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«Vincere» di Bellocchio seduce, ma non convince
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«La migliore definizione lha data il regista stesso definendo il suo film un melodramma futurista, dove il ritmo è avvolgente e drammatico con ripetuti inserti di filmati depoca che moltiplicano lespressività artistica dell’opera», ha sostenuto, alla prima del film «Vincere», il sottosegretario ai Beni e alle Attività Culturali Francesco Maria Giro (Cinema: Giro, "Il film 'Vincere' possibile sorpresa del festival di Cannes', libero-news.it., reperibile per via telematica). Ma non è stato così. Cerchiamo di capire il perché.

Ha scritto Natalia Aspesi (Il Duce di Bellocchio non convince, La Repubblica, 19 maggio, 2009): «Mussolini si affaccia al balcone e una folla immensa lo applaude: è una fantasia, o una premonizione, o una personale certezza, perché in quel momento la piazza è vuota e il futuro Duce è completamente nudo, visto da dietro anche con un bel sedere, e ha appena fatto lamore, a lungo, con molti gemiti, i celebri occhi di fuoco sempre scomodamente spalancati nellamplesso, la mascella volitiva già protesa verso lavvenire, con la sua bella amante, anche lei molto gemente, una delle tante, quella Ida Dalser che avrebbe poi sposato (forse) con matrimonio religioso nel settembre del 1914. Ma quanto è periglioso rievocare il dittatore Mussolini, tanto amato quanto odiato, quello che ci tramandano la storia e i tanti cinegiornali che oggi ci fanno ridere, al massimo del potere e dellistrionismo, nei suoi anni giovani, quando passava dal socialismo al fascismo, dallAvanti al Popolo dItalia, dal pacifismo allinterventismo, e in più faceva con Rachele una piccina, Edda, e cinque anni dopo un piccino, Benito Albino, con Ida. ‘Vincere’, l’unico film italiano invitato in concorso a Cannes, diretto da uno dei nostri registi più degni e amati, Marco Bellocchio, soprattutto nella prima metà non convince e quasi provoca un disagio che non si riesce a decifrare. Forse perché la parte storica ovviamente frettolosa, evocata attraverso troppi filmati e titoli d’epoca e con un voluto ritmo ‘futurista’, soffoca il fulcro del film, che è la storia di una donna che pagò per tutta la vita un amore sbagliato e mai rinnegato, che osò opporsi sola e inerme a un uomo cui la maggior parte degli italiani credeva e ubbidiva e contro cui si mosse un crudele apparato di giudici, medici, spie, giornalisti, preti, politici, poliziotti, funzionari, per dimostrarne l’inesistenza e la pazzia: e distruggerla. Qualche aggancio col presente, con il muro mediatico che si è alzato contro una moglie che ha detto basta al matrimonio con l’uomo che oggi in Italia è il più amato, il più ricco, il più ubbidito, il più potente? Sarebbe un’esagerazione, anche perché la storia, tutta la storia, è piena di donne che la ragion di Stato ha sacrificato alla vanità e ai capricci del principe, ma anche di donne che sul principe e la sua corte hanno finito col prevalere. Il Mussolini gagà di Filippo Timi è un po’ caricaturale, anche se volutamente i baci appassionati paiono quelli dei film con Rodolfo Valentino, la Ida di Giovanna Mezzogiorno è commovente. Ida morirà di dolore e torture mediche nel 1937, a 57 anni, Benito Albino nel 1942, a 26 anni; Mussolini finirà peggio e solo pochi anni dopo».

