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Hakim Bey, l’ideologo dello Scandal
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«Nessuno di essi coltiva i campi o tocca mai l’aratro; tutti vagano senza stabile dimora, senza casa, né legge».
Di aspetto orribile, «tanto da poter essere paragonati a bestioni bipedi», uniscono «a siffatta ripugnante figura un’estrema barbarie»: così Ammiano Marcellino, storico latino del IV secolo, descrive gli Unni, predoni asiatici giunti minacciosi ai confini dell’Impero Romano o penetrati in esso, per compiere saccheggi e devastazioni.
Nonostante per un certo periodo fossero guidati da un capo dalle notevoli capacità militari, essi non costituirono mai uno «Stato» a sé, e il cosiddetto «impero unno» (una sorta di anti-impero, rispetto a quello di Roma e di Costantinopoli), alla morte di Attila – il «flagello di Dio» – si squagliò rapidamente.
Era inevitabile, perché questi selvaggi feroci e incolti erano del tutto mancanti di una loro cultura in senso alto, privi di una, potremmo dire, «autocoscienza», incapaci di un progetto politico e di concepire la stessa nozione di progresso civile e morale.

Ciò che avevano di «spirituale» era una religione primitiva e naturalistica, un rozzo paganesimo sciamanico.
E la loro Weltanschauung ce l’ha descritta il romano, civile Ammiano: rifiuto del lavoro, un’economia fondata sul saccheggio (e quindi, in pratica, su un aggressivo parassitismo nei confronti dei vicini), un’autorità priva di fondamento etico e spirituale, ma fondata sul prevalere del più forte o del più scaltro, un nomadismo «esistenziale», con la mancanza dei concetti stessi di territorio e di identità. Se non fossero stati in crisi, i Romani avrebbero potuto spazzarli via dalla storia facilmente, come aveva fatto, intorno al 100 avanti Cristo Caio Mario, annientando le orde dei Cimbri e dei Teutoni che avevano oltrepassato il Limes.
In quel frangente, al contrario, fu necessario tenerli a bada ammansendoli con generose elargizioni o gratificandoli con «alleanze» politico-militari.

Milleseicento anni dopo, nelle periferie del negriano «Impero», nuovi unni hanno finalmente trovato il loro ideologo, colui che ha dato una «dignità» culturale a quello che è sempre stato sinonimo di barbarie e ferocia.
Chiariamo subito un concetto: fra l’originale e l’imitazione c’è (come al solito) una bella differenza.
Almeno gli unni d.o.c. erano capaci di cavarsela anche senza le elargizioni del potere imperiale, ed erano valenti guerrieri, audaci e coraggiosi.
Se, dopo aver dichiarato guerra o pianificato un saccheggio, subivano delle perdite, non si abbandonavano a vittimistici piagnistei, ma onoravano i loro morti per quello che erano: predoni caduti durante una razzia.
Tutte le comunità umane di tipo parassitario (briganti, pirati, vichinghi e saraceni) hanno sempre fatto così.

Oggi, invece, i novelli (e tardivi) epigoni di Attila hanno preso dai loro «maggiori» tutti i difetti, senza però le virili qualità.
In compenso – come dicevamo – hanno finalmente a disposizione un’ideologia, un apparato «dottrinale» che ne fonda e giustifica l’essere e l’agire.
Lo sciamano che ha fatto loro compiere tale salto di qualità si chiama Peter Lamborn Wilson, ed è un esponente della controcultura americana, noto soprattutto con lo pseudonimo di «Hakim Bey».
Il soprannome è già di per sé rivelatore: fa riferimento al califfo fatimide che nell’Egitto del X secolo condusse spietate repressioni nei confronti delle locali comunità cristiane.

