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L’asse Roma-Berlino-Tel Aviv (parte II)
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Le basi teoriche del sionismo

Se il sionismo, nato alla fine del XIX secolo, può dunque essere considerato un movimento che attinge alle medesime suggestioni nazionalistiche cui attingeranno appena qualche decennio dopo tutti i nazionalismi sviluppatisi in quello stesso periodo, ciò consente anche di capire perché, quando il Fascismo ed il nazionalsocialismo realizzarono le proprie rivoluzioni, diventarono – specie il primo – un modello di riferimento per molti sionisti, al punto che una corrente di esso, che prederà il nome di revisionismo – spesso ignorato in ambiente storiografico – costituirà quell’ala del sionismo che più di tutte si trovò ad essere in comunione perfino ideologica con regimi quali quelli dell’Italia fascista e della Germania nazionalsocialista. In generale, tuttavia, tutta la dirigenza sionista laburista vedeva «lascesa al potere di Hitler nel 1933 come unoccasione irripetibile per costruire e prosperare, o per dirla con Ben-Gurion una forza fertile per lavanzamento dellimpresa sionista» (1).

Dal volume di Andrea Giacobazzi Lasse Roma-Berlino-Tel Aviv, di cui parlavo nella prima parte di quest’intervento, emerge chiaro che il movimento sionista-revisionista non era certamente un blocco monolitico, quanto piuttosto un variegato movimento politico e paramilitare, in cui si confronteranno posizioni moderate, quali quelle di Meir Grossman (autore a sua volta di una scissione, da cui nasceranno i Revisionisti Democratici) accanto a spinte fortemente massimaliste, contrarie ad ogni rallentamento dell’azione sionistica, che lo stesso duce del revisionismo – Vladimir Jabotinsky – farà fatica a contenere.

L’elemento determinante che porterà alla scissione tra sionisti e revisionisti sarà la negazione da parte dei primi di dichiarare esplicitamente la loro volontà di costituire lo Stato ebraico. Da lì, poi, le posizione revisioniste si caratterizzeranno per la dichiarata volontà dei revisionisti di erigere il muro di ferro rispetto agli arabi in Palestina e per l’irrinunciabilità dell’inserimento della Transgiordania nei confini del futuro Stato d’Israele.

Certo minoritaria, la corrente revisionista è stata però alla luce degli eventi in grado di determinare le linee fondamentali della politica dello stato di Israele, che nei fatti ha realizzato proprio il programma espansionista revisionista, cioè quello elaborato da quella frangia del sionismo che nutriva nei confronti dei Fascismi una esplicita forma di simpatia.

Il movimento, anzi l’Alleanza dei sionisti revisionisti nasce a Parigi nel 1925, ad opera particolarmente di Vladimir Ze’ev Jabotinsky e raggiungerà il 21% dei voti alle elezioni dell’Organizzazione Sionista mondiale, divenendo la terza forza del movimento sionista per dimensioni. Come detto molti esponenti di questo movimento non faranno mistero di una profonda ammirazione verso Mussolini, al punto che Shabtai Teveth, parlando del leader laburista Ben Gurion, si esprimeva così: «Non solo egli definì pubblicamente i revisionisti come hitleriani, durante una grande manifestazione di massa a Tel Aviv nel febbraio del 1933, ma soprannominò Valdimir Hitler il capo revisionista Jabotinsky». Peraltro Thomas Mitchell scriveva che «lo stesso Mussolini si riferiva a Jabotinsky come a ‘lebreo fascista’, intendendolo come un complimento».

Le radici del Revisionismo vanno cercate probabilmente con la fondazione a Riga nel 1923 del movimento giovanile Betar (abbreviazione di Brit Yosef Trumpeldor, Alleanza Joseph Trumpeldor). Trumpeldor era il primo ufficiale ebreo dell’esercito russo ed era caduto della autodifesa ebraica a Tel Hai (Galilea) nel 1920: normale che diventasse per i giovani sionisti un mito.

