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Perchè il futuro dell'occidente finirà in una tragedia
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Il George W. Bush ha fiducia nel futuro dell'economia statunitense

L'equilibrio politico, militare e sociale nel mezzo secolo che è seguito alla fine della seconda guerra mondiale, si reggeva sulla contrapposizione dialettica, ideologica e militare tra mondo comunista e mondo capitalista.
Sul piano militare la mutua distruzione garantita toglieva ai due mondi contendenti la speranza di poter sopraffare l'altro senza dover pagare un prezzo proibitivo per superare lo scontro. L'impossibilità di poter definitivamente annientare i nemici esterni fu l'elemento principale per assicurare la longevità dell'impero romano prima, poi dell'impero bizantino.
Infatti le continue minacce ai confini costrinsero il potere politico a mantenere in perenne mobilitazione l'esercito, che così assumeva anche un importante peso politico.
Una certa forma di militarizzazione della società pare che sia essenziale per garantire la stabilità e la sopravvivenza di ogni sistema sociale e politico.
In omaggio a questo principio gli Stati Uniti mantengono la più costosa macchina da guerra per operare contro nemici che, essendo nella realtà pochi e troppo deboli, sono affiancati da altri nemici creati dalla fantasia di ideatori di wargame.
Nel nome di non meglio precisati supremi interessi nazionali, gli Stati Uniti hanno giustificato le più abominevoli operazioni condotte dai loro molto ramificati servizi segreti in qualsiasi parte del pianeta.


La stessa democrazia, che gli Stati Uniti hanno stabilito essere l'unica accettabile forma di governo legittimo per qualsivoglia Paese, presso di loro viene apertamente e continuamente violata e negata da un apparato giudiziario militare che opera appunto in nome dei supremi (ed indiscutibili) interessi nazionali.
Tuttavia la militarizzazione della società civile negli USA non sembra sufficiente a metterla al riparo da un incombente grave pericolo.
Inoltre gli Stati Uniti assumono come non bisognevole di spiegazioni la più totale mancanza di reciprocità con gli altri Paesi.
Se infatti in una qualsivoglia parte del pianeta un Paese adotta il principio guida dettato dai suoi propri legittimi interessi nazionali, gli USA si affrettano a dire che quel Paese sta minacciando gli interessi nazionali americani e quindi passa nel novero degli Stati canaglia.
In altre parole gli USA hanno il totale dominio del pianeta ed intendono mantenerlo con la forza di un apparato militare ad alta tecnologia e pochi soldati, ma con un costo che supera il costo per spese militari sostenuto da tutti gli altri Paesi della terra messi assieme.
Si era detto che la completa militarizzazione della società civile non mette al riparo gli Stati Uniti da un incombente grave pericolo.
Vediamo questo pericolo.


Dopo il fordismo, cioè dopo la continua crescita delle retribuzioni del lavoro, negli USA ed in tutto l'Occidente, dall'Europa sino al Giappone, la retribuzione del lavoro è in diminuzione a fronte di una continua crescita della produttività.
Stiamo andando velocemente verso una fortissima divaricazione economica tra le classi sociali. Eppure la vera radice del disastro prossimo venturo non è nella crescente differenza tra i redditi delle classi sociali, ma in due aspetti, tipici della nostra era.
Primo: siamo tutti eguali e chi non lo è è da condannare.
Lo status di povero o di ricco non è consentito per legge.
Quindi il povero deve far finta di essere ricco finendo per dover accettare beni e servizi scadenti, anzi scadentissimi, molto cari per il loro reale valore.
Questo comporta la crescita di una frustrazione interiore, non espressa per vergogna e quindi foriera di improvvise esplosioni di rabbia e furore.
Il ricco deve camuffarsi da povero, evitare di sfoggiare troppo apertamente la sua ricchezza chiudendosi in ghetti dorati ed esclusivi, dove si trova emarginato almeno quanto il povero nella sua miseria.
Secondo: l'impossibilità di comunicare tra le classi sociali è resa drammatica dalla scomparsa dell'arte.


