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Testimone di verità
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Pubblichiamo la risposta del direttore Blondet ad un importante scritto di un lettore di origine ebraica.

«Caro direttore io sono di origine ebraica e nonostante questo (ma poi perchè?) sono un suo affezionato lettore che la stima per il suo coraggio di andare controcorrente e di dire la pura e semplice verità anche a costo di pagarne il prezzo.
Detto questo Le dico che quello che sta succedendo in Palestina è una vergogna ignobile:la cosca attualmente al governo della Knesset sta massacrando un popolo intero nel silenzio totale sia della politica (quella che conta, non certo l’Italia un Paese geniale governato da buffoni buoni per qualsiasi operazione di burattinaggio) che dei media internazionali, entrambi controllati in gran parte da una lobby governata dall’ala peggiore dell’ebraismo mondiale (purtroppo al di là delle paranoie nazistoidi vi è un pesante fondo di verità in merito al potere nel mondo delle élites finanziarie, politiche e massoniche ebraiche che Lei con grande conoscenza e aggiungo coraggio ben descrive).
Ebrei/Israeliani per bene, che hanno la forza di indignarsi e di combattere questo schifo ve ne sono ancora molti (tra tutti gli splendidi ragazzi aderenti al movimento dei refusnik, i militari che affrontano la galera pur di non prestarsi più a questo massacro indegno), ma la loro voce è sempre più flebile e sempre più soffocata da questi macellai al governo (il meno bestia, Sharon, i rabbini fanatici lo hanno quasi spedito al creatore con una bella ‘pulsa denura’ spieghi lei ai lettori che cos'è...)che scambiano il diritto di vivere e prosperare in una terra che una volta era (parzialmente) loro con l’oppressione spietata di un popolo.
I palestinesi avranno anche le loro colpe (in primis essersi quasi sempre affidati a capi popolo farabutti e/o ladri), ma quello che hanno e stanno subendo è inimmaginabile: il secondo esercito più potente del mondo (e i suoi alleati ora servi USA) li ha ridotti ormai neanche più alla disperazione ma alla pazzia a furia di torture e umiliazioni e quello che è scandaloso tutto succede NEL PIU’ TOTALE SILENZIO O MEGLIO ACCONDISCENDENZA DEGLI ORGANI DI INFORMAZIONE INTERNAZIONALI.
La saluto e Le rinnovo la mia stima.
Le ricordo solo che noi ebrei non siamo tutti malvagi anche se leggendola capisco sempre più che la nostra colpa è stata rifiutare il cristianesimo tout-court a volte anche solo per tradizione familiare quando invece esplorandone meglio il messaggio se ne può capire la vera portata: la grande lezione di perdono e di pietà verso tutta l’umanità.
Non so se la cosa Le farà piacere, ma dopo averla letta sto pensando seriamente di battezzarmi e di abbracciare la sua fede.
Con grandissima stima
Roberto
».

 
Caro Roberto, sono io che ti devo la massima stima, e ti ringrazio per la tua generosità e il tuo coraggio.
Tutto quello che dici è vero.
E’ vero, verissimo, anche che esistono splendidi coraggiosi israeliani che s’oppongono all’atrocità continuata di Israele, a cominciare dai «refusnik» - i soldati e ufficiali che si rifiutano di andare a commettere delitti contro civili a Gaza, per non dire del gruppo che si chiama B’Tselem, dei «Medici per i diritti umani», del Comitato Pubblico contro la Tortura, di Neturei Karta e di tanti altri che non conosco, perché - anche questo è verissimo - non solo i grandi giornali non ne parlano mai né li intervistano, ma anche io non ne parlo spesso, li conosco poco.
Alcuni però li ho conosciuti.
Ci fornivano molte informazioni, tremende.
Spesso chiedevano aiuto a noi giornalisti occidentali, come fossero prigionieri nel Quarto Reich: diffondete la verità su di noi e su ciò che accade qui… noi rispondevamo: ma vi rendete conto che, se solo proponiamo ai nostri direttori le notizie che voi ci date, non le pubblicheranno?
E che se le pubblicassimo, tutti i media ci darebbero degli «antisemiti»?
Loro cercavano di suggerirci dei mezzi per dire la verità senza suscitare non tanto l’accusa
di antisemitismo, ma il riflesso di rifiuto che gli ebrei in genere provano di fronte ad accuse,
il riflesso della «paura dell’antisemitismo», che li obbliga a far quadrato «per Israele», a negare, a nascondere e ad accusare gli altri di razzismo.

