c’erano state negli anni alcune critiche all’architettura
modernista, come il celebre libretto di Tom Wolfe («From Bauhaus to Our House», 1981) (1) uscito in Italia con il titolo: «Maledetti Architetti».
Ma il mondo dell’Architettura non ne fu neppure scalfito perché non si era arrivati a mettere in crisi il suo rapporto privilegiato con i progressi della Scienza e della Tecnica.
L’alone di prestigio mistico che si era creato attorno ai nuovi architetti ed alle loro costruzioni era ri-masto intatto.
L’Architettura si era appropriata del ruolo di rappresentare la modernità tutta intera, dai costumi
sociali sino alla Tecnica ed alla Scienza.
Tuttavia ora la critica parte dal cuore del mondo della Scienza.

Infatti il curriculum scientifico di Salingaros e di molti dei suoi amici è inattaccabile, al punto che le loro critiche sono in realtà una autentica rivolta del mondo della Scienza contro le degenerazioni dell’Architettura moderna, alla quale vengono così messe in dubbio le basi stesse della sua
legittimità.
Infatti ci si deve ricordare che la lunga ondata del modernismo internazionale era nata con la
giustificazione di razionalizzare l’edilizia in antitesi agli ornamenti ed alle stravaganze degli ultimi stili architettonici, ornamenti che erano diventati simboli sociali (della borghesia) da demolire sull’onda dei grandi movimenti politici del XX secolo.
Anche se in forme diverse, la bandiera comune di questi movimenti era: tutto il potere alle masse lavoratrici, o meglio a chi pretendeva di rappresentarle.
Paradossalmente proprio questi regimi ben presto espulsero le tendenze della nuova architettura perché considerate estremiste.
Invece per pura stupidità la nuova architettura, nata totalitaria, poté mettere radici nelle democrazie.
Quindi si tratta di una critica che non solo nega all’Architettura una base scientifica ma viene dimostrato che anzi essa è contro la Scienza e richiede costi e sforzi inutili alla Tecnica per
soddisfare le visioni incoerenti e negative della vita dei suoi architetti (si pensi alle strutture estreme di Calatrava).
In definitiva il vero significato di questo testo è nel togliere ogni appoggio della Scienza all’Architettura moderna.
La reazione delle grandi conventicole è stata sino ad ora uno sdegnoso assoluto silenzio.
Il libro si ripropone un compito quasi impossibile nel panorama culturale italiano, dove il coraggio e l’originalità sono visti quantomeno con sospetto.

L’inizio infatti risente del peso di questo compito certamente arduo ed il primo autore sembra
rifugiarsi in un frasario prudentemente classico, che vorrebbe mascherare i contenuti rivoluzionari dietro un pizzico di noia.
«Non si verifica di rado il caso in cui i nodi problematici di una disciplina vengano còlti con più chiarezza dallo sguardo di osservatori esterni piuttosto che dallo studio degli specialisti .
Conformismo culturale, paradigmi accettati acriticamente, inerzia intellettuale, spesso impediscono di mettere in evidenza le radici di fenomeni che pure, per la loro rilevanza, dovrebbero costituire un problema cui dedicare non poca attenzione indagativi».
Così Daniele Vannetiello, aprendo il libro, inizia il suo articolo introduttivo: «Architettura e realtà», con una prosa che sembra prendere le mosse dal ‘600 e che il Manzoni ha ben rappresentato nell’inizio dei «Promessi Sposi», dove finge di aver trovato quella storia in un antico manoscritto proprio del ‘600.
« ‘L’Historia si può deffinire una guerra illustre contro il tempo, perché togliendoli di mano gli
anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, …’ Ma
quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia … si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?»
Così il Manzoni che poi fa seguire il resto del romanzo.
Come si vede dall’indice dei capitoli il libro è incentrato sull’influenza che il decostruttivismo,
come pensiero filosofico, ha esercitato sugli sviluppi recenti dell’Architettura moderna.
Analizziamo i capitoli del testo.

