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La Profezia di Fatima e Papa Benedetto XV
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Juan Donoso Cortes inizia il suo noto «Ensayo sobre el Catolicismo, el Liberalismo y el Socialismo» (BAC, Madrid, 1970) dicendo: «Proudhon ha scritto nelle sue 'Confessioni di un rivoluzionario' queste parole notevoli: 'E' sorprendente vedere in che modo in ogni nostra questione politica inciampiamo sempre nella teologia'. Non vi è niente qui che sorprende se non la sorpresa di Proudhon. La teologia, per il fatto di essere la scienza di Dio, è l'oceano che contiene e racchiude tutte le scienze, così come Dio è l'oceano che contiene e racchiude tutte le cose».
Parlare di Fatima è parlare di teologia e si può iniziare a farlo elencando alcune semplici considerazioni.
La prima, che in quel periodo, ancora, si era apertamente pro o contro Dio e Gesù Cristo e Proudhon voleva, come Voltaire e la Massoneria, «écraser l'infâme».
Infatti, la dottrina massonica si riassumeva nella bestemmia di Proudhon, gloria della setta: «Le premier devoir de l'homme intelligent est de chasser incessament l'idée de Dieu de son esprit et de sa conscience».
La seconda, che questi autori sono stati profeti degli eventi moderni proprio nella misura della loro «teologia»: profeta fasullo Proudhon; proprio il contrario Donoso Cortes, che scrutava fedelmente il senso cristiano della storia e fu chiamato il profeta saggista e diplomatico, perché aveva saputo prevedere, già allora, la gestazione del leviatano sovietico.
La terza, che oggi, a questa opposizione diametrale di visioni storiche è subentrata la più grande indifferenza, specialmente negli ambienti clericali, occupati a scambiare la teologia con la sociologia.
Anche questi fatti farebbero parte della gran rovina spirituale profetizzata?
Quando e in che modo si è ingenerato questo crollo «teologico»?
Ecco cosa deve farci meditare trattando della Profezia di Fatima.
Veniamo allora ad alcuni concetti poco ricordati della teologia cattolica.

Se il cattolicesimo racchiude la verità completa sull'uomo, come crediamo, la storia deve avere un senso cristiano, ossia un disegno soprannaturale sovrapposto all'ordine naturale sempre che sia questione del fine ultimo dell'uomo.
Ciò riguarda la società umana infettata dall'inizio da ribellioni e rivoluzioni continue contro lo stesso ordine naturale e divino che condiziona la vita terrena, una dipendenza insopportabile per l'orgoglio umano.
Abbiamo allora la rivoluzione intesa come volontà umana che si vuole libera di piegare la realtà, di invertire l'idea di un senso e di un ordine inerente al creato, accusato di avere esempi di assassinii, di malattie, di siccità, di bufere, di terremoti.
Per tale rivoluzione la mente umana doveva impegnarsi ad affrancarsi da Dio, seguendo l'equazione terminale cui era approdata l'intellighenzia razionalista: se Dio può evitare questi mali ma non vuole, non è buono; se lo vuole ma non può, non è Dio.
Ecco il gran sofisma dell'ateismo discusso nei tempi di Voltaire e compagni, anche considerando il gran terremoto di Lisbona del 1755, tutt'oggi testimoniato da una cattedrale sventrata.
Tale sofisma ha segnato la storia dopo aver ingenerato la «crisi della coscienza europea» (Paul Hazard), mettendo in ridicolo la risposta cristiana alle questioni del dolore e della morte come «prova» di questa vita, che non esclude i cataclismi terreni, ma considera che i mali reali non procedono dall'esterno, ma dall'intimo degli uomini (confronta Marco 7, 15).
Ad ogni modo, si noti come tutta questa «crisi» non fosse indirizzata a risolvere dubbi, ma alla presa del potere, del potere rivoluzionario che oggi impera ovunque in nome di un'antiteologia che vuole mutare la realtà del mondo che trascende la mente umana del «buon selvaggio» incatenato da un Dio tiranno a delle verità immutabili!
Ecco come è lievitata pericolosamente nei tempi dei progressi moderni l'idea del potere umano che con la «morte di Dio» si sarebbe finalmente emancipato.
A tale delirio «religioso», mascherato da filosofia atea e sviluppatosi come scienza infallibile, mancava soltanto di «liquidare» il cristianesimo e l'autorità che rappresenta Dio in terra per produrre i frutti finali di un nuovo «ordine mondiale rivoluzionario».
Tali idee utopiche si sarebbero dimostrate nefaste attraverso interminabili guerre internazionali e poi delitti e aborti sul piano nazionale.
A cosa era stata ridotta la teologia?
Alle iniziative di taluni che di fronte al ricordo di stragi passate invocavano pubblicamente Dio per domandare: dove ti eri nascosto in quei giorni?
A questo punto di profondo degrado della visione cattolica si deve tornare alla lezione essenziale di Gesù, venuto a perfezionare non solo la legge, affidata ai suoi Pontefici, ma la profezia, svelata ai suoi santi. (Matteo 5, 17).
La rivelazione della legge e dei profeti è compiuta con la morte dell'ultimo apostolo, ma i fatti profetizzati devono compiersi fino alla fine di tempi (Matteo 5, 18).
Chi ci avvertirà allora della subdola scalata al potere della bestia incombente?

