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Vita di Gesù Cristo
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Cristo è pietra angolare. Né c’è un’altra salvezza, e non v’è altro nome sotto il cielo dato dagli uomini in virtù del quale possiamo salvarci (S. Pietro, Atti, 4, 12).

Ricciotti ebbe il grande merito di riaffermarlo in tempi di ostile razionalismo: se Cristo non è una astrazione o una creazione religiosa, se i fatti della sua vita e la sua presenza nel mondo sono un evento storico vero, allora sono l’evento storico per eccellenza, di fronte al quale tutta la storia verrà giudicata.

“Per Gesù – scrisse il celebre abate – la vita presente è essenzialmente transitoria, e in tanto ha valore in quanto è indirizzata alla vita stabile, che è quella futura. Egli, Messia, guida alla vita stabile attraverso le aspre vicende di quella transitoria; chi non vuole seguirlo, e rimane nella vita transitoria, rimane nella morte”.

Nuova edizione di Vita di Gesù Cristo

Vita di Gesù Cristo non solamente è un testo tra i più importanti del secolo scorso, ma è anche “un classico della letteratura italiana” (Curzio Nitoglia — Introduzione).

Venne pubblicato per la prima volta dall’Editore Rizzoli di Milano nel 1941, il quale – ricorda don Nitoglia – “ne stampò 5 mila copie e disfece il piombo per una eventuale seconda edizione, pensando che non avrebbe venduto granché, ma dopo appena due settimane la prima edizione era già esaurita e si dovette ricomporre il piombo per ristampare il libro, che conobbe sette edizioni sino a quando Ricciotti nel 1954 (…) passò all’Editore Mondadori, che nel 1974 stampò la diciottesima edizione, oggi esaurita”.

Dopo anni di editoria cattolica era arrivato il momento per noialtri di riprendere questo grande libro (806 pagine in edizione del 1943) e ripresentarlo secondo gli standard tipografici attuali. L’edizione EFFEDIEFFE, anch’essa di 806 pagine, segue le linee della prima edizione Rizzoli, quella originale (la 7° per la precisione, già corretta dallo stesso Ricciotti) e pertanto avrà alcune illustrazioni (abbiamo recuperato le più significative onde evitare che le già 806 pagine aumentassero ulteriormente), carattere ben leggibile e pagine ampie.

Importanza della Vita di Cristo

Ripubblichiamo l’opera perché è un capolavoro in sé; quindi perché la sua ristampa ci è stata domandata da diversi lettori; il libro non veniva più pubblicato ed era diventato di difficile reperibilità; qualche copia si riusciva ancora a scovarla presso mercatini di “antiquariato”; ma a parte lo stato di conservazione non sempre buono, son fondi di magazzino settantennali, presto o tardi destinati ad esaurirsi come era già avvenuto per la Sacra Bibbia.

Corrispondiamo dunque con gioia alla feconda insistenza dei nostri lettori, i quali, in aggiunta, ci domandano altre opere del Ricciotti. Oltre la Sacra Bibbia e Vita di Gesù Cristo già disponibili, nel prossimo futuro cercheremo di ristampare altre opere dell’abate dei Lateranensi; Paolo Apostolo e la meno nota La era dei martiri – Il cristianesimo da Diocleziano a Costantino potranno conoscere una futura pubblicazione EFFEDIEFFE se il tempo a nostra disposizione sarà bastante.

Nel frattempo Vita di Cristo è nuovamente a disposizione. In aggiunta all’essere un piccolo miracolo di contemplazione sapienziale, scritto con amore e in un italiano molto elegante e scorrevole, questo testo contiene un messaggio-testamento:

«E la lotta attorno al “segno di contraddizione” continuerà… fino a che siano su questo mondo i figli dell’uomo».

Ricciotti – avendo negli occhi la IIa Guerra Mondiale – alludeva però ad una battaglia di ordine superiore, preternaturale. Una battaglia combattuta per la custodia del sacro e della santità, della purezza interiore.

La vita dell’uomo in questa terra è un arduo combattimento, arduo proprio perché deve tendere a vincere e a sopraffare agenti contrari: noi stessi, il mondo, il tentatore. Per combatterla si deve orientare progressivamente l’animo a ciò che è grande, disprezzando i beni ai quali d’ordinario gli uomini sono rivolti, dominando le passioni e assoggettandole.

Puntare in alto è più che possibile e lecito. I moralisti cattolici insegnano che “impegnarsi in ardue cose od imprese per la gloria di Dio, il nutrire grandi e nobili sentimenti od aspirare ad un alto grado di santità non è mancanza d’umiltà” (voce “Magnanimità”, Diz. di teologia morale, Palazzini, in corso di ristampa presso EFFEDIEFFE).

Dio ci comanda di imparare dal suo massimo esempio: “Imparate da Me che sono mansueto ed umile di cuore”. Ma ci domanda di essere anche perfetti, “come perfetto il vostro Padre celeste” (Mt. 5, 48).

Si può essere quindi magnanimi senza essere superbi; anzi, propriamente parlando non si può essere magnanimi in senso cristiano senza essere profondamente umili: perché il magnanimo che è grande in tutto, deve essere grande anche nell’umiltà.

