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Il nuovo diritto sessuale germanico
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BERLINO: Una donna ha messo in vendita se stessa in un’asta del sesso online; sei uomini l’hanno «vinta» (probabilmente alzando il prezzo fino all’aggiudicazione) e la donna ha avuto rapporti con questi sei tra aprile e maggio 2007.
Di queste persone che ha fatto entrare nel suo corpo, la donna conosce solo il nickname,
lo pseudonimo con cui si sono presentati su internet.
Poco dopo, la donna si accorge di essere incinta.
Adesso vuol sapere chi è colui che l’ha ingravidata: si rivolge al sito sexy perché le comunichi
i nomi veri dei sei uomini. il sito si oppone, in nome della privacy; sono le regole del «gioco», dopotutto.
Apposte bene in vista sul sito: niente nomi, è la condizione primaria.

Ma la donna si rivolge a un tribunale di Stoccarda: il bambino che nascerà ha diritto di conoscere suo padre.
E’ un classico conflitto «giuridico» post-moderno: il «diritto alla privacy» dei maschi coinvolti contro il diritto del bambino.
Il tribunale ha deciso che il diritto del bambino viene prima del diritto dell’ingravidatore all’anonimato.
Il gestore del sito, magnaccia elettronico, dovrà sputare i nomi dei sei.
Ora i sei non più anonimi saranno sottoposti, probabilmente, all’esame del DNA.
Una squallida orribile storia post-moderna.

Si ammutolisce, non si sa che dire.
Ma forse vi brilla una piccola luce.
Dopo tanto sesso artificiale e irresponsabile, si poteva pensare che la donna avrebbe abortito, strappato da sé quel feto estraneo come un callo o una verruca, effetto collaterale sgradito
della «libertà».
Invece, a quanto pare, ha obbedito ad un impulso naturale, finalmente.
Si tiene il bambino.
E come naturalmente ogni donna, vuole sapere chi è il padre.

Lo sconosciuto nickname deve diventare una persona, per lei.
Magari da odiare e trascinare in giudizio, ma una persona.
La donna «non gioca più», adesso.
Chissà se ha capito che il sesso preso per gioco o per profitto è un inferno satanico, qualcosa che offende una vita nascente e innocente.
Chissà se è così, o se c’è dietro questa orribile storia un calcolo più sordido, quello di «chiedere
i danni».

La scarna notizia Reuters non precisa se il tribunale ha indagato le motivazioni della donna nel suo reclamo.
Forse sono quei giudici le figure meno salvabili, nonostante la sentenza «giusta»: impassibili, hanno deciso in un orrore umano - che grida vendetta al cospetto di Dio - come si trattasse di un contratto e un contrasto fra due «libertà» nella sua stipulazione.
Impassibili, non hanno condannato l’asta del sesso: è diventato un diritto.
Questa impassibilità di pietra è parte del nuovo nascente diritto germanico, come viene promosso dal Ministero della Famiglia.

Riposto qui sotto un articolo segnalato da un lettore, e apparso su Tempi («Perversione pubblica», 30 agosto 2007), perché spiega tutto.



«Equiparazione», «gender mainstreaming», «Centro di competenza gender»

Il sito internet del ministero per la Famiglia tedesco abbonda di termini che dicono poco ai non addetti ai lavori, ma che se analizzate tracciano fin troppo bene la rotta verso cui naviga a vele spiegate il ministero.
Gender mainstreaming significa letteralmente porre al centro dell’attenzione il genere sociale.
In poche parole adoperarsi perché la distinzione sessuale tra uomo e donna e l’eterosessualità come norma siano rimosse; i modi di vita omosessuale, bisessuale e transessuale considerati equivalenti alla sessualità di uomo e donna.
Una vera e propria nuova ideologia che viene trasformata in realtà sociale in Germania attraverso
il dominio virtuoso dell’apparato politico, oltretutto senza che su di essa ci sia stato dibattito pubblico.
La stanza dei bottoni è rappresentata dal Gruppo di Lavoro Interministeriale per il Gender Mainstreaming (IMA GM), che dipende dal ministero per la Famiglia.
Lì vengono elaborate le strategie utili a far cambiare direzione alle finanze dello Stato e destinarle alla creazione dell’uomo sessualmente variabile.
Il lavoro «scientifico» e l’attività di consulenza per la ristrutturazione della società è prestato
dal Centro di Competenza Gender presso l’università Humboldt di Berlino, centro che viene finanziato in buona misura dal ministero per la Famiglia.
In maggio il governo ha approvato un incremento a tappeto degli asili nido, fortemente voluto
dal ministro per la Famiglia Ursula von der Leyen.
La «ministra gender» appartenente a un cosiddetto partito cristiano democratico si è battuta per una vera e propria statalizzazione dell’educazione dei bambini sostenendo che l’assistenza «professionale» ai piccolissimi sia meglio della crescita affidata alla custodia naturale della madre. Certo, gli asili nido possono essere gestiti in modo ottimo, certo ci sono genitori incapaci di essere tali, ma quel che colpisce è che la «professionalità» delle attendenti viene spesa tacitamente come garanzia per la «buona» educazione dei bambini.
Ma quali sono gli obiettivi dell’educazione statale nell’asilo nido e nella scuola materna?
Non esiste un’educazione «neutrale», la cui bontà dovrebbe essere assicurata dalla qualifica
delle educatrici.
Si trasmettono sempre «valori».
Ebbene quali sono questi valori?

