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Roma e la sua architettura
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Non è colpa della ragazza - anzi è più colta della media, e ha studiato d'arte - se mi dice che l'architettura di Roma «deve tutto» a quella greca.

La colpa è dell'università, che obbliga a imparare una quantità di cose accessorie, ma tralascia le nozioni fondamentali, senza cui le prime diventano solo un aggravio della memoria (è anche così che si perde la civiltà, con l'accumulo di saperi superflui e l'eclisse dell'essenziale: urge economizzare il sapere, toglierne il troppo e l'inutile).

In realtà, la novità che l'architettura romana portò nel mondo antico è così dirompente e molteplice che non si sa nemmeno da dove cominciare.

Si vorrebbe cominciare a dire che Roma inventò gli «interni».

I templi greci non avevano interni, avevano una celletta con la statua del dio, fra angusti ambulacri dei colonnati.

Men che meno li conoscevano gli egizi: il caso limite è quello delle piramidi, immense masse, «esterni» ciclopici, e dentro solo qualche loculo: non destinato ad essere visto, né tantomeno abitato.

Invece basta entrare nel Pantheon per capire la novità di Roma: quello spazio serenamente dominato, come Roma dominò il mondo, maestoso ma non schiacciante, dove l'uomo «si trova» e si orienta senza sforzo.

Nelle selve di pilastri egizi a forma di loto e di palma colossali, l'uomo si perde; a Roma non ci si sente mai smarriti né soggiogati.

Le volte più potenti, come nella basilica di Massenzio, «si chinano» sugli uomini, cordiali.

Le basiliche erano grandi interni sereni: donate alla città da potenti in cerca di favori elettorali, servivano ai romani qualunque (che per lo più abitavano in case brutte e senza comfort, luoghi per dormire) per ritrovarsi, incontrarsi, soggiornare, tra marmi e mosaici lussuosi.

Come le terme, erano i fastosi salotti della cittadinanza.

Oppure si avrebbe voglia di far notare la quantità e diversità degli edifici civili, e non religiosi: terme e basiliche, circhi, stadi e teatri, la incredibile varietà delle tombe dell'Appia, e tutta l'ingegneria - dalle cloache agli acquedotti ai ponti solidissimi - fatti per il benessere comune. L'architettura greca conosce praticamente un solo tema - il tempio - che è basato su un modello sostanzialmente fisso, ripetuto a Paestum, ad Agrigento e ad Atene.

Un colonnato che regge l'architrave e il timpano.

Ciò non è un difetto, ma una volontà deliberata: l'architettura è essenzialmente sacra, e la religione si fissa sempre su modelli invariabili, come la liturgia stessa.

Roma invece costruisce con volte, archi, cupole; absidi; abbonda nelle piante circolari, «calde» e accoglienti per l'abitare dell'uomo, che la Grecia non conosceva.

I temi romani non sono principalmente religiosi, sono molteplici come le occasioni e i bisogni della vita civile, della vita sociale.

E la cosa stupefacente è che le fabbricazioni più utilitarie, come gli acquedotti (costruiti da anonimi ingegneri militari e da legionari, adibiti alle costruzioni perché non si rammollissero, quando non c'erano esercitazioni da fare) hanno una espressività e qualità artistica fortissima.

Tutto ciò che è «pubblico», Roma lo vuole «bello».

L'architettura a volta cupola e pianta circolare, l'invenzione della varietà più libera delle forme, adottate con sicurezza infallibile; ma ancora non abbiamo detto l'essenziale, che rende possibile tutte le altre già citate «novità» delle costruzioni romane.

Ed è una novità tecnica.

Provo ad illustrarlo.

Nel Partenone, le splendide colonne doriche stilizzate reggono davvero, sono un elemento tecnico «tettonico»: se le togliete, l'architrave crolla.

Gli edifici romani sono pieni di colonne, pilastri, lesene, potenti architravi aggettanti: ma questi - perché all'università non lo dicono? - non reggono nulla.