Di questo personaggio, che vive a Chinatown, recandosi (a quanto si dice) di tanto in tanto ad ispirarsi in una sua roulotte nelle paludi del New Jersey (1) esistono in italiano quattro libri, tutti editi dalle edizioni ShaKe di Milano: si tratta di «T.A.Z.» (1993), «Via Radio» (1995), «Utopie pirata» (1996), firmato, questo, col vero nome dell’autore, e «Millennium».
Quest’ultimo saggio è del 1997, ma dopo l’11 settembre e la guerra in Afghanistan è stato messo in vendita con l’aggiunta di una sovracopertina con una diversa immagine (al posto di una figura astratta, la foto di un talebano in preghiera, con accanto un mitra) e un nuovo sottotitolo («la jihad contro la politica», al posto di «dalle taz alla rivoluzione»): segnale questo, se ancora non fosse cosa nota, che anche i nemici giurati del mercato conoscono assai bene le tecniche del marketing…

Studioso di sette orientali, musulmano «sufi» e omosessuale, Lamborn Wilson è fautore di un nichilismo «mistico» e dissoluto, assolutamente anomista, di una spiritualità immorale, sincretista e luciferica.
La dimensione «sacrale» da questi introdotta nella cultura antagonista si ispira a tutto ciò che è lontano e avverso rispetto ai princìpi della tradizione e civiltà cattoliche: sciamanesimo, paganesimo (2), shivaismo tantrico, magia e occultismo.

Alla stessa stregua, gli esempi storici a cui Hakim Bey si ispira vanno dalle antiche sette gnostiche alle streghe dell’epoca medievale e moderna, dalle congreghe taoiste e dell’Islam eterodosso (gli «Assassini», che sotto l’effetto dell’hascisc compivano atti criminali, e i dervisci, che raggiungono «stati ulteriori di coscienza» grazie a particolari tecniche rituali) (3), alla pirateria della Tortuga, fino all’effervescente episodio della «repubblica» dannunziana a Fiume. Il tema della pirateria è stato particolarmente recepito dai centri sociali, fino ad identificarsi con essa, adottandone la tetra simbologia (4).

In «Utopie pirata», Lamborn Wilson celebra le comunità anarchiche formate nei secoli XVI e XVII sulle coste mediterranee da corsari saraceni (molti dei quali europei apostati convertiti all’Islam: il massimo, dunque!), dedite al saccheggio dei Paesi cattolici, alla tratta degli schiavi (cristiani, ovviamente…) e in contatto – si badi bene – con ambienti iniziatici europei (Rosacroce, Illuminati di Baviera, ecc.).
In tali comunità si distinguevano «ebrei eretici» (cioè cabalisti, nemici della Bibbia), spie inglesi, fattucchiere, maestri sufi, e veniva largamente praticata la sodomia (5).

Le comunità dei pirati costituiscono per Hakim Bey il prototipo della T.A.Z., termine ormai entrato nel linguaggio comune della sinistra antagonista (6), e che sta a indicare una «zona temporaneamente autonoma», cioè una realtà sottratta alla società civile, in cui vivere secondo canoni «alternativi», un’ambiente (dis)umano dominato dall’anomìa, un laboratorio ove sviluppare virus nichilistici, al fine poi (eventualmente) di produrre caos generalizzato.

«La T.A.Z. – afferma Lamborn Wilson – è un’operazione di guerriglia che libera un’area (di tempo, di terra,
di immaginazione) e poi si dissolve per riformarsi in un altro dove, in un altro tempo» (7).
Non solo i centri sociali, dunque, sono T.A.Z., ma anche un rave-party o un corteo, un concerto o una fumata di spinello.
O magari la curva di uno stadio di calcio: in questa prospettiva, gli ultras delle tifoserie organizzate vanno considerati come «protagonisti del rito domenicale» col quale «sovranamente rioccupano quelle zone temporaneamente liberate che sono le curve di ogni stadio italiano», con «un accentuato desiderio di autonomia e di contrapposizione nei confronti di ogni autorità costituita» (8).

Altro importante elemento degli «insegnamenti» di Lamborn Wilson è il concetto di nomadismo, legato a quello di banda.
Se il primo viene «inteso come abbandono delle appartenenze familiari, nazionali, geografiche, di identità», la seconda è il modello proposto per superare quelli «oppressivi» di famiglia e di società agricola e industriale (9).
L’alternativa suggerita è quella del clan, in cui rivivono le vecchie utopie sulla «comunità aperta», in cui praticare
il comunismo di beni e di affetti, in un «legame di affinità spirituale».

