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«Siamo tutti ebrei»
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Il libro viene esaltato su tutti i giornali ebraici o fil-semiti americani (ossia tutti), e si capisce il perché fin dal titolo: «The Jewish Century», «Il secolo ebraico». (1)
La tesi è: l’ebraismo ha vinto e possiede il mondo.
Ha vinto nel senso più profondo: perché ha emarginato l’economia reale e l’ha assoggettata come mai prima alla finanza e alla speculazione, perché è «globale» ed ha cancellato le frontiere, perché è «laicista» ed ha dissolto ogni sacrum.
Il secolo è ebraico perché per non finirci in miseria bisogna accettare, come dice l’autore, di darsi «alla mobilità, alla razionalità dialettica, all’agitazione perpetua, allo sradicamento, al superamento dei confini, alla manipolazione dei simboli anziché alla coltivazione dei campi e delle mandrie».
Conclusione: «Tutti siamo obbligati, oggi, ad essere ‘mercuriani’, e i mercuriani da sempre, i giudei, sono meglio degli altri» in questo nuovo mondo.
Giudei e giudaizzanti vedono in queste parole il sigillo del loro trionfo, e la giustificazione della propria auto-adorazione.
Ma non così l’autore: mezzo ebreo, Yuri Slezkin, nato in Russia nel 1956, storico, non si unisce all’auto-adorazione.
«La terra promessa è l’inferno», dice.
Uno dei «paradisi» ebraici, riconosce Slezkin, fu il terrore sovietico per tutti gli altri.
E’ capace di dire: «Gli individui che dirigevano i campi di lavoro per il canale del Mar Bianco erano quasi tutti ebrei etnici».
Ci fu, dice, «un impegno cosciente della comunità a favore dell’ideologia comunista». (2)
Dice: «Io stesso l’ho scoperto tardi, da Solgenitsin».
Era cresciuto, ammette, nella leggenda che «gli ebrei fossero le vittime principali e i principali oppositori del regime sovietico. Poi ho scoperto che il ruolo del comunismo nella storia ebraica moderna è stato di importanza formidabile. Non si può capire la storia ebraica d’oggi senza la rivoluzione russa».

L’uomo è capace di intuire la meta-storia che corre sotto la storia atroce del secolo XX, e del nostro. Come abbiamo visto, pone il secolo ebraico sotto il segno di Mercurio, il dio dei commerci, dell’inganno, e dei ladri.
Ed è stata sconfitta l’umanità che opera sotto il segno di Apollo.
«Apollo era il dio del bestiame e dell’agricoltura. Le società apollinee sono quelle organizzate attorno all’agricoltura, società formate dai contadini e governate da guerrieri e sacerdoti: gli uni per difendere la terra, gli altri per la salvezza spirituale».
«Nelle società apollinee, ci sono attività troppo impure [per l’anima] perché possano essere eseguite dai membri della società: manipolare il denaro, andar per mare a comunicare con altri popoli e tribù, curare i corpi, forgiare i metalli… mio bisnonno era un fabbro ebreo. I gruppi sotto Mercurio vivono fornendo questi servizi agli apollinei».
Ma nel mondo moderno, «gli apollinei devono diventare più mercuriani, più giudei se volete».
Ecco la vittoria.
Ma una vittoria sempre i pericolo, perché «i valori apollinei, contadini e guerrieri, sopravvivono nel profondo».
Come si capisce, Apollo e Mercurio di Slezkin sono due archètipi fondamentali dell’umanità: gli stanziali e i nomadi, i coltivatori e i pastori o - prima dell’invenzione dell’agricoltura - gli allevatori di vacche e gli allevatori di capre, che devono vagare sulla terra alla ricerca di praterie, che trasformano in deserto. (3)
Nella Bibbia, Abele è il prototipo del pastore, e Caino del coltivatore: il primo offre a Dio sacrifici di capri, e il secondo ortaggi.
Il fatto che il Dio biblico gradisca i primi e rigetti i secondi segnala che la Bibbia è un libro per nomadi: le opere agricole sono «dannate», la terra deve essere restituita al pascolo e resa deserto.
Ma nella stessa Bibbia, accade un curioso rovesciamento: una volta dannato, Caino è obbligato al nomadismo.
E il suo nomadismo non è quello del legittimo pastore: agli diventa calderaio ambulante come il bisnonno di Slezkin, dunque uno che opera col fuoco inferiore, impuro e fonte di impurità.
Un altro rovesciamento avviene poi nel Vangelo.
Dio, ora, accetta un’offerta di pane e vino, offerte agricole.
L’ultimo Agnello è stato sacrificato, ed ormai i sacrifici animali sono scaduti.
S’intende bene ciò che questo vuol dire?

