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Apocalypto Now: aborto e sacrificio umano nelle Americhe
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Vedendo «Apocalypto» possiamo farci un'idea di quanta strada abbiamo fatto in un brevissimo lasso di tempo.
L'itinerario di Mel Gibson parte dal film «The Patriot» del 2000.
Questo film descrive un'America illuminista, una nazione formata da proprietari terrieri indipendenti che vanno malvolentieri alla guerra a difesa della loro libertà minacciata da brutali inglesi, come accade al personaggio interpretato da Mel Gibson.
Nessuna persona dotata di senno poteva credere che l'America del 2000 fosse ancora, nel senso proprio della parola, una repubblica. Tuttavia, qualcuno ha riscontrato nell'esercizio nostalgico di «The Patriot» il valore, se non altro, di un'esortazione morale.
A quell'epoca, la rivista dello Smithsonian pubblicò una storia di copertina sull'attualità storica del film.
Un po' come fanno quei conservatori che dopo aver letto Burke dichiarano di trovarlo una guida importante anche per i nostri tempi.
Cosa del tutto implausibile ma tuttavia possibile.
Almeno credo.
«Apocalypto», invece, ci suggerisce l'idea che «tutto è cambiato» a seguito dell'11 settembre e che tutto è cambiato sicuramente per Gibson, dopo la «La passione di Cristo» e il linciaggio che subì per mano degli ebrei.
Come «Apocalypto», anche «The Patriot» è un film di vendetta.
Tu uccidi la mia gente, io uccido la tua.
La scena di «The Patriot» in cui Mel è incapace di fermarsi mentre fa a pezzi delle Giubbe Rosse fa pensare a ben più che semplice autodifesa.
«Apocalypto» e «The Patriot» si differenziano perché il secondo si basava su premesse ideologiche, che facevano sembrare meno ripugnante la vendetta.
«Apocalypto» invece è un film sulla vendetta spogliata di qualsiasi giustificazione ideologica.
Ancora: «La Passione di Cristo» era un film profondamente cattolico, ma se gli altri film di Gibson possono suggerirci un'idea della gerarchia dei valori che stanno a cuore al regista, allora il cristianesimo si piazza soltanto al terzo o quarto posto, ben distaccato da altri valori che il Nostro considera importanti.

Per lui, al primo posto c'è la famiglia, poi la vendetta e quindi la libertà del patriota americano per il quale l'essere lasciati in pace è la massima realizzazione della libertà.
Infine, arriva il cristianesimo, che emerge come qualcosa che asseconda in modo vago tutte queste emozioni.
La cosa più significativa accaduta tra il 2000, (anno di «The Patriot») e il 2006, (anno di «Apocalypto»), è che tutte le illusioni di Gibson sull'America sono svanite.
Un'America che possa sostenere la mitologia di Mel non esiste più, neppure l'America immaginaria che esiste nella sua fantasia.
L'America di Mel Gibson è simile alla Chiesa cattolica di Mel Gibson: nessuna delle due è visibile.
In un certo senso la vera Chiesa cattolica prende posto, nella mente di Mel Gibson, accanto alla vera America che non troverà mai più espressione artistica nei suoi film: l'America non è più la Carolina del Sud dell'epoca coloniale, dove i proprietari terrieri si uniscono per fondare una Repubblica ispirata alle loro letture dei classici greci e romani, e al liberalismo di John Locke.
Oggi l'America è l'impero maya, la terra del simbolo del sole, dove abita un popolo eletto destinato a governare il mondo.
Questo risulta chiaro da un discorso pronunciato dal un sacerdote maya il cui ufficio è quello di strappare i cuori dei prigionieri di guerra, in modo che la terra, impoverita a causa degli alberi abbattuti e delle fattorie distrutte, possa riacquistare la fertilità.
La retorica del sacerdote è un misto dei discorsi «o con noi o contro di noi» di George W. Bush o di un qualsiasi articolo di Bill Kristol pubblicato sul Weekly Standard.