Tutti i pesi e le spinte, le tonnellate dell'edificio, sono scaricati nelle muraglie esterne e nei contrafforti, muraglie di mattoni o anche di calcestruzzo, mescole di ghiaia o brecce cementate da calce, materiale di costruzione assai plastico che consente la varietà di forme e piante.

Tutto può star su anche togliendo quelle colonne, quei pilastri addossati, quegli architravi.

A cosa servono dunque colonne, architravi, nicchioni di Roma?

Sono «ornamenti», diciamo noi moderni.

Ma sbagliamo.

Per noi, «ornamento» significa «superfluo».

Non solo qualcosa di cui si può fare a meno, ma riccioli e dorature e concrezioni («appliques») di cui si «deve» fare a meno, per una sorta di imperativo eticista: «L'ornamento è delitto», proclamò l'architetto viennese Adolf Loos, ed a questo ci atteniamo.

E' per questo che gli architetti d'oggi costruiscono, in fondo, solo spazi vuoti, vaste desolate rimesse e magazzini, anche se li chiamano «aeroporti» o «spazi pubblici polivalenti», per masse umane anonime e di passaggio.

Per questo abbiamo chiese moderne che sono autorimesse per anime.

Per i romani, invece, le colonne e  architravi che nulla reggevano  «erano l'essenziale».

L'ornamento è essenziale a cosa?

Non certo a coprire l'uomo dalla pioggia e dal freddo, a quello basta la «tettonica», l'ingegneria: è essenziale per l'anima, ed a questo provvede l'architettura.

Provvede ad accogliere l'anima, perché non si senta perduta ed estranea.

Per i bisogni dell'anima, si costruivano volte e cupole e colonnati «inutili», con spese enormi e con grandissima fatica - tutto si faceva a mano, le macchine edili erano comunque operate a forza di muscoli, perché i bisogni dell'anima «venivano prima» di quelli del corpo.

Questo vale anche per il romanico, tempo di ristrettezza economica, in confronto alla ricchezza imperiale di Roma.

Eppure non c'è finestra della più modesta chiesa romanica che non si ritenesse necessario «ornare» di due colonnine, tortili magari, fatte al tornio manuale; non una porta di chiesa che non «dovesse» essere ornata di sculture nello strombo, con i simboli dei mesi e delle stagioni.

Da qui si può intuire che l'immobiliaristica moderna e post-moderna non merita nemmeno il nome di architettura.

E' fatta per un tipo d'uomo che «vive di solo pane», o di solo business, e crede che gli basti; palazzi per uffici, sale d'attesa, stazioni, fabbriche «firmate» da architetti «razionali», abitazioni che sono «macchine per abitare» pensate per uomini-macchina.

Invece, come ci è stato detto piuttosto autorevolmente, «l'uomo non vive di solo pane».

I suoi bisogni più veri non sono alimentari o zoologici.

L'architettura odierna ci affama l'anima: e siamo così abituati a questo tipo di digiuno, da non sentire nemmeno più questa fame.

Ascoltiamo messe in pseudo-chiese dove pareti e pilastri  sono di cemento a vista - il più bruto, artificiale, amorfo dei materiali, e l'architetto ha «voluto» metterne in primo piano la nuda brutalità.

Per questo, credo, la ricostruzione dell'uomo orientato verso l'alto deve passare per Roma, e la sua pubblica bellezza.

Dobbiamo imparare di nuovo a sentirne la calda cordialità e la potenza muscolosa e muscolare, che a noi può parere eclettica.

Roma avrebbe potuto costruire edifici spogli, mettendo ben in vista le muraglie brutali che reggono il tutto.

Invece ha lasciato questi elementi tettonici, tecnici, di peso e spinta, nella penombra, più lontano possibile dal centro, quasi invisibili.

L'esempio più alto in questo è la basilica di Ravenna, oggi San Vitale.

Quando si entra, ci si trova in una cerchia flessuosa di colonne luminose; le pareti dell'edificio sono nella semi-oscurità dell'ambulacro che circonda quelle colonne che nulla reggono, al punto che «sembra che non esistano».