In questa visione, l’autore si avvicina alle deliranti concezioni di un altro ideologo anarchico americano, John Zerzan, che propone l’abbandono non solo della moderna civiltà tecnologica, ma di ogni progresso umano, dal neolitico in poi, per un ritorno al mondo dei trogloditi del paleolitico (10).
Se per ogni altro ulteriore approfondimento della più nota e recente (e reperibile in italiano) produzione di «Hakim Bey», si può rimandare ad alcuni documentati saggi sull’argomento (11), una pista di estremo interesse è stata aperta da Gianni Rocca, che, in un saggio su «Cristina Campo e la Tradizione primordiale» (12), ha ricostruito i retroscena del tradizionalismo spurio, di marca neognostica o addirittura shivaita, impostosi negli anni '60 e '70 nell’ambito della cultura della destra (cattolica e non).

Il passo che ci interessa è ampio, ma vale la pena di citarlo per intero: «Nel 1969, poco prima della pubblicazione di "Che cos’è la Tradizione?" (1971), libro che sarebbe divenuto un punto di riferimento per tanti alle prese con lo psichismo collettivo della contestazione, Zolla dava vita a «Conoscenza religiosa», una rivista dedita a scandagliare le manifestazioni della gnosi nelle tradizioni religiose pressoché di ogni latitudine.
Dei dotti e suggestivi contributi basti, a mo’ di esempio, quello apparso sul numero monografico dell’agosto 1978 ad opera di Peter Lamborn Wilson, islamista americano, il quale presentava in versione inglese (con traduzione in italiano di Zolla) un antico componimento persiano sulla pederastia, intitolato "Contemplation of the Unbearded", "Contemplazione del (fanciullo) imberbe" (13).
Lamborn Wilson, che collaborò per diversi numeri alla suddetta rivista, negli anni '80 e '90 sarebbe divenuto noto in un contesto diverso, quello dei centri sociali, per i quali avrebbe scritto alcuni testi di successo.
Tra questi se ne possono ricordare due, pubblicati negli Stati Uniti: "T.A.Z. Temporary Autonomous Zones", firmato con lo pseudonimo di Hakim Bey (in Italia tradotto dalle edizioni Shake, vicine al centro sociale Leoncavallo) e "Scandal".

"Essays in Islamic Heresy" (14), uno studio su selezionate zone d’ombra dell’eterodossia islamica, in cui spicca un capitolo centrale, "The witness game: Imaginal yoga and sacred pedophilia in persian sufism", sulla pratica, appunto, della pedofilia mistica nel sufismo iraniano.
Incipit del libro, a indicare presumibilmente vecchi debiti sapienziali, quattro parole: Dedicated to Elémire Zolla.
Capito?
Da una dimensione iniziatica si arriva, con una terribile spirale a scendere, ai c.s.o.a., per i quali sesso droga e rock and roll sono soltanto mezzi per dar sfogo all’euforia delirante e ad espansioni sensuali.
Peter Lamborn Wilson parla invece di sesso e droga in una dimensione altamente iniziatica in un consesso per privilegiati: appunto "Scandal. Essays in Islamic heresy".

Quando scrive per gli iliaci dei c.s., diventando l’Hakim Bey di T.A.Z., parla del vivere secondo il principio del piacere, della fuga dalla realtà tetra e squallida, inducendo alla tossicomania e al libero sfogo di ogni istinto primordiale, quello sessuale in primis.
Abbasso il lavoro, abbasso la noia, prendere ciò che ci occorre è la realtà alternativa che Hakim Bey propone ai soggetti che godono di questa sovranità, illudendosi di trasformarsi così in Piccoli Lord.
Svende così a questi poveri zombie una visione basata sul sensualismo, sulla risata permanente, sulla scomposizione delle parole, sulla reciproca derisione.
Con tutto questo si può anche mettere il cappello sul problema della fame nel mondo o contro la globalizzazione.
Ma la realtà è un’altra.
E’ quella del Lamborn Wilson di "Scandal", lo studioso di singolari tradizioni dell’area che va dal Caucaso all’Asia centrale passando per la Bagdhad delle "Mille e una Notte".