Il sacerdote maya neoconservatore si rivolge, con la sua arringa, al popolo che Mel Gibson rappresenta come l'americano medio: una mandria istupidita di tifosi di football americano, imbottiti di droga, il cui sport preferito è quello di catturare con delle reti le teste dei prigionieri di guerra sacrificati quando rotolano per i gradini del tempio a piramide, dove si consumano i sacrifici umani.
La differenza principale è che nell'America di oggi i tifosi si dipingono di blu, mentre nell'America precolombiana, questo privilegio era riservato ai candidati al sacrificio cui strappava il cuore.
I primitivi mesoamericani erano cacciatori - raccoglitori, come Zampa di Giaguaro, l'eroe di «Apocalypto», la cui gente viene catturata dai più avanzati mesoamericani, che sono impegnati a segare alberi, a bruciare fattorie, e a fare sacrifici umani quando il suolo si impoverisce.
«Apocalypto» è un film che spiega come sopravvivere in una cultura basata sul sacrificio umano.

L'equivalente americano moderno del sacrificio umano praticato dagli Aztechi e dai Maya è naturalmente l'aborto.
Mel Gibson, cattolico viscerale e padre di sette figli, è ovviamente contrario in modo viscerale all'aborto, e come tale lo era la maggior parte degli americani finchè ebrei come Bernard Nathanson (che si sarebbe più tardi pentito) iniziarono le loro campagne per ottenerne la liberalizzazione negli Stati di New York e della California (campagne che ho descritto nelle pagine di «Culture Wars» del giugno 2006).
Varie persone hanno notato la connessione tra l'aborto negli Stati Uniti e il sacrificio umano nell'America pre-colombiana.
Io sono tra loro, come ho realizzato dopo aver riletto un articolo scritto nel 1984 dove paragonavo gli Aztechi al Partito Democratico, e notavo come sia gli uni che l'altro fossero favorevoli alla sodomia e al sacrificio umano.
In un articolo intitolato «Religione politica, American style», apparso nel numero di dicembre 1984 di «Fidelity», dichiaravo che «sodomia e sacrifici umani costituivano parte integrante della vita pubblica in America, prima dell'arrivo del cristianesimo. Il demonio dominava l'America con una presa d'acciaio. Dobbiamo rendere omaggio alla tenacia del diavolo visto il successo con il quale è riuscito, dopo 500 anni, a riestendere la sua presa al punto da conquistare il partito di maggioranza della più potente nazione di questo emisfero».
Quello che trovo veramente sorprendente oggi è che in qualche modo credevo che il Partito Repubblicano fosse contro la sodomia e il sacrificio umano.
Lo credevo allora, nel dicembre 1984, soprattutto perché nel novembre precedente ero stato invitato ad una conferenza alla Casa Bianca che, se proprio non era sull'aborto, verteva comunque sulle questioni morali che cadono nella sua zona d'ombra.
Riuscite ad immaginare, nel 2006, Michael E. Jones invitato alla Casa Bianca?
Il mio invito ad una conferenza alla Casa Bianca era notevole per quanto rivelava sulla stessa Casa Bianca più che sulla mia persona e, su Steve Galebach, che era sincero quanto me nell'ansia di fare qualcosa contro l'aborto.
Da ingenui, forse, credevamo entrambi che i Repubblicani, nel secondo incarico presidenziale di Reagan, avrebbero fatto qualcosa sul tema dell'aborto.
Come il Mel Gibson della fase di «The Patriot», credevamo che il popolo americano avesse una qualche visione morale, e che il Partito Repubblicano se ne sarebbe servito, o, per usare le mie parole di allora: «Si provi ad immaginare uno dei padri fondatori, o un puritano, o un contemporaneo di Lincoln che possa supporre il partito di maggioranza relativa in questo Paese prendere l'imbeccata dagli Aztechi e fare della sodomia e del sacrificio umano parte integrante del proprio programma. Che un tale partito (nelle elezioni presidenziale del 1984, nda) sia stato sonoramente sconfitto va ad onore della visione morale del popolo americano. Ma che un simile programma sia anche solo stato proposto è, in primo luogo, un segnale di quanto siano seri i nostri problemi e di quanto impegnativa sarà la battaglia che dovremo combattere negli anni a venire».