E' uno spazio concluso, un interno, eppure  illimitato.

Ma questo vale anche per i grandiosi esterni.

Provate a pensare al Colosseo costruito da un ingegnere d'oggi, senza quella traforatura di nicchioni «inutili»: sarebbe un tronco cilindrico massiccio, da far paura.

Oppure parliamo del supposto «eclettismo».

Roma usò, per quelle colonne «superflue», la sovrapposizione dei tre ordini greci: in basso l'arcaico stile dorico, in mezzo lo ionico, in alto il corinzio fiorito di foglie d'acanto, orientale.

Sempre più leggeri salendo.

Essi corrispondono alle tre componenti dell'uomo: la corporea (o l'anima vegetativa)  è dorica, l'anima è ionica, lo spirito è corinzio.

Non è eclettismo ma l'uso libero e geniale di una simbologia con profonde risonanze (1).

Si aggiunga che tutti gli interni pubblici, dal Pantheon alle basiliche, erano coperti e foderati di marmi preziosi, colorati, rossi e gialli e verdi con preziose venature, fatti venire a grande spesa dall'Africa e dall'Asia, per coprire l'opera di mattoni e di calcestruzzo sottostante.

Nessuna esibizione dei materiali bruti, ossia del puro potere sull'uomo.

Oggi, scomparse per lo più quelle lastre di marmi, facciamo fatica a capire quanto vivacemente colorati, fantasiosi e mossi fossero gli interni romani, e quanto fosse sapiente la luce che vi entrava da fuori (il foro sulla cupola del Pantheon ci dà un'idea dell'uso limpido, umano e sovrumano, della luce «di fuori»); era una festa, quasi una fantasmagoria.

Non a caso i Papi poterono trasformare le basiliche, nate come edifici civici, in chiese: non fu usurpazione, quelle erano già prima nutrimento per l'uomo che non vive di solo pane.

Il guaio forse, per chi abita a Roma da sempre - come la ragazza colta d'arte con cui ho parlato - è che nemmeno ci si accorge di una bellezza che si ha intorno come «normale» e onnipresente.

Perché l'architettura romana non è solo quella imperiale; l'architettura del Rinascimento e del Barocco romano «sono Roma» e la continuano, la copiano, ma non come cosa morta; la sviluppano, esplorano tutte le possibilità dell'architettura romana antica.

Il Barocco giungerà al limite del coloristico, del fantastico, persino dell'illusionistico che è già nell'antica architettura.


Poi c'è stata la fatale rottura.

«L'ornamento è delitto», le «macchine per abitare» e tutto il funesto resto, retoricamente razionalista o meccanicista.

Un altro linguaggio, neo-barbaro, economico (l'assenza di ornamenti è una manna per i palazzinari e i municipi, si risparmia).

Ma l'architettura antico-romana è vissuta, vivente, fino al barocco, attraverso i secoli.

Roma antica non sviluppò oltre un certo limite il suo aspetto fantastico, anzi fantasmagorico (ma lo fece nella Domus Aurea, con la sua cupola girevole, lo fece nella Villa Adriana), io credo, a causa della sua potenza politica cordiale.

Negli edifici pubblici si volle mettere in rilievo  l'elemento elasticamente muscolare, quasi atletico, del potere romano; tutto doveva «poggiare» e «reggere» o far finta di reggere sul solido terreno, sulla solida base.

Quanto alla «cordialità», può sfuggirci.

Allora andiamo all'Eur: opera urbanistica notevole, modello di molte modernità anche americane, e infatti per nulla banale.

L'Eur si ispira deliberatamente alla spazialità e maestosità romana.

Bella opera, per il ventesimo secolo.

Eppure, la differenza si vede.

Anzi si sente nella nostra carne, nella nostra anima.

Spazi troppo vasti, strade troppo larghe da attraversare a passo d'uomo.

Edifici troppo rigidamente monumentali, funebri come mausolei  nelle ore di solitudine.

Troppi rettilinei e poche volte e archi e cupole (costano, e l'età economicistica risparmia).