Sulla scia di questa organizzazione giovanile nel 1925 nascerà il Partito chiamato Alleanza dei Sionisti Revisionisti, che nel 1935 darà luogo alla scissione di questo partito dal resto dell’Organizzazione Sionista con la fondazione della Nuova Organizzazione Sionista.

Già durante la Seconda Guerra Mondiale l’organizzazione andrà incontro ad una ulteriore scissione interna, operata da Avraham Yair Stern, che porterà alla nascita del Lohamei Herut Israel (Combattenti per la libertà d’Israele, meglio noto come Lehi o banda Stern): questo movimento armato era a tal punto attratto dal nazionalsocialismo che nel 1940 farà richiesta formale alla Germania nazista di entrare in guerra al suo fianco.

Certo nella contingenza storica il movimento revisionista è diviso circa le alleanze e le simpatie da riservare rispetto alle potenze dell’Asse: ci furono infatti posizioni ed atteggiamenti molto diversificati. Se Jabotinsky era contrario ad intrattenere rapporti con la Germania (pur mantenendo fino al 1938 relazioni con l’Italia tali da avere – come vedremo – una sezione betarista presso la scuola di Civitavecchia), non mancarono, oltre alla scelta del gruppo Stern di inoltrare al Reich hitleriano una richiesta di alleanza militare durante la Seconda Guerra Mondiale, altri casi di vero e proprio collaborazionismo con i nazisti da parte ad esempio del filo-revisionista Kareski.

Il fatto è che a dividere il movimento sionista-revisionista da quello nazista era in definitiva la questione di chi fosse la razza o il popolo eletto: definito ciò, il resto non era poi così dissimile. Diciamo che la pigmentazione esterna era differente (nazionalismo ariano vs. nazionalismo ebraico) ma la struttura sottostante analoga.

In ambito ideologico, per quanto possa sembrare strano, sono molti i punti di contatto tra sionisti e nazi-fascisti: legame con la terra, patriottismo, culto del sangue e della stirpe, antimarxismo, nazionalismo, esaltazione della vita militare, volontà di azione. Questa contiguità si fa ancor più palese per ciò che concerne l’ambito simbolico: divise, camicie di colore comune (nere per i fascisti italiani, blu per gli irlandesi di O’Duffy, brune per i revisionisti ed i nazionalsocialisti tedeschi) saluti e frasi identificative (A noi! per gli italiani, Sieg heil! per i tedeschi, Tel Hai! per i revisionisti) forte identificazione col capo e attribuzione ad esso di un titolo personale (Duce, Führer, Caudillo e Rosh Betar per i revisionisti).

Altra cosa importante è che i contatti tra gli elementi filofascisti e i sionisti continuarono anche dopo la guerra: fu Ada Sereni a prendere contatti con alcuni reduci della X MAS e uno di essi (Fiorenzo Capriotti) si occupò di far spedire in Israele sei motosiluranti MAS, acquistati dal Mossad presso la Cabi Cattaneo di Milano. Sul lago di Tiberiade il marò addestrerà le nuove reclute che avrebbero sferrato l’attacco all’ammiraglia egiziana Emir Farouk, alla fonda del porto di Gaza, colandola a picco insieme ed una dragamine di scorta.

La filiera nazi-sionista si arrichisce ad un tratto di un personaggio molto famoso. Dal luglio 1948 si è stabilito a Madrid, cambiando identità, l’uomo che è passato alla storia per aver liberato Mussolini: Otto Skorzeny. Nella capitale spagnola la moglie ha aperto un’agenzia immobiliare e lui si fa chiamare Robert Steinhauer. Commercia in armi e già nei primi anni Cinquanta collabora con diversi servizi segreti occidentali. Il Mossad lo intercetta. Sono i mesi seguenti alla guerra di Suez. Nasser decide di rimodernare il suo esercito e ricorre agli scienziati tedeschi. A loro il compito di costruire una fabbrica per motori di aeroplani e un’altra di missili. Con l’operazione Damocle il Mossad recluta alcuni ex terroristi ebrei della cosiddetta banda Stern per eliminare i collaborazionisti. Ben addestrati nell’arte della guerriglia, costoro elimineranno i tedeschi al servizio di Nasser specializzandosi nell’invio di pacchi e lettere bomba. Tra loro c’è anche Yitzhak Shamir, che 20 anni dopo sarà primo ministro del governo conservatore.