Nella pagina internet del ministero per la Famiglia si legge: «Il miglioramento della compatibilità di famiglia e lavoro per donne e uomini è la domanda centrale dal punto di vista politico-sociale. Senza una rimozione delle responsabilità specificatamente legate al sesso all’interno della famiglia e nel lavoro e senza l’approntamento delle condizioni di contesto necessarie per conseguire ciò l’equiparazione non potrà imporsi».
Ancora: «Il termine ‘gender’ indica i ruoli socialmente e culturalmente definiti dalla sessualità
di uomini e donne. Questi, diversamente dalla sessualità biologica, vengono appresi, dunque sono anche modificabili».
Si tratta di social engeenering, della creazione di un nuovo uomo, sessualmente variabile.
Per ottenere ciò lo Stato deve impossessarsi dei bambini, «sessualizzandoli» il prima possibile.
A questo provvede la BZgA, la Centrale Federale per l’Istruzione Sanitaria.
La sezione che si occupa dell’istruzione sessuale sottostà al ministero per la Famiglia mentre tutto
il resto è subordinato al ministero dell’Istruzione.
La BZgA distribuisce gratuitamente i propri scritti a genitori, insegnanti, educatori, scuole e studenti.
Chiunque può ordinarli gratuitamente attraverso internet e lì può anche consultarli.
Eccone alcuni esempi.
Il Vademecum per genitori circa l’educazione sessuale infantile da uno a tre anni d’età invita madri e padri a «unire il necessario al piacevole, solleticando, accarezzando, coccolando il bambino, quando lo si lava, nei più diversi punti del corpo».
«La vagina, e soprattutto il clitoride, vanno scoperti evitando il più possibile di concentrarvi l’attenzione, nominandoli e attraverso amorevole contatto».
L’esplorazione infantile dei genitali degli adulti può «destare stati d’eccitazione negli adulti».
«Si tratta di un segno di sviluppo salutare di suo figlio, se usa generosamente la possibilità
di procurarsi piacere e soddisfazione».
Se accade che ci siano bambine (comprese tra uno a tre anni!) che «afferrano anzitutto oggetti che le aiutano» non si deve «usare questo come scusa per impedire la masturbazione».
Il Vademecum troverebbe «incoraggiante il fatto che anche padri, nonne, zii o baby-sitter gettino uno sguardo su questo scritto informativo e si lascino intrigare - per favore, sentitevi tutti coinvolti!».

Naso, pancia e culetto

Si prosegue con la scuola materna.
Con il quaderno di canti e di note «Naso, pancia e culetto» i bambini cantano canzoni come questa: «Se guardo il mio corpo e lo tocco scopro sempre che cosa è mio. Abbiamo una vagina, perché siamo bambine. E’ qui sotto la pancia, tra le mie gambe. Non è solo per fare pipì e se la tocco, sì, sì formicola graziosamente. Puoi dire ‘no’, puoi dire ‘sì’, puoi dire ‘ferma’, oppure ‘ancora una volta così’, ‘così non posso’, ‘così mi piace molto’, ‘oh, avanti così’ ».
Dalla scuola materna alle elementari.
Se la pornografia non fa ancora parte dell’intrattenimento familiare, i bambini hanno la possibilità di vedere videoclip con il cellulare.
A nove anni inizia la lezione sulla contraccezione, chiamata «educazione sessuale», perché ormai prossimi all’età nella quale gli innocenti giochi da bambini potrebbero avere una conseguenza altamente indesiderata: la gravidanza.
I bambini di nove anni a scuola si esercitano a infilare preservativi in peni di plastica, così, per poter ottenere la «patente per l’uso del preservativo».
Nella brochure Questione (i) di femmina si dice: «Così come la maggior parte della gente è curiosa circa il sesso, molti si chiedono anche che cosa facciano le lesbiche a letto (o altrove). Per ragazze che siano insieme ad altre ragazze accade ciò che accade con le altre coppie: fanno tutto ciò che può dare piacere: baciare, accarezzare, con la bocca, con la lingua o con i piedi. Così come nel sesso tra uomo e donna, dipende dalla fantasia, dalle esperienze, dalla fiducia reciproca, da fino a che punto la coppia intenda spingersi. ‘Quantomeno le lesbiche non hanno problemi con l’Aids’, possono pensare alcuni. Chiaro, se vanno solo con donne non devono pensare alla difesa dalla gravidanza».
Dall’età di dieci anni vengono adottati nelle scuole gli strumenti di propaganda e addestramento all’omosessualità (con l’aggiunta della bisessualità e della transessualità), non dappertutto in maniera così virulenta come a Berlino, Amburgo e Monaco, ma in Germania c’è una tendenza unitaria.
Una Guida per le scuole di 198 pagine del Senato di Berlino sul tema «Il modo di vita omosessuale» offre un forbito avviamento alla omosessualizzazione degli studenti, da promuovere in «biologia, tedesco, inglese, etica, storia/educazione sociale, latino, psicologia».
Materiale informativo, collegamento in internet con la scena omosessuale locale, invito a «rappresentanti» di progetti omosessuali a prendere parte alle lezioni, proiezioni cinematografiche e giornate di studio sul tema, tutto questo dev’essere proposto ed eseguito.