E’ il dotto studioso di «Conoscenza Religiosa», la rivista edita dalla Nuova Italia e diretta dal teologo shivaita Elémire Zolla, sulla quale hanno scritto Ceronetti, Cristina Campo ed altri esimi direttori d’orchestra, sdegnati e sprezzanti nei confronti degli hippie, in realtà l’altra faccia della stessa medaglia.
E’ un’asse che va dall’alto al basso, e nel basso dei c.s.o.a. produce effetti irreparabili.
In Lamborn Wilson-Bey si trovano le due facce, nella stessa persona due aspetti che, ai tempi di «Conoscenza Religiosa» erano tenuti come separati e contrapposti.
Vale la pena fornire un resoconto di "Scandal", l’opera esoterica del guru del movimento antagonista, nella quale, in base a insegnamenti superiori, oppio, hashish e pedofilia sono concepiti come vie di realizzazione.

Il titolo lo spiega nell’introduzione: «usiamo il termine eresie senza alcun giudizio di valore ma ad indicare una parte dell’Islam che rigetta i princìpi base islamici» attraverso una tensione fra «chi è Dentro e chi è Fuori, fra Esoterico ed Essoterico, fra Legge e Sentiero. Non ci chiederemo che cos’è l’eresia ma che cosa fa. Perché produce scandalo? Che cosa succede quando si strappa il velo?» Lamborn Wilson (e non è l’unico) utilizza le eresie come «mezzo per trasferire idee e forme d’arte da una cultura ad un’altra. Con questo ruolo culturale, le eresie sono come fortuite o persino deliberate traduzioni errate dei testi. … Numerosissimi studi hanno inaugurato così il passaggio dell’Oriente in Occidente, persino mentre le tradizionali culture orientali stavano morendo. … In questo sottile processo che arriva da lontano l’eresia può giocare il ruolo di catalizzatore».
Ma qual è il ruolo di questo libro?
Perché rivangare i vecchi «scandali»?

Anche a questo risponde l’esimio: «vorrei avere una scusa del tutto soggettiva per trattare aspetti dell’Islam che per altri [i non iniziati, n.d.a.] sono marginali o addirittura insignificanti».
Molto interessante, per lui e nel nostro contesto, il cap. 4, accennato dal citato Gianni Rocca: «Il Gioco del Testimone. Yoga e pedofilia sacra nel sufismo persiano».

Ne riportiamo alcuni passi:

Fra certi sufi esiste, o è esistito, un tipo di yoga detto imaginal yoga; è una tecnica spirituale che implica la contemplazione di una forma o un oggetto e la trasformazione di esso attraverso il potere dell’Immaginazione, nel focus di un’esperienza metafisica. L’amore è importante, in un modo o nell’altro, per quasi tutti i sufi, che accettano che le qualità divine di amore e generosità superino per importanza quelle di giustizia e timore. […] Il sufismo dà un’interpretazione mistica generale dell’esperienza psicologica d’amore, per esempio, fra marito e moglie, insegnante e allievo, amante e amato. Il sufismo spesso esprime se stesso attraverso poemi d’amore, ed esiste un tipo di sufismo (soprattutto nella tradizione persiana) che si spiega solamente in questi termini, e che si chiama La Scuola dell’Amore. Ma lo yoga in questione è qualcosa di ancora più specifico; implica la deliberata e alchemica trasformazione dell’amore, e persino del desiderio sessuale, in realizzazione spirituale, attraverso una precisa pratica di meditazione.
Il linguaggio figurato d’amore nella poesia sufi si riferisce spesso a una specifica pratica che, in linguaggio cifrato, è detta ill’al-murd, o «Contemplazione dell’Imberbe»
.