I nomadi e gli stanziali sono entrambi modi di vita legittimi, nel loro ordine.
Maometto, che grida: «Tutto nel mondo è dannato, tranne il ricordo di Dio», afferma l’atto di fede fondamentale del beduino, di Ismaele che vive nel deserto: la trascendenza assoluta di Dio, di cui è corollario la Sua Unicità: ogni opera umana, sia il campo arato sia il costruire in pietra, è idolatria potenziale.
Il nomade vive in tende portatili.
E fa il deserto.
L’apollineo, al contrario, vede il suo compito sacro nel fare del deserto o della macchia un coltìvo. Egli è essenzialmente «arya», ossia «apritore di solchi» (la radice sanscrita «ar-» si ritrova in «aratrum» e in «arvum», campo coltivato): e inventa l’agricoltura non perché abbia bisogno di mangiare - allevare vacche è più facile e proteico - ma perché vuole portare l’ordine nel caos della natura incolta.
Dunque, egli concepisce la sua opera umana come una «collaborazione» col divino.
La natura non è così separata da Dio come per Maometto, il creato è una Sua immagine e un Suo richiamo.
E il divino - come nei Veda dei coltivatori indiani - è meno un essere specifico che uno stato: lo stato incondizionato, l’assoluta trascendenza accogliente.
L’uomo è chiamato a diventare il Dio per cui lavora e costruisce templi di pietra, basiliche politiche, stabili imperi che sfidano i millenni.
Il coltivatore vede nelle manifestazioni naturali delle forze super-cosmiche: può chiamarle dèi (deva: più precisamente, angeli) e onorarle ritualmente.
In questo, il nomade vede idolatria politeista, e infatti questo è il pericolo specifico; ma dove il nomade si fa iconoclasta, le dottrine dei coltivatori ammettono le immagini e le statue come «appoggi» (upaya) per l’ascesa verso l’Uno.
Ciascun modo di vita è legittimo nel suo ordine.
Il problema è nel loro contatto: allora sempre il nomade agirà come «dissolvitore» dell’ordine apollineo, e l’apritore di solchi apollineo mirerà a «fissare» il nomade al suolo.
L’uno cerca di azzerare la natura dell’altro.
Fino allo sterminio, come è accaduto nella storia.
Lo scontro mediterraneo tra cristiani e musulmani, dalle Crociate a Lepanto, è un esempio di   questa inestinguibile estraneità.

Il comunismo fu uno dei grandi movimenti dissolvitori ebraici?
Slezkin lo adombra, come s’è visto.
Ma c’è di più.
Non ci sono solo «apollinei» e «mercuriali».
C’è un modo di essere nomadi che, come abbiamo visto, non è nativo, ma nasce da una colpa: quello di Caino. (4)
Quello del calderaio errante, del fabbro segnato da interdetto perché scava nelle viscere della terra materiali impuri; quello dell’orefice e dunque del cambiavalute e del banchiere, e della sua estrema incarnazione, del finanziere speculativo.
E questa incarnazione del nomade moderno - il mercuriale globalizzato, che manipola simboli pubblicitari, che crea sogni di propaganda in film e video, che sfrutta il lavoro di milioni di cinesi e indiani ed europei pagandolo sempre meno, che spregia ogni confine - è quella che per Slezkin ha conquistato l’umanità.
E’ il nomade che, lungi dall’essere ausiliario dei coltivatori, s’è fatto loro padrone totale: li ha comprati manipolando simboli (monetari) che sa bene non valere nulla, e li rende simili a sé, in una omologazione maligna.
«Ciascuno dev’essere un po’ giudeo», dice Slezkin.
Così, non più frenato da Apollo (o dal katechon), il nomade improduttivo (cambiavalute e mercante) spinge la dissoluzione fino alla dissacrazione totale.
All’uomo come mero essere zoologico.
Assistiamo infatti non solo alla violazione deliberata di tutti i confini statuali, ma di quelli interiori: la «liberalizzazione sessuale» propagandata con la liberalizzazione economica, la «depenalizzazione» dei delitti, il perverso imposto come normalità, l’incitamento a superare i limiti della pubblicità consumista, il pensiero unico permissivo, sono tutte manifestazioni dello stesso fenomeno, il mercurialismo globale.
A questo punto però, la superiorità del nomade universale - l’intelligenza mobile e dialettica volta al profitto, il razionalismo dissacrante, il rifiuto di ogni contemplazione - diventa nemica dell’esistente.
Il che significa: persino nemica di se stessa.
Il mondo del business - basato in passato sulla «onestà» commerciale, il leale adempimento dei contratti - diventa truffa sistematica: Enron, Parmalat.
La politica senza limiti etici ed estetici si fa ladrocinio puro, saccheggio bellico (Iraq).
Fino allo strangolamento dei produttori e, con ciò, della produzione che mantiene anche i parassiti nomadi.


