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Quando cantano gli angeli
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Un piccolo omaggio a Susan Boyle

Lunedì 23 novembre è la data di uscita del primo album della cantante e zitella scozzese Susan Boyle, 48 anni. Molti giorni prima tutti i  bookmaker hanno smesso di accettare scommesse sul fatto che il disco raggiunga immediatamente la vetta delle classifiche di vendita. Che questo avvenga  è considerato assolutamente certo.

E’ vero che l’avvento di internet ha ampliato di molto i meccanismi con cui una persona può farsi conoscere, ma rimane alquanto singolare che una cantante passi dal non essere neanche una cantante alla vetta delle classifiche di tutto il mondo all’età di 48 anni. Quando poi si considera il suo aspetto fisico e che tutto quello che ha fatto è cantare una canzone notissima vecchia di trent’anni la cosa appare ancora più sorprendente.

Sono passati poco più di sei mesi dai pochi minuti di televisione con l’audizione di Susan Boyle ad uno di quei programmi per «giovani talenti» inglese, diventati subito uno dei video più visti di tutti i tempi su YouTube. Una signora scozzese che dimostra anche più dei suoi 48 anni, spettinata e decisamente tondetta, particolarmente bruttina, due cespugli incolti per sopracciglia, vestita con un orripilante abito che sembra una tenda, simpatica e anche un pochino sguaiata, è ripresa dalle telecamere quando sta per esibirsi come cantante; fuori scena, racconta di non essersi mai sposata (e neanche mai stata baciata, precisa con autoironia) e di vivere sola con un gatto di dieci anni, ma di «non essere mica infelice», di essere «disoccupata ma ancora in cerca».

Una volta sul palco, di fronte ai boriosissimi e patinatissimi giudici, racconta di vivere di un paesino scozzese e di sognare di diventare una cantante professionista.

«Perché non ha funzionato finora?» le chiedono. «Non ho mai avuto una chance, ma qui c’è la speranza che tutto cambi» risponde. Risatine tra il pubblico. «Come quale cantante vorresti essere?» «Elaine Paige, qualcosa del genere». Pubblico e giudici quasi sghignazzano. (Elaine Paige è probabilmente la più famosa cantante e attrice di musical, molto brava, elegante e dignitosa) «Cosa canterai stasera?» «I dreamed a dream, da Les Miserables»; il giudice non ce la fa quasi più a trattenere le risa.

I dreamed a dream è una canzone molto difficile.

Poi, comincia la musica, pochi secondi e lei apre la bocca e comincia a cantare. Ed è subito chiaro che a cantare è un angelo.

Un attimo, e il mondo cade letteralmente ai suoi piedi. Scopre di essere indifeso di fronte a Susan Boyle. Un grido misto di repressione a lungo soffocata e di sollievo si leva da tutti gli angoli del globo: «Questo è quello che vogliamo ascoltare!».

L’intero star system subisce la più inattesa e profonda ridicolizzazione. La vanità stessa vacilla. In pochi giorni Susan Boyle diventa così famosa che milioni di persone in tutto il mondo si preoccupano del suo gatto. Elaine Paige vende molti più dischi di prima. Le prenotazioni per Les Miserables aumentano vertiginosamente. Obama la invita a cena (lei declina). Richiedono la sua presenza i più gettonati talk-show (lei concede qualche minuto al telefono alla Winfrey e a Larry King).

Non solo il video dell’audizione: si cerca ogni possibile cosa cantata da lei. Milioni guardano su YouTube video di matrimoni e altri eventi familiari dall’acustica disastrosa. Si scopre un disco inciso per beneficenza un paio di anni fa, credo da una associazione religiosa locale, in cui tra canzoni di tanti altri c’è una sua cover di «Cry me a river», che diventa «la più bella interpretazione di questo classico mai ascoltata». Troupe televisive di tutto il mondo stazionano di fronte alla sua casa (una «council house», che poco dopo lei riscatterà), milioni di fan le scrivono. «Cosa ne pensi di tutto ciò?» le chiedono in un’intervista. «Mi sembra veramente surreale», che altro potrebbe dire?