Questi conoscevano bene quel riflesso condizionato, millenario, del «popolo perseguitato», miscuglio inestricabile di narcisismo e di solidarietà comunitaria, di falsa coscienza e di istinto
di autodifesa: lo conoscevano perché avevano dovuto superarlo, e posso immaginare che lo sforzo sia eroico, perché questa è una catena invisibile ma fortissima, per quasi ogni ebreo.
Come il tuo sforzo, Roberto.
Finivamo per sospirare insieme: impossibile dire la verità senza incorrere nell’ «antisemitismo». Eppure, se solo le voci di questi coraggiosi testimoni di verità, inattaccabili in quanto ebrei, fossero riprese e diffuse dai media, ciò basterebbe a rovesciare la situazione politica non tanto «verso» Israele, quanto nello stesso Israele - che è quel  che conta.
Perché sicuramente altre migliaia di ebrei che non si espongono, disapprovano in cuor loro quel che accade; e se udissero voci di denuncia dal loro stesso popolo, troverebbero il coraggio di opporsi.

Oggi gli israeliani vengono fatti vivere in una psicosi d’assedio e di paura dal loro stesso regime bellicista e zelota, perché solo così questo può giustificare i suoi atti di guerra contro una popolazione inerme, i suoi eccidi di donne e bambini, la malafede nelle «trattative» cosiddette
«di pace» (mai e poi mai lasceranno che i palestinesi abbiano uno stato vivibile): lo facciamo per difendervi, perché «Israele è in pericolo nella sua stessa esistenza»; e intanto mandano i fanatici
ad estendere «colonie», intanto rubano terreni e case degli altri, ogni giorno un po’.
Come dice Isaia: «Maledetto chi aggiunge casa a casa e terreno a terreno, finchè rimanga solo ad abitare sulla terra».
E’ una sorta di incantesimo maligno, quello che irretisce gli israeliani e la parte preponderante della diaspora, e li rende complici, a volte «volonterosi», dei carnefici, di quella specie di Quarto Reich super-armato che è Israele.
Ma dopo aver sospirato insieme a quegli amici israeliani, noi giornalisti ce ne andavamo con una specie di gioia nel cuore, inspiegabile.
Perché?

Ma perchè avevamo trovato esseri che si sentivano parte della comune umanità, che si sentivano responsabili per un’altra parte dell’umanità…
E’ un sentimento così raro da trovare in Israele!
Ci si parlava.
Ci si capiva.
Non si doveva aver riguardi da parte di noi goym, né loro avevano reticenze né sottofondi dell’anima.
Che sollievo, in Israele, trovare gente «come noi»!
E guarda che «come noi» non significa «buoni».
«Noi», comune umanità, siamo un po’ cattivi, minati dal peccato originale, inclinati al male.
Ma «come noi» significa riconoscersi «uguali» nell’obbligo verso altri uomini.
Anche verso i nemici.
Come dirlo?

Lo dirò con le parole di Simone Weil, che morì sul limitare di farsi cristiana: «La nozione di obbligo predomina su quella di diritto, che le è subordinata».
E poi: «L’obbligo lega solo gli esseri umani. Non c’è obbligo per le collettività in quanto tali. […] L’obbligo è eterno. Risponde al destino eterno dell’essere umano. Perché soltanto l’essere umano ha un destino eterno, le collettività umane non ne hanno».
Ciò si applica benissimo ad Israele, non trovi?
Ma che cosa vuol dire, applicato ai palestinesi?
Certo, si ha il diritto ed anche il dovere di rispondere a chi ti spara dei Kassam.
Però, come parte della comune umanità, si ha l’obbligo di sentire il nemico come «uno di noi».
Uno che ha le sue ragioni, che deve essere ascoltato, e non solo trattato con missili e bombardamenti.
A cui possiamo aver fatto un torto, e che dobbiamo riconoscere.

Gli israeliani «sentono» i palestinesi come belve o scarafaggi.
Li hanno disumanizzati - esattamente come l’ebreo nel nazismo fu disumanizzato, e per questo gli si poterono fare cose orrende con «buona coscienza».
Bisogna riconoscere che essere stati vittime non ci ha vaccinato dalla peste della disumanizzazione del nemico, che questa peste è in agguato dentro di noi.
Riconoscere nel nemico un nemico legittimo, che è umano, partecipe del destino eterno, a cui si deve giustizia e rispetto: ecco l’obbligo, secondo Simone Weil.

Vedo che tu riconosci quest’obbligo, caro amico.
Perché testimoni la verità, per quanto ti costi come ebreo.
Ora, tu esprimi il desiderio del battesimo.
Non c’è cosa che mi rallegri di più, e per quanto sta in me ti incito a farlo: la tua anima merita la grazia, è della tua anima e della sua felicità eterna che si tratta.
Non faresti altro che incontrare il Messia, venuto per voi prima che per noi; nessun «abbandono» ma compimento.
Però non so se ho il diritto di chiedere questo.

