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Perché serve il default simultaneo della zona euro
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«Governare per non cambiare nulla»: oggi, questa è la cifra di tutti i poteri politici nel mondo, secondo la geniale intuizione di Fedor Lukianov, eccezionale analista della Novosti. «L’aspirazione al potere per non fare nulla è un fenomeno nuovo della politica internazionale», per giunta in un mondo che invece cambia freneticamente.

Il presidente Obama è un modello addirittura caricaturale di questo immobilismo: ha chiesto per la seconda volta i voti per governare, e dopo non aver fatto nulla la prima, non sta facendo nulla nella seconda (1). L’indecisionismo, la timorosa incertezza di Francois Hollande in Francia è diventato oggetto di satire e vignette. Ma per Lukianov, anche Putin «nelle sue azioni mette l’accento soprattutto sui molteplici rischi da cui occorre proteggersi. I suoi tentativi di assicurare la stabilità interna s’incagliano sull’instabilità estera; ma questa dipende da fattori innumerevoli su cui Mosca non può influire». Per cui il governo «cerca soltanto di minimizzare i rischi». Non è solo un limite di «capacità», ma «di comprensione»: eccesso di complessità globale, ormai indominabile intellettualmente.

E non parliamo delle oligarchie che hanno preso il potere senza voto in Europa. Un’Europa, dice Lukianov: «dove gli uomini politici non osano neppure parlare di cambiamenti strutturali in seno allUnione Europea, preferendo tappare i buchi indefinitamente. LEuropa ha perduto la sua forza innovatrice e il desiderio di cambiamento» (Gouverner pour ne rien changer).

Ahimè, quanto la politica italiana entra perfettamente in questo modello. Il Paese ha bisogno di una riforma fondamentale dello Stato, della costituzione e dell’amministrazione pubblica, ma non c’è una voce che ne delinei almeno i contorni, e nessun politico che la vuole, né che sia capace intellettualmente di porre il tema. Berlusconi chiede per la sesta volta voti per non far nulla, nemmeno fà finta di avere un programma. Il Pd sta per andare al potere ma tutto quel Bersani sa dire delle sue intenzioni è: «Servono più equità, più lavoro» (d’accordo: ma come? In che modo, nella pratica? Non lo dice), e per il resto gli va bene «l’agenda Monti». Ma anche l’agenda Monti, come Monti stesso (e i suoi reggicoda del «centro») è non far nulla, oltre che il «tappare i buchi – del debito, e delle banche a livello europeo – ordinatoci dall’eurocrazia e da Berlino, cura che tutti sanno peggiorare il male, ma che nessuno fa nulla per cambiare.

Si può dire che la democrazia terminale, la lunga egemonia del «pensiero unico», i disegni sovrannazionali oligarchici tipo UE che hanno avuto l’effetto di de-responsabilizzare il politici nazionali, sia il potere su di essi del turbo-capitalismo letale (che i politici li compra e congiura alla stessa de-responsabilizzazione), hanno ottenuto questo risultato: «politici» che chiedono voti e mancano delle tre qualità elementari necessarie all’uomo di stato: audacia, visione e previsione, e decisione esecutiva. Gli aspiranti a governarci sono invece vigliacchi, e mancano di ogni forza intellettuale per concepire visioni alternative a quelle, rovinose, dello status quo imposto dai profittatori. Questa deficienza intellettuale vien prima della loro disonestà e corruzione, e ne è la causa: non avendo una visione complessiva da proporre ed attuare, cedono a tutti gli interessi particolari che li premono, a tutte le lobby. Persino risibili, come la lobby dei gestori di spiagge in Italia; figurarsi se possono resistere alla lobby bancaria mondiale e locale e imporre, poniamo, la separazione fra l’attività commerciale e quella speculativa. Mancando di idee alternative, accontentano tutti i gruppi che hanno qualche interesse da difendere, che li pagano o in cui sperano di trovare un elettorato.