  Uno dei sostenitori della mia opinione - cioè che gli americani avessero una visione «morale» su un problema come l'aborto, e che il Partito Repubblicano avrebbe fatto qualcosa - era Thomas J. Ashcraft, allora assistente legislativo del senatore Jesse Helmes, della Carolina del Nord; «La mia valutazione definitiva» (dell'aborto, nda), mi disse Ashcraft quando lo intervistai nell'ufficio del senatore Helmes, «è che, sostanzialmente, sia qualcosa di demoniaco, in quanto costituisce un attacco diretto alla razza umana. E' un attacco diretto alla creazione di Dio di esseri umani. Le stime ci dicono che ogni anno nel mondo ci sono 50 milioni di aborti chirurgici. Chiunque attribuisca un valore alla vita umana innocente a causa dell'opera di redenzione di Nostro Signore e della Sua morte per ogni essere umano…, non credo possa giudicare questo problema altrimenti da qualcosa di estremamente malvagio e demoniaco. Penso sia impossibile capire cosa sia davvero l'aborto al di fuori dei concetti di bene e di male. E' una cosa vecchia e fondamentale come il mondo».
Sono tentato di chiedervi: quando è stata l'ultima volta che avete sentito un esponente del Partito Repubblicano esprimersi in questi termini?
Forse potremmo rispondere proprio nel 1984, anno che fu molto meno orwelliano del periodo che seguì e del linguaggio usato dal Partito Repubblicano da quel momento in poi.
Ero un ingenuo? Eravamo tutti ingenui? In un certo senso sì.
Il tema dell'aborto fu abbandonato verso la fine del secondo anno della prima presidenza Reagan, quando il movimento per il diritto alla vita si lacerò al suo interno: i vescovi e il movimento «National Right to Life» approvarono l'emendamento Hatch.
I sostenitori della linea dura appoggiarono il progetto del senatore Helmes.
Nessuno dei due alla fine passò.
Il presidente Reagan allora consegnò la questione dell'aborto al regno del «benevolo dimenticatoio», per usare l'espressione con cui il senatore Patrick Moynihan descrisse l'atteggiamento di Nixon verso il movimento dei diritti civili.
D'altra parte, anche se eravamo degli ingenui, continuo a pensare che Tom Ashcraft credeva veramente a ciò che diceva, come pure il senatore Helmes.
Purtroppo loro furono rimpiazzati da gente che non credeva a ciò che diceva, e il loro nome è Legione.
Talmente Legione, infatti, che è anche difficile scegliere da dove iniziare.
Inizieremo dunque ricordando che questo fu il periodo (l'inverno 1984-1985) in cui il protegée di Irving Kristol, Michael Joyce, divenne capo della Bradley Foundation, e i neoconservatori iniziarono la loro marcia trionfale - e sovversiva - nelle istituzioni conservatrici.
Nel suo libro «The Fatal Embrace: Jews and the State», Chicago, University of Chicago Press, 1993, Benjamin Ginsberg ammette che i neoconservatori sono sempre stati «malleabili  nei temi sociali». E prosegue affermando  che alcuni conservatori «amano ammettere in confidenza che i temi sociali sono semplicemente  un'esca  con cui attrarre i voti dei 'riff-raff'» (pagina 231).
«Riff-raff» è un'altra  parola  per «stupido goym», cioé cristiano conservatore, ovvero quei cattolici e protestanti che sono stati adescati perché appoggiassero le guerre di Israele in luoghi come l'Iraq, ricevendo in cambio dai repubblicani  la vuota promessa che sarebbe stato fatto qualcosa in tema di aborto.