Vedi, si dice nelle Scritture che gli ebrei non troveranno pace né salvezza se non quando diranno: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore».
Ovviamente, i cristiani interpretano questa frase come il riconoscere Cristo, il Messia.
Ma non sono sicuro che sia questo tutto il significato.
Io sospetto che «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» si debba pensarlo di ogni uomo. Almeno, così la pensava Simone Weil: l’obbligo che abbiamo verso ogni uomo dipende dal suo destino eterno.
Ogni uomo - anche il palestinese, anche Hezbollah, il siriano o l’iraniano - viene «nel nome del Signore», in questo senso: che il Signore ci avverte: attenti, è una mia creatura, gli ho promesso l’immortalità, ho lavato le sue colpe col Mio sangue.
Ecco - credo che a chi è nato ebreo si richieda - preliminarmente almeno - questo: riconoscere in ogni uomo uno che «viene nel nome del Signore».
Perché l’educazione e la religione ebraica dicono il contrario: che gli altri uomini sono «animali parlanti», che per loro «non c’è parte nel mondo a venire», eccetera.
Significa farsi cristiani, questo?

Certo, noi goym l’abbiamo imparato da Cristo (o meglio: ci sforziamo di impararlo, senza riuscirci tanto bene).
Ma, come dice Simone Weil, questo atteggiamento è pre-cristiano: «Migliaia di anni fa, gli egiziani [nel Libro dei Morti, là dove si parla dell’esame che l’anima subisce nell’aldilà] credevano che un’anima non potesse giustificarsi dopo la morte se non poteva dire: ‘Non ho fatto patire la fame a nessuno’ ».
Il primo obbligo verso l’altro uomo è sopperire ai suoi bisogni terreni di base.
Il  più elementare, è non fargli soffrire la fame.
Il rispetto che siamo obbligati a rivolgergli consiste anzitutto in questo; non umiliarlo con la fame, perché la fame umilia, fa perdere ogni dignità.

Dunque pensiamo cosa fa Israele oggi, affamando deliberatamente un milione e mezzo di persone a Gaza, negando loro il pane.
Quali pene eterne attira sulla sua testa collettiva.
Se le attira «come corde di carro», dice Isaia.
Cristo ci ha avvertito su come ci giudicherà: «Ho avuto fame e non mi hai dato da mangiare».
E noi, finti innocenti: ma quando mai ti abbiamo visto chiederci pane?
E Lui: «Ciò che non avete fatto a uno di questi, non l’avete fatto a Me».
Dunque vedi: chiunque viene affamato, è il Signore che affamiamo.
E’ nel prossimo che è il Cristo visibile, che dobbiamo soccorrere.
Anche a noi è difficile dire, ad un povero sporco e malvagio, «Benedetto colui che viene nel nome del Signore».
Per questo puoi diventare cattolico romano senza pensare di perdere nulla; siamo ancora alle prime lezioni anche noi, e spesso ci facciamo bocciare.
Siamo tutti principianti.

Il solo nostro privilegio è che la nostra religione non ci incita a considerare gli altri uomini «animali parlanti», non condona la disumanizzazione del prossimo, fosse anche il nemico.
E’ un aiutino, come dicono nei quiz TV.
Perciò, mentre ti accolgo e ti abbraccio, penso anche che tu sia già cristiano, almeno principiante (come tutti noi).
Vedo la tua esitazione, che mi commuove e mi accusa.
Quando scrivi: «Caro direttore io sono di origine ebraica e nonostante questo (ma poi perchè?) sono un suo affezionato lettore», o quando scrivi «le ricordo che noi ebrei non siamo tutti malvagi», vorrei abbracciarti stretto.
Come hai potuto pensare che ti avrei sbattuto la porta in faccia in quanto ebreo?
O che io creda che gli ebrei siano tutti malvagi?
E’ colpa mia e del mio modo polemico ed aspro, lo capisco: sappi però che è «giornalismo», polemica che non è volta ad uccidere o schiacciare ma a suscitare coscienza, almeno nelle intenzioni.

Ti prego di non credere che io abbia la minima diffidenza per un ebreo in quanto ebreo; ho, è vero, imparato a diffidare della loro educazione, istruzione «religiosa» discriminante, che disumanizza gli altri.
Proprio per questo, penso che gli ebrei possano correggersi: perché ciò che c’è di malvagio in tanti di loro non è un derivato della «razza», di non so quale DNA, ma di un’educazione.
E l’educazione, al contrario del DNA, si può cambiare.
Anzi si deve, quando porta ad esiti di distruzione e di perdizione.
Questo è tutto.
Hai testimoniato la verità, perciò la tua anima è già sulla buona strada - il resto lo farà la Grazia - ma Dio non abbandona chi dice, dolorosamente, la verità anche contro di sé, o contro il suo popolo. E’ un merito che vale anche più, per chi è ebreo.
Verso di te provo la gioia che provavo coi miei ebrei coraggiosi e veridici: gente «come noi».
Non più giudeo né greco, ma solo uno «come noi».


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