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RAI totalitaria
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Questa non la sapevo, anche se vedo che l’allarme sulla rete data da anni: la RAI pretende il pagamento del canone anche sui personal computer, citofoni e videofonini.
C’è già chi riceve lettere minacciose, intimanti il pagamento.
Non solo questo comprova ancora una volta l’avidità dei parassiti della Casta, vogliosi di risucchiare ogni euro dai cittadini dovunque possano, a torto o a ragione, con qualunque scusa. Questo comprova di peggio: che siamo soggetti di uno Stato totalitario.

A stretto rigor di termini, «totalitari» sono soltanto i regimi che vietano la proprietà privata: solo così il cittadino viene perfettamente privato di ogni minima autonomia, della capacità di agire secondo la propria volontà (ciò che si traduce con «libertà personale»); è uno schiavo, come nei regimi del comunismo reale, dall’URSS alla Cina di Mao, a Pol Pot.
Ma siccome è invalso l’uso di chiamare totalitari anche i regimi che mantennero il diritto di proprietà (il nazionalsocialismo e i fascismi) e quindi un margine di libertà, non politica ma privata, bisogna correggere la definizione: «totalitario» è il regime che pretende di controllare ogni atto della via privata dei suoi sudditi.
Nel sospetto, tipicamente totalitario, che qualunque azione dei cittadini in quanto privati e autonomi «derubi» il regime di qualcosa, o lo danneggi, o violi la Volontà Generale.
La pretesa della RAI di estrarre un «canone» anche dai computer rientra alla perfezione in questa definizione.

Nei regimi totalitari veri, lo scopo dell’esproprio totale dei beni privati non era tanto quello di incamerare ricchezze, quanto di «assicurare il controllo»: che nessuno avesse i mezzi per agire di testa sua, che ciascuno potesse essere spiato costantemente e trovato in fallo ad arbitrio del potere totale, come «sabotatore», «anti-partito» o «evasore fiscale».
In qualche misura, i fascismi cercarono di intensificare il controllo delle volontà private anche in regime di proprietà privata legale.
Difatti, non occorre cercare da dove la RAI trae il suo diritto alla esazione sui computer: da una legge fascista, il regio decreto 246 del 21 febbraio 1938.
L’anno, si noti, delle famigerate leggi razziali.
Il regime allora, evidentemente preoccupato che il possesso di radio consentisse l’ascolto segreto di stazioni straniere (Radio Londra), impose un canone su «tutti gli apparecchi adatti o adattabili alle radio-audizioni»: lo scopo palese non era quello dell’esazione, ma di censire gli apparecchi, onde eventualmente reprimere gli ascolti vietati.

Difatti, il decreto del Duce obbligava alla «tenuta di particolari registri di carico e scarico in capo ai riparatori, ai commercianti, ai rappresentanti ed agenti di vendita in genere di apparecchi e materiali radioelettrici, dai quali gli organi competenti, in sede di accertamento, possono desumere le generalità degli acquirenti dei medesimi apparecchi o comunque dei soggetti cui questi sono destinati».
Qui, era «l’accertamento delle generalità» dei possessori ad essere preminente sull’introito del «canone».
Naturalmente, il decreto fascista del 1938 non è mai stato abrogato dalla «democrazia» cosiddetta. Anzi, è stato continuamente integrato e adattato al controllo di tutte le nuove tecnologie.
Così, il canone-controllo oggi viene prescritto su tutti «gli apparecchi adatti o adattabili» non più solo alle «radio audizioni», ma alle «trasmissioni radio e televisive».

Allo scopo di controllo totale e capillare s’è solo aggiunta l’avidità della Casta (chiamata «democrazia») di arraffare denaro con ogni tipo di balzello immaginabile.
Infatti, da quando esistono network TV «liberi» e senza canone, e da quando alcuni cittadini hanno cercato di farsi sigillare l’apparecchio in modo da non vedere la RAI ma solo le TV gratuite, onde smettere di pagare il balzello detto «canone», la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione hanno «ricostruito» il canone radiotelevisivo alla stregua di un’imposta e non di una tassa e, quindi, di prestazione dovuta non in funzione della fruizione di un particolare servizio, bensì in funzione della semplice detenzione di un qualunque apparecchio astrattamente idoneo a captare l’emittenza radio televisiva.
Ora il balzello non è più «canone» (parola che implica il corrispettivo di certe prestazioni o servizi), ma «tassa di possesso».

Grazie alla supreme corti, che fanno e disfanno la «legalità» - ossia reinterpretano  le norme cui dobbiamo obbedire - secondo il tornaconto della Casta parassitaria.
Il che non stupisce, essendo la magistratura la gelosa protettrice delle più importanti leggi totalitarie fasciste.
La casta dei giudici ama credersi «progressista»: ma si è opposta con le unghie e coi denti all’abrogazione di una norma essenziale del codice Rocco, ossia alla separazione delle carriere fra giudice d’accusa e magistratura giudicante.
Nei diritti non totalitari, il procuratore d’accusa è infatti un «avvocato d’accusa»; non un magistrato ma un politico eletto, posto dalle leggi su un piede di parità con l’avvocato difensore.
Nel sistema giuridico fascista il procuratore è invece un giudice di carriera, perché il grande giurista fascista Rocco lo intese come rappresentante non dell’accusa, ma dello Stato; e precisamente dello Stato etico hegeliano.