Un tempo il ricco, diciamo il principe, si circondava di lusso e di cose splendide che erano offerte all'ammirazione di tutti e tutti erano riconoscenti al principe per aver saputo scegliere gli artisti che avevano abbellito le chiese, i palazzi, le vie, le piazze e le città, dove il povero viveva dignitosamente perché salvaguardato da una serie di regole.
Esistevano le corporazioni che garantivano la stabilità e i diritti dei lavoratori in una società statica. Oggi tutti debbono correre per il successo, tutti debbono dare fondo a tutte le loro risorse per arrivare alla ricchezza, che poi deve essere difesa giorno per giorno e che ben difficilmente può essere trasmessa agli eredi.
Ma oggi non si raggiunge la ricchezza con la capacità di saper fare, con l'ingegno messo nel realizzare cose utili e cose belle per la vita degli uomini.
Oggi la ricchezza si raggiunge entrando nell'universo chiuso ed autoreferente della finanza, un modo elegante per dire che si raffina la capacità di sfruttare il lavoro produttivo svolto da lavoratori sempre meno pagati sparsi per il mondo, saccheggiando la tecnica avuta da studiosi e progettisti ai quali si vuole poi negare anche la pensione.


Oggi chi si crede un artista entra nel mondo chiuso dell'arte e della critica dell'arte, un altro mondo autoreferente che partorisce schifezze ritenute capolavori, accreditati come tali da una schiera compatta di critici che ignorano apertamente il parere ed i sentimenti della gente.
Il ricco è condannato all'ignoranza, a non poter esprimere idee, concetti alti.
Deve comportarsi come un povero ignorante diventato ricco, che si abboffa di ogni cosa, dal gusto incerto, ma sono cose che vengono vendute attraverso canali esclusivi.
I nostri ricchi sono tutti Trimalcioni, anzi spesso si farebbe torto al personaggio di Petronio.
Una società fondata sulle differenze per reggersi deve dare giustificazioni valide all'esistenza delle differenze.
Non sono le differenze la causa della futura tragedia ma l'inconsistenza delle giustificazioni circa l'esistenza delle differenze, anzi il diritto alla ricchezza viene legalmente fondato sul raggiro come fonte sacra della ricchezza.
Questo diventa l'emblema di una insopportabile ingiustizia.
Ma la scomparsa dell'arte come catarsi sociale e personale ha anche come conseguenza quella di impedire che la classe di nuovi ricchi investa denaro in così dette opere d'arte, create ad hoc per celebrare ed eternare il valore e la grandezza dei committenti.
Così non può più esistere la categoria degli addetti alla «produzione» di opere d'arte.


Una categoria sociale che nel Rinascimento era numerosa e ben retribuita.
Andava dall'umile artigiano che preparava i materiali per il lavoro dell'artista, sino all'artista famoso, che godeva di uno stato sociale paragonabile a quello dei suoi ricchi committenti.
Edgar Zilsel li chiamò gli artigiani superiori, che poi saranno all'origine del pensiero scientifico nella forma con cui questo arrivò all'Illuminismo.
Ma nell'attuale dominio assoluto del principio dell'arte per l'arte, questa non può e non deve essere aggiogata ad alcuna finalità.
L'arte esisterebbe solo come entità pura, priva di ogni finalità, una sorta di feticcio divinizzato, oracoli dei quali i critici sono i sacerdoti che spiegano al popolo i messaggi arcani.
L'arte diventa trasgressione fine a se stessa, perenne irrisione della stessa condizione umana.
Facciamo un esempio: Velàzquez fu il pittore di corte della casa regnante spagnola nel 1600.
Oggi potremmo dire che svolse il compito di fotografo di corte.
La sua pittura fu finalizzata a tramandare le sembianze dei personaggi di corte, ma attraverso quella finalità «fotografica» Velàzquez arrivò ad esprimere l'anima dei personaggi rappresentati, espresse l'atmosfera entro cui i personaggi vivevano e vivono tuttora in una sorta di eternità che solo l'arte può costruire.


