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Walesa anti-gay, la Polonia rinnega il suo eroe
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Chi dice la verità viene lapidato

L’eroe che cominciò a distruggere il Muro di Berlino erige un nuovo muro: contro i gay. Lech Walesa, leader storico di Solidarnosc e della rivoluzione non violenta che avviò la caduta del comunismo, l’ha sparata grossa e inattesa: «I gay sono una minoranza che non mi piace, in Parlamento dovrebbero avere posti solo nell’ultima fila prima del muro o magari dietro il muro», ha detto. E non è finita: «La minoranza deve adottarsi agli usi della maggioranza vecchi di secoli». Tutta la Polonia liberal gli è contro. Soprattutto il suo primogenito `Jarek’ (Jaroslaw) lo accusa: «Mio padre ha detto delle cose orribili, la democrazia difende le minoranze». Il mito dell’eroe è incrinato, forse per sempre.

«Quel che ha detto mio padre è malvagio e crudele, fa male e ferisce », ha denunciato Jarek Walesa, intervistato a caldo non a caso da Gazeta Wyborcza, la testata che Adam Michnik, stratega laico della rivoluzione del 1989, fondò allora e che oggi è il miglior media libero di tutti i paesi ex comunisti. «Mio padre fa parte della vecchia generazione: hanno una mentalità che non riesce a seguire lo sviluppo veloce che libertà e democrazia da loro portate hanno dato alla nostra società, e ciò è terrificante», ha proseguito il primogenito.

Padre contro figlio, come in una tragedia greca. Walesa junior non è il solo ad accusare l’eroe che delude, in nome dei principi stessi della rivoluzione del 1989. Robert Biedron, l’unico deputato gay dichiarato del parlamento polacco, ha sfogato la sua delusione: «Walesa per tutti noi nati o cresciuti durante o dopo l’89 era un eroe, combatté anche contro i Kaczynski nazionalclericali, ora mi fa sentire cittadino di serie B. Vorrei incontrarlo, parlare dei suoi stereotipi e luoghi comuni che relegano noi gay nella segregazione, vorrei che non si esprimesse più in questo modo». Ma Walesa ha respinto l’invito. Non ha voluto rinnegare nulla delle sue pesanti affermazioni, secondo cui «non voglio che questa minoranza, con cui non sono d’accordo ma che tollero e comprendo, manifesti in piazza e faccia voltare la testa ai miei figli e nipoti; non voglio nemmeno sentir parlare di loro, facciano le loro cose tra loro e ci lascino tutti tranquilli».

Un linguaggio intollerante, che finora all’Est avevano usato solo gruppi di ultradestra, o nazionalpopulisti euroscettici e clericali, dai Kaczynski avversari di Walesa a Orbàn e al suo establishment in Ungheria. E’ un trauma inatteso per la Polonia, ieri paese-leader della rivoluzione democratica contro il comunismo e oggi paese di riferimento nell’Est per la Ue, democrazia ed economia solide e dinamiche, volto opposto a quello dell’autocrate ungherese Orbàn.

Un gruppo di ex di Solidarnosc, oggi liberal o conservatori, ha denunciato Walesa insieme a organizzazioni di difesa dei gay per «incitamento all’odio contro una minoranza sessuale». La magistratura ha accolto la denuncia e ci sta lavorando. Janusz Palikot, leader del nuovo partito anticlericale e pro-spinello (terza forza politica) ha chiesto formalmente un dibattito live in tv con l’ex presidente e Nobel per la pace, sul tema «Walesa cambi il suo modo di esprimersi».

Ma Walesa ha la Chiesa dalla sua parte. Nell’eterna, ricorrente guerra tra le due Polonie (i moderni contro il paese profondo), contro le nuove generazioni — la Polonia cosmopolita delle città e i ceti medi urbani che Walesa junior incarna e che vogliono un paese più laico — Walesa senior si appoggia ai vescovi conservatori. Non è poco: ieri sera il premier liberal Donald Tusk, che vuole varare una legge pro-matrimonio gay, ha dovuto rinunciare a cacciare il suo ministro della Giustizia Gowin che la ostacola. Ore tristi per i valori occidentali nella “nuova Europa”.

Fonte >  La Repubblica


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