Termini poetici quali amore, amante, amato possono riferirsi ad argomenti puramente spirituali, all’amore dell’uomo per la divinità; oppure a un amore puramente umano, o spesso ad entrambi.
Ma nella terminologia di certi sufi, queste parole possono avere un riferimento più preciso alla «Contemplazione dell’Imberbe», o Shahed Bazi («il Gioco del Testimone») in Persiano.
Testimone è il termine tecnico per l’amato, in questa particolare forma di meditazione, e Bazi, gioco, è un termine spregiativo che può anche essere tradotto con «approfittarsi di».  Nello slang persiano odierno, pederastia è Bachchen Bazi, «approfittarsi di un bambino».
L’oggetto della contemplazione è di solito un ragazzino, a volte di un’età che sta fra la fine della pubertà e la sua prima rasatura. La società islamica medievale considerava «il Gioco del Testimone» come qualcosa di sbagliato, un’eresia, un crimine. Non è così per i moderni sufi
. […]

Vediamo la teoria che ne è alla base. In parole povere. La realtà si manifesta nella forma, nelle forme, della Creazione. Dal momento che la Realtà è Una, tutte queste forme sono, oggettivamente parlando, classificate in quell’Una. Soggettivamente, tuttavia, le forme sono in realtà molte. Per raggiungere l’Uno, colui che medita deve meditare sulla forma, dal momento che l’Essenza è in sé inconoscibile. Attraverso la forma, il simbolo, uno viene a realizzare l’Essenza, che è l’Unicità dell’Essere. Ma realizzando l’Essenza, il Principio di Trascendenza è la sola parte conoscibile della divinità. Per Dio, in un senso molto reale, è forma. La Realtà è anche Immanente. Ogni forma o simbolo su cui uno medita è l’Amato. Samsara è Nirvana. L’oscillazione o l’armonia paradossale fra Essenza e forma fa parte del Gioco. Penetrare il simbolo, svelarlo, o riportarlo alla sua origine (ta’wil) è arrivare a Dio da Dio attraverso Dio. Il Gioco è una finzione: l’Amore gioca tutti i ruoli. La forma o il simbolo da svelare in questo modo è una teofania o ierofania (tajalli, letteralmente «brillare attraverso»). Dio «brilla attraverso» la forma. In relazione a questa forma, uno si comporta come un amante: uno la desidera, e può raggiungere da essa o l’Unione o la Separazione, secondo uno stadio spirituale. […]

Infine, l’amato può anche essere un altro essere umano. La relazione amante/amato può essere sessuale o casta. In termini tantrici si potrebbe dire che la castità sviluppa un’energia psichica che può essere indirizzata verso fini spirituali, «sublimata» (in termini alchemici) e usata come transmutazione. […] Lo Shahed Bazi è casto, deve consistere prima di tutto nel guardare, contemplare il viso e la forma dell’amato. Questa fase è chiamata «l’Occhiata» (nazar). Oltre all’Occhiata, è anche permesso abbracciare e baciare. Musica e danza sono anche elementi essenziali nel Gioco, condannati invece da molti ortodossi e persino da alcuni sufi. Awhadodoliu Kermani e Fakhroddin Iraqui, due dei poeti favorevoli allo Shahed Bazi, quando giungevano all’estasi durante il sama (concerto spirituale) strappavano la camicia dell’imberbe e danzavano petto contro petto. Dall’Occhiata si passa quindi a baci ed abbracci e alla fine all’unione fra uomo e ragazzo.

[…] Va detto che la legge religiosa non ha nulla a che vedere con la legge naturale. Persino i moralisti islamici sembrano ammettere che il desiderio per i ragazzi è naturale. La pederastia, secondo il punto di vista tradizionale della società islamica, non è mai stata una grave frattura nei costumi, a differenza invece della società cristiana. In società dove le donne portano un sacco sulla testa, gli uomini tendono a dare aperta espressione delle naturali tendenze bisessuali. […] In sostanza, a parte ogni questione religiosa, la pederastia era molto più socializzata (per usare un termine del gergo della moderna sociologia) nella società islamica che nelle nostre. E nel pensare ai sufi Giocatori del Testimone non dovremmo essere accecati dai preconcetti e dai pregiudizi della nostra società. Il problema sollevato  da moralisti e teologi non era legato infatti alla pederastia e alla pedofilia per se stesse; […] il vero pericolo insito nella «pedofilia sacra» consisteva nella pretesa che gli esseri umani possano realizzare se stessi nell’amore più perfettamente che attraverso le pratiche religiose.