I pericoli del Decostruttivismo

Il capitolo è tratto da un precedente saggio dell’autore scritto in collaborazione con Michael
Mehaffy: «Fondamentalismo Geometrico».
Questo saggio aveva sollecitato Carlo Poggiali ad esprimere il parere che la possibilità di formulare un giudizio corretto in tema di Architettura dipende essenzialmente dal tempo che dedichiamo ad osservare.
Per Poggiali si starebbe compiendo un frettoloso utilizzo improprio di suggestioni emozionali
contrarie al modernismo.
A questo punto faccio notare che durante la vita di tutti i giorni è proprio il poco tempo a
disposizione per osservare il principale elemento che favorisce invece l’Architettura modernista,
realizzata per dare una falsa impressione suggestiva limitatamene al primo impatto.
Dietro la prima impressione a volte suggestiva, si evidenzia poi la sua pochezza ed il suo vuoto
appena si dedica un po’ di tempo ad osservare e a riflettere.
Dice l’autore: «… Ci troviamo di fronte al misticismo di un culto che utilizza la terminologia
scientifica come coacervo di parole magiche, il cui effetto è attribuibile soltanto al loro suono.
Il culto ignora intenzionalmente il significato (vero) della scienza. Funziona perché la gente
comune non ha una formazione scientifica … (ma percepisce la Scienza come una fonte di verità e di‘miracoli’ inoppugnabili - aggiunta del redattore)… E’ una ironia del nostro tempo che tale culto, fondato sull’ignoranza, sopravviva e fiorisca ed abbia preso il controllo dei mezzi di
comunicazione e delle Scuole d’Architettura. … L’Architettura contemporanea proclama a voce
alta di essere fondata sulle filosofia decostruttivista ma, come tutte le sue dichiarazioni, anche
questa ha un valore solo propagandistico. … Il celebre filosofo britannico Roger Scruton li ha
criticati, e di conseguenza ha perso il suo posto di professore … Adesso vive in una fattoria … E’ in atto una deliberata aggressione ai nostri sensi che usa il meccanismo percettivo per generare
ansietà fisica e angoscia».
Infatti nel panorama urbano si sviluppano per reazione i graffiti ad opera dei giovani.
Sono immagini che, senza uscire dal tunnel, riflettono ed esasperano questa angoscia indotta
proprio dal linguaggio dell’architettura moderna. «… Tutte le città più belle del mondo, Roma
Eterna compresa, stanno per essere distrutte dalle immagini aliene di un’Architettura
autoproclamatasi ‘contemporanea’. La distruzione intenzionale, che sembra una componente
necessaria del Culto della contemporaneità, sta facendo più guasti di tutte le invasioni barbariche».
 

Charles Jencks e il nuovo paradigma in Architettura


Si ripropone qui il tema del paradigma dell’Architettura moderna.
Già Bruno Zevi ha dovuto riconoscere che il modernismo non ha un suo paradigma.
Nel suo: «Il Linguaggio Moderno dell’Architettura» (1975), involontariamente diventa critico verso l’Architettura moderna.
Avrebbe voluto mostrare che la modernità ha radici negli stili del passato ma poi deve constatare che la modernità, per sua necessità, è senza regole se i eccettua quella di negare il passato ed ogni forma di ornato.
Nel testo di Salingaros si esamina il pensiero di Charles Jencks che proclama «Il Nuovo Paradigma in Architettura» (2002).
«… Jencks basa la proposta di nuovo paradigma su quello che egli pensa siano i fondamenti teorici degli edifici che difende. Sostiene che essi nascono, e possono essere compresi, in relazione con le applicazioni delle nuove scienze; in particolare: teoria della complessità, sistemi auto-organizzanti, frattali, dinamiche non lineari, emersione e auto-similarità».
Si tratta di principi validi nell’ambito in cui sono stati studiati, ma difficilmente potranno essere
applicati da chi ignora quali concetti stiano dietro quelle parole e per di più si tratterebbe di
applicarli fuori dai contesti in cui sono nati.
Dice giustamente Salingaros: «Nel mio lavoro ho utilizzato i risultati della Scienza e della
Matematica per mostrare che le architetture vernacolari e classiche soddisfano regole strutturali che coincidono con la nuova scienza. L’Architettura di Christopher Alexander fa affidamento
proprio sulla nuova scienza, e, non per caso, Alexander è anche uno scienziato. … Ha utilizzato costantemente il metodo scientifico in Architettura; … ‘The nature of order’, … deriva
direttamente dalla formazione scientifica. …».
Egli è considerato un precursore della scienza informatica per i concetti sviluppati in «A Pattern Language».
Eppure ben pochi architetti si interessano ai suoi lavori e Jencks non lo ha neppure citato.