Claudio imperatore dovette intravvedere questo esito quando, persa la pazienza, bandì tutti gli ebrei da Roma definendoli - con oggettiva precisione giuridica - «inimici humani generis», nemici dell’umanità.
Ma non c’è più alcun residuo del romanum imperium in cui san Tommaso fece consistere il katechon.
Oggi, nei rapporti umani, siano affari o politica, pare valere il Kol Nidrè: il giuramento rituale con cui gli ebrei si liberano in anticipo dall’adempimento dei contratti, dalle promesse, dai giuramenti che faranno nell’anno avvenire, e li dichiarano nulli e vuoti.
Non c’è più «fides», e perciò non c’è nemmeno più «ratio».
Per celebrare il Kol Nidrè, gli ebrei vestono l’abito mortuario, quello che avranno nella tomba: è una evocazione dei morti, un rito negromantico?
La razionalità scintillante e acuta - che fa apparire stolido il solido apollineo - si manifesta infine per magia nera?
E’ una domanda che lasciamo senza risposta, ma alla risposta si avvicina Slezkin, quando parla dell’Israele sionista: «Israele e il sionismo in generale è un tentativo di abbandonare la giudaità tradizionale per rivestire un apollonismo con volto giudeo. Ariel Sharon è un apollineo giudeo…rifiuta la debolezza associata all’intellettualità, assume la guerra».
Ma un apollineo ebreo è una contraffazione, un incantesimo di magia nera.
La parte che si pretendo il tutto.
Perciò, Israele non è uno Stato «normale».
Slezkine: «L’olocausto ha creato un’aura attorno a Israele, che lo esenta dalle esigenze che generalmente sono poste agli Stati moderni, e anche alle critiche. A causa della sue pretese morali, Israele diventa lo Stato a cui le norme standard non si applicano».
Uno Stato anomico.
«Un ghetto di nuovo genere: il solo posto al mondo dove si possono dire certe cose», risponde Slezkin.
Quali?
«E’ il solo posto del mondo occidentale dove un membro del parlamento può dire, in totale impunità, ‘deportiamo gli arabi fuori da Israele’. O dove tanti possono dire, nella conversazione politica: ‘Dobbiamo fare più bambini giudei, perché vogliamo che questo Stato resti etnicamente puro’. Immaginate qualcuno che dicesse la stessa cosa in Germania: ‘Procreiamo più bambini, perché qui abbiamo troppi turchi’. Israele può costruire muri… ironia tragica nella storia degli ebrei».

Dopo aver dissolto tutti i confini apollinei, politici ed interiori, l’antico popolo di Mercurio si chiude attorno un muro.
Si vuole «fisso»: dunque non s’intende più come un nomade nativo, ma come progenie di Caino, che vuol mettere fine alla maledizione.
Vuol farsi Stato, anzi impero mondiale, senza possedere le doti native del «comando», dell’Apollo delfico e di Roma.
Il «comando» è infatti inclusivo, è la chiamata di «genti diverse» a costruire insieme.
Ciò che Israele intende per comando è la riduzione in schiavitù, la deportazione e lo sterminio.
Lo fece in Russia (Gulag), lo fa in Medio Oriente, attizzando l’inaudito caos.
Simbolo dell’impero romano è la pace, la spiga e il globo; l’ebraismo mascherato da Apollo provoca e vuole la guerra perpetua.
Il primo è cordiale; il secondo vive nel sospetto e nel disprezzo del genere umano.
L’ebreo ormai trionfante non si sente mai sicuro.
Proclama: «Tutto il mondo mi odia», perché il suo subconscio gli dice: «Odia tutto il mondo».
Grida: «Mi vogliono annichilire come popolo», perché nel profondo cova: «Voglio annichilire tutti i popoli».
Insomma, non gli riesce l’atto più naturale e radicale del comando, che consiste - inimmaginabile - nel sedersi.
L’imperatore cinese compiva la sua funzione stando seduto (agire non agendo).
Il trono è il simbolo dell’impero legittimo, non le armi.
Stare nel centro, nel polo, sul mozzo della ruota del mondo.
La cordiale sicurezza, non l’angoscia che rimorde nel subconscio.
«L’Inferno», per Slezkin.
Ma attenzione, non si tratta solo di loro.
Siamo tutti un po’ giudei.
Chi conosce ormai la fatica dell’aprire i solchi, chi conosce la fatica del seminare e il dono del raccogliere?
Chi tiene mandrie di vacche «sacre»?
Chi non supera limiti, non manipola simboli (lo faccio anch’io, al computer), chi non si butta per guadagno nei «servizi» finanziari o comunque superflui?
Chi non si affretterà ad interloquire, a contraddire anche queste mie parole, con la fatuità polemica che ben conosciamo in quel popolo?
Chi non si ritiene, oggi, in diritto di avere una «opinione» su ciò cui non ha mai pensato per un attimo?