Invece i rapporti coi comunisti erano pessimi: non a caso la prima edizione della Grande Enciclopedia Sovietica (1932) (…) descriveva Jabotinsky come «uno dei più prominenti nemici del bolscevismo» e specificamente menzionava che «durante il periodo della guerra civile (in Russia) questi concluse un accordo con i rappresentanti di Petliura circa l’organizzazione di una «autodifesa ebraica per aiutare le truppe di Petliura» (volume 24, pagina 600) (2).

Simon Petliura era il leader nazionalista ucraino, fortemente antigiudaico e Jabotinsky «era sempre stato un ammiratore del nazionalismo ucraino e spesso aveva scritto su di esso, esaltando, tra laltro, lopera, talora anche xenofoba, del poeta nazionale ucraino Chevtchenko» (3). Dopo la proclamazione (gennaio 1918) della Repubblica Popolare Ucraina e con la guerra civile, l’Ucraina finì per essere occupata da russi e da tedeschi. Quando alla fine del 1918 i nazionalisti di Petliura tornarono al potere, il governo fu in breve sconfitto dai bolscevichi, che ne sconfissero le truppe, resesi protagoniste di svariati pogrom antiebraici.

Jabotisky in un suo articolo sul Jewish Daily Bulletin, Jews and Fascism Some Remarksand a Warning tenterà di mettere un freno alle tendenze fasciste del suo movimento, anche per arginare le accuse che piovevano dall’esterno affermando che «Il Fascismo è del tutto ed organicamente inapplicabile in ogni aspetto alla vita ebraica: è perciò semplicemente disonesto definire ogni partito ebreoFascista’» (4). In realtà, Jabotinsky mediava tra le tendenze e le pulsioni interne al revisionismo, che in larga parte non esitava a definirsi fascista.

L
Idea Sionista, periodico del revisionismo italiano, aveva, ad esempio, «espressioni non solo di plauso ma di adesione esplicita al fascismo senza che questo impedisse a Jabotinsky, poco dopo la sua prima uscita, di definirla eccellente in una lettera privata al Naziv Betar italiano Leone Carpi, il quale era, egli stesso, iscritto al Partito Nazionale Fascista». Per dire quale era la considerazione del Fascismo, nel 1928 Abba Ahimeir annunciò l’imminente visita di Jabotinsky in Palestina come: «Larrivo del nostro Duce» (5).

Saranno in molti a quel tempo a cogliere le analogie. Il 10 settembre 1933 apparve per esempio sul Sunday Referee l’articolo I fascisti di Sion che riproponeva, ricorrendo a vari esempi del passato (prigionia del 1920, accordo con Petliura, espulsione dalla Palestina, collusione del Betar con il nazismo) l’accostamento tra revisionismo e fascismo ebraico (6).

Il 25 aprile del 1934, William Zukerman scriverà su The Nation un articolo intitolato The Menace of Jewish Fascism, ove analizzando in profondità le caratteristiche del revisionismo, non esita a definirlo fascismo ebraico. La riflessione più importante di Zukerman è però quella che, implicando anche l’ebraismo ortodosso, riguarda il rapporto tra fascismo e sionismo. Scrive: «Il movimento sionista, come tutti i movimenti nazionalisti, è il terreno più fertile per il fascismo. Sotto forma di richieste e rivendicazioni nazionaliste, i sentimenti fascisti possono facilmente passare inosservati, ed è ora il caso del fascismo. Il giudaismo ortodosso aderisce al programma fascista sia politicamente che economicamente (...). La maggior parte del movimento sionista orbita intorno al fascismo, anche se la maggior parte dei sionisti sono (...) inconsapevoli di ciò».