Questa introduzione al messaggio di Fatima si è fatta necessaria perché fino ad ora gli uomini della Chiesa non sanno come classificarla.
Oggi la nozione d'intervento o mediazione profetica «fisica strumentale» è sconosciuta nelle aule di teologia.
Eppure gli studiosi sanno di essere di fronte ad una lacuna, tanto più ampia quanto è viva la realtà dei messaggi di Maria, che trascende le semplici rivelazioni private.
Non sarà che per frenare i deliri umani, intenti a cambiare la realtà delle cose e della società, invece che l'uomo, propenso ad ogni bestialità, ha operato l'intervento divino della legge e dei profeti?
Ma come la Chiesa vede queste profezie?
Ora, il cristianesimo non è forse la religione dell'intervento divino nella polis terrena con la mediazione redentrice di Gesù Cristo, il quale dopo la Sua ascensione ha lasciato la Chiesa per applicare il Suo intervento di conversione?
E non è forse vero che all'inizio del XX secolo lo stato lamentevole del mondo richiedeva un immane intervento soprannaturale per sanare storture micidiali di un disordine mondiale mai visto?
Ora, l'intervento nel piano in cui gli uomini possono operare, velato in modo da preservare proprio quanto andava salvato - la libera  volontà umana - solo può essere suscitato da Dio, che sa e vuole salvare noi, poveri peccatori.
Non siamo così arrivati all'intervento profetico, al tema di quella «teologia» essenziale, pratica, storica di cui parlava Donoso Cortes?
Il suo termine non è l'intervento divino da sempre profetizzato, perché «il Signore non fa niente (in questa sfera velata) senza aver rivelato il Suo disegno ai Suoi servi, i profeti»? (confronta Amos 3. 7).
Non si tratta forse della «mediazione universale di Maria» voluta da Dio per gli ultimi tempi? (confronta san Luigi Maria Grignion di Monfort, «Trattato della vera devozione a Maria»).
Il noto mariologo padre Gabriele Roschini colloca così la questione di fede: «E' discusso se nella mediazione mariana, oltre la causalità morale (quella d'intercessione), sia da ammettere pure la causalità fisica strumentale [quella d'intervenzione?]» («Dizionario di Mariologia», Studium, Roma, 1961, pagina 349; EC, volume XIII, pagina 576).

La profezia di Fatima rappresenta quest'intervento?