E diventano noti i dettagli della sua vita. Susan Boyle è l’ultima di otto o nove figli di una modesta famiglia di irlandesi emigrati in Scozia. Si dice a causa di una sofferenza durante la nascita, ha difficoltà di apprendimento e viene derisa dai compagni di scuola. Frequenta solo qualche corso professionale e non ha mai un lavoro stabile. Ma la madre a dodici anni la manda a lezione di canto da un discreto insegnante, e in seguito canterà in famiglia, nel coro della chiesa e in qualche karaoke. Ogni suo tentativo di audizione non passa le prime selezioni a causa del suo aspetto fisico.

I fratelli via via lasciano la casa, suo padre muore, e lei si dedica per molti anni a tempo pieno ad accudire la madre anziana. Quando la madre muore, a più di novant’anni qualche anno fa, Susan Boyle non esce di casa per diversi giorni. Poi, si ritrova a vivere da sola (col famosissimo gatto), e decide di tentare di esaudire un desiderio della madre. E fa richiesta di audizione per «Britain Got Talent».



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Alle semifinali Susan Boyle si presenta dopo due mesi di pressione incredibile. Canta «Memory», sbagliando qualche nota, ma la magia si ripete. Una settimana dopo c’è la finale, e l’atmosfera diventa insopportabile. E’ assillata da paparazzi e dai fan. I tabloid l’attaccano con qualsiasi pretesto. Lei non riesce più a dormire. Alla finale canta di nuovo I dreamed a dream con tutto lo stress ben visibile sul volto già molto ripulito e truccato. E’ una versione completamente diversa ma di nuovo bellissima. Poi Susan Boyle crolla per mancanza di sonno e viene ricoverata in una clinica. I tabloid gliene dicono di tutti i colori. «Il sogno è finito» e roba del genere. Lei risponde attirando da sola il tutto esaurito di fan entusiasti nelle tante serate di esibizioni in tutta la Gran Bretagna che deve fare per contratto. Poi comincia a registrare il CD. Per ora, è il disco più pre-venduto di tutti i tempi.

Una gran quantità di chiacchiere (pomposamente definite «analisi sociologiche») sono state fatte su Susan Boyle e sul perché del suo successo. «Perché è brutta», «perché rappresenta la realizzazione del sogno impossibile», «perché rappresenta il riscatto della persona normale rispetto ai modelli irraggiungibili imposti dallo star system».

Nessun grado di bruttezza o nessuna aura di riscatto può spingere moltitudini di persone ad ascoltare e riascoltare una canzone, quasi implorando per altre occasioni di sentire quella voce.
Io credo che il successo di Susan Boyle sia dovuto esclusivamente a come canta. Non è solo la bellissima voce da angelo (anche le più famose e acclamate cantanti, anche se tecnicamente più brave, difficilmente hanno una voce bella come la sua).

Il fatto è che Susan Boyle canta con la semplicità della sua anima, senza virtuosismi e senza complicate interpretazioni. Canta cercando di cantar bene. Canta come faremmo tutti sotto la doccia (ehm, se fossimo capaci). Non impone se stessa sulla canzone ma cerca di renderle omaggio. Canta con la gioia di cantare. Invece di essere un suo limite, la sua semplicità finisce col farle trasmettere molte più emozioni di tutte le altre cantanti.

Susan Boyle sembra aver mantenuto il suo spirito semplice e il suo irriverente sense of humour scozzese, sotto gli abiti di lusso e il trucco. Ma sembra di sentire quella madre per tanto tempo accudita rivoltarsi preoccupata nella tomba: «Troppa grazia!»

Soccomberà Susan Boyle al peso di tutta quella notorietà e di tutti quei soldi? Forse sì, ma non è certo lei da biasimare se un mondo straziato si scopre in così disperato bisogno della voce di un angelo.

Maria Missiroli



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