Anche se la cosa sembra fare a pugni con la storia comunemente raccontata il sionismo riuscì ad armare dunque le attese messianiche degli ebrei di un progetto politico. Osteggiato dall’ebraismo tradizionale, il sionismo e specie il Revisionismo trovavano nel Fascismo l’esperimento politico compiuto cui guardare con realismo per perseguire il proprio progetto. E ciò vale ancor più paradossalmente nei confronti del Nazismo.







I rapporti fascismo ed ebraismo furono fino alle leggi razziali buoni, se non ottimi. Scrive Andrea Giacobazzi nel libro che ho recensito nella prima parte di questo intervento:

«Negli anni successivi il fascismo si consolidò al potere, in particolare dal 1925 lidentificazione del partito con lo Stato assunse un rilievo sempre maggiore e, come già accennato, negli anni 1926 e 1927 le relazioni ebraismo-fascismo e sionismo-fascismo si fecero più profonde. Probabilmente i sionisti stessi si resero conto che il governo Mussolini non sarebbe stato una breve parentesi della storia italiana ma un lungo periodo di tempo in cui la Penisola avrebbe avuto alla sua guida un uomo forte e intenzionato ad allargarne in modo deciso la sfera dazione. LItalia del resto era già una potenza marittima, vincitrice della Prima Guerra Mondiale, posta al centro del Mar Mediterraneo nel quale controllava, oltre alle coste nazionali, anche quelle libiche e del Dodecanneso, aveva inoltre - aspetto fondamentale - un ruolo strategico sul piano dellemigrazione ebraica: da Trieste si imbarcavano moltissimi degli ebrei diretti in Palestina e già dal 1920 era presente in città un ufficio del Dipartimento per lemigrazionedellAgenzia Ebraica (…). Nel 1931 il governo italiano si propose addirittura di ospitare ad Abbazia il congresso mondiale sionistico che si sarebbe dovuto tenere in quellanno e che poi si riunì a Basilea, dato che la sinistra sionista respinse lofferta, nonostante Weizmann si fosse personalmente dichiarato a favore della sua accettazione» (7).

Nel 1932 si arriverà addirittura ad una impegnativa dichiarazione di comunione spirituale tra il fascismo ed uno dei leader ideologici sionisti più in vista: il piissimo Alfonso Pacifici. Questi, proponendo una sua filosofia del giudaismo in un dialogo con Guido Bedarida, «pensava addirittura di essere stato un precursore (dell’ideologia fascista) riallacciandosi allatendenza spirituale del fascismomolto prima che questa diventasse la regola dellItalia» (8).

Questa comunione spirituale sarà molto più accentuata con il Revisionismo. La più importante realizzazione nel campo della collaborazione della Nuova Organizzazione Sionista con l’Italia fascista fu l’autorizzazione alla organizzazione del corso riservato ai betaristi presso la Scuola Marittima di Civitavecchia.

Sul finire dell’anno 1930 un gruppo di giovani revisionisti fondò a Parigi un’associazione intitolata Rodegal (dominatores undae) dedicata all’idea marittima (9), che pubblicò una piccola rivista, il Cran (pertinacia impavida). Nel 1931 la conferenza mondiale del Betar apre a le porte all’idea marina e il capitano Irmiyahu Helpern, capo del dipartimento di preparazione all’autodifesa, istituì un reparto di preparazione nautica. Fu qui che nacque l’idea di una scuola a Civitavecchia, grazie al fiduciario del Bethar a Roma, Maurizio Mendes. I revisionisti italiani iniziarono così a fare pressione sul governo e attraverso l’ammiraglio Thaon di Revel ottennero l’approvazione del Governo Fascista, nel gennaio del 1935.

Ma, al di là dei risultati concreti, in verità sporadici, è la comunione spirituale che si realizza tra sionismo revisionista e nazionalsocialismo a meravigliare ancor più di ciò che accadde col Fascismo. Come è possibile cio?