Paul Jorion
  Paul Jorion
In questo panorama moralmente e intellettualmente desolato, è salutare l’idea esplosiva avanzata da Paul Jorion, economista, antropologo e pensatore, già docente in università americane prestigiose, per il quale la Vrije Universitet di Bruxelles ha creato la cattedra di «Stewardship on Finance» . M’è già capitato di citare Jorion e la sua tesi: Il capitalismo ultimo è una «macchina per concentrare ricchezza» impazzita, che va smontata perché mette ormai in pericolo la vita della specie umana.

Oggi, contro all’austerità suicida per rientri impossibili dei debiti pubblici imposta ai deboli della zona euro, Paul Jorion sostiene che non esiste più alcun’altra soluzione che questa: «Che tutti i 17 Paesi della zona euro facciano default simultaneo su una parte del loro debito».

Anche lui fa appello al «coraggio» che manca ai politici (ed alle eurocrazie non meno). Al disastro, dice, rispondono con «l’attendismo; nel frattempo hanno trasformato la Banca Centrale Europea in una ‘bad bank, sperando di guadagnare tempo finché qualcosa cambierà. Le misure prese vanno tutte nella stessa direzione. Hollande dice: è un ciclo economico negativo, ne usciremo. Ma ciò è, nella pratica, criminale. Non è un ciclo, è una spirale discendente».

«Un default generale della zona euro», sostiene Jorion, è la sola cosa da fare. «È il salvataggio dell’euro, il solo ancora fattibile. Non serve a niente attendere che i Paesi cadano l’uno dopo l’altro», come sicuramente accadrà, dice. «Grecia, Irlanda e Portogallo sono già nel burrone. Domani toccherà alla Spagna, dopodomani all’Italia. È come una lunga cordata di scalatori. Su 17 alpinisti, ce ne sono già 5 che penzolano nel vuoto; e ci si aspetta che la situazione si aggiusti da sé? Non si può aspettare. Ma si vuol credere che i dodici che restano riescano a tirare verso di sé i cinque già caduti. Intanto, la Francia ha perso un punto di rating. Lo riacquisterà? No, Moody’s ha detto: prospettiva negativa. Si perderà un altro punto, e un altro ancora. E intanto si aspetta la prossima elezione...».

Ma un default generalizzato provocherebbe un effetto-valanga incontrollabile, si obietta.

Jorion smentisce: «Sei mesi dopo il default dell’Argentina, gli investitori prestavano di nuovo a quel Paese perché aveva sanato la sua situazione. E l’economia è ripartita. Bisogna farlo anche in Europa».

«Non che questo basti, ovviamente. Bisogna anche spostare l’accento dalla remunerazione del capitale alla remunerazione del lavoro. Non si può continuare ad abbassare i salari della gente che deve contribuire al potere d’acquisto in una società dove si continuano ad aumentare i dividendi anche quando i profitti delle società calano, o continuare a dare emolumenti miliardari ai mega-dirigenti, (o in Italia, ai ricchi di Stato, i parassiti pubblici improduttivi, ndr). All’inizio del ‘900, lo stipendio del dirigente più pagato era 40 volte quello del lavoratore meno pagato, oggi è di 450 volte. Ciò non ha alcuna giustificazione. S’è avuto un aumento di produttività grazie all’informatica; e invece di distribuirne il beneficio all’insieme della popolazione, si sono aumentati dividendi ed emolumenti già elevatissimi. Nel 1929-33, i ricchi di allora hanno perso molti quattrini. Oggi, avete sentito di qualche ricco che ha perso molti soldi? Nessuno. Tra il 2008 e il 2012, il 90% della ricchezza che è stata creata è andata all’1% più ricco, e sono cifre ufficiali. Come volete reintegrare nella produzione industriale questa montagna di denaro inchiodata al vertice? La macchina è bloccata».

Attenzione: qui si capisce che Jorion, quando propone il default generalizzato (anche dei Paesi «virtuosi») ha di mira lo sblocco della montagna di denaro in mano ai pochi. Per questo, dice, «bisogna farlo in una sola volta, tutti quanti. Bisogna realizzare l’equivalente dell’operazione Gutt in Belgio nel 1944».