Per i giochi di ruolo durante la lezione vengono fornite le seguenti sollecitazioni: «Siedi al banco di un bar di omosessuali e oggi potresti avere bisogno un uomo carino da portare a letto. Entra uno che fa al caso tuo. Come cogli la tua chance?».
O ancora: «Tu sei Peter, 29 anni. Vuoi contrarre un patto civile di solidarietà con il tuo amico Kemal. Oggi volete raccontarlo a sua madre».
«Tu sei Evelyn Meier, 19 anni. Vuoi contrarre un patto civile di solidarietà con la tua amica Katrin. Andate dal pastore evangelico, la signora Schulz, perché lei volentieri vi vuole sposare in chiesa».
Cosa dicono i cristiani?
Questi sono solo assaggi.
Tutti i testi del BZgA, destinati a tutti i gruppi sociali, propagandano la sessualizzazione dei bambini e dei giovanissimi a partire da un anno.
Essi minano l’autorità dei genitori.
Seducono bambini e giovanissimi a una sessualità ridotta a soddisfazione del piacere senza legame coniugale.
In tutto questo passa l’insinuazione dell’equivalenza di ciascuna forma di prassi sessuale - omosessuale, transessuale, bisessuale - con l’eterosessualità.
I bambini a scuola vengono addestrati, a partire da nove anni, a diventare esperti di contraccezione. L’aborto viene loro proposto come un’innocua opzione da sottoporre alla libera scelta.
Questa è la «politica della famiglia» di uno Stato la cui esistenza è insidiata dalla crisi demografica. Poiché il gender mainstreaming è tra le massime priorità mondiali e nazionali, il problema dello sfascio della famiglia, quello dell’assassinio di massa di bambini non nati e quello delle decrescenti nascite possono rimanere irrisolti.
Il logoramento morale prodotto dallo Stato e dai media è la radice di questa piaga. Il 60% dei cristiani battezzati è d’accordπo con la sessualizzazione forzata messa in atto da Stato e media?
Lo sono i musulmani?
La maggioranza dei genitori è senza vincolo religioso?
Certamente no, tuttavia nel Paese domina un grande silenzio, segno di una condizione pre-totalitaria della società.

Tacciano gli omofobi

Negli ambiti della politica, dei media e delle università l’opposizione ai Gender subisce denigrazione, emarginazione professionale: è ininfluente.
Un nuovo epiteto si è trasformato in evidenza giuridica al fine di criminalizzare l’opposizione: omofobia.
Il concetto insinua che sono fanatici della paura morbosa tutti coloro che tengono duro sul fatto che la sessualità serve il bene dell’uomo e della società, quando essa è espressione dell’unione amorosa di uomo e donna chiaramente finalizzata alla riproduzione.
Il Parlamento Europeo, con la risoluzione B6-0025/2006 del 18 gennaio 2006, ha annunciato che vuole «sradicare» l’omofobia.
In Polonia la UE nella primavera del 2007 è passata all’azione.
Poiché la Polonia non vuole «propaganda sessuale nella scuola», secondo il volere della maggioranza del Parlamento Europeo (26 aprile 2007) dev’essere eseguita una fact-finding mission a causa della «crescente tendenza all’intolleranza razzista, ostile agli stranieri e omofobica», al fine di poter accusare il Paese davanti alla Corte di Giustizia europea.



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