Semplicemente perché il tema che è alla base del sionismo e ancor più del revisionismo è in realtà il tema di fondo del giudaismo di sempre: quello della identità. Ma poiché l’identità ebraica è di natura religiosa e si trasferisce a livello etnico-razziale, ecco che da un lato il sionismo si riconnette alla Torah e dall’altro si aggancia – suo malgrado – alle teorie razziali, partorite dal pensiero scientista moderno. Come il nazismo affonda le proprie radici nella mitologia germanica, così il sionismo cerca nella rivelazione di Jahwè il fondamento della lotta di riscatto.

Piaccia o meno è la Bibbia alla base dell’ideologia sionista, giacchè l’identità ebraica è inevitabilmente, anche per il laico sionismo, data dall’alleanza con Jahwè. Si capisce che in tal modo la Bibbia, priva del Logos cristiano, si trasforma nel primo manuale di pulizia etnica della storia.

Jabotinsky esplicita ciò che il Sionismo non vuole dire e che il giudaismo ha sempre ritenuto prudente sottacere. Ma in lui c’è non solo la romantica visione propagandistica dell’epopea di un popolo alla ricerca di una terra perduta («un popolo senza terra per una terra senza popolo») ma il fondamento su cui quel popolo dovrà fondare lo Stato. E lo Stato di Israele dovrà avere una base biologica, cioè razziale. Israele deve essere per Jabotinski lo Stato degli ebrei. E ciò a qualsiasi costo: il destino degli ebrei è stato per anni la scelta dell’autosegregazione, contro il rischio di essere assorbito dalle altre genti. Quel destino deve continuare in Israele. Il sangue ebraico non va contaminato. E’ così che paradossalmente nazisti e sionisti condividono la medesima Weltanschaung, per entrambi il motore della storia è la salvaguardia dell’identità e della purezza della razza.

Scrive Jabotinski: «La qualità del ‘meccanismo spirituale’ dipende dalla ‘razza’, la forza dell’intelletto, una maggiore o minore inclinazione alla ricerca di nuove vie, la prontezza a rassegnarsi alla situazione prevalente o l’audacia che serve per inventare; l’ostinazione o, al contrario, il carattere che si deprime dopo il primo fallimento. Il mezzo supremo di produzione è in sé un prodotto della razza. Questo perché ciascuna razza ha un’unicità esplicita, aspira a diventare una nazione» (10).

E altrove aveva trovato modo di precisare di credere: «(…) nel sangue di un uomo; nel suo carattere razziale-fisico (racio-physical type) e in quello solo (…). Noi crediamo che le prospettive spirituali di un uomo siano determinate innanzitutto dalla sua struttura fisica (...). Per questa ragione non crediamo nellassimilazione spirituale. E inconcepibile, dal punto di vista fisico, che un ebreo nato da una famiglia di puro sangue ebraico (...) possa diventare adattato alle prospettive spirituali di un tedesco o un francese (...). Per diventare veramente assimilato deve cambiare il suo corpo. Egli deve diventare uno di essi nel sangue (...). Egli deve mettere al mondo, (...) in un periodo di decine di anni, un pronipote nelle cui vene è rimasto solo una minima traccia di sangue ebraico (...). Non ci può essere assimilazione fintantoché non cè matrimonio misto (...). Tutte le nazioni che sono scomparse (…) sono state inghiottite nella voragine dei matrimoni misti (...). Lautonomia nella diaspora rischia di portare (...) alla completa scomparsa della nazione ebraica in quanto tale dalla faccia della terra (...)» (11).

Purtroppo questa non è solo storia. Lo Stato di Israele, a partire dalla Legge del ritorno, ha fatto propri i temi del Revisionismo-sionista: il muro di ferro costruito contro i palestinesi, la rivendicazione dei territori che » non dimentichiamolo » dovranno un giorno comprendere anche l’attuale Giordania, la pretesa di un riconoscimento di Israele come Stato degli ebrei.