L''uomo vi si sente piccolo, sperduto.

Non è un errore.

E' un effetto voluto.

L'Eur è opera rappresentativa di una dittatura moderna, di massa, con consenso di massa: e che perciò vuole soggiogare il singolo, farlo sentire piccolo di fronte allo Stato.

Al meglio, l'effetto cercato è «metafisico» nel senso di De Chirico, spaesante, non-umano.

Roma antica è potente, ma persino la mole enorme del Colosseo riesce ad evitare il colossale, lo schiacciante titanismo.

Le mura di difesa sono temibili ma non arcigne, né minacciose.

Gli acquedotti corrono nella campagna - alti, grandi, visibilissimi da lontano - come una fuga di archi stretti, eleganti, senza la brutalità spiccia del manufatto meramente tecnico.

Si intuisce che ogni architetto romano, di cui nemmeno conosciamo il nome, o qualunque ingegnere delle legioni, quando costruiva, aveva in mente l'uomo: la sua misura umana, non di gigante o di titano.

La finisco qui, spero di non aver già annoiato troppo.

E' solo per dire che quando si ripete - lo si fa ancora - che Roma non produsse nessuna arte originale, che copiò i greci e la sua statuaria, è un accecamento dovuto al troppo vivere immersi nella originalità di Roma.

 

Roma diede al mondo l'architettura, tutta sua, come diede al mondo il diritto.

Anzi, le due cose sono una: come l'architettura, così il diritto.

Entrambi opere «pubbliche», entrambe maestose e cordiali, entrambe fatte di forza e di umanità ragionevole, di inventiva tecnica e di espressività.

Come il diritto romano non è «un» diritto, ma «il diritto» a cui tutti ancora ci riferiamo senza saperlo, quando una sentenza giudiziaria ultramoderna ci fa gridare all'ingiustizia e all'assurdità, così quella di Roma non è «una» architettura fra le altre: è «la» architettura, le altre non ci sono.

Sono magazzini, rimesse, passaggi coperti.

Al meglio, sono musei dove le arti del passato sono esposte come morte farfalle trafitte: «Il museo dissolve tutte le religioni considerandole come passate», è stato scritto, «e le fa rivivere in una nuova, universale religione estetica» (2).

Molto significativo, e segno funesto, è che fino a poco tempo fa i soli interni che si presentassero come templi e basiliche, con marmi preziosi «superflui» e colonnati ornamentali, fossero le sedi centrali delle banche: dove si celebra la religione dell'usura.


Ora nemmeno più questo: tutto moquette, neon, arredi leggeri, pratici e poco costosi, e pochissimo durevoli: stile confidenziale, privato: venite qui, sedete sulla poltrona Ikea e vi rifiliamo un derivato...l'usuraio truffatore è diventato di famiglia.

Ah Roma, Roma!

 


1) La tripartizione è già in Platone, fra anima concupiscibile, irascibile, spirituale. In India, sono le tre forze elementari di cui è composto l'uomo: il nero tamas, che presiede al ventre e spinge verso il basso, il «rosso» rajas, che nutre l'amore e la guerra, e il bianco sattva, ascendente.

2) Hans Sedlmayr, «Perdita del Centro», Borla, 1983, pagina 44. Sul museo come tema architettonico, e sul suo significato mortuario, anche Ernst Junger nota: «...Basti pensare al modo in cui le chiese si trasformano in musei. Oggi molte persone visitano le chiese con il medesimo spirito con il quale visiterebbero un museo, e le chiese si regolano in conseguenza...[...] Ma la passione per il museo investe una zona di tabù assai più vasta [...] Oggi esistono fiori, alberi, paludi, case, paesi, città e uomini sui quali grava il tabù museografico. Così risalta l'affinità che esiste fra il regno del museo e il grande culto dei morti e delle tombe». Animali, ma anche  tribù di «selvaggi» in via di estinzione vengono museificati, conservati come mummie. Già morti per noi, e per  questo «ecologicamente»  o «scientificamente» rispettati-segregati.

 
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