L’operazione Gutt: assorbire leccesso di moneta

Camille Gutt
  Camille Gutt
Camille Gutt (nato Guttenstein) era il ministro delle Finanze nel governo belga in esilio a Londra durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla fine del '44 il governo, tornato nel Belgio liberato, trovò un Paese nel caos monetario e finanziario. I tedeschi avevano inondato il Belgio della moneta d’occupazione (Reichskreditkassenscheine), che la truppa del Reich poteva spendere solo in Belgio e non in Germania, stampandola a tutto spiano. Inoltre, le spese d’occupazione imposte al Tesoro dall’occupante (2) (1,5 miliardi di franchi al mese), il rallentamento dell’industria nazionale (300 mila lavoratori erano stati deportati in Germania), l’aumento del debito pubblico, e la borsa nera avevano provocato un’inflazione galoppante. Il mercato nero era stato una necessità per la gente delle città, senza il quale sarebbero morti di fame. Ma data la scarsità dei prodotti agricoli rispetto alla domanda, aveva reso i prezzi della borsa nera smisurati, rispetto ai salari correnti, salari per giunta bloccati. Il mercato nero aveva funzionato come la «macchina per concentrare ricchezza» che è oggi (per Jorion) il capitalismo finanziario speculativo: i salari e anche i capitali degli abitanti di città a reddito fisso erano finiti agli agricoltori, e ancor più ai borsaneristi «grossisti» e dettaglianti, che facevano arrivare gli alimentari nelle città per i loro canali clandestini, estraendone però grandi, scandalosi margini.

Alla fine dell’occupazione, il ministro Gutt si trovò di fronte al problema di sanare queste ricchezze di guerra viste come un prelievo indebito sulla comunità generale, stroncare l’inflazione assorbendo la massa monetaria eccedente, e rimettere in sesto le finanze; e ciò tutto in una volta.

Ecco come fece: il 9 ottobre 1944, il governo «liberatore» per prima cosa bloccò tutti i conti bancari (li avrebbe liberati gradualmente via via che l’economia reale e le industrie riprendevano il loro ritmo, assorbendo la liquidità per scopi utili); poi annunciò che i franchi belgi correnti non avevano più corso legale, e dovevano essere sostituiti da nuove banconote (stampate segretamente già a Londra); bisognava presentarsi coi propri liquidi nelle banche, che avrebbero cambiato le banconote vecchie con le nuove. Però il cambio era permesso per un massimo di 2 mila franchi a testa; le somme eccedenti andavano dichiarate. Chi possedeva titoli al portatore doveva parimenti farli rimpiazzare, o regolarizzare presso l’Institut Belgo-Luxembourgeois du Change. I titoli nuovi dovevano portare la stampigliatura seguente: «Titre créé après le 6 octobre 1944». Quelli privi di tale stampigliatura non potevano essere negoziati, e dunque non avevano valore in Borsa. Eccezioni furono previste per titoli di modesto importo o appartenenti ad organizzazioni caritative ed ordini religiosi.

In tal modo Gutt riuscì a intaccare gli indebiti arricchimenti di guerra. Di fatto, si ritiene che il 4% della massa monetaria circolante durante l’occupazione non sia mai stato dichiarato, i suoi proprietari preferendo perderli volontariamente piuttosto che dare spiegazioni su come li avevano avuti. Ma non bastò: Gutt creò una imposta straordinaria «di risanamento» veramente spoliatrice: un prelievo dal 70% al 95% colpì i profitti realizzati sotto l’occupazione, e fino al 100% per i guadagni su «forniture e prestazioni al nemico». Inoltre, fu imposto un tributo sui patrimoni del 5% (3).

Siccome banconote, titoli e conti a vista sono «promesse di pagamento», l’operazione Gutt equivalse ad un massiccio ripudio del debito dell’amministrazione (nazista) precedente. L’operazione fu impopolarissima. Ma bisogna ammettere che, come una gigantesca carta assorbente prosciugò l’eccesso inflazionistico (e i crediti indebiti) , e pareggiò sostanzialmente ricchi e poveri. Fu il grande «reset», risanò la moneta e i conti pubblici belgi con rapidità eccezionale. Piaccia o no, il ministro Gutt era il contrario di quelli dei giorni nostri, che vogliono «governare per cambiare nulla». Ebbe coraggio, visione, e l’audacia di imporla.