Ricorda giustamente Giacobazzi nel suo libro, da cui abbiamo preso molte delle nostre riflessioni, che il sionismo stesso era un frutto ideologico che risentiva fortemente di Herzl, suo padre fondatore. Come infatti riscontra lo storico israeliano Benny Morris: «Lideologia e la prassi sioniste erano necessariamente e istintivamente espansioniste. Realizzare il progetto sionista significava organizzare e inviare in Palestina gruppi di colonizzatori» (12).

E riguardo alla colonizzazione Jabotinsky sosteneva: «La colonizzazione sionista deve essere risolta o eseguita contro il volere della popolazione autoctona. Questa colonizzazione può, pertanto, essere portata avanti e compiere progressi solo sotto la protezione di un potere indipendente della popolazione autoctona - un muro di ferro, che sarà in grado di resistere alla pressione della popolazione indigena. Questo è, in toto, la nostra politica nei confronti degli arabi» (13).

Per Jabotinsky non esistevano dubbi circa il fatto che il sionismo fosse a colonising adventure:

«Se si desidera colonizzare una terra in cui delle persone vivono già, è necessario fornire un presidio per la terra, o trovare unuomo riccoo benefattore che fornirà una guarnigione a vostro nome. Oppure, abbandonare la colonizzazione, perché senza una forza armata che renda fisicamente impossibile qualsiasi tentativo di distruggere o impedire questa colonizzazione, la colonizzazione è impossibile, nondifficile’, nonpericolosa’, ma impossibile! (...). Il sionismo è un avventura colonizzatrice e, pertanto, resta in piedi o cade in relazione alla questione della forza armata. E’ importante (...) parlare lebraico, ma, purtroppo, è ancora più importante essere in grado di sparare» (14).

Sono queste le basi teoriche su cui si regge «lunica democrazia» del Medio Oriente: fate voi.

Domenico Savino

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Note tratte dal volume di Andrea Giacobazzi Lasse Roma-Berlino-Tel Aviv, Il Cerchio.

1) F. Yahia, Relazioni Pericolose, La Città del Sole, Napoli, 2009, pagina 11, i virgolettati riprendono citazioni del libro di T. Segev, Il settimo milione. Come lolocausto ha segnato la storia di Israele, Mondadori , Milano, 2001, pagina 18.
2)
Traduzione in italiano dall’inglese, ibidem.
3)
Ivi, pagina 39.
4)
L. Brenner, 51 Documents - Zionist collaboration with the Nazis, Barricade Books, 2002, pagina  153, riferimento Jews and Fascism - Some Remarks - and a Warning, Jewish Daily Bulletin, April 11,. 1935, pagina 3.
5)
T. Segev, Il settimo milione, Mondadori, Milano, 2001, pagina 22.
6)
V. Pinto, Imparare a sparare - Vita di Vladimir Zeev Jabotinsky, padre del sionismo di destra, Utet, Torino, 2007, pagina 180.
7)
R. De Felice, Il fascismo e loriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini, il Mulino, Bologna, 1988, pagina 138.
8)
E. Ratier, I Guerrieri dIsraele, Verrua Savoia, Centro Libraio Sodalitium, 1998, pagina 58.
9)
L. Carpi, Come e dove rinacque la Marina dIsraele. La Scuola Marittima del Bethar a Civitavecchia, Roma, Arti Grafiche Nemi, 1965, pagina 10.
10)
Ivi, pagina 258.
11)
Traduzione in italiano dall’inglese, ivi, pagine 10-11.
12)
B. Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, BUR, 2003, pagine  837-838.
13)
Traduzione in italiano dall’inglese, L. Brenner, Zionism in the Age of the Dictators, Westport, Connecticut, Lawrence Hill, 1983, pagine 110-111, confronta M. Syrkin, Labor Zionism Replies, Menorah Journal, Spring 1935, pagina 72.
14)
Traduzione in italiano dall’inglese, ivi, pagina 111, confronta V. Jabotinsky, The Iron Law, Selected Writings, South Africa, 1962, pagina 26.


 
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