Sentiamo cosa dice Maurizio Cabona de Il Giornale («Bellocchio butta in politica il dramma di Ida Dalser», 22 maggio, 2009): «‘Vincere’ di Marco Bellocchio condensa le angosce del regista in un film che si poteva ridurre di mezz’ora, con notevole giovamento, se alle spalle di Bellocchio ci fosse stato un produttore di polso. Infatti ‘Vincere’ è fardellato di brani documentari, noti da chi li capisce, molesti per gli altri. E poi, insistendo che la vicenda di Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno) è strettamente connessa con Benito Mussolini (Filippo Timi), padre di suo figlio, Benito Albino (ancora Timi), non come privato, ma come politico, Bellocchio vuol far assurgere il caso personale a caso politico. Invece, così, ‘Vincere’ induce lo spettatore meno maturo a credere che l’orrore manicomiale patito dalla Dalser sia qualcosa d’epoca e solo d’epoca, di italiano e solo di italiano, di arretrato e solo di arretrato, di cattolico e solo di cattolico, di fascista e solo di fascista. Ma ‘Changeling’ di Clint Eastwood aveva raccontato un caso analogo: ricovero in manicomio di una giovane donna trasgressiva nella democratica, protestante e ricca California del 1928, e sempre per via di un bambino che non era nemmeno figlio del presidente americano. Bellocchio accenna solo la personalità della Dalser, notevolissima per l’epoca, lasciando lo spettatore quasi ignaro che questa trentaquattrenne trentina del 1914 era suddita austroungarica, quindi viveva in una società più avanzata di quella del regno d’Italia; e che aveva studiato a Parigi, maturando idee precise in cultura e in politica. Fu però una personalità insolita (lo sarebbe anche oggi) che affascinò Mussolini: anche lui, meno confortevolmente, aveva vagato per l’Europa. A Bellocchio non interessa l’amore fra loro, ma le sue conseguenze: il bambino e l’abbandono. Ma senza sapere che ‘cavalla matta’, ma anche donna più interessante delle altre, fosse la Dalser, non si capisce il seguito. Che pare solo una congiura dove la meschinità di Mussolini si sommò alla ragion di Stato che sopravvenne, specie dopo il Concordato, con la Santa Sede. Comunque ‘Vincere’ rompe il silenzio cinematografico su un’atroce ingiustizia; ricorda che il fascismo nacque dal socialismo alla prova della prima guerra mondiale e dimostra la tenacia di Bellocchio nell’inveire, coi suoi motivi, contro le istituzioni totali, come collegi e manicomi».

Così si è espresso Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera («Più politica che passione, Bellocchio convince a metà», 19 maggio, 2009): «Un applauso contenuto, più di cortesia che veramente convinto, ha chiuso la prima proiezione di ‘Vincere’ a Cannes. Vedremo domani, davanti al pubblico della Sala Grande se le anticipazioni del bookmaker inglese che dava ieri il film di Bellocchio come favorito numero uno per la Palma saranno confermate. Quello che è certo è che un film così denso e complesso, anche stilisticamente, avrebbe bisogno di più di una visione e più di una riflessione per portare a un giudizio calibrato e pertinente. Nell’impossibilità (una programmazione poco razionale quest’anno ci costringe a scrivere subito dopo la visione) cercheremo di procedere per gradi. Cominciando dalla storia che racconta l’odissea di Ida Dalser, la donna trentina che incontrò Benito Mussolini quando era socialista e direttore dell’Avanti a Milano, se ne innamorò (verrebbe da dire molto contraccambiata), gli offrì tutti i suoi soldi per iniziare l’avventura del Popolo d’Italia dopo la ‘conversione’ interventista, rimase incinta del piccolo Benito Albino (che il padre riconobbe legalmente, nonostante avesse già la figlia Edda da Rachele Guidi) e fu ben presto abbandonata al proprio destino da un leader politico che stava diventando il padrone d’Italia. Se nella prima ora (il film ne dura poco più di due) la straordinaria prova degli attori principali, Filippo Timi e Giovanna Mezzogiorno, sa trasmettere al pubblico il misto di passione e narcisismo che guida il futuro Duce anche nei comportamenti privati e lo struggimento incosciente di una donna che si concede totalmente a quello che crede un grande amore, nella seconda parte il film cambia registro affidando solo ai cinegiornali il resoconto della carriera politica di Mussolini e documentando con rigore, ma anche con freddezza, l’odissea della donna rinchiusa dal fascismo nei manicomi di Pergine e di San Clemente. I grandi temi della carriera di Bellocchio si possono ritrovare in larga parte dentro ‘Vincere’, dal peso della figura paterna, autoritaria e lontana, allo sbandamento rabbioso di un figlio, che si vede privato prima di uno e poi dell’altro genitore, fino alla ribellione impotente della donna che paga l’aver dato ascolto alle proprie passioni rifiutando ogni ‘finzione’ razionale (come le suggerisce uno psichiatra). Anche stilisticamente, il gusto visivo per i chiaroscuri (come sempre con predominio degli scuri sui chiari) attraversa tutto il film, grazie soprattutto alla bellissima fotografia di Daniele Ciprì. Mentre negli ambienti si ritrovano i ‘labirinti domestici’ dove l’orientamento (e la via di fuga) è sempre problematica. Ma tutti questi elementi faticano a trovare una sintesi che arrivi immediatamente al cuore dello spettatore, come succedeva per esempio nell’ ‘Ora di religione’ o in ‘Buongiorno, notte’, e la presenza della co-sceneggiatrice Daniela Ceselli fa venire in mente di più la struttura della ‘balia’, con il suo amore impossibile. Anche se qui le ‘gabbie’ che dividono le persone sono più politiche che di classe. Anzi, proprio la parte politica alla fine finisce per schiacciare il nostro interesse per la storia della Dalser e di suo figlio (morti in manicomi diversi, lei a Pergine, lui a Mombello). Grazie al montaggio di Francesca Calvelli, che fonde perfettamente immagini di repertorio e musica, unico elemento davvero melodrammatico in un film, questa prima visione, ci sembra prediliga la storia alla passione».