La questione era nelle mani del Vicario di Cristo, che avrebbe seguito la teologia nel suo più alto senso «politico» per il bene dell'intera umanità.
Diventava, però, per questa ragione, il bersaglio finale della rivoluzione «metafisica» che cercava il modo per poter «liquidare» il cristianesimo e l'autorità che rappresenta Dio in terra, per allora realizzare liberamente i suoi piani bestiali.
Ormai ciò è avvenuto col tragico corso storico vissuto dalle ultime generazioni di un'umanità sempre più allo sbando civile, morale e religioso.
Oggi sappiamo che il segreto di Fatima tratta proprio di questi mali.
Quindi, non è un'idea astratta dire che la politica del bene della «polis» universale, è quella del messaggio di Fatima.
Per ricordarla la Madonna, alla vigilia della rivoluzione bolscevica, ha affidato ai tre pastorelli di Fatima il «messaggio» che avvertiva degli «errori sparsi dalla Russia» e dei pericoli immani per gli uomini, se essi non fossero tornati alla retta via.
Dopo la rovinosa Prima Guerra Mondiale, sarebbe venuta «l'altra guerra peggiore».
Se nemmeno dopo di questa il mondo avesse rivisto le sue vie, ci sarebbe stato un terzo flagello, più devastante delle guerre, talmente subdolo da rimanere segreto e quindi incomprensibile per lungo tempo a quanti dimenticano la visione cattolica per cui niente può essere più letale per l'umanità che la «soppressione» del Pastore della Chiesa di Dio con la conseguente apostasia universale.
A questa luce si può negare la necessità dell'intervento divino nel mondo umano?
Nella Rivelazione esso è avvenuto mediante la partecipazione di Maria, il che ha portato i padri e i santi della Chiesa a parlare della sua continuazione negli ultimi tempi.
Siamo alla questione centrale del Segreto riguardante una persecuzione politica inaudita in seguito al «gran segno che Dio dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre».
Rifiutato questo gran segno, eccoci alla profetizzata «soppressione» del «Pastore», equivalente al ritiro per un tempo del potere divino in difesa della fede.
Una volta «tolto di mezzo» il potere che faceva ostacolo agli errori del mondo, esso sarebbe andato verso un disastro politico peggiore delle grandi guerre, perseguitando l'ordine naturale e divino in terra.
Infatti, quando il mondo, in nome della libertà, sopprime l'autorità della legge divina, fa svanire l'amore al bene e alla verità che regge ogni società umana: il mondo è irretito dalla bestialità di errori e di delitti.
Il mistero del terzo segreto si rende chiaro solo alla luce di questo crollo e «liquidazione» dell'autorità religiosa che causa la grande apostasia.
Si pensi: le soluzioni umane erano allora rappresentate dall'intervento americano in Europa e dopo la guerra, dal rafforzamento della democrazia cristiana.
Ecco il misero orizzonte a cui era ridotta l'espansione spirituale in terra.
Ma vediamo la parte di Papa Benedetto XV in questo processo, che sembra escludere la teologia del ricorso alla profezia divina.
Qui riteniamo di dover riassumere una parte di quanto già pubblicato il 18 giugno 2007, «La Russia nella profezia politica di Fatima».

L'evento di Fatima «intervento» di Maria?