C’è qualcosa di folle nello Shahed Bazi E’ come un’irruzione di quella pazzia primordiale e purificata nel piano della mezza-vita ordinaria di tutti i giorni. Occorre creare una tromba d’aria, un vortice attraverso il quale ogni cosa presente, tutta la società, la Legge, il rito, la musica, la danza saranno risucchiati in un Altro Mondo. Serve a creare un punto, un lampo di pazzia metafisica sulla nera superficie della terra – la nostra addormentata coscienza”.

Siro Mazza




1) E’ interessante notare come Ammiano Marcellino collocasse il territorio originale degli Unni nelle paludi presso il mare d’Azov: nel connubio fra demoniche creature femminili di quelle zone oscure e malsane e uomini di ceppo mongolo sarebbe scaturita quella tribù.
2) Le idee del maestro hanno fatto scuola: cfr. AA.VV., Neopaganesimo, Stampa Alternativa, Roma 1999, antologia di testi che «offre un brillante ed energetico assaggio del risvegliarsi al pensiero pagano della cultura occidentale, fra femminismo, ecologia e psichedelia», ritenuto un «fatto ormai incontrovertibile».
3) Di particolare interesse è in effetti la tendenza in atto nella strategia politico-ideologica dei centri sociali, che, considerando positivamente l’immigrazione selvaggia di popolazioni musulmane, vedono in essa un eccellente strumento di sovversione e tribalizzazione della società italiana. E questo, va ribadito, non tanto secondo il vecchio schema della lotta di classe (fatto proprio, invece, da Rifondazione comunista, che vede negli immigrati – accanto a drogati, omosessuali, «diversi» variamente assortiti – il nuovo «proletariato» di cui instaurare la dittatura), ma proprio in relazione alle correnti più sovversive ed eterodosse della religione musulmana (dal sufismo gnostico allo sciamanesimo derviscio), che, ponendosi «al di là del bene e del male», rifiutano quel po’ di legge naturale e di retaggio «abramico» pure presenti nell’Islam «istituzionale».
4) Giorgio Pietrostefani, uno degli assassini del commissario Calabresi, ha recentemente pubblicato, per l’ambigua casa editrice ciellina Jaca Book, La guerra corsara, forma estrema del libero commercio, un libro «che è anche la continuazione di un dialogo ideale con uno dei santoni che in gioventù lo iniziarono al marxismo, Toni Negri» (Aldo Cazzullo, su «La Stampa» del 7 agosto 2002). «Ho letto Impero – dice l’ex-lottacontinuista dal suo esilio dorato parigino – e vi ho trovato alcune delle mie convinzioni». Dalla pirateria inglese trae origine – genetica e ideologica - la «nobiltà» britannica: sinistra antagonista ed oligarchia iniziatico-finanziaria trovano qui uno dei tanti punti di incontro.
5) Come, del resto, fra i bucanieri della Filibusta: cfr. B.R. BURG, Pirati e sodomia, Elèuthera, Milano 1994.
6) E non solo di quella: L’Unità, già sussiegoso organo del fu-PCI, ospita, all’interno della sua pagina culturale, una rubrica intitolata appunto «taz», il cui autore è Lello Voce, collaboratore fra l’altro di Radio Sherwood, legata all’Autonomia padovana.
7) Nel suo libro-intervista con Massimo Cacciari ("Duemilauno. Politica e futuro", Feltrinelli, Milano, 2001), Gianfranco Bettin fa riferimento a una «figura importante del femminismo e del pensiero radicale contemporanei, Bell Hooks (pseudonimo di Gloria Jean Watkins), e alla sua scelta di situarsi al margine. Un posto di confine concepito non come spazio residuale, come ghetto, bensì come… ambito di resistenza, di creatività e di potere, uno spazio inclusivo, e di solidarietà. Qualcosa del genere dicono, e cercano soprattutto di realizzare, molti centri sociali italiani…  Stare ai margini, situarsi, per