Ecco cosa ha detto Arianna Biagi («Bellocchio: Eccessi di musica e recitazione in ‘Vincere’ », www.schermaglie.it., reperibile per via telematica): « ‘Vincere’ è un film dal montaggio ‘futurista’ che racconta la tragedia umana di una delle mogli del Duce, Ida Dalser e del figlio Benito Albino, entrambi cancellati per volontà di Mussolini non solo dalla sua vita, ma anche dalla storia, almeno da quella ufficiale, e il delirio di un’epoca infiammata dall’idea che la guerra, come recitava il manifesto del movimento, è la sola igiene del mondo. ‘La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità penosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno’: questo il terzo punto del Manifesto del Futurismo che sembra scritto per il film di Bellocchio. Un pugno nello stomaco, uno schiaffo a quell’immobilità penosa, la lentezza di Milan Kundera, che però racconta senza l’approssimazione e le tinte forti dell’aggressività».

«Il film di Bellocchio, infatti, è lo specchio rovesciato di ciò che voleva denunciare: l’esaltazione, la stupidità dell’ignoranza che, ancora oggi, porta gli italiani a votare un partito-padrone, la follia della massa che schiaccia l’individuo e, nel privato, l’assurdo di una femminilità asservita al potere-maschio. Bellocchio si cala a tal punto nell’humus del non-senso da perdere le fila del senso. Se il primo tempo del film, oltre alle lunghe e reiterate scene di sesso che sembrano per Bellocchio l’unico éscamotage narrativo, atto a raccontare la passione egotica del duce per Ida e l’asservimento di questa alla pseudo-potenza fallica del maschio, conserva l’originalità del montaggio e l’armonia fra storia pubblica (l’ascesa di Mussolini e l’entrata in guerra dell’Italia) e privata (Ida che vende la sua attività e ogni bene per sostenere economicamente Mussolini), il secondo tempo spezza definitivamente la speranza, nello spettatore, di una sensibilità realmente analitica che va oltre la spettacolarità». « ‘Vincere’ nasce in primo luogo come storia di un dramma privato, come ha dichiarato lo stesso Bellocchio: il dramma di un amore sofferto, il dolore di una vita negata, di un’ingiustizia taciuta, di un figlio rifiutato. La storia è certo parimenti protagonista, trattandosi di Mussolini, ma non bastano né i cinegiornali, né la solita rappresentazione del manicomio anni settanta-Matti da slegare, a riallacciare i fili della complessità di un mondo interiore, di una donna che, oltre i gesti estremi di una iconografia non originale, nel secondo tempo annoia e allontana lo spettatore dal coinvolgimento profondo». «La complessità analitica dello scavo psicologico manca al film di Bellocchio e non è un elemento prescindibile in un film che nasce con l’intento di riportare a galla un dramma come quello vissuto dalla Dalser. In certe scene l’esaltazione, l’approssimazione futurista, sembra prendere la mano a Bellocchio e regalare allo spettatore una smorfia comica che svilisce la drammaticità reale della storia. Esaltata la recitazione. Eccessive le musiche, perché non è un musical, gridato il dolore, sovraesposti i corpi, le scene e gli intenti, si resta come davanti al primo punto del manifesto Futurista della letteratura: ‘Bisogna distruggere la sintassi, disponendo i sostantivi a caso, come nascono’ ».