Demolire i Decostruttori (insieme a Michael Mehaffy)
Qui Salingaros entra nel vivo del dibattito ponendosi la domanda: che cosa potrebbe significare veramente Decostruttivismo?

Morte, vita e Libeskind (con Brian Hanson)

L’interesse si sposta su un grande progetto Decostruttivista: la proposta di Daniel Libeskind per la ricostruzione di un edificio sul terreno del World Trade Center.
Per emettere un giudizio l’autore invoca la nostra esperienza emotiva di fondo.
Salingaros dimostra in modo convincente che, nonostante la retorica che circonda questo stile, la
risposta emotiva è negativa coinvolgendo tutto il processo «creativo» del Decon.
Dal progetto scaturisce la sensazione di non essere resi liberi ma di doverci prostrare.
Siamo condotti in grandi corridoi grigi e deterministici.
Come essere di questo mondo l’autore non si chiede solo se la sensazione da obitorio sia
appropriata ma anche se possa rappresentare una qualsivoglia espressione dello spirito umano.
Infine si può aggiungere che proprio in nome del Decon perché costruire un immenso edificio al
posto delle rovine del WTC?
Quelle rovine non erano già il massimo capolavoro del Decostruttivismo?
Per completare si sarebbero potute costruire attorno ampie verande che permettessero la
contemplazione di un così irripetibile e grandioso capolavoro!

Spazio deformato

Il titolo del libro «Warped Space (Spazio Deformato) del professor Vidler, non deve far pensare che si parli di uno spazio geometrico o alle geometrie in genere perché esso presenta solo le idee dei
decostruttivisti.
I principali autori che hanno trattato l’argomento non sono neppure citati.
Al contrario viene largamente citato Le Corbusier ed in particolare quando esprime tutto il suo odio verso la vita urbana.

Anti-Architettura e Religione

«… Enormi quantità di energia vengono spese per convincere le persone che gli edifici del nostro ambiente contemporaneo sono validi, anche se quasi tutti pensano il contrario. … gli stili non sono equivalenti … alcuni stili hanno effetti deleteri non solo sull’ambiente costruito, ma anche su tutta la società. … E’ innegabile che le più grandi creazioni architettoniche dell’umanità siano sorte come risposta al fervore religioso …. La religione nasce dalla necessità di cogliere un universo che sfugge alla nostra comprensione a causa della sua profonda e ordinata complessità. … Una
mitologia religiosa … dà anche consolazione e stabilità contro la prospettiva spaventosa di una mancanza di senso nella vita … … La loro unica tattica progettuale si riduce a un gesto
morfologico banale e casuale che toglie alla forma qualsiasi significato».
Quindi a causa dei principi stessi da cui operano gli architetti decostruttivisti, è una contraddizione affidare loro la costruzione di un edificio sacro.
«… Sembra quasi che gli architetti abbiano letto il trattato di Hans Balthasar, ‘The glory of the Lord’ , che collega la bellezza alla gloria di Dio, allo scopo di fare esattamente il contrario.
Tutto ciò che è naturale, bello, sacro e santo viene negato, ridicolizzato …, e per di più con un’insistenza fanatica. .. Nella sorprendente adozione di ciò che è, tutto sommato, empio, anche la Chiesa ha abbracciato l’architettura modernista. Il risultato è che molti non hanno più intenzione di prender parte alle funzioni religiose in edifici ecclesiastici nuovi che li fanno star male».

L’Architettura del ventesimo secolo è un culto

«L’Architettura è un culto e l’ultima cosa che un culto desidera è di essere trasformato in una
disciplina scientifica … La ragione risiede nel fatto che i due tipi di sistema hanno strutture interne molto differenti … Nella scienza esiste una stabilità a vasta scala e lungo termine. Al contrario, l’Architettura contemporanea, come  ogni altro sistema di opinioni non fondate sulla razionalità e sull’esperienza, è suscettibile di collassi catastrofici di sistema, perché non può tollerare il benché minimo cambiamento».