dirla con Bell Hooks, può dunque voler dire anche radicare un’esperienza politica, presidiarne uno spazio di resistenza che è anche un punto da cui ripartire, da cui predisporre un contraccolpo… Forse significa questo la scelta di stare ai margini creativamente e in posizione antagonista o tentare l’assalto al centro». Alle riflessioni dell’ecologico interlocutore, il barbuto oracolo adelphiano risponde sentenziando: «Non possiamo che prepararci all’eventualità del contraccolpo»! A proposito dell’ambiguo concetto di «solidarietà», confronta Alberto Fontan, «Il solidarismo» (in Atti del I Convegno di Studi Cattolici, Fraternità San Pio X, Rimini, 1993), che lo interpreta come secolarizzazione o, peggio, parodia, della cristiana virtù teologale della carità.
8) E’ ciò che pensa l’esperto progressista in materia Valerio Marchi. Confronta la sua introduzione a: D. De Luca – D. Colombo, "Fanatics", Castelvecchi, Roma, 1996. E’ in tal senso – nella salvaguardia, cioè, di potenziali T.A.Z. - che va correttamente interpretata l’opposizione che la sinistra ha manifestato in Parlamento, lo scorso anno, contro l’introduzione di norme più rigide nei confronti degli hooligans. C’è da notare che politici, intellettuali e giornalisti di sinistra (Marchi compreso) hanno invece gridato allo scandalo e invocato la solita «vigilanza democratica e antifascista» ogni volta che
in uno stadio compariva una croce celtica o veniva urlato uno slogan razzista. Va infine ricordato che fra i teppisti fermati o identificati a Genova durante il G8 numerosi erano i membri delle tifoserie di Genoa e Sampdoria.
9) Va segnalato il fatto che ben più celebri philosophes propugnano il nomadismo: è il caso di Gilles Deleuze e Félix Guattari, autori di "Nomadologia", Castelvecchi, Roma, 1995 e di Michel Maffesoli, ideologo dionisiaco, definito «il sociologo inventore del neotribalismo» da Angelo Crespi su il Giornale del 9 maggio 2002 («Il nomadismo è una necessità»). Nell’articolo, Maffesoli, parlando del suo "Del Nomadismo", Franco Angeli, Milano, 2000, definisce «prigione morale» la famiglia mononucleare, l’educazione, la carriera professionale, l’identità e lo Stato e aggiunge: «Dioniso dona nuovo dinamismo, restituisce significato a uno stare insieme ormai intristito e burocratizato. Il barbaro inietta sangue nuovo in un corpo sociale languente e ormai infiacchito da un benessere e da una sicurezza programmati dall’alto». Vale la pena ricordare che tali sproloqui sono comparsi sul quotidiano ufficioso della Casa delle Libertà. Ma, come vedremo, non è l’unico caso di «contaminazione a destra» di teorie e idee di segno opposto.
10) Confronta il suo "Futuro primitivo", Nautilus, Torino, 2001. La differenza fra le due «soluzioni» proposte è che per Lamborn Wilson vanno ripresi la «mentalità» e la «visione del mondo» della banda primitiva, ma all’interno della società tecnologica e post-industriale e sfruttandone le possibilità. Confronta infine: R.Lowe - W. Shaw, "Traveller e Raver", Shake, Milano, 1996, storia del neotribalismo nomade anglosassone.
11) Confronta C. BERNABEI, articolo citato, S. CALASSO, «Centri sociali. Zone di IV Rivoluzione», in Cristianità, numero 265-266 (1997) e M. BLONDET, "No-global", Ares, Milano, 2002.
12) In Studi cattolici, numero 496, giugno 2002.
13) L’autore non dice che nel 1977, poco prima di morire, Cristina Campo tradusse alcune poesie delo stesso Lamborn Wilson, pubblicandole sulla rivista diretta da Zolla. L’argomento delle liriche è facilmente intuibile...
14) Autonomedia, New York, 1988.


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