Quello che seguì fu una parata di mascalzoni, bugiardi e prostitute - ciascuno dei quali era assolutamente determinato a preservare l'egemonia del sacrificio umano nella cultura americana quanto erano determinati i Democratici, ma con maggior doppiezza.
Come ho già detto, il loro nome è Legione, ma penso in particolare a uomini come Rush Limbaugh e Newt Gingrich, che arrivarono al potere nel 1994 e dissero al movimento antiaborista di aspettare un po' perché i tagli alle tasse dei ricchi erano priorità molto più importanti della salvezza dei bambini non ancora nati.

Due anni più tardi arrivarono Bob Dole e Ralph Reed, l'uomo che divenne il candidato repubblicano contro l'incombente Clinton, quello che distrusse la campagna di Pat Buchanan nelle primarie della Carolina del Sud.
A quel tempo credevo che Ralph Reed lavorasse per Pat Robertson, il quale strepitava contro l'aborto.
Ancora una volta, comunque, fui ingenuo come potei apprendere dal libro di Murray Friedman «La rivoluzione neoconservatrice: gli intellettuali ebrei e la politica estera americana» (Murray Friedman, «The Neoconservative revolution: Jewish intellectuals and the shaping of public policy», Cambridge University press, 2006).
A differenza di Jerry Fallwell, leader del movimento «Moral Majority», del quale si poteva dire che avrebbe camminato sui carboni ardenti piuttosto che avere a che fare con gente come Abe Foxman, Ralph Reed, il capo della Christian Coalition, era cresciuto a Miami in quella che lui stesso descrive come una «atmosfera ebraica» (tutte le citazioni di Reed di seguito sono prese da libro di Friedman).
Al non iniziato, Reed poteva apparire come il protegée del telepredicatore Pat Robertson.
Le loro teologie erano uguali, coincidenti, e implicavano il dispensazionalismo di Jerry Fallwell, secondo cui gli ebrei sono il popolo scelto da Dio e lo Stato di Israele è una sua volontà.
In realtà, Reed era il protegée di Jack Abramoff, il lobbysta di Washington, che sarebbe andato in galera agli inizi del ventunesimo secolo per «influence peddling (clientelismo, ndt)».
Reed stava agli evangelici allo stesso modo in cui Bill Buckley era stato ai cattolici di qualche generazione prima.
Abramoff, un ebreo ortodosso che Friedman descrive come un «agitatore conservatore alla Brandeis University» non solo diede a Reed il suo primo lavoro a Washington, quando lo assunse come suo aiutante politico nel 1981, ma lo invitò pure a vivere a casa sua dove presumibilmente consumava i suoi pasti usando un servizio separato di piatti, «partecipava con lui alle cerimonie religiose e lo presentò a sua moglie, che era della Georgia».
Abramoff trovava Reed «incredibilmente filosemita» e Reed contraccambiava tuonando contro l'antisemitismo ovunque ne scovasse traccia tra i Repubblicani.
Nel 1983 Reed subentrò ad Abramoff come direttore esecutivo del Collegio Nazionale Repubblicano.
Come Buckley prima di lui, «Reed usò la sua influenza per impedire agli elementi più estremi tra i Repubblicani di prendere il controllo del Partito Repubblicano».
E come Buckley anche Reed misurava «l'estremismo» di un esponente politico con un'unità di misura giudaica.
Quando la ADL si diede la zappa sui piedi attaccando la Destra Cristiana, ovvero il più fedele alleato di Israele in America, fu Reed a fare il pompiere andando all'Assemblea Nazionale dell'ADL il 3 aprile 1995.
Istruito alla scuola di Jack Abramoff, Reed disse che «la Christian Coalition crede in una nazione che non è più ufficialmente cristiana» e come tale è contraria alle preghiere a scuola - un'affermazione che, si dice, fece infuriare il finto mentore di Reed, Pat Robertson.