Da leggersi sono le opinioni di Alessandro Di Nicola («Vincere, Bellocchio»): «Interessante, ma molto discontinuo. ‘Vincere’ di Marco Bellocchio è un film indeciso, tanto granitico e funereo nel ritrarre il corpo pubblico di Benito Mussolini, attraversato dalla storia e dal tempo, quanto fragile ed addirittura sentimentalmente pervio nel narrare le vicende di privata privazione di Ida Dalser, scandite non dal tempo collettivo, ma dal lento stillare della mancanza. I due universi narrativi si incontrano pienamente solo nella parte iniziale della pellicola, dove il corpo di Ida non è altro che il banco di prova e d’incisione del gran corpo di Mussolini: corpo, questo secondo, che con occhi fermi sogna costantemente gli altri corpi della folla. Il giovane Mussolini è il corpo elettrico del Movimento (nel senso politico arendtiano), senza opinioni, né visioni, ma nel quale si insuffla lo scorrere opacamente ferale degli eventi. Se il popolo di questo capopopolo mostre le forme di una platea cinematografica, il canale di comunicazione tra il capopopolo e la massa stessa è il gesto, stentoreo e ripiegato verso l’interno di un presente che non reclama spiegazioni o rivendicazioni di sorta. Il gesto, dunque, sollecitando altri gesti e null’altro, diviene la fascinazione di un’epoca che è meramente corporale. Nessuno sconto collettivo in questo: se il gesto del capo non è altro che una grottesca filiazione della gestualità teatrale e cinematografica, la trasformazione del popolo in massa guardante, ascoltante e plaudente si rivela quale atto di volontaria barbarie del popolo stesso».

«Un corpo che sollecita altri corpi, quello di Mussolini. Quando Ida Dalser nel film cessa di essere corpo, la sua vicenda smette di destare interesse: nella seconda parte del film, quel registro di calligrafica aderenza agli atti di una quotidianità infinita, perché fuoriuscita dalla storia mediante un atto di violenza, mal tollera il peso del gigantismo di sensi, storia e corporeità invero ben costruite con perizia nelle scene precedenti. Di fronte all’enorme ala della guerra, alla veemenza del corpo elettrico mussoliniano espanso nell’agire pubblico, alla scansione del tempo come furente tempo collettivo, l’internamento di Ida e la privazione del figlio appaiono davvero piccola cosa. Che questa biforcazione stoppacciosa della narrazione danneggi la qualità della pellicola è provata dalla necessità, per Bellocchio, di costruire un mondo di piccoli gesti simbolici nella reclusione di Ida così da compensare, con tutta evidenza, la frattura narrativa e figurale: a questo punto del film la rappresentazione degli affetti crea una fastidiosa pellicola retorica intorno alle immagini, privandoci di quella limpidezza immaginale del miglior Bellocchio, custodita nella parte iniziale della pellicola e che ritorna con tratti di magnificenza solo nella conclusione dell’opera».