Jorion dunque vorrebbe una «operazione Gutt» come carta assorbente che prosciughi i miliardari per mera speculazione, le finanze speculative e l’eccesso di pseudo-liquidità, pseudo-capitale e crediti fasulli e inesigibili, impoverendo i ricchi che sono gli attuali «profittatori di guerra».

La misura «default simultaneo dell’eurozona» dovrebbe associarsi alla «mutualizzazione dei debiti» della zona. «Si può fare in un week end. Il lunedì mattina, si dichiara che esiste un debito mutualizzato (comune, ndr) europeo, e si fa default su quel debito. Siccome ci sono ancora dei Paesi ricchi nella zona, non credo che i mercati scatenerebbero una svalutazione massiccia. Ma piuttosto che abbassare i salari come avviene adesso, sarebbe davvero un male vedere abbassare un po’ l’euro? E si farebbe contemporaneamente quella cosa che tutti dicono necessaria, «l’unificazione fiscale della zona euro, di cui parlano da 50 anni e che non hanno mai fatto».

Certo, ammette, «è una cura da cavallo. Ma non per questo non è da utilizzare. Non bisogna continuare a dirci che il ripudio del debito è una cosa da Russia, Argentina o Indonesia, ma noi no. Anziché aspettare che gli alpinisti della cordata cadano uno dopo l’altro, rimettiamo i contatori a zero fin d’ora, e per tutti i membri».

La Germania ovviamente non accetterebbe. Ma chissà, quando altri alpinisti finiscono nel burrone e lei resta la sola in parete, con gli altri che spenzolano...

Naturalmente ci sono le obiezioni della ortodossia finanziaria. Già il default di Lehman Brothers ha scatenato il caos globale che soffriamo. Una ristrutturazione dell’intero debito europeo non getterebbe a terra tutto il sistema di banche d’Europa?

«Ma le banche sono già a terra», replica Jorion. «Sono sostenute dalla stampella del prestito all’1% della BCE, i mille miliardi che la BCE ha prestato loro accettando in cambio come garanzie titoli fittizi come debito greco, irlandese, portoghese…». «Così la BCE è diventata la bad bank, piena di titoli spazzatura, e le banche sono già sott’acqua comunque. Guardate Dexia in Belgio. Si può permettere il Paese di gettare nel suo salvataggio 2,9 miliardi oggi, forse 4 miliardi domani? No. Perché per farlo si dovrà tagliare tutto il resto, l’istruzione pubblica, le cure agli invalidi, le classi di recupero, lo Stato sociale... Qui c’è una scelta di società da fare, non si può gettare tutto questo nei rifiuti».

È precisamente ciò che impone l’austerità ai Paesi periferici, e ciò che su istruzioni ricevute fa Monti: sacrificare la società al pagamento del debito, al rientro, e per giunta al salvataggio delle banche.

«Il solo modo di uscirne è noto nella storia: ripudiare il debito, e rimettere a zero i contatori».

In realtà, Monti (e chi gli crede) sta tagliando i salari e il potere d’acquisto, perché l’ortodossia liberista dice che i PIIGS non sono competitivi per via del costo del lavoro troppo alto.

«Non esiste alcun ‘costo del lavoro’, è un’invenzione della contabilità», replica Jorion: «Preferisco usare i termini impiegati nel 19° secolo: il lavoro è l’anticipo per realizzare, per produrre. In contabilità ci si è abituati a mettere questo nella colonna dei costi, come qualcosa che potrebbe essere risparmiato. Ma senza il lavoro, nulla può essere fatto.