Ma tutta l'opera di Velàzquez non sarebbe mai nata se non fosse stata finalizzata e se non avesse avuto ammirazione e devozione da parte dei contemporanei.
Oggi nessuna corte, nessun personaggio ricco o ricchissimo può permettersi di avere al suo seguito un «artista» con l'incarico di compiere opere d'arte finalizzate, celebrative eppure non stupidamente elogiative.
Questa possibilità è negata non per la spesa, ma perché non è consentito che l'arte nasca finalizzata ed influenzata dal gusto del committente, pena essere derisa e distrutta dal coro dei critici.
Il ricco può comunicare solo con lo strumento del suo potere: il denaro.
Ma anche in questo caso deve essere cauto.
Prendiamo un pezzo dall'articolo di Maurizio Blondet : «Il 'Manifesto' del capitalismo letale».
«Era il 5 gennaio 1914. Il grande industriale Henry Ford, allora cinquantenne, convocò i giornalisti nei suoi uffici di Detroit e annunciò di aver raddoppiato i salari dei suoi dipendenti (erano migliaia), con la paga minima di almeno 5 dollari al giorno. Ford negò sempre di aver detto la frase: 'voglio pagare i miei operai abbastanza, perché possano acquistare le mie auto'. Disse una cosa diversa: che siccome il Modello T andava così bene, gli pareva giusto che gli operai condividessero i profitti. Il New York Times mandò un inviato a intervistare Ford.
La prima domanda fu: 'lei è un socialista?'. Il Wall Street Journal, in un articolo intinto nel fiele, lo accusò di aver iniettato 'principii biblici o spirituali in un campo cui non appartengono'. Ma all'America che allora soffriva di una grave recessione
(una delle tante), Ford apparve come un faro di avvenire migliore.E la politica salariale generosa rimase un fondamento dell'economia statunitense: alti salari significa alti consumi e di qualità, che fanno 'girare' l'economia. Ancora anni dopo, Ford ripeteva: 'sono gli alti salari la causa della prosperità di questo Paese'».


Non è più così, dice David Leonhardt, famoso opinionista finanziario del New York Times: ora, l'economia funziona senza le masse operaie né la classe media.
Sono i ricchi che la fanno «girare».
Il resto dell'umanità non serve più al capitalismo.
L'articolo è notevole per la sua franca brutalità. Leonhardt ammette che le paghe dei lavoratori comuni, l'80 % della popolazione attiva, sono calate negli ultimi quattro anni in termini reali (depurate cioè dall'inflazione).
Eppure, questo impoverimento generale non ha impedito all'economia USA di crescere di più del 3 % l'anno; risultati «stellari», dice.
Negli ultimi anni, «sono state le famiglie ad altissimo reddito, diciamo il 20% della popolazione», a far continuare la crescita economica, guadagnando e consumando sempre di più.
Ma consumando cosa?
Possono consumare solo ciò che offre il mercato nella classe più alta dei generi di consumo e dei servizi.
Tutte cose che generano invidia e non ammirazione e rispetto, tutte cose che impiegano sempre meno addetti, pagati sempre meno, quindi contraendo i consumi a livello medio-basso, in tal modo riducendo anche le entrate di certi super-ricchi.


Per ora i ceti medio-bassi si indebitano (poco) per mantenere uno stile di vita sempre più misero.
I loro consumi precipiteranno con conseguenti licenziamenti nella catena dalla produzione alla distribuzione di beni medio-bassi
La crisi sarà inevitabile, a meno che gli Stati Uniti non provvedano a sostenere i consumi della loro «plebe» con distribuzione gratuita di beni ottenuti da Paesi esteri quasi in regalo, sotto la minaccia atomica.
Certe distribuzioni di grano a Roma durante certe crisi nell'età imperiale erano fatti molto simili.
Vediamo come è finita la storia di Ford.
Quel che segue serve a far capire agli scettici, che di solito si autodefiniscono benpensanti, come il sistema sia inesorabilmente avviato verso un esito senza alternative.
Leggiamo sempre dal citato articolo di Blondet: «Henry Ford, ai suoi tempi, fu sul punto di diventare presidente degli Stati Uniti a furor di popolo. Ci volle la persecuzione concertata di tanti 'Jared' e 'David', di potenti Bernstein e Leonhardt dell'epoca, a fargli rimangiare e chiedere scusa per quel suo saggio proibito ('L'ebreo internazionale') che lo bollò definitivamente come 'populista' da abbattere; la finanza, chiudendogli i crediti, lo rimise in riga».


Professor Raffaele Giovannelli

 
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