Il film pone numerosi interrogativi che non si sono esauriti nel dibattito sulla stampa e che forse possono suscitare ulteriori riflessioni. Ad esempio: quale legame c’è tra la figura di Ida Dalser e l’«evoluzione» di Mussolini da giovane rivoluzionario ad autoritario dittatore? Quali sono gli intimi legami tra il potere e la storia individuale? Quale è la relazione tra quella Italia prostrata, arresa al dittatore, sfiduciata nei confronti della politica, e l’Italia di oggi? Altre importanti riflessioni qualcuno le ha fatte: «Dopo avere visto l’ultima opera del regista Bellocchio, ‘Vincere’, dedicata al racconto della vita di Ida Dalser, prima moglie, o amante di Mussolini, e sicuramente madre del suo primo figlio, Benito Albino Mussolini, resto un po’ perplesso su alcune cose. Premetto, il film è molto bello, e gli attori di qualità stratosferica; anche la regia è ottima con un’estetica della narrazione della storia che, per chi scrive queste righe, è piuttosto condivisa, visto le tante similitudini con l’Historiale di Cassino, installazione museale che narra alcune vicende della seconda guerra mondiale, cui noi di Netway abbiamo avuto l’onore di lavorare proprio sugli aspetti grafici nel 2004. A parte i particolari ‘tecnici’, la cosa che maggiormente mi ha colpito è questo passare della narrazione dal piano personale della povera Ida, internata solo perché rea di voler dire la verità, cioè di essere la moglie del Duce, e il piano storico, dove invece viene svolta una sorta di ‘Bignami’ della nascita e caduta del regime, non capendo esattamente quale sia lo scopo dell’opera, cioè: analizzare la vicenda umana di una persona, Ida Dalser, o un atto di condanna a Mussolini come uomo?... In entrambe i casi l’opera risulterebbe incompiuta, perché questo mischiare i due piani non completa mai un quadro preciso, cioè: si vuole tendere a dimostrare che Mussolini non fosse un uomo retto?... Poi una cosa mi lascia perplesso, Mussolini, come tanti altri dittatori, e non, ha avuto varie amanti, con buona pace di donna Rachele, ma la più nota è Claretta Petacci, che, per chi non ne avesse memoria, morì con Mussolini a Dongo. Bellocchio al termine del film mette le classiche schede dove dice cosa sia successo ai protagonisti, indicando la fine di Mussolini come ‘giustiziato’ dai partigiani. Non nascondo che il termine mi ha molto colpito, perché se Mussolini è stato ‘giustiziato’ dai partigiani lo è stata anche Claretta Petacci, rea semplicemente di essere l’amante del Duce (la radice di giustiziato, è giustizia, vorrei capire cosa ci fosse di giusto nell’assassinare Claretta). Due donne, due amanti del Duce, una fine tragica per entrambe, una che muore internata… in un manicomio (la Dalser), e l’altra che viene barbaramente ‘giustiziata’ dai partigiani (i buoni), per poi essere appesa per i piedi in piazzale Loreto, ripeto, solo perché rea, lei come la Dalser, di essere l’amante del Duce. Tutto è tragico del fascismo, e tanto altro è tragico nella storia, lo è stato e lo sarà sempre, e purtroppo è spesso difficile capire quando si parte dove si arriverà. Un dato però io l’ho interiorizzato, la storia travolge tutti, anche quelli che pensano di dominarla, come Mussolini, e come i partigiani, e a rimetterci sono quelli che passavano di lì, a volte per caso come la Dalser e la Petacci, che volevano semplicemente amare un uomo, che però non era solo un uomo, era anche un simbolo della storia. E spero di non dover giudicare le azioni dei dittatori dai loro comportamenti di uomini, diversamente cosa dovremmo fare, rivalutare Hitler perché ad una settimana prima della morte ha coronato il sogno della sua amante Eva sposandola regolarmente?... Maestro Bellocchio, i ‘Bignami’ di storia lasciamoli fare agli americani, lei che è così bravo a frugare nei sentimenti profondi delle persone, ci regali dei pezzi di umanità, perché alla fine, è questa l’unica storia che vale la pena di raccontare (‘Vincere, il film di Bellocchio, bello ma…Ida Dalser è come Claretta Petacci?’, www.netwayitalia.com., reperibile per via telematica)».

Ha scritto Giordano Bruno Guerri («Bellocchio ed il figlio segreto di Mussolini», www.pensierolibero.eu., reperibile per via telematica): «Nel cinema i falsi storici sono dei leciti, quando non cambiano il senso degli eventi e la loro corretta valutazione. Sono inammissibili, invece, quando, come un documento inventato, influenzano arbitrariamente il giudizio degli spettatori. In ‘Vincere’, di Marco Bellocchio, ho verificato entrambi i casi, sia pure nei pochi spezzoni finora visibili. La vicenda è reale quanto drammatica. Poco prima della grande guerra il giovane Mussolini conobbe nel Trentino, ancora austriaco, la coetanea Ida Dalser. Benito aveva già una figlia, Edda, nata da Rachele nel 1910, ma fra i due nacque una passione furibonda: ‘Ti ho nel sangue, mi hai nel sangue’, le scrisse lui, e lei vendette il salone di bellezza, che aveva acquistato a Milano, per finanziare il nuovo giornale dell’ex agitatore socialista, Il Popolo d’Italia. L’11 novembre del 1915 Ida partorisce un bimbo che chiama Benito Albino: il 18 dicembre lo mostra al padre, ricoverato in ospedale per una ferita di guerra; la donna non può sapere, né Benito le dice, di avere già sposato civilmente Rachele. Il futuro Duce, pressato da Ida, che si dichiara pubblicamente sua moglie, riconoscerà il bambino con un atto notarile l’11 gennaio del 1916, negli stessi giorni in cui Rachele rimane incinta del secondogenito Vittorio; due anni dopo nascerà il terzogenito Bruno, poi Romano e Anna Maria. Benito, ormai al potere, sposerà Rachele in Chiesa per dare l’esempio di una famiglia perfetta e in regola con le istituzioni civili e religiose».

