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La gnosi narrata: Recensione di un testo esemplificativo
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Il ritorno prepotente del pensiero gnostico, radicato nelle fessure di un cabbalismo spurio, oramai sempre più presente sul palcoscenico mondiale delle distrazioni e dei divertimenti, «dovrebbe servire» all’uomo per volgere altrove l’attenzione e le energie da recuperare tra una pausa e l’altra del faticoso vivere lavorativo, ma la lettura di certi testi, veicolanti certi contenuti, non può che essere nociva e più che generare tranquillità e serena calma ristoratrice, è foriera di angosce e di turbamenti, che muovono sfere inconsce della persona, proiettandola in una visione oscura e certamente non ottimista; la ragione sarà presto spiegata.

Entriamo «in re» ed affrontiamo il tema in questione: «L’infinito nel palmo della mano (di Belli Gioconda)» è il testo che abbiamo sfogliato con attenzione. La storia narra, rileggendole, le prime pagine di Genesi: in particolare la creazione dell’uomo, il peccato originale e il fratricidio di Abele per opera di Caino. Chi ha trovato singolare il racconto, ne ha lodato la vivace originalità, ne ha forse dimenticato o forse ignorato la matrice gnostica del quale esso è completamente pervaso.

L’evento della creazione viene definito come una sorta di capriccio, un gesto di noia dell’Altissimo, che, solo ed eterno, cerca di dare un po’ di brio al «piattume della sua vita»! Nessun gesto d’amore, nessuna consapevole predilezione eterna per una chiamata alla felicità pura; soltanto il tetro scenario di una perfezione fasulla, artificiale, per questo terribilmente monotona, di un Paradiso terrestre avulso da ogni realismo e da ogni concretezza. La visione ricorda uno spiritualismo gnostico, in cui il corpo (la materia) - mera prigione dello spirito - rimane completamente svalutato: la beatitudine di Adamo (come quella di Eva successivamente) sarà assolutamente incorporea (benché infatti ci si riferisca ad alcune percezioni sensoriali, la sensazione non è mai quella di una profonda consapevolezza della natura: essa diviene reale e percepita vividamente soltanto dopo il peccato), quindi quasi destinata ad appiattirsi in un orizzonte di insuperabile tedio. La tentazione si innesca come meccanismo liberatorio: la donna,in particolare, viene negativamente vista come cronicamente insoddisfatta del suo esistere, vocata a trascendere il presente momento di barbosa beatitudine in un superiore stato di conoscenza acquisita: essa passerà per il peccato di disobbedienza. Il Serpente, lungi dall’ingannare l’uomo, non viene presentato come tentatore nemico, ma semplicemente come esecutore di un destino eterno, assegnatogli niente meno che da Dio, del quale rappresenta anche il contraltare, l’opposto ontologico: all’immobilismo eterno di Dio, si contrappone il dinamismo cangiante del serpente. Esso sarà giullare di Dio, unica escamotage per superare l’empasse di una vita senza fine, terribilmente sempre uguale a se stessa.

In questo gioco di luci ed ombre, che si proiettano sulla stessa visione della divinità - la quale non può chiaramente identificarsi con quella cristiana, ma neppure con quella biblica (ricordiamo come Mircea Eliade abbia distinto dalle altre rappresentazioni dell’assoluto divino, la figura di Jahvè, sovrano e dominatore, unico artefice del proprio destino e libero dal fato, in cui invece gli altri dei uranici risultano prigionieri) - emerge la coincidentia oppositorum, la visione gnostica del divino complementare, l’immagine di un monismo che superi le apparenti diversità in una sintesi superiore: Dio, essere al di là del bene e del male, entrambi privi di reale consistenza ontologica, perché maschere necessarie a coprire i volti dell’illusione celante una realtà completamente altra, diversa, ultramondana. Il serpente, amico dell’umanità, strumento di processione e di avanzamento nell’oscuro percorso della libertà, che genera conoscenza e che porta al dolore, ma che è disegnata dall’autrice (e percepita dal lettore) come una condizione assolutamente precaria, eppure preferibile alla nostalgica ed irreale visione dell’età dell’oro.