Reed ripeté la stessa cosa all'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) un mese dopo, cosa che fece esclamare a Elliot Abramas, presente all'incontro con l'AIPAC che gli ebrei «avevano bisogno di Ralph Reed».

E Reed mostrò ai neocon quanto costoro effettivamente avessero bisogno di lui, quando fece deragliare il secondo tentativo di Pat Buchanan di conquistare la nomination presidenziale per il Partito Repubblicano, spostando il sostegno della Christian Coalition sul senatore Bob Dole alle primarie della Carolina del Sud nel 1996.
La sconfitta di Buchanan in quella occasione diede il colpo di grazia alla sua campagna elettorale.
Privato, grazie agli sforzi di Reed, di quello che sarebbe dovuto essere uno dei suoi sostenitori naturali, il movimento politico di Buchanan semplicemente si volatilizzò, al punto che egli non ebbe neppure peso sufficiente per prendere la parola alla Convenzione Repubblicana del 1996.
Friedman dà a Reed il merito di avere «modernizzato il conservatorismo cristiano».
Considerato il concetto di modernità di Juri Sletkine, ciò significa semplicemente l'aver allineato le posizioni e i voti degli evangelici agli interessi ebraici, e questo è precisamente come Friedman interpreta la funzione di Reed alle primarie della Carolina del Sud: «Il populismo di Buchanan, sul tipo di quello di George Wallace, il suo isolazionismo e i suoi attacchi ai neocon per il loro grande sostegno ad Israele, indignarono gli ebrei; il suo isolazionismo gli alienò anche il sostegno dei conservatori tipici.
Reed, con molta tranquillità, riuscì spostare il peso elettorale della Christian Coalition sul candidato conservatore moderato Bob Dole, alle cruciali primarie della Carolina del Sud. La sconfitta di Buchanan in quell'occasione fu il colpo di grazia alla sua campagna elettorale, e fu proprio Reed ad essere considerato dai più il responsabile di quella sconfitta».
Quando Ralph Reed lasciò la Christian Coalition per diventare un «lobbista», tornò alle radici ricongiungendosi con Jack Abramoff, questa volta per mettere l'una contro l'altra le varie tribù di indiani, per il controllo dei casinò e delle sale da gioco e approfittando alla grande del suo ruolo di doppiogiochista.
Nel 2002 Reed, che a quel punto era diventato un consulente politico ad Atlanta e direttore del Partito Repubblicano Georgiano, formò, con il rabbino Yechiel Eckstein, «una sorta di AIPAC cristiana».
Il 2 maggio 2003 l'ADL pubblicò sul New York Times un'inserzione pubblicitaria in cui Reed salutava lo Stato di Israele e la sua continua sopravvivenza come «una dimostrazione della sovranità di Dio».
Per essere leali con William F. Buckley, diremo che questi una volta criticò la ADL per aver dato un premio a Hugh Hefner, editore della rivista Playboy.
A causa della loro teologia maniacale, Reed e i dispensazionalisti non si sarebbero mai neppure azzardati ad una simile forma di opposizione simbolica alla ADL, e quando l'ADL denunciò Reed e i suoi seguaci come seminatori d'odio Foxman prontamente dichiarò: «Sono orgoglioso di avere Ralph Reed come amico e come difensore di Israele».
 
Aborto

Se esiste un gruppo responsabile dell'abbandono dell'aborto come questione centrale per il movimento conservatore e per i repubblicani, questo è la setta giudeo-messianica composta da trotskysti e meglio nota come neoconservatori.
Quando il termine emerse finalmente nel lessico politico generale, Max Boot scrisse un editoriale sul «Wall Street Journal» nel quale ammise che i neoconservatori non avevano mai considerato la questione dell'aborto come importante e pari, per dire, al problema di assicurare la sopravvivenza e il benessere (finanziato dal contribuente americano) di Israele.