L'attenzione di Maria all'operato del Papa («katéchon»), che nel 1917 non era più l'intrepido San Pio X, ma il diplomatico Benedetto XV, che aveva il gran merito d'essere legato proprio a quella verità di fede che la Chiesa tardava a proclamare: la mediazione universale di Maria, legata per forza anche alle Sue apparizioni negli ultimi tempi.
Papa Benedetto XV diceva nel Discorso «E' pur troppo vero» (24 dicembre 1915), «Ella è l'aurora pacis rutilans fra le tenebre del mondo sconvolto ... Ella è Colei che, sempre intervenuta a scampo della gemente umanità nell'ora del pericolo, più celere precorrerà ora al nostro dimandare, Madre a tanti orfani, Avvocata in così tremenda rovina».
Il 5 maggio 1917, Benedetto XV scrisse al cardinale Gasparri sugli «afflittissimi figli» della «gran Madre di Dio» che attendevano la Sua intercessione per la pace «in quest'ora tremenda».
Si presti attenzione a questi testi, importanti per approfondire il modo d'intendere la divina mediazione di Maria Santissima, soprattutto in quell'ora in cui sulla terra imperversava un'ondata di odio, come mai prima nella storia, «in così tremenda rovina... bisogna presupporre l'intervento di Colei che, ... sempre intervenuta a scampo della gemente umanità nell'ora del pericolo, più celere precorrerà ora al nostro dimandare...».
Nell'ora tremenda della Prima Guerra Mondiale che versava fiumi di sangue e lacrime, Benedetto XV volle far ricorso al Cuore di Gesù, mediante Sua Madre Addolorata, per ottenere la pace nel mondo.
Meditiamo sui termini della supplica papale, perché essa andrebbe riconosciuta come causa determinante delle apparizioni e del messaggio che ad essa rispose.
La lettera al Segretario di Stato, il cardinale Gasparri, impartiva istruzioni affinché tutta la Chiesa implorasse l'aiuto nelle litanie lauretane, con l'invocazione: «Regina pacis, ora pro nobis!».
La lettera fu distribuita ai vescovi del mondo il 5 maggio 1917.
Si può credere che il modo con cui Benedetto XV intendeva qui la mediazione di Maria includesse un intervento miracoloso nella storia umana, come era già avvenuto con la «politica» di Giovanna d'Arco nella storia della Francia?
In questa luce si percepisce lo slancio «profetico» di Benedetto XV.
Otto giorni dopo, il 13 maggio, la Madonna apparve per la prima volta a Fatima, rispondendo all'invocazione papale con un messaggio di pace contenente avvisi, richieste e promesse che dimostravano come il sollecito soccorso materno venisse ad indicare la volontà di Dio per la nostra generazione, unica via per la pace e la salvezza di molti. (1)
Nella prima apparizione, il 13 maggio 1917, la Madonna apparve tutta vestita di bianco e più brillante del sole: «Recitate la Corona, tutti i giorni, per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra!».

All'inizio, infatti, l'evento di Fatima rimase circoscritto al Portogallo, ma col passare dei giorni «cominciò un afflusso impressionante di pellegrini superiore a quello di Lourdes all'epoca delle apparizioni, nonostante le difficoltà d'accesso» (NDOC pagina 95).
E' importante notare che, fin dalle prime apparizioni, si sapeva che i pastorelli avevano ricevuto un segreto.
Ciò aveva destato grande interesse nel sindaco massone di Vila Nova de Ourém il quale, il 13 agosto, era andato sul posto per cercare di carpirlo a Lucia; non riuscendovi, la portò dal parroco P. Marques Ferreira, esigendo, invano, che questi ottenesse dalla bambina il messaggio.
Sembra che il locale sindaco massone fosse più interessato al segreto che Roma.
Seguirono le altre apparizioni e il Messaggio dove parlava della Russia.
Ad ottobre, alla vigilia della rivoluzione comunista avvenne il miracolo del sole, nel giorno e nell'ora annunciati: «perché tutti potessero credere».
Pensare che queste notizie non fossero giunte al vertice della Chiesa, subito dopo quei mesi di guerra, sarebbe illusorio.
Ci sono due indizi probanti che Benedetto XV fosse a conoscenza dei fatti di Fatima, fin dall'inizio:
- il Breve «Quo vehementius» del 17 gennaio 1918, che ristabiliva la Diocesi di Leiria, e v'includeva Fatima, già incorporata fin dal 1881 alla Diocesi di Lisbona;
- la Lettera del 29 aprile 1918 all'Episcopato portoghese, in cui figurava il riferimento ad «un ausilio straordinario da parte della Madre di Dio» («Sintesi Critica di Fatima», Sebastião Martins dos Reis).
Col ristabilimento della Diocesi locale, il processo canonico per verificare l'autenticità delle apparizioni avrebbe trovato nel nuovo vescovo il giudice necessario; l'apertura del processo, purtroppo, tardò.
Purtroppo non si riconobbe «la benignissima sollecitudine ad ottenere al mondo sconvolto l'efficacia della Sua intercessione e la grandezza del beneficio da Lei compartitoci», secondo le parole papali.
Perché?

