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Siamo un modello di secolarizzazione
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Nel cimitero di Mirteto, Massa Carrara - la civilissima Toscana - hanno arrestato 13 persone che intascavano i soldi per cremazioni che non eseguivano; avevano ammassato 500 cadaveri in un locale del cimitero (dal 2005: e nessuno se ne accorgeva?); altri ne hanno cremato in comitiva, per risparmiare sul carburante e intascare la differenza fra il prezzo pagato dai parenti per la cremazione individuale (380 euro) e quella di gruppo.

I carabinieri hanno trovato 600 chili di ceneri umane, dentro sacchi di plastica che venivano gettati in un sottopasso attraverso dei tombini. Fra gli arrestati, ovviamente, parecchi dipendenti comunali, «civil servants», come li chiamano in Inghilterra: a conferma che da noi, i servitori civici servono anzitutto se stessi. Arrestati anche dirigenti «della società che gestisce il cimitero», dicono le agenzie: le istituzioni avevano appaltato ai privati anche questo.

Qui è forse la chiave. Non gli americani, ma noi italiani siamo i primi della classe del liberismo assoluto, della ricerca della felicità individuale senza lacci e laccioli di sorta, nemmeno morali, e nemmeno di disgusto. I primi della classe del «mercato» inteso come glorificazione dell’egoismo, liberato finalmente degli ostacoli posti dalla tradizione e dal senso dell’onore e della dignità. Gli arrestati di Massa non facevano che applicare da maestri la lezione. Che cos’è un corpo umano oggi? Un rifiuto da «smaltire». Se ci si possono fare un po' di soldi extra, che male c’è? La camorra lo fa a Napoli con l’altra monnezza generica.

Né i parenti dei cosiddetti defunti hanno il diritto di lamentarsi. Avevano scelto loro la cremazione, magari l’aveva scelta il defunto; la pratica è in trionfale aumento in Italia. Nelle grandi città supera l’inumazione. Segno di liberazione dal vecchiume cattolico, ed asserzione ideologica della propria compiuta secolarizzazione. Finita la vita e la possibilità di godere ed arraffare qualche piacere, ciò che resta non ha senso. Il corpo, da mero strumento, diventa mero rifiuto. Basta con le dolenti visite nel Giorno dei Morti, basta coi ricordi, i muti colloqui davanti alla lapide. Nessuno chiede più al papà, alla mamma o al fratello, «dove sei? Mi ascolti?».

Farla finita coi mazzi di crisantemi: liberi da tutto questo, la smemoratezza ci rende migliori consumatori, ci lascia più spazio per l’acquisto dell’ultimo telefonino e per la visita domenicale al mega-shopping center, vero ultimo rito.

La richiesta dei parenti, spesso, è che le ceneri vengano sparse: più chiaro di così. La mia vita «deve finire come lacrime nella pioggia?», si chiedeva ribellandosi il robot biologico (ultimo essere umano) nel film religioso «Blade Runner». Oggi, la massa italiota risponde: ma sì, papà e mamma finiscano come polvere tra le polveri sottili, autostradali e industriali.

E' stato già detto: questo secolarismo è la sola vera religione rimasta. Pierre Thuillier: «Facendo trionfare il denaro, l’Occidente non ha avuto coscienza di realizzare un progetto religioso, ma il culto del profitto stava soppiantando la fede cristiana: annunciava la morte di Dio. La cultura dei mercanti ha funzionato come una religione. E' essenziale capire come l’Occidente si sia costituito una nuova concezione globale della vita umana; il culto dell’economia ha costituito un fatto sociale totale. Non è investita solo l’organizzazione della produzione e degli scambi, ma tutta la cultura, compresa l’arte, la morale, la politica e la metafisica... Il dramma dell’Occidente si spiega in buona parte col fatto che la nuova classe dominante, col suo meschino utilitarismo, non ha neanche la coscienza dell’influenza che ha esercitato in tutti i campi della vita sociale... Sottoponendo tutte le attività e i pensieri umani a calcoli economici, i nuovi padroni, perfino senza volerlo, hanno colonizzato territori un tempo chiamati “religiosi” o “filosofici”. In questo sono stati educatori loro malgrado; e naturalmente educatori molto scadenti. Basti solo pensare a come si concepisce la vita, l’amore e la morte negli ultimi anni del secolo ventesimo... L’Occidente, alla vigilia della Grande Implosione, ha praticamente raggiunto il grado zero della spiritualità» (1).