«Il problema oggi è che i salari sono troppo bassi. Congelarli, tagliarli non migliora le cose. L’austerità adottata è la peggiore delle opzioni; storicamente non ha mai funzionato. Si dice che si aumenta la competitività diminuendo i salari, e dunque che all’estero compreranno di più delle nostre merci perché i nostri costi sono calati? È ridicolo. Il commercio internazionale è paralizzato, basta vedere il Baltic Dry Index (l’indice dei noli navali, in tragico crollo): le navi non circolano più. L’idea che si venderà più agli altri fuori, è una idea da capitalismo di due secoli fa. Se si vuol far ripartire l’industria, bisogna tornare al proprio mercato, dove la gente del Paese compra i suoi beni. Il problema è che c’è stata la deindustrializzazione, che tanti, troppi beni non sono più prodotti in Europa. Ma bisogna tornare a quello».

Ciò che sta avvenendo, dice l’economista, «non è che il lavoro è troppo caro, è che sta scomparendo. Storicamente. Sempre più, gli operai sono sostituiti da macchine, i cervelli da computer. Ma si confondono due cose che non hanno alcun rapporto fra loro. La questione che si deve porre è: poiché il lavoro scompare, come si possono generare dei redditi? Si producono merci, ma non ci sarà più nessuno a comprarle...».

Nel suo ultimo libro, «Misère de la pensée économique» (Fayard), Jorion propone dieci riforme della finanza: sulla speculazione pura, sui paradisi fiscali, sulle stock options…

«Bisogna farle tutte insieme, perché si tengono insieme. Farle separatamente creerebbe altri problemi. Propongo che si torni alle leggi del 19° secolo che vietavano la speculazione – intesa nel senso ben preciso di scommesse sull’evoluzione dei prezzi (tutta la finanza speculativa non è altro, qualunque nome adotti, derivati, eccetera, ndr) – come la legge del 1867 in Belgio e del 1885 in Francia. Se si fa questo e solo questo, ci sono somme colossali che, non sapendo più dove andare, si butteranno a comprare l’immobiliare, terreni agricoli, materie prime... e si avrà un’iper-inflazione indomabile. Se si lasciano aperti i paradisi fiscali, il denaro andrà là. Dunque bisogna vedere le misure che propongo tutte insieme».

La famosa visione ampia che manca ai politici attuali.

«La misura più importante però – continua Jorion – è la redistribuzione dei redditi. Ripeto: l’attuale struttura squilibrata alimenta la ‘macchina per concentrare ricchezza’, bisogna fermarla. In tutte le legislazioni europee si usa tassare i redditi da capitale meno di quelli da lavoro: è follia! Si deve fare esattamente il contrario. Il lavoro va incoraggiato, vista tutta la disoccupazione che c’è. Bisogna defiscalizzare il lavoro quanto possibile, e scoraggiare i redditi da capitale. Mi capita spesso di tenere seminari a banchieri, e mai nessuno rifiuta l’argomento della concentrazione di ricchezza e dei problemi che essa produce. È una bomba ad orologeria, bisogna disinnescarla al più presto».

Perché se non si fa nulla (e Draghi, Monti, l’eurocrazia e i politici euro-americani non fanno null’altro che rappezzare la situazione presente), Jorion prevede una nuova catastrofe finanziaria nel 2013.

«Come l’abbiamo avuta nel 2008, sarà una catastrofe alla quale non sè pensato. Nel settembre 2008, dopo il fallimento Lehman Brothers, si sapeva che ciò avrebbe provocato problemi nei credit default swaps (i derivati che sono le «assicurazioni» contro i rischi di credito, ndr) di AIG; ma nessuno aveva immaginato che i mercati monetari, quelli che si basano sui debiti emessi a meno di un anno, si sarebbero paralizzati com’è avvenuto».

«Oggi, ci sono problemi prevedibili: ad esempio, la Spagna dovrà un giorno o l’altro fare appello alla Banca Centrale Europea. Ma attenti alle catastrofi imprevedibili. Data la fragilità del sistema economico, è come una diga che si è usurata con gli anni; non si sa dove apparirà la crepa che la farà esplodere. Prendiamo i prestiti a tre anni della BCE (i mille miliardi all’1%, ndr): hanno dato alle banche un po’ di tempo per respirare, ma bisognerà un giorno rimborsarli. Ora, a cosa serve questo oceano di denaro? A finanziare l’economia? No, serve ad adempiere alle norme di Basilea (le normative che mirano ad aumentare il capitale delle banche, ndr). Sono soluzioni di breve termine, per guadagnare tempo. Ci occorre invece una visione complessiva, ampia. Il default generalizzato della zona euro, quale io lo propongo, è il solo modo di salvare l’euro. Il solo ancora praticabile».