Il meccanismo iniziatico (ogni iniziazione suppone sofferenza) è (in tale visione) realmente liberatorio: la chiosa del racconto è emblematica in tal senso: la gemella di Abele, Aklia (destinata a Caino), preferirà regredire a scimmia per depressione e tristezza, quasi rigettando la condizione dell’umanità depravata al punto di commettere un fratricidio (Caino su Abele), causato da un desiderio incestuoso (di Caino nei confronti di Luluwa - ma si può leggere anche Lilith, il noto demone di mesopotamica memoria - propria gemella e destinata ad Abele), del quale non è libero neppure Adamo (del resto, nel corso della narrazione, l’autrice gradisce indugiare gratuitamente sulle descrizioni sessuali, tradendo una debolezza gnostica, anche in quest’ambito: anzi! il sesso sarebbe l’unico modo di Adamo ed Eva di essere veramente «uno». Non solo falso, ma anche assolutamente puerile). Eppure, questa visione che risulta essere riprovevole e deprecabile, viene fatta passare come male necessario all’acquisizione di una beatitudine veramente reale (diversa da quella iniziale del paradisio perduto) proprio perché consapevole e cosciente del male.

Questo apparato scenico, come detto, suppone quindi la necessaria esistenza di un principio del male (così come del bene), ed allo stesso tempo l’imprescindibile bisogno dell’uomo di sperimentare quest’altro lato della medaglia: la redenzione che passa attraverso il peccato. L’umanità è pienamente realizzata solo quando si fa transitare per l’evoluzione della scimmia (le generazioni che sorgeranno da Aklia): la prospettiva è, a pensarlo bene, assolutamente angosciante, ma bisogna avere onestà intellettuale per riconoscerlo.

Il libro si lascia leggere, ma indugia troppo sull’occorrenza sperimentale: questo lo trasforma in una sorta di invito al peccato; lasciarsi prendere dalla dinamica degli eventi necessari, ai quali si è destinati (dirà il serpente sul finale), che pertanto dominano l’uomo e non lo lasciano capace davvero di scegliere il bene.

Chi commette il peccato è schiavo del peccato. Sentenza lapidaria di Cristo nel Vangelo, che resta insuperata verità. L’uomo non si libera peccando, ma resta invischiato soltanto in un vortice senza freno di dolore ed angustie che attanagliano il suo petto, senza scampo. L’autrice, neppure velatamente, vorrebbe attribuire (attraverso i lamenti di Eva) a Dio stesso questa latente insoddisfazione, la colpa del male esistente, ma questo tentativo si traduce in un senso di turbamento interiore (per il lettore) che non è mai vinto o superato, soltanto accantonato momentaneamente da una fallace speranza di nuovo futuro dominio, del quale però non esiste prova né certezza.

Sperimentare la bellezza e la bontà del Bene, la pienezza di Vita in esso celata, la sorpresa dinamica della continua meraviglia di un’eternità sempre antica e sempre nuova; la progressiva divinizzazione dell’uomo, che, senza fine, aggiungerà felicità a felicità e conoscenza a conoscenza, benessere a benessere, è la vera via della libertà, quella che discende dalla Verità rivelata e non lascia spazio per ottenebranti percorsi nelle fenditure del male.

Il dio della Belli è un dio crudele ed imperfetto, filosoficamente neppure pensabile come una divinità autosussistente; il Dio cristiano è l’unico Dio vero proprio perché eternamente felice e completamente autosussistente e trascendente; nessun compromesso, nessuna promiscuità con altro da Sé. Dio basta a se stesso e a Lui non manca nulla.

Stefano Maria Chiari

   


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