«Quello di Mussolini fu un comportamento ben più che disdicevole, e il peggio deve ancora venire. Ida continuava a dare problemi, tanto più fastidiosi da quando Benito era ormai, per tutti, il Duce; la donna non cessò di pensare e sostenere, anche in pubblico, persino con una lettera a Pio XI, che Benito era suo e che ‘Benitino’ era ‘il loro piccolo grande amore’, come scrisse. Probabilmente non era matta, ma parecchio esaltata sì, e non fu difficile farla rinchiudere una prima e una seconda volta in manicomio, dove morì nel 1937. Quanto al piccolo Benito Albino, ebbe dal padre un fondo di centomila lire (circa 75.000 euro), con una rendita del 5%, e venne fatto adottare da un fascista compiacente perché cambiasse cognome. Il ragazzo, però, sapeva bene di chi era figlio, e nel 1935, durante il servizio militare, venne mandato addirittura in Cina. Al ritorno in Italia, morta la madre, fu internato anche lui in manicomio, dove morì nel 1942, forse a causa di iniezioni di insulina, che allora si usavano contro la schizofrenia. Come si vede, ce n’è abbastanza perché Mussolini non ne esca affatto bene e non occorreva che Bellocchio calcasse la mano. E’ accettabilissimo il falso che fa risalire la conoscenza fra i due amanti al celebre episodio in cui, durante un comizio, il futuro duce, cronometro alla mano, sfidò Dio a ‘fulminarlo’ per dare prova della propria esistenza. Ida Dalser si sarebbe innamorata di lui in quel momento. Peccato che l’episodio risalga ai primi anni del secolo, e Mussolini si trovava in Svizzera, non in Trentino».

«E’ un falso grave, invece, una delle scene centrali di ‘Vincere’, quando Mussolini e la Dalser vengono fatti sposare (addirittura in Chiesa), durante la prima guerra mondiale. A chi glielo faceva notare, a Porta a Porta, il regista ha ribattuto che la scena era un sogno della Dalser, ma nel film non appare così evidente, e lo stesso Bellocchio ha detto in un’intervista che Mussolini ‘fu a lungo bigamo’. Oltre che essere bigamo, avrebbe dunque abbandonato l’anticlericalismo con parecchi anni di anticipo su quanto ne sanno gli storici. Il problema vero, però, è un altro. Bellocchio ha dichiarato di avere voluto dimostrare che Mussolini ‘non era un uomo buono’. Può darsi, eppure la bontà non è una categoria storiografica, soprattutto in un Paese che ha prodotto Niccolò Machiavelli. Harry Truman, nonostante le due atomiche fatte sganciare su Hiroshima e Nagasaki, è passato alla storia come un uomo sostanzialmente buono. Amo Bellocchio per molti suoi film e per la critica al potere che contengono, familiare, religioso o politico che sia. E davvero non c’era bisogno di forzare la mano, per dimostrare che il potere, nella sua essenza più pura, quella dittatoriale, non può essere intrinsecamente, evangelicamente ‘buono’».