Ebrei come Irving Kristol, Norman Podhoretz, la loro prole, si diedero a sovvertire il termine «conservatore» in un modo tale da rendere certo che un gran numero di esseri umani sarebbero certamente morti, perché il Partito Repubblicano, sotto la loro guida, aveva definitivamente abbandonato la lotta contro l'aborto, iniziando, al contempo, una serie di disastrose guerre in Medioriente.
Ma tutto era ancora ben di là da venire nel 1984.
Ecco come la questione mi appariva in quell'anno: «Dopo pochi giorni a Washington, si viene via con la sensazione che la vittoria alle elezioni sia stata un modo di continuare la battaglia. Se Reagan avesse perso, se Helms avesse perso, non ci sarebbe stata praticamente alcuna battaglia sulle questioni sociali. Al cuore della questione vi è lo stesso Reagan e le decisioni che prenderà nel secondo termine della sua presidenza. Stando a quanto ha detto un assistente alla presidenza, la scelta di William Clark come capo di staff significherebbe una vittoria delle forze antiaboriste.
La scelta di Michael Deaver sarebbe  un disastro. Mentre la scelta di James Bower non farebbe altro che mantenere lo status quo».
E naturalmente fu Michael Deaver ad essere scelto e ovviamente fu un disastro.
Ma non in un modo che io, o l'anonimo stagista, avremmo potuto prevedere allora.
Per dare un'ulteriore indicazione di quanto la situazione si sia deteriorata da allora, due giorni prima dell'uscita di «Apocalypto», James Baker è riemerso nella vita pubblica, con la pubblicazione del rapporto del gruppo di studio sull'Iraq.
In quel rapporto Baker e un gruppo bipartisan di WASP hanno dichiarato che la guerra dei neocon in Iraq costituisce il più grave pericolo che la Repubblica abbia mai corso nella sua storia.
Una volta ancora il consigliere della famiglia Bush interveniva per proteggere Dubya (nomignolo di Bush, ndt) dalle conseguenze della sua stupidità e imprudenza.
Solo che questa volta il problema era tremendamente più grave di uno dei suoi tanti arresti da parte del dipartimento antidroga.
Questa volta sembrava come se l'intero impero fosse sul punto di finire nel fango poiché gli ebrei, che si facevano notare per la loro assenza nel gruppo di studi sull'Iraq, avevano usato Dubya per coinvolgere l'America in una guerra ormai impossibile da vincere in Iraq.

Per ricompensa Baker è stato denunciato come antisemita da Rush Limbaugh, il quale avrebbe potuto ben interpretare una particina in «Apocalypto», nel ruolo di uno di quei Maya che acclamano il sacerdote lordo di sangue che profetizza al popolo del sole il suo funesto destino.
Il medesimo, funesto, destino permea «Apocalypto» e la nazione che sta andando a vederlo.
Mentre Zampa di Giaguaro viene condotto prigioniero insieme agli altri membri della sua tribù, e mentre attraversano uno di quei deserti che le culture votate al massacro e alla distruzione devono creare per poter sopravvivere, una bambina affetta da un male incurabile profetizza al popolo del sole un destino funesto.
Montezuma, il re aztecho, nutriva analoghi presentimenti di disgrazia.
Aveva sentito dire che degli dei bianchi stavano dirigendosi verso il Messico provenendo dall'altra parte dell'oceano.
E che avrebbero distrutto il suo regno.
Mel Gibson è consapevole di questa profezia perché è così che si conclude «Apocalypto».
Zampa di Giaguaro scampa al sacrificio sulla piramide, salvato da un'eclissi di sole, fugge nella giungla e corre a casa per salvare sua moglie che è incinta.
Per l'ultima ora del film, lo vediamo correre più veloce dei suoi inseguitori ed ucciderli tutti tranne due.