Il virus Derrida

In aggiunta alle considerazioni svolte dall’autore si può dire che il filosofo francese Derrida
descrisse un virus che già esisteva nel pensiero dominante (la filosofia esistenzialista danese)
applicato poi nella fisica da Bohr ed Heisenberg.
Questo pensiero ebbe quindi stretti legami con la nuova fisica quantistica, che metteva in
discussione tutta la realtà fisica ed il nostro modo di percepirla.
Infatti nella fisica quantistica l’osservatore ha un ruolo dominante, al punto che la scuola di
Copenaghen ha ipotizzato che la realtà, che avrebbe una natura non causale, nasca dall’osservazione.
L’osservazione poi a causa del principio di indeterminazione non può conoscere tutta la realtà
fisica.
Ma essendo la realtà fisica solo quella osservabile si deduce che la realtà stessa assume contorni
indefiniti e non stabili.
La salvezza sarebbe potuta arrivare solo da Dio che come osservatore assoluto e stabile creava la realtà.
Ma Dio era ed è rifiutato per principio.
Da qui deriva la nascita del virus.
Gli architetti si impadronirono dei risultati del pensiero di Derrida per giustificare le loro follie, che a molti piacevano e che avevano la benedizione anche di una Scienza distratta.
Infatti la decostruzione mette in primo piano l’interpretazione dell’osservatore (lettore nella
letteratura, ascoltatore nella musica).
Questo principio che ha in sé una estrema soggettività, certamente non giustifica l’accettazione dell’architettura decostruttivista, che può legittimamente essere respinta di un rifiuto radicale da parte del singolo.
Ma questo rigetto non è consentito perché l’architettura ha creato una sorta di terrorismo ideologico che riesce a cancellare le critiche.
Se poi identifichiamo le forme Decon come una distruzione, allora siamo autorizzati a pensare che un follia autodistruttiva si sia impadronita dell’Occidente.
In una forma accettabile una specie di decostruttivismo dialettico era già stato adottato da Socrate 2.500 anni fa per confutare le idee correnti del suo tempo.
Ma Socrate non costruì certo la sua filosofia limitandosi alla distruzione delle idee altrui.

Materiali per il «virus Derida»

«Considero l’architettura contemporanea come un insieme di virus che infettano la società
mondiale. … Gli architetti fanno deliberatamente e ripetutamente le scelte sbagliate, a dispetto
delle soluzioni ereditate e comprovate, a causa della folle ricerca di innovazione o delle indicazioni imposte dalla potente e totalitaria élite internazionale».

Il nuovo museo dell’Acropoli

«Il Decostruttivismo nella persona di Bernard Tschumi è invitato a lasciare il segno sulle
fondamenta della civiltà occidentale - Atene, Grecia. Il passato generativo incontra un presente
distruttivo».
Qualche graffito fatto dai giovani sulle colonne del Partenone avrebbe fatto molto meno danno.

La Teoria Architettonica e il lavoro di Bernard Tschumi

«A che cosa mirano … ? Se non stanno cercando di realizzare qualcosa di utile, che cosa stanno facendo? La loro versione della teoria architettonica non potrebbe essere una grande cortina
fumogena cosmetica per un’impresa anticivilizzatrice? Dobbiamo sacrificare il nostro benessere in modo che le loro stelle possano essere più luminose?».

La natura dell’ordine. Christopher Alexander e la nuova Architettura.
«La nostra lotta contro il Decon ci fa ritornare all’idea che il Decon si è dato tanta pena di
oscurare: che il costruire e l’urbanistica possono essere attività che contribuiscono al benessere umano».

L’Architettura ecclesiastica contemporanea e la «Città di Dio» di Sant’ Agostino.
«Perché le collaborazioni fra la Chiesa e gli architetti modernisti sono espressione più del mercato globale che del sacro? Temendo di essere irrilevanti, i responsabili della Chiesa scelgono di
proiettare all’esterno un’immagine di attualità. … La fede in Dio è manipolata e gli sbadigli
spirituali sono invece spiattellati attraverso forme vuote e materiali moderni - con immagini
astratte (purché strabilianti). Mettendo fianco a fianco i processi modernisti con i fondamenti dell’essere persone umane, l’autore porta in primo piano il ruolo del credente».

La scacchiera degli stili architettonici

Per chi ha dimestichezza con la Fisica Quantistica,  incasellare gli stili accettabili in una scacchiera, ricorda le matrici di Heisenberg che collocano solo gli stati energetici fisicamente possibili.
Così «la scacchiera proposta raccoglie gli stili architettonici vivi, quelli che contengono la vita
nella sua complessità organizzata. Ogni quadrato corrisponde ad uno stili architettonico,
sviluppato dalle società tradizionali».
Nel libro di Salingaros «Una Teoria dell’Architettura» e nel libro di Alexander «La Natura dell’Ordine» vengono forniti i criteri matematici per analizzare gli stili e collocarli nei riquadri della scacchiera.
Applicando gli stessi criteri all’Architettura moderna ed a quella decostruttivista in particola si
arriva alla conclusione che si tratta di stili che non possono trovare posto nella scacchiera.