Certamente, nel 1917, c'erano seri motivi perché l'evento di Fatima mettesse in serio imbarazzo i pastori portoghesi, spesso accusati dal governo massone di sobillare il popolo con devozioni «sovversive».
Tale imbarazzo sarebbe la causa delle prudenti riserve del Vaticano?
Quanto alle difficoltà, si deve considerare la politica d'avvicinamento del Vaticano verso il Portogallo repubblicano.
Per ristabilire i rapporti diplomatici, interrotti nel 1919, Benedetto XV fece un appello ai cattolici portoghesi, invitandoli a sottomettersi alle autorità costituite (un ralliement portoghese).
Il cardinale patriarca di Lisbona, Mendes Belo, che fino al 1919 rimase esiliato dal governo repubblicano, ritornò da Roma imbevuto di uno spirito più diplomatico che mariano.
Il patriarca era allora anche titolare della Diocesi di Leiria, perciò di Fatima, e ritenendo che quell'evento fosse motivo di conflitto, arrivò a minacciare di scomunica i sacerdoti che lo avessero divulgato.
Questo fatto, tuttavia, non può essere oggi usato dai cultori di Medjugorje per confrontarlo con la condanna che tali apparizioni hanno ricevuto da parte del vescovo di Mostar, forte del vasto dossier sul processo canonico durato anni.
A Fatima, tale processo allora non fu nemmeno avviato, e quando iniziò, sette anni dopo, non si trovarono elementi che mettevano in dubbio l'evento o ne condannavano il messaggio.
Tra Fatima e Medjugorje non vi è, dunque alcun legame.
Se i cardinali Ratzinger e Bertone non hanno avuto la grazia di capire la prima, hanno avuto però dovizia di elementi per non farsi sedurre dalla seconda.

Ma torniamo a Papa Benedetto XV che aveva scritto «della gratitudine verso Dio e verso l'augusta Vergine, per essere intervenuta a scampo della gemente umanità nell'ora del pericolo ... al nostro dimandare», ma che non riconobbe questa risposta.
Da un lato, era mosso dallo spirito di pietà, credeva che l'intervento della Madre di Dio potesse cambiare la storia, ma dall'altro teneva la sua fiducia nell'intimo della propria coscienza, evitando che una «visione pietosa e miracolistica» potesse prevalere in questioni su cui la rigorosa e ieratica teologia romana non si era ancora pronunciata.
La questione teologica, di enorme importanza in vista delle grandi apparizioni mariane dell'Ottocento, riguardava in prima persona il Vicario di Gesù Cristo.
La prima questione da chiarire riguarda quindi il modo come l'evento di Fatima, di cui oggi non si può non riconoscere l'importanza, è stato ignorato dagli uomini della Chiesa come segno divino.
La risposta a questa questione è già in parte nello stupore che provoca perché a tutt'oggi al mondo cattolico non è stato nemmeno accennato il rapporto straordinario tra la data dell'invocazione di aiuto del Papa per la pace del 5 maggio e la sollecita risposta di  Maria del 13 maggio che indicava le cause delle guerre, il loro corso futuro e la soluzione dei disordini del mondo attraverso una richiesta del tutto conforme alla pietà cattolica.
Avrebbe Dio dato tramite l'Immacolata, un segno della Sua volontà per aiutare la cristianità in pericolo?
Il fatto che esso abbia preceduto di poco il momento decisivo della Rivoluzione russa, che cambiò il mondo, induce a crederlo.
Durante quel Pontificato, durato fino al 1922, c'era stato tempo per verificare l'autenticità delle apparizioni di Fatima, ma tale procedura non fu nemmeno iniziata.
Come mai la Chiesa dopo essere stata fortificata da un segno di Dio non lo riconosceva?
Che senso ha, però, per un Papa rappresentare Gesù Cristo, ma non riconoscere il Suo disegno per quel tempo?
Potrebbe un tale «vuoto teologico» rimanere senza conseguenze?
Non sarà che a causa di aver ignorato l'avviso profetico la visione simbolica sul pastore colpito si è avverata proprio col lasciar colpire quella mitra pastorale?
Non è questo il fatto centrale del terzo segreto?
Questo dubbio segna in certo modo il Pontificato della Chiesa, in cui si manifestava l'influenza invisibile della mentalità propria alla Massoneria.
«Strano a dirsi, nessun documento del suo magistero ha un pur minimo accenno antimassonico. E' un caso unico nella storia moderna della Chiesa»...
Uno storico ben informato su queste oscure vicende, Gianni Vannoni, autore di vari studi sull'argomento, ha spiegato lo strano silenzio del Pontefice proprio con i potenti influssi del Segretario di Stato Gasparri, anch'egli, come Rampolla, «in odore di Loggia» («Il Sabato», Antonio Socci, 27 ottobre 90, pagina 57).
Tali influssi massonici possono spiegare la resistenza di Benedetto XV a riconoscere l'intervento del soprannaturale nel mondo naturale.
Essi si sono manifestati nella stessa Chiesa attraverso le speculazioni teologiche negative, da parte modernista, riguardo alla definizione della mediazione di Maria.