Questi ultimi finalmente riescono a catturarlo sulla spiaggia e si accingono a spappolargli il cervello con le loro mazze di ossidiana quando compare il «deus ex machina».
Il "deus" in questione è Cristo e la «machina» sono i galeoni spagnoli che portarono nel Nuovo Mondo conquistadores come Hernando Cortès e monaci francescani come fra' Bartolomeo de Diaz.
A questo punto il messaggio di «Apocalypto» diventa chiaro: l'America è diventata radicalmente corrotta, principalmente a causa dell'istituzionalizzazione dell'aborto o sacrificio umano, e non può più essere riformata dall'interno.
I giorni de «Il Patriota» sono finiti per sempre; l'esperimento americano di gestione della libertà è fallito perché la libertà è stata ridefinita come licenza sessuale, e questa esige l'aborto e il sacrificio umano a propria garanzia.

La cultura maya/aztecha era semplicemente troppo corrotta per poter essere riformata dall'interno; doveva essere spazzata via con la spada prima che un'autentica cultura mesoamericana potesse fiorire al posto suo, e una tale cultura, così almeno Gibson sembra sostenere, può fiorire solo sotto il segno della Croce.
Avevamo bisogno di  un «deus ex machina» per far calare il sipario su questo dramma.
A questo punto del film, però, il messaggio diventa meno chiaro.
I due inseguitori di Zampa di Giaguaro si dirigono verso gli spagnoli, ma Zampa di Giaguaro si ritrae nella giungla.
Se avesse voluto fare un film con un finale cristiano privo di ambiguità, Mel Gibson avrebbe dovuto mostrare i tre indiani, che fino a poco prima erano pronti a sgozzarsi fra loro, ora riconciliati l'uno con l'altro, in ginocchio ai piedi della Croce.
Questo è, di fatto, ciò che storicamente è avvenuto nel periodo immediatamente successivo alla conquista del Messico da parte di Cortès, in larga misura grazie all'apparazione miracolosa di Nostra Signora di Guadalupe.
Ecco come, nel 1984,  decrivevo quell'evento: «Cortès cercò la pace in numerose occasioni durante il suo assedio di Tenochtitlan, ma alla fine capì che il dio-demonio Huitzilopochtli era diventato talmente assetato di sangue umano che avrebbe preferito vedere la capitale atzeca distrutta piuttosto che allentare la propria presa su di essa. Washington non è Tenochtitlan, ma dopo aver passato lì qualche giorno, si viene via con l'impressione che la battaglia contro il sacrificio umano dei nostri giorni si protrarrà in modo simile».
Dopo aver visto il film, non riesco a decidermi se Mel Gibson abbia letto il mio articolo oppure no.
L'idea non è affatto peregrina, non più peregrina di un Michael E. Jones che riceve un invito per parlare ad una conferenza alla Casa Bianca.
Comunque sia, una delle persone che furono impressionate dal mio articolo fu nientemeno che il futuro candidato presidenziale Pat Buchanan, che lo citò in uno dei suoi editoriali.
«Qualche giorno fa», scrisse Pat in una agenzia di stampa apparsa il 23 gennaio 1985 sul Washington Times, «E' apparsa Fidelity, una nuova rivista messa in piedi da cattolici tradizionalisti, quasi tutti studiosi, o sacerdoti, o professori. L'editoriale faceva un confronto fra la civiltà aztecha che Cortes trovò e l'America del 1985».
Sia Pat che io concordavamo ai tempi che «il partito democratico è posseduto dal demonio» a causa del suo sostegno alla sodomia e al sacrificio umano.
Entrambi pensavamo che i repubblicani credessero in qualche cosa di meglio.
 
Oggi i repubblicani hanno subìto una sconfitta proprio come i democratici nel 1984, e pare proprio che in questa sconfitta trascineranno il movimento antiabortista con loro, a causa di un quarto di secolo di ipocrisia, falsità e doppiezza usate contro tutti quegli elettori convinti che loro avrebbero posto fine alla pratica del sacrificio umano in America.