Egli era veramente il «pubblico ministero», nome sacrale: per esempio, egli reggeva l’accusa nei casi d’omicidio perché l’omicidio non era considerato un delitto contro un privato, ma contro lo Stato - il cui interesse è che i cittadini non vengano ammazzati senza la volontà o il concorso dello Stato.
Il pubblico ministero era lo ieratico custode della Volontà dello Stato che incarnava lo Siprito Assoluto nel suo più perfetto «inveramento storico».
Era una figura non di parte, ma con aria e funzioni sacerdotali, modellato sul Grande inquisitore di Dostojevski.

Oggi, molte cose sono cambiate: per esempio l’omicidio è considerato dalla magistratura un delitto di privati, quindi - secondo la magistratura  un delitto minore (cinque anni di galera al massimo), infinitamente meno grave del «delitto pubblico» per eccellenza, quello che la Casta considera imperdonabile perché minaccia di farle mancare i grassi emolumenti, l’evasione fiscale.
Ma nonostante il cambiamento dei codici italiani, e la (tentata) loro trasformazione dal sistema «inquisitorio» (fascista-autoritario) ad «accusatorio» (anglo-democratico), il corpo dei magistrati ha voluto conservare per sé la funzione sacrale dell’Inquisitore Supremo.
Nel sistema «accusatorio», in teoria, la «prova si forma nel dibattimento»: ciò appunto richiede che accusatore e difensore siano ad armi pari, abbiano accesso alle stesse prove e documenti, dibattano socraticamente davanti ad una giuria popolare da convincere.

Il sistema italiota, come lo ha voluto la magistratura, è un sistema fascista-inquisitorio con qualche pezza colorata accusatoria rappezzata qua e là.
Nel nostro sistema, il procuratore può celare le prove alla controparte, negare il diritto alla libertà personale dell’innocente, negare l’habeas corpus, minacciare l’avvocato, sbattere in galera chiunque sia ai suoi occhi un «sospetto», onde farlo confessare mostrandogli gli istrumenti (il bugliolo nel carcere usualmente sovraffollato).
E’ un grande inquisitore più arbitrario e potente di quanto avesse mai sognato o voluto Rocco.
Ed ha a difesa della sua figura totalitaria tutta quanta la casta giudiziaria.
Dunque non è da stupire che le due corti supreme abbiano conservato il «canone TV» ribattezzandolo «tassa di possesso»: il che ha aperto insperate possibilità di controllo e di esazione, sconosciute persino al fascismo, all’altro organo totalitario, ossia di iniezione totale di stupidità e conformismo: la RAI.

La RAI deve pagare la signora Berlinguer e gli altri figli di capi-partito, deve trasmettere Sanremo e le partite per l’istupidimento di massa (favorevole al dominio della Casta), deve stipendiare migliaia di sicofanti, lettori di veline, raccomandati e leccapiedi dell’uno o altro esponente della Casta;
e ogni parassita della Casta pretende la sua quota di suoi leccapiedi e sicofanti che leggano i suoi comunicati.
Il costo del leccapiedismo-spettacolo non fa che crescere.
Di qui la necessità di tassare - per la RAI, il Reichsgau del totalitarismo chiamato «democrazia» - persino i videocitofoni.
Per non parlare dei personal computer e dei videofonini.
Non è una esagerazione.

Già qualcuno ha ricevuto l’intimazione di pagare per il videocitofono, con lettere intimidatorie e minaccianti (fascisticamente) «sanzioni».
Con l’occasione, gli Uffici hanno fatto sapere che in base alla legge in vigore (quella del 1938) al pagamento della tassa di possesso, ex-canone, sono tenuti anche i turisti in visita in Italia.
Si ignora se le banche e le Poste, che hanno migliaia di personal computer nelle filiali, debbano pagare per il possesso dei pericolosi strumenti «adattabili a radioaudizioni».
Se così fosse, le Poste sarebbero i maggiori evasori, perché dispongono di 14 mila sportelli, e dovrebbero oltre 13 milioni di euro in tasse di possesso.
Ma non c’è questo pericolo per le Poste che, sebbene privatizzate, sono parte della Casta.
Difatti, «esiste un tacito consenso» per cui i negozi non debbano pagare il canone se il loro registratore di cassa dispone di video.

S’intende che, com’è tipico dei totalitarismi, questo non è un diritto: è un «tacito consenso» che può essere tolto da un momento all’altro.
Ciò è utile per tenere i privati sotto controllo e tremanti, coscienti che gli occhi della Casta sono puntati su di loro, in quanto «sospetti» che godono di momentanea semilibertà.
Naturalmente, fa parte dell’ideologia anche il controllo minacciato - attraverso esazione di balzelli - su Internet, e la censura dei siti «pericolosi» a giudizio del ministro Frattini, o Amato o Mastella. Come l’obbligo fascista, tuttora vigente, di far «registrare» e «depositare» testate di pubblicazioni periodiche, sotto pena di sequestro e di ammende e problemi penali.
Non è un caso che in Italia, per accedere a un Internet cafè, si debbano esibire i documenti d’identità e farli fotocopiare, perché l’accesso anonimo ad Internet è un sospetto di delitto.
Il che non solo ha ritardato la diffusione di Internet e del wi-fi (accedere da Internet in un parco pubblico col proprio portatile? Impossibile: a chi si esibiscono i documenti?), ma mette la nostra «democrazia» sul livello di quella vigente in Corea del Nord.

In questo, ci resta una sola magra consolazione.
Evidentemente, il fascismo non è stato il Male Assoluto.
Se lo fosse stato, la Casta che si denomina «democrazia» avrebbe abrogato «tutte» le leggi emanate nel 1938, non solo quelle della discriminazione razziale.
Invece, se ne sono tenute parecchie, i parassiti del «pluralismo».
Dunque non si può dire che il fascismo fu il Male Assoluto.
Per la RAI e i procuratori, è stato un bene relativo.

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