Ara Pacis Augustae

L’autore «si concentra su un recente esempio di vita reale, perfetto nella sua scala e ironia: il
museo dell’Ara Pacis a Roma, progettata dal supermodernista e geometrista americano Richard Meier per ospitare i resti di un altare del 13 avanti Cristo eretto da Augusto. …
Il contrasto tra vita e morte è completo. Gli angoli, i piani, i vuoti, le superfici e la luce accecante del lavoro di Meier comunicano solo la sterile sciccheria di una sala d’attesa di un dentista di
lusso. Contemporaneamente, la squisita piccola costruzione classica che vi è ospitata è più vitale che mai e ancora irradia una vita intensa. … Quand’è che altri si sveglieranno davanti a ciò che viene fatto contro di noi?».

Il ruolo di Philip Johnson (nota del redattore)

Andando oltre il contenuto del libro, è molto interessante, a proposito della diffusione del virus «Derrida» come causa prima del sorgere del decostruttivismo, aggiungere qualche notizia sulla
figura centrale dell’architetto Philip Johnson.
Johnson nacque nel 1906 a Cleveland ed è vissuto sino alla ragguardevole età di 99 anni.
Quando aveva superato gli ottant’anni Johnson insieme a Mark Wigley organizzò nel 1988 un’esposizione che lanciò l’Architettura decostruttivista, che da quel momento iniziò la sua
diffusione planetaria.
Ma Johnson aveva alle spalle una lunga storia con risvolti politici che avrebbero definitivamente bruciato un comune mortale.
Egli aveva aderito con entusiasmo al movimento del Bauhaus nel 1928 (nel 1928 Johnson aveva
incontrato l’architetto del Bauhaus Ludwig Mies van der Rohe, che stava progettando il padiglione della Germania per la mostra di Barcellona del 1929.
L’incontro fu per Johnson un colpo di fulmine, arrivò a simpatizzare apertamente per il nazismo e fu decisamente contrario agli ebrei, con tutti i rischi che con questo atteggiamento si possono
correre in America.
Johnson ritornò dalla Germania come divulgatore fanatico della nuova Architettura.
Il viaggio in Europa insieme agli amici Alfred H. Barr Jr. ed Henry-Russell Hitchcock consentì un approccio diretto alle ultime tendenze dell’Architettura europea.
I tre misero assieme le loro scoperte in una esposizione di fondamentale importanza dal titolo: «L’International Style: L’Architettura dal 1922» tenuta al  Museum of Modern Art, nel 1932. L’esposizione ebbe una profonda influenza ed è considerata l’evento che fece conoscere l’Architettura moderna al pubblico americano.
L’esposizione provocherà il risentimento di Lloyd Wright, che si sentirà mal rappresentato.
Ma questo era fatale, il povero Wright era destinato a veder spegnere la sua fama a causa della
nuova Architettura.
Nella pubblicazione che accompagnò l’esposizione Johnson ed Hitchcock stabilirono tre principi fondamentali della nuova Architettura:
1. Privilegiare i volumi architettonici rispetto alla masse (in evidenza i piani rispetto ai pieni)
2. Rifiuto della simmetria
3. Rifiuto categorico delle decorazioni.