Ad ogni modo, l'associazione tra Washington e Tenochtitlan fatta attraverso «Fidelity» o l'articolo di Pat, come pure quella tra aborto e sacrificio umano scomparve nell'etere del dibattito pubblico.
Mel Gibson sembra oggi non essere d'accordo con me.
Il messaggio di «Apocalypto» parla chiaro a questo proposito: secondo lui Washington è Tenochtitlan.
Personalmente, resto invece della mia vecchia opinione e cioè che Washington non è Tenochtitlan; Washington è molto peggio di Tenochtitlan.
Chi siamo noi, mi sono chiesto alla fine della proiezione, per sparlare degli Aztechi e dei Maya, che hanno sì sacrificato migliaia di prigionieri sulle loro piramidi e hanno strappato loro i cuori pulsanti, ma che in ultima analisi nel corso di un secolo hanno assassinato soltanto una minima parte di tutti i bambini che noi massacriamo ogni anno?
Solo un neo conservatore - come Max Boot, o Bill Kristol, o David Frum - morso dalla più infame delle febbri messianiche può guardare all'America di oggi e vedervi ancora la puritana «cittadella sulla collina».
E lo può fare solo ignorando sistematicamente la questione dell'aborto e concentrandosi invece sul fallito Stato messianico di Israele come proprio modello.
Un cattolico, per contro, non può guardare agli Aztechi o ai Maya, e al loro gusto per il sacrificio umano, senza associarli mentalmente agli Stati Uniti.
Questa è anche la ragione per cui Steven Spielberg non avrebbe mai potuto fare questo film.
Eppure, malgrado tutto il suo cattolicesimo viscerale, «Apocalypto» termina con una nota di ambivalenza, una nota che rispecchia l'ambivalenza di Mel Gibson riguardo all' America e alla Chiesa cattolica.

Se Mel Gibson voleva veramente far infuriare gli ebrei che lo hanno massacrato per «La Passione di Cristo», avrebbe dovuto far terminare il film mostrando i tre indiani inginocchiati di fronte alla Croce, riconciliati l'un l'altro per mezzo dell'amore salvifico di Cristo.
Gibson invece fa ritornare l'eroe del film nella foresta con sua moglie.
Come per sottolineare la propria ambivalenza, Gibson fa chiedere alla moglie di Zampa di Giaguaro - con i galeoni spagnoli sullo sfondo - «dovremmo andare con loro?».
«No» è la sua risposta, «il nostro posto è nella foresta» e così, dopo essere partito con un finale cattolico per il suo film Gibson torna ad essere il vecchio americano e trasforma Zampa di Giaguaro nella versione mesoamericana di Huck Finn, che finisce con lo scappare dai territori perché Zio Sally (la Chiesa cattolica) «sta cercando di adottare me e civilizzare me e io non posso sopportarlo. 'Io già stato li prima'».
Bene, lo siamo stati? Oppure no?
Mel Gibson non vuole essere «civilizzato».
Egli preferisce la vendetta al perdono, anche se il fallimento dell'esperimento americano lo ha privato di una giustificazione ideologica per la propria vendetta.
In  ultima analisi Gibson è ambivalente sia verso l' America che verso la Chiesa cattolica.
Egli preferisce essere praticante in una Chiesa che non è visibile e vivere in un'America fittizia tanto quanto quello ritratta ne «Il Patriota».
L'unica cosa che l'America non è mai stata è un Paese cattolico.
Di conseguenza rimane da vedere quale «deus ex machina» arriverà sulle sue spiagge per salvarlo da se stesso.
Saranno i miti - cioè i messicani - ad ereditare la terra?
Lo saranno - con tua buona pace, Pat - se saremo fortunati.

Michael E. Jones

(Su licenza del professor Michael E. Jones, tratto da "Culture wars", febbraio 2007)
(Traduzione EFFEDIEFFE)


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