Ciò significa che abbiamo perso il centro, il polo.
Che non siamo apollinei.
Che non conosciamo più la contemplazione, il silenzio: il silenzio armato di Sparta, a cui l’ateniese Platone ispirò le sue infinite parole.
Ciò significa che siamo, come «loro», spezzati dentro.
Come in loro, c’è uno iato fra il pensare e l’agire, uno iato in cui cova il subconscio e il desiderio impotente.
Il subconscio è una scoperta ebraica non a caso: l’uomo apollineo non aveva subconscio, il suo fare era anche il suo pensare.
Il desiderio impotente (dukkha, la sete) è ciò da cui Buddha invita i suoi monaci a liberarsi.
Lo scopo è diventare di nuovo integri.
Di essere di nuovo uno in se stesso.
Come dice Cristo: «Le tue parole siano sì, sì; no, no. Il di più viene da satana».
La sua chiamata alla «conversione» - metanoia - è molto più che cambiamento di sentire: è la «rinascita», un mutamento ontologico.
Praticando la carità non si diventa «buoni», si diventa altri: capaci di respirare l’aria inimmaginabile del regno di Dio.
«Se non rinascerete come bambini, non potrete entrare nel regno dei cieli».
«Se non sarete come questi piccoli…».
Ad uomini che sono mobili, fatui, inquieti dialettici e assetati di profitto improduttivo non perché siano nativamente nomadi, ma perché sono figli di Caino, Cristo addita col suo esempio la reintegrazione.
E’ venuto per curare l’uomo spezzato dentro, il dubitante, il voglioso, che siamo tutti noi.
«Sono i malati che hanno bisogno del medico, non i sani».
E non solo: è venuto a reintegrare l’umanità intera.
Dopo Cristo, «Non c’è più né giudeo né greco», dice San Paolo.
E vuol dire proprio: non ci sono più coltivatori opposti a pastori, stanziali opposti a nomadi.
Le due nature per tanto tempo inconciliabili sono reintegrate e superate in Lui, l’ebreo imperatore, il pantokrator.
Il sacrificio gradito è agricolo - Caino viene riaccettato - ma il pane e il vino sono anche sangue e carne, la Sua.

Perciò non credo vero che noi cristiani «siamo spiritualmente semiti», come è stato autorevolmente detto.
Non siamo più né giudei né greci... e si noti che Paolo non ha aggiunto «…e nemmeno romani». Perché lui era romano, e tutti erano romani.
E «romano» non è un dato etnico, né un modo di vita: è uno status giuridico che libera dalle etnie. Perciò fu detto  «…di quella Roma, onde Cristo è romano».
Ma di questo, un’altra volta.


1) Yuri Slezkin, «The Jewish Century», Princeton University Press, 2007.
2) Russell Schoch, «Une conversation avec Yuri Slezkine», VoxNr.com, 3 giugno 2007.
3) Il grandissimo storico arabo Ibn Khaldun, considerato il padre della sociologia e anche della meta-storia, fu  il primo ad interpretare l’avanzata islamica come la lotta primaria dei nomadi contro gli «abitanti delle città». Riconobbe che, occupate le «città», i beduini le restituivano presto al «deserto» per essere incapaci di un’organizzazione superiore, in cui vedevano solo mollezza e corruzione.
4) A questo tipo sono ritenuti appartenere gli zingari, tradizionalmente aggiusta-pentole e ferratori (e ladri) di cavalli.

 
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