La definizione del movimento come uno «stile», con sue caratteristiche formali, da alcuni critici è vista come voler minimizzare l’influenza sociale e politica che molti professionisti europei invece avvertivano.
Johnson partecipò anche a due oceanici raduni nazisti: a Potsdam nel 1932 e a Norimberga nel 1938.
Come giornalista seguì persino la Wehrmacht durante l’invasione della Polonia.
In una lettera del 1939 dirà: «…Abbiamo visto l’incendio di Varsavia e il bombardamento di
Modlin. Era uno spettacolo emozionante…».
Immediatamente dopo Johnson si rese conto che non era opportuno continuare in quella direzione. Entrò nell’esercito americano dove trascorse alcuni anni grigi, ben lontano dai campi di battaglia.
A oltre mezzo secolo di distanza, nelle sue memorie di guerra dirà: «… Io ero dalla parte sbagliata. … era una visione terrificante … ed era così bella, E’ orribile a dirsi, ma le rovine sono belle. Non ci si può fare niente. Il fascino delle rovine è infinito».
Quale maggior decostruttivismo delle rovine create da un bombardamento?
Ecco rivelati i sentimenti di chi sarà uno dei maggiori esponenti di questa corrente.
Queste sue posizioni risalgono agli anni ‘30 del XX secolo…
Una cosa tanto più riprovevole in un americano!
Eppure questo suo errore venne dimenticato ed egli non venne mai apertamente criticato per questa sua debolezza giovanile.
Non con altrettanta generosità alla fine della carriera venne trattato Wernher von Braun, che invece era tedesco, che dette un grandissimo contributo allo sviluppo delle attività spaziali americane, ma che in gioventù ovviamente aveva avuto simpatie per il nazismo.
Pare che i grandi architetti godano di una totale impunità anche per le loro inclinazioni politiche. Johnson poté compiere la sua lunga carriera di architetto di fama mondiale, spargere a piene mani il «virus Derrida», senza mai sentirsi rinfacciare la sua giovanile adesione al nazismo.
Recentemente (1) Kazys Varnelis ha cominciato ad avanzare critiche molto dure, ma non ha
intaccato certamente l’Architettura decostruttivista.
Johnson ci viene presentato anche da Tom Wolfe (2), ma sotto un’altra veste.
Infatti apprendiamo che l’inesauribile Johnson nel 1978, sempre pronto a saltare sul carro vincente, con una mossa imprevedibile era entrato nel filone postmodernista di Venturi progettando la sede centrale della AT&T a New York.

Fece scalpore nelle conventicole il fatto che il palazzo avrebbe avuto la sommità simile ad un trumò in stile chippendale.
I venturiani protestarono, gli ortodossi seguaci del Bauhaus si indignarono, ma il grattacielo venne costruito persino con il compiacimento dei committenti, cosa considerata superflua e disdicevole dagli architetti rigorosi seguaci del culto del modernismo.
Johnson ha continuato ad usare il Museum of Modern Art come pulpito da cui illustrare le
meraviglie dell’Architettura moderna.
Nel 1935 aveva organizzato la prima visita di Le Corbusier negli Stati Uniti.
Poi si adoperò per far entrare negli Stati Uniti alcuni personaggi della scuola tedesca.
Tutto questo per fornire un ritratto di chi negli USA è stato il più attivo sostenitore del
decostruttivisno applicato all’Architettura.
Ciò che può spiegare il successo personale di Johnson è che egli, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi, prestò ascolto alle richieste dei committenti, in modo che alla fine attenuò il
distacco tra architetto e società realizzando così opere non completamente orribili.
Infine sarebbe opportuno osservare che le dittature del XX secolo alle loro eventuali colpe non
Hanno aggiunto quella di cedere alle lusinghe delle varie correnti moderniste.
Anzi per molti anni, durante la guerra fredda, in occidente si criticava il regime sovietico perché si dimostrava sordo a tutta l’arte moderna, architettura compresa.