Riporto, per ultimo, un articolo a firma di Mauro Suttora (maurosuttora.blogspot.com., reperibile per via telematica): «Ida Dalser, ‘pazza’ già nel 1918? Vittima di Mussolini? Sì, ma... Pubblichiamo in esclusiva documenti che provano lo squilibrio mentale della donna prima che il Duce andasse al potere. Oggi, 20 maggio 2009. ‘Ida Dalser è una squilibrata con carattere nevropatico. Non intende ragioni, avanza pretese inverosimili. Suo figlio ha un’infermità dipendente da sifilide organica ereditaria, e nonostante i suoi soli tre anni d’età non è un angioletto: compendia tutto lo squilibrio psichico della genitrice’. Così scrive nel settembre del 1918 il Prefetto di Napoli all’ufficio riservato del ministero degli Interni. Attenzione alla data: allora Benito Mussolini era solo un caporale e agitatore politico. Quindi il Prefetto non aveva alcun interesse a distorcere la verità in suo favore, dipingendo come pazza la madre di suo figlio e asserita moglie. In questi giorni l’Italia presenta al festival di Cannes il film ‘Vincere’ di Marco Bellocchio, che racconta la triste vicenda della Dalser. La quale è stata sicuramente una vittima del futuro Duce: come abbiamo scritto la scorsa settimana, Mussolini riconobbe il figlio ma poi la ripudiò, nel ‘26 la fece rinchiudere in manicomio, e lì la donna morì undici anni dopo. Stessa fine per il figlio, al quale il dittatore tolse il proprio cognome: crepato pure lui in ospedale psichiatrico. ‘Tutto vero’, commenta il professor Antonio Alosco, docente di Storia Contemporanea all’Università di Napoli. ‘Però, da qui a far passare la Dalser come un’eroina, magari impulsiva e ossessiva ma sana di mente, come pretende il battage pubblicitario attorno al film, ce ne corre. Io sono antifascista, ma non diamo a Mussolini troppe colpe, oltre alle tante che già ne ha’. Nell’archivio della Prefettura di Napoli il professor Alosco ha trovato i documenti che provano lo stato mentale della Dalser, già deteriorato nel ‘18. Nella primavera di quell’anno, dopo la disfatta di Caporetto, la donna finisce come profuga, con molti suoi corregionali trentini, nel campo di Piedimonte d’Alife (Caserta). Si porta dietro il figlio Benito Albino. Mussolini ha da tempo rotto ogni rapporto con lei: si è sposato con Rachele e non le invia più gli alimenti per il figlio. Nel campo sfollati la Dalser percepisce un sussidio giornaliero decoroso: quattro lire e mezzo».

«Il piccolo Benito (che Ida chiama Benitino), però, non sta bene: vede poco da un occhio, ha la gambetta destra paralizzata. Potrebbe essere curato a Piedimonte, ma la mamma coglie il pretesto per trasferirsi in albergo a Napoli. E pretende che le autorità la paghino, o che premano su Mussolini affinché la mantenga. Il 18 agosto ‘Benito junior è visitato dal dottor Manlio Giordano. La diagnosi è tremenda: costituzione linfatica, probabile sifilide ereditaria. Intanto, la Dalser continua la sua battaglia quasi giornaliera con Questore e Prefetto. Li tempesta di lettere chiedendo soldi, tanto che il Prefetto si sfoga con il ministro degli Interni: ‘Il primo agosto le abbiamo corrisposto un sussidio straordinario di 150 lire, che però ha impiegato per pagare i debiti (…). Le pretese di lei crebbero giornalmente, manifestandosi in forma violenta (…). E’ eccitata ed eccitabile, non tralascia di imperversare quotidianamente con petulante insistenza per tutti gli uffici, portando in giro la sua creatura scostumata, impertinente, smaniosa di distruggere tutto quanto gli capiti fra mano, rivoluzionaria come la stessa madre lo chiama. La Dalser è scontenta di tutto e di tutti, e sente sempre il bisogno di prendersela con qualcuno. Quando giunse a Napoli imprecava contro il trattamento inumano a Caserta; ora è la volta dei funzionari di questo ufficio’. Nel novembre del ‘18 la Dalser minaccia il suicidio, mentre la Polizia ne evidenzia la ‘cattiva condotta specie morale, essendosi data alla vita allegra riservatamente’. Insomma, oltre che squilibrata e ‘disfattista’ (così erano bollati i pacifisti), ragione per la quale il ministro dell’Interno raccomanda ‘di intensificare la vigilanza sul suo conto’, la signora è accusata anche di fare la prostituta. Persecuzione o mania di persecuzione? In ogni caso, nel ‘18 non era colpa di Mussolini».

Dire «vincere e vinceremo» ha il tono di un’irrisione. Significa dire che non c’è scampo, o si vince o si muore, un atteggiamento mentale tipico dei regimi autoritari, una regola che vale anche per il comunismo ateo di stampo bolscevico.

Professor Alberto Bertotto


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