La mancanza di una definizione della Chiesa su una questione tanto importante, anche per la comprensione degli interventi mariani nel mondo, fa capire i crollo del pensiero cristiano.
«Se Dio non veglia sulla città, invano vigilano i guardiani».
Quando la percezione del soprannaturale si annebbia, pure la visione naturale si oscura.
Avrebbe questo annebbiamento colpito i ministri del Signore aperti ai compromessi col «nuovo ordine del mondo»?
In tal senso ci si potrebbe chiedere come mai Benedetto XV nel 1917, alla vigilia della terribile sedizione comunista, causa di un'ecatombe senza pari, non rinnovava la condanna dei Papi al Comunismo incombente, ma parlava del «delirio della Rivoluzione francese».
Nel mio libro «Segreto di Fatima o mistero vaticano?» faccio corrispondere la sordità riguardo all'evento di Fatima a gravi errori diplomatici riguardo alla Russia: spingere il Kaiser a realizzare il piano segreto del rientro di Lenin in Russia; l'aiuto al governo comunista matrice della gran carestia che ha fatto milioni di morti. (confronta «L'errore dell'Occidente» di Alexander Soljenitzyn)

Quando il Papa chiese, la Madonna rispose

Per capire Fatima bisogna considerare, quindi, la sua causa prossima: la supplica papale.
Diviene allora chiaro che nel 1917 la «Chiesa celeste» rispose avvertendo tempestivamente la «Chiesa militante» dei gravi pericoli incombenti.
Dopo la descrizione di questi eventi politici e sociali, decisivi per la vita del mondo - e oggi sappiamo quanto loro abbiano pesato - i cattolici non possono non pensare che a loro siano concomitanti altrettanti eventi, svoltisi in silenzio nella vita della Chiesa e del Papato.
Una risposta indiretta a siffatti dubbi si può trovare nell'atteggiamento clericale nei confronti di Fatima e del suo messaggio.
La difficoltà di avvalersi degli aiuti celesti era la riprova della loro urgente necessità; si trattava di combattere quel naturalismo che aveva fatto dimenticare, se non addirittura ignorare, ai cattolici, il principio stesso della religione: l'intervento divino nella vita dell'umanità.
Proprio per risvegliare negli animi questo vitale principio della fede, la Madonna apparve alla Cova d'Iria, dimostrando il rapporto di causa-effetto tra l'appello che il Papa Le aveva rivolto e la Sua risposta.
Eppure, Ella rimase stranamente inascoltata e sul finire del 1917, poco dopo gli avvenimenti straordinari di Fatima, Benedetto XV, ignaro di tanta grazia, era triste e profondamente disilluso della sua fallimentare diplomazia e confessava: «L'ora la più amara di Nostra vita».
Doveva essere la tristezza umana di mancare al dolce appuntamento con un luminoso aiuto divino.