Alcune considerazioni

L’Architettura oggi non è una scienza e neppure un’arte.
Dell’Architettura attuale non esistono canoni illustrati in trattati universalmente accettati, quindi non esiste neppure un codice, una serie di regole.
L’Architettura è nei suoi rappresentanti, i cosiddetti grandi architetti, che hanno tutti in comune l’essere grandi istrioni, che sanno ipnotizzare soprattutto i politici.
Ma la gente ha bisogno di spazi costruiti ed alla fine accetta progetti assurdi.
E’ chiaro che la matrice dell’architettura modernista è dittatoriale, ma è difficile capire come sia
stato possibile che questa architettura abbia messo radici proprio nelle democrazie.
Quando i progetti non saranno più scelti dai «principi democraticamente eletti (ed incapaci)» ma
direttamente dai cittadini probabilmente si potrà interrompere la follia del modernismo.
L’Architettura moderna sfida impunemente il principio di democrazia ed i principi dell’ecologia, due pilastri della civiltà occidentale.
Non è da stupirsi se si pensa che essa nacque nel seno delle dittature del XX secolo, dittature che poi la respinsero perché la riconobbero essere inutilmente troppo antidemocratica.
Anche una dittatura cerca il consenso e non ha alcun interesse a suscitare risentimenti per questioni di stili in arte o in Architettura dopo che ha già imposto le sue direttive in questioni politiche.
Invece in democrazia non si bada a questo aspetto perché tutti sono stati convinti che per
definizione esiste un governo rispettoso della volontà popolare.
Quindi sono ben rari i casi in cui tra una rosa di progetti la scelta viene affidata a votazione da parte del pubblico.
Quanto all’ecologia sino ad ora non è entrata nei grandi progetti, ma ora si sta attuando una
mistificazione introducendo correttivi ecologici ritenuti sufficienti ad assolvere tutta l’opera nel suo insieme.
I monaci progettavano le loro chiese ed i loro conventi sino ad inventarsi nuovi stili.
Gli scienziati non sono capaci di progettare i loro laboratori e neppure hanno elaborato criteri
ragionevoli per valutare i progetti che vengono preparati da architetti che spesso conoscono molto poco il lavoro degli scienziati.
Quando si costruiva il Campus dell’Università di Parma, dove ho insegnato, un consigliere
comunale mandò questa sollecitazione al Rettore: «Desideriamo che gli edifici nuovi oltre che
essere contenitori di cultura siano essi stessi cultura».
Richiesta giustissima ma impossibile da soddisfare in questi tempi.
Venne fuori che gli edifici meno orrendi furono quelli di ingegneria perché per la fretta furono
realizzati con prefabbricati quasi standard.
Per le altre facoltà erano stati necessari quasi venti anni ed alla fine si dovette provvedere ad opere urgenti di restauro poiché presto comparvero crepe ed infiltrazioni d’acqua.
E’ indubbio che tutta l’edilizia attuale (ed in particolare le società immobiliari) trae vantaggio dall’attuale architettura degenerata.
Infatti il 99% di ciò che si costruisce è confortevole, rispetta i regolamenti edilizi, esteticamente è meno che mediocre ma neppure costituisce un’offesa alla vista, non impegna la fantasia e non
distoglie dal lavoro «produttivo».
Pochi turbano le «colate di cemento» con improponibili riflessioni sull’estetica.
Tutto l’interesse e il disprezzo di molti si concentra sugli edifici «monumentali» modernisti, assurdi e pazzeschi, contrari al bello, all’utile, all’ecologico e persino ai principi della statica.
La loro funzione è quella di far assolvere la misera mediocrità del restante 99% di cui si è detto
sopra.
Le scuole di Architettura sostengono questi «monumenti» per mascherare il mare di mediocrità commerciale quotidianamente costruito, regalando grandi profitti agli investitori immobiliari.

Conclusioni

Bisogna ascoltare le parole di Jared Diamond (3): «Perché certe società prendono decisioni
disastrose?».
Diamond ha compiuto lunghe indagini storiche su questo argomento cruciale per il genere umano. Egli si chiede: «Perché gruppi di individui prendono decisioni palesemente insensate?Per lo stesso motivo per cui a volte un solo individuo prende decisioni insensate. Perché un individuo a volte non riesce a prevedere le conseguenze delle azioni. Oppure perché non conosce un precedente che lo possa aiutare a capire. In altri casi un individuo prende decisioni disastrose perché non riconosce il problema».
Si potrebbe aggiungere che in certi casi esiste, almeno a livello inconscio, una deliberata volontà autodistruttiva, irrazionale certo, ma non più irrazionale della volontà di vivere.
Il libro è indispensabile per chi vuole approfondire la conoscenza degli aspetti sociali dell’Architettura attuale.
Nonostante le apparenze il libro non è di facile lettura perché richiede la conoscenza, almeno
superficiale, dei principali aspetti della filosofia contemporanea.
Il libro è indispensabile per corsi post-laurea in Architettura ed Urbanistica.

Professor Raffaele Giovanelli


1) Kazys Varnelis, «We Cannot Not Know History - PHILIP JOHNSON’S POLITICS
ANDCYNICAL SURVIVAL», Journal of Architectural Education, November 1994.
2) Tom Wolfe, «From Bauhaus to Our House», 1981, uscito in Italia con il titolo: «Maledetti
Architetti», 1988, RCS Libri.
3) Jared Diamond, «Why do some society make disastrous decisions?», Edge: The Third Culture, Numero 114 (2003).

 
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