La nuova religione ha le sue liturgie. Ogni radio ci impone, ogni mezz’ora, la litania dei listini di Borsa, che salgono e scendono... come  faceva il canto gregoriano, abolito dalla Chiesa per modernità (2). Nè la nuova religione con spiritualità-zero è più benevola della vecchia e vera, anzi esige i suoi sacrifici umani, sempre più. Ogni anno 4 mila morti in Italia per incidenti stradali, ed anche questo numero è in crescita trionfale, effetto della stupidità generale, della smemoratezza, della fuga dalle «regole» alla ricerca della propria felicità privata, e nessuno fiata. Al più si propongono  guard-rail più tosti, non più intelligenza, coscienza e senso della responsabilità, e meno telefonini al volante. Il traffico privato fa 40 mila morti in Europa ogni anno: una guerra. Ma se fosse la guerra, quei morti parrebbero intollerabili, folle di mamme in nero scenderebbero in piazza per fermare l’inutile strage; non si ammette che la patria chieda la vita ai giovani (la patria, come l’onore e la dignità, come la solidarietà di nazione e la gratuità, non sono entità economiche), ma si accetta che la esiga la discoteca, la cocaina, l’auto, la corsa di piacere, la «educazione» impartita dalla pubblicità. I morti in guerra sono un dolore pubblico, un tempo esigevano monumenti in ogni paese, perchè la loro memoria non sparisse dalla coscienza comune; i giovani morti in scontri frontali sono dolori privati, di cui la società non ha bisogno di occuparsi, colpiscono una famiglia qui e una là: ecco un’altra vincente privatizzazione.

Ai profeti, scrisse Quinet, «la morte degli dèi annunciava in anticipo la morte dei popoli». Noi stiamo morendo allegramente, consumisticamente, svanendo e incinerando i nostri defunti e i nostri giovani perduti. E i profeti, non li vogliamo.

Ne volete una prova? Ecco come una giornalista del Guardian, Annie Applebaum, ha liquidato la morte di Solgenitsin: «Negli ultimi anni, Solgenitsin ha perso in qualche misura la sua statura morale... a causa della sua mancata adesione alla democrazia liberale. Non ha mai amato veramente l’Occidente, non ha mai davvero accettato il libero mercato o la cultura pop».

Letteralmente così: il profeta, per amare l’Occidente, deve accettare la cultura pop, ossia la stupidità di massa, altrimenti  «perde statura morale». La colpa di Solgenitsin, suggerisce la Applebaum, è di non aver accettato la ultima, estrema religione secolarista. Evidentemente, le brucia ancora il discorso di Harvard, «Un mondo in frantumi», che Solgenitsin pronunciò nel  1995. Eccone l’ultima parte:

«Il cammino che abbiamo percorso a partire dal Rinascimento ha arricchito la nostra esperienza, ma ci ha fatto anche perdere quel Tutto, quel Più alto che un tempo costituiva un limite alle nostre passioni e alla nostra irresponsabilità. Abbiamo riposto troppe speranze nelle trasformazioni politico-sociali e il risultato è che ci viene tolto ciò che abbiamo di più prezioso: la nostra vita interiore. All'Est è il bazar del Partito a calpestarla, all'Ovest la fiera del commercio. (...). Se l'uomo fosse nato solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte. Ma poiché è corporalmente votato alla morte, il suo compito su questa Terra non può essere che ancor più spirituale: non l'ingozzarsi di quotidianità, non la ricerca dei sistemi migliori di acquisizione, e poi di spensierata dilapidazione, dei beni materiali, ma il compimento di un duro e permanente dovere, così che l'intero cammino della nostra vita diventi l'esperienza di un'ascesa soprattutto morale: che ci trovi, al termine del cammino, creature più elevate di quanto non fossimo nell'intraprenderlo. Inevitabilmente dovremo rivedere la scala dei valori universalmente acquisita e stupirci della sua inadeguatezza ed erroneità. E' impossibile, ad esempio, che il giudizio sull'attività di un presidente debba derivare unicamente da quanto prendi di paga o dal fatto se la vendita della benzina è razionata o meno. Solo l'educazione volontaria in se stesso di un'autolimitazione pura e benefica innalza gli uomini al di sopra del fluire materiale del mondo. Aggrapparsi oggi alle anchilosate formule dell'Illuminismo è da retrogradi. Questo dogmatismo sociale ci rende impotenti di fronte alle prove dell'era attuale. Seppure ci verrà risparmiata la catastrofe di una guerra, la nostra vita, inevitabilmente, non potrà più restare quella che è ora, se non vorrà darsi da sé la morte. Non potremo far a meno di rivedere le definizioni fondamentali della vita umana e della società: l'uomo è veramente il criterio di ogni cosa? Veramente non esiste al di sopra dell'uomo uno Spirito supremo? Veramente la vita dell'uomo e l'attività della società devono anzitutto valutasi in termini di espansione materiale? Ed è ammissibile sviluppare questa espansione a detrimento della nostra vita interiore? Il mondo è oggi alla vigilia, se non della propria rovina, di una svolta della storia, equivalente per importanza alla svolta dal Medio Evo al Rinascimento; e tale svolta esigerà da noi tutti un impeto spirituale, un'ascesa verso nuove altezze di intendimenti, verso un nuovo livello di vita dove non verrà più consegnata alla maledizione, come nel Medio Evo, la nostra natura fisica, ma neppure verrà, come nell'Era contemporanea, calpestata la nostra natura spirituale. Quest'ascesa è paragonabile al passaggio a un nuovo grado antropologico. E nessuno, sulla Terra, ha altra via d'uscita che questa: andare più in alto».

Sono sicuro che la massima parte di noi, oggi, non capisce queste parole. Non capisce nemmeno quel che Solgenitsin ha voluto dire; ogni singola frase qui è priva di senso per l’uomo che passa le domeniche negli outlet e corre in autostrada, distratto, indifferente a sé e alle altrui vite. Crede di essere finalmente liberato, quell’uomo. E non sa che è diventato schiavo di un padrone senza faccia, di una durezza mai vista.

Basterà un’ultima citazione: Il termine ebraico «dam», il sangue (da cui A-dam, l’essere umano), utilizzato al plurale, «damin», significa denaro» (3).

P.S. Sento che Bondi, ministro della «cultura», viene sbertucciato e attaccato come oscurantista per aver confessato che non capisce l’arte contemporanea. Quella, per intenderci, che espone quarti di bue in formalina, cadaveri plastificati e merda d’artista in scatola, che «il mercato» si contende a suon di milioni. E’ l’arte adeguata al nostro grado zero di spiritualità. E allora perchè prendersela coi dipendenti del cimitero di Mirteto, nella civilissima rossa Toscana? Il loro unico errore è aver mancato di presentare i loro 500 cadaveri putrefatti come opera d’arte, una straordinaria «istallazione», una «performance»  da esporre nel museo contemporaneo. Ancora un sforzo, monatti fancazzisti e pagati da noi contribuenti, per essere veramente  figli del vostro tempo.




1) Pierre Thuillier, «La Grande Implosione», Asterios, 1995, pagina 120.
2) La metafora listino come canto gregoriano è di Bernard Maris, «Anti-Manuale di economia», Tropea Editore, 2001, pagina 227.
3) F. Rachnline, «Que l’argent soit», Hachette, Paris, 1996. 


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