Così il Vangelo insegna: «Non spetta a voi conoscere i tempi o i momenti che il Padre stabilì col suo potere (ecco l’umiltà); bensì riceverete possanza, sopravvenuto che sia su voi il santo Spirito, e mi sarete testimoni tanto in Gerusalemme quanto in tutta la Giudea e Samaria e fino all’estremità della terra» (Atti, 1, 7-8).

Vi sono varie tipologie di possanza, tra le quali la carità è forma (ultimo compimento) e motore di tutte. Vi sono virtù propriamente naturali, come l’esempio di un missionario che si espone alla morte per diffondere il Vangelo, o l’esempio di una madre che sacrifica la propria vita per far nascere il suo figlioletto (rarità assoluta oggi; è accaduto in Australia di recente). Sono queste virtù annesse alla fortezza, che dispongono a fare, con l’aiuto di Dio, cose grandi ed eroiche, rinunciando anche all’ultimo e più importante bene, che è la vita.

Ma vi sono altri canali più piccoli e meno visibili, attraverso i quali può transitare la provvidenzialità divina, essenzialmente soprannaturale. Ognuno di noi, qui, ha la sua porzione di compito e di responsabilità. Come esiste la Divina Provvidenza, esiste non solo una Provvidenza generale che abbraccia tutte le cose create ma anche una Provvidenza speciale, personale, che pensa a ciascuno di noi, e che non lascia cadere dal nostro capo un solo capello (Mat. 10, 29). Noi non siamo dèi secondo l’ordine naturale, come l’azione massonica ci ha illuso di essere, ma possiamo partecipare all’opera di Dio quali cause seconde, anzi, partecipiamo della stessa natura divina (II Pietr. 1, 4). Novelli dèi dunque, secondo l’adozione in spirito. Distanza infinita naturale, ma chiamata alla beatitudine perché, come attesta San Tommaso, gli esseri conoscitivi si avvicinano a una certa somiglianza con Dio (S. T., I, q. 80, a.1).

Così, dalla pratica di ogni virtù seppur piccola o nascosta, tutta la società trarrebbe enorme beneficio; dal semplice e quotidiano dovere nello stato in cui ognuno si trova, compiuto con serenità, docilità, prontezza, costanza. Quando agiamo virtuosamente e, conseguentemente, in grazia di Dio, accumuliamo difatti sia meriti per noi, ma possiamo spendere questi meriti anche per gli altri. Però, se “il prego da Dio è disgiunto”, se la comunione con Dio è interrotta dal peccato, la nostra azione sarà incomunicabile.

I teologi chiamano le prime grazie de congruo, ovvero di convenienza, basate cioè su di un diritto di amicizia: l’amico fa tutto ciò che piace all’amico (Dio). Essendo queste azioni fondate in «iure amicabili», Dio le considera come opere di carità e dunque meritevoli di attirare benefici sopra il mondo. Le seconde saranno grazie de condigno, fondate questa volta sulla giustizia; potremo domandare aiuto affine di recuperare l’amicizia persa, ma non aiuto per altri — perché solo l’orazione che surga su di un cuor che in grazia viva può prestare soccorso (Purg. IV) e “senza di me non potete far nulla” (Giov., XV, 5).

Dunque essere in grazia di Dio fa un gran bene a noi, ma soprattutto al prossimo.

E “questo zelo dobbiamo indirizzarlo in modo particolare alla salvezza delle anime della nostra patria” diceva Garrigou-Lagrange ai suoi confratelli (Vita Spirituale, 1965, opera che presto ristamperemo).

Perché “un’immensa moltitudine di poveri traviati si trastulla sull’orlo di un abisso che ad ogni istante può inghiottirli per l’eternità, correndo con indifferenza verso la dannazione” concludeva il sommo domenicano.

Non esiste – credo – descrizione più fedele ai tempi che viviamo.

Per vincere una lotta che appare disperata, mentre «tutte le verità sono scomparse tra i figli degli uomini» (Sal. 12, 2), serve l’arma per eccellenza, la sola che possa schiacciare il serpente massonico nell’unione che il nemico fa tra teocentrismo e antropocentrismo: coraggio zelante (rispondere di alle istanze di Dio) ma con umiltà (siamo creature decadute e quindi redente). Questa è l’arma propriamente Mariana, di colei che, la più umile tra tutte le creature, ebbe il coraggio di pronunciare il fiat più grande.

Ristampiamo Vita di Cristo del Ricciotti nella speranza che di mezzo all’indebolimento dell’educazione cattolica, la sua presenza possa continuare a rappresentare un segno di contraddizione per molti sacerdoti, per molti amici e uomini di cultura che ancora non hanno operato una scelta che dia profondo significato alla loro esistenza, ma specialmente per i nostri figli: un libro tanto schietto e bello da leggere, che è narrazione di una grande avventura, può rappresentare per loro, per noi, una speranza di rigenerazione.

Lorenzo de Vita



(Vita di Gesù Cristo, 806 pp., formato grande)
 
27,00 euro
30,00 euro
(sconto speciale per i lettori EFFEDIEFFE fino al 3 marzo)

 

  EFFEDIEFFE.com  


 
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