1) Salvo sorprese, che sarebbero benvenute. Obama ha nominato segretario di Stato il senatore John Kerry, a cui si attribuiscono tendenze più concilianti verso Mosca e verso il regime siriano (è stato ospite personale degli Assad). E potrebbe nominare alla Difesa (Pentagono) Chuck Hagel, a cui la lobby ebraica è ostilissima, al punto da scatenargli contro un’offensiva ferocissima in Senato, bollandolo come «antisemita» e (per giunta) «omofobo»: il che è buon segno. Hagel non vuole la guerra contro l’Iran, è contrario ad ulteriori avventure militari per Sion... Inoltre, sia Kerry sia Hagel sono stati personalmente in guerra in Vietnam, quindi detestano i guerrafondai da salotto tipo neocon. Ma le ultime notizie dicono che Obama ancora una volta dando prova della sua viltà, sta cedendo su Hagel.
2
) Nota importante. Questa politica di Terzo Reich, di mettere a carico della popolazione occupata i costi dell’occupazione, fu il più grave errore politico del nazismo, il suo vero «delitto». A Berlino sembrò una buona idea: Hitler, attentissimo a non perdere il favore della sua opinione pubblica interna, cercò di risparmiare al suo popolo il più a lungo possibile i costi e le durezze della guerra e delle conquiste. La tassazione in Germania restò modesta, le forniture alimentari più che sufficienti fino al 1943 avanzato; ciò però a spese dei Paesi occupati, dalla Francia al Belgio all’Olanda, e Grecia e Ucraina, che furono di fatto spogliati e ridotti alla fame, dato che la truppa germanica si accaparrava i beni scarsi con una moneta fittizia, che non valeva nulla. Così, per risparmiare la popolazione tedesca, il regime continuò a ritenere sul piano giuridico i Paesi occupati come «nemici belligeranti», anziché come «alleati» – nonostante vi si fossero insediati governi collaborazionisti, ideologicamente fraterni. Unica eccezione, la Repubblica di Salò: il ministro Pellegrini Giampietro, con coraggio inaudito, pretese dai tedeschi il ritiro della moneta doccupazione dal territorio della Repubblica, usando appunto l’argomento: siamo alleati adesso, o no? Questa politica del Terzo Reich rese odiosi i governi collaborazionisti alla popolazione, e impedì al regime nazionalsocialista l’unica politica vincente: quella di porsi come «liberatore» dei popoli dal comunismo o dal pluto-capitalismo (si pensi agli Stati Uniti che si atteggiarono a «liberatori», imponendo il loro sistema in Europa). Tale politica fu la causa ultima della sconfitta germanica: come al solito, per inadeguatezza di visione politica. Non sfuggirà che lo stesso errore, in così mutate circostanze, sta compiendo la Cancelliera Merkel, facendo una politica approvata dal popolo tedesco: i partner europei meno efficienti non sono trattati da «alleati» e men che meno da soci alla pari, ma come «nemici» sconfitti.
3
) Le patrimoniali che il governo Monti ha imposto (IMU, prelievo sui depositi) sono il contrario della patrimoniale di Gutt: colpiscono i piccoli e medi patrimoni privati per salvare banchieri-speculatori e miliardari parassiti pubblici, che andrebbero invece espropriati. Gutt smontò la macchina per concentrare ricchezze indebite; Monti l’ha resa più «efficiente» nella spoliazione dei produttori. La patrimoniale che è nel programma di Bersani ha lo stesso risultato. I «grandi patrimoni»
sono introvabili o non imponibili (paradisi fiscali); Bersani e il PD colpiranno, come al solito, i medi proprietari.


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