La «visione politica» aggiornata di Papa Benedetto XV

La Guerra del 1914-18 e la Rivoluzione del 1917, seguitedalla Seconda Grande Guerra, rappresentano i momenti più appariscenti della rovina su scala mondiale del nuovo ordine globale.
Tale progetto mondialista, tuttavia, continuò ad imperversare in modo ancora più devastante nel mondo delle idee e delle coscienze, assumendo la forma della rivoluzione materialista, fino a contaminare lo stesso mondo religioso; lo «spirito di conciliazione» aveva fatto prevalere nella Chiesa una prassi diplomatica che privilegiava le iniziative umanitarie rispetto a quelle di conversione.
Nei giorni di Benedetto XV la Massoneria lanciava iniziative per un ordine mondiale attraverso la Società delle Nazioni.
Era la nuova visione dell'uomo, che prendeva tra le mani il suo futuro!
Si deve riconoscere che gli eventi del 1917 sono preceduti da un indebolimento del senso cristiano della storia, che avrebbe portato i fedeli non solo a riconoscere gli aiuti divini, ma anche a ricorrervi.
Il ricorso indetto dal Papa poteva risvegliare la fede incarnata nella storia, che rende gloria a Dio.
Ciò mancò allora, indicando l'effettivo declino della fede nella Chiesa.
Nel 1920, Benedetto XV nominò, per la diocesi di Leiria, don José Alves Correia da Silva che, consacrato a luglio, assunse la carica nel mese successivo, dichiarandosi, però, ignorante dell'evento di Fatima.
Questi fece aprire il processo canonico per certificarlo solo nel maggio del 1922, sotto un nuovo Papa, proprio quel Pio XI il cui nome figura nel segreto.
I termini del messaggio di Maria sarebbero, però, stati divulgati solo anni dopo e il riconoscimento ufficiale della Chiesa sarebbe giunto solo nel 1930, tredici anni dopo il grande miracolo del sole, avvenuto «affinché tutti possano vedere bene per credere», come annunziato da Maria.
Siamo così giunti alla questione: il crocevia religioso del 1917, anno cruciale per tanti eventi, che segnò un mutamento anche nella Chiesa.
In quell'anno fu promulgato il nuovo Diritto Canonico, elaborato  sotto Papa Sarto; il suo successore, Benedetto XV, continuò a condannare, ma solo a parole, il modernismo, «collettore di tutte le eresie», infiltratosi nella Chiesa, come aveva ben visto San Pio X.
Le barriere erette da lui contro un simile male furono gradualmente sguarnite dal suo successore.
Riguardo ai rapporti della Chiesa con le nazioni cattoliche, San Pio X li aveva sempre improntati sulla difesa dei princìpi cattolici.
Per quel che attiene al Portogallo, il Papa, con l'Enciclica «Jamdudum in Lusitania» (24 maggio 1911), aveva accusato le forze anticlericali della Repubblica, rifiutando le imposizioni contrarie alla Chiesa e condannando come assurda e mostruosa la legge di separazione tra la Chiesa e lo Stato portoghese.

Il rifiuto di accettare compromessi nei rapporti con la religione, com'era avvenuto nel 1905 con il governo anticlericale francese, provocò l'esilio di vescovi e l'imprigionamento di sacerdoti, ma, per grazia di Dio, anche un notevole rafforzamento della fede, come si vedrà nella resistenza all'avanzata rivoluzionaria nei giorni delle apparizioni di Fatima.
Nel pontificato di Benedetto XV questa posizione cambiò.
Finita la guerra, i rapporti diplomatici tra Lisbona e il Vaticano furono ristabiliti.
Nel dicembre 1919, il Papa inviò, come si è visto, un appello ai cattolici portoghesi, invitandoli ad un ralliement con l'autorità della repubblica, riconosciuta come legalmente costituita, ed ad accettare anche eventuali offerte di cariche pubbliche.
Ci fu allora, per favorire la normalizzazione dei rapporti, la beatificazione dell'eroe nazionale Nuno Alvarez.
La storia di Fatima dimostra, però, come le persecuzioni siano continuate anche dopo che il cardinale Mendes Belo, patriarca di Lisbona, tornato dal suo esilio romano nel 1919, avesse considerato inopportuna in questo clima diplomatico la diffusione della devozione di Fatima.
A poco servì tale «prudenza»: il 13 maggio 1920, il governo mandò due reggimenti dell'esercito alla Cova da Iria per impedire la crescente devozione alla Madonna di Fatima.
La folla, però, rimase lì, in ginocchio, recitando il rosario e intonando inni devoti, tanto che perfino alcuni soldati si unirono alle preghiere e l'indegno cerchio intimidatorio si sciolse.
Un vago umanitarismo legato all'adeguamento del cristianesimo al sociale era già in atto alla fine della Prima Guerra Mondiale sia a causa dell'attacco esterno delle ideologie anticristiane sia per gli errori interni del Sillon e del suo popolarismo social-cristiano.
Per il pensiero democratico cristiano la convivenza politica, anche con regimi «intrinsecamente perversi», come il comunismo, è più importante delle questioni dottrinali.
Ecco il motivo perché dopo pochi lustri predominava nella società europea la completa laicizzazione della vita sociale, al punto da far scordare le avvertenze dei Papi sul pericolo di un capovolgimento del rapporto tra la religione e la politica; tra l'anima e il corpo delle società; la religione dell'uomo contrapposta a quella di Dio, il socialismo come religione sociale per sostituire il cristianesimo.
La rivoluzione democristiana in Italia segue la dottrina del «Sillon», condannata all'inizio del secolo da un Papa santo, ma ammessa nel 1919 con l'approvazione di Benedetto XV.
Nella società civile, la democrazia cristiana, sostenendo l'idea della separazione della Chiesa dallo Stato, accantonò i princìpi sull'origine d'ogni autorità, allontanando i governi dai princìpi cattolici.
Si voleva una rivoluzione democristiana?

San Pio X condannò in termini dottrinali l'assurda e mostruosa separazione dello Stato dalla Chiesa, come il corpo dalla sua anima. Sono concetti semplicemente ignorati oggi dai cosiddetti partiti cattolici, la cui opera politica e governativa si poggia su vaghe ispirazioni cristiane, ma aliene alla vera dottrina cattolica.
Per la mentalità aggiornata alla laicità, la religione è fatto sociale facoltativo che deve rimanere nell'intimo delle coscienze.
Possono essere di quest'idea i cattolici di fronte al magistero dei Papi e di fronte al rifiuto di Pio IX di approvare ogni riconciliazione con governi imbevuti da tali ribellioni contro la legge divina?
La questione del «non expedit», rimasta in atto per più di mezzo secolo, e in verità mai sospesa, dimostra il contrasto tra la mentalità democratica odierna e l'insegnamento dei Papi.
Parliamo dei Papi fino a Pio XII, poiché in seguito si è realizzata nei fatti l'aspirazione delle logge massoniche, dei partiti anticlericali e anche dei democratici «cristiani», di operare  una rivoluzione silenziosa per avere un Papa secondo le intenzioni moderniste, un processo che significava la morte del Papa cattolico.
«La filosofia della praxis» - nome dato al materialismo dialettico e storico - «presuppone tutto questo passato culturale, la Rinascita e la Riforma, la filosofia tedesca e la rivoluzione francese, il
calvinismo e l'economia classica inglese, il liberalismo laico e lo storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita. La filosofia della praxis è il coronamento di tutto questo movimento di riforma morale e intellettuale […]: riforma protestante + rivoluzione francese [...]»  (Gramsci, «Audacia e fede», Avanti!, «Sotto la Mole», 1916-20. Einaudi, Torino, 1960, pagina148).
La rivoluzione democristiana in Italia seguiva la medesima dottrina di aperture del «Sillon», condannata all'inizio del secolo da un Papa santo.
Poiché il Partito Popolare della «conciliazione cristiana» nasceva in Italia nel 1919 con l'approvazione di Benedetto XV, si può dire che da quella data sia caduto nel dimenticatoio, in modo ufficioso, il «non expedit», che ricordiamo, era divieto di partecipazione dei cattolici italiani alla vita politica ordinata alla mentalità laicista dei governi legati non solo alla spoliazione dei territori della Santa Sede, ma alla sua autorità d'origine divina.
Tale capovolgimento del rapporto tra politica e religione era cavalcato dall'idea democristiana: l'uomo (la politica) al posto di Dio (la religione); la fede nell'uomo che supera quella in Dio.
Per tutto ciò è stato detto: «Il socialismo è precisamente la religione che ammazzerà il cristianesimo [e il suo Papato]» (Gramsci, opera citata).

Gli errori connessi a tale conciliazione furono promossi dal partito della democrazia cristiana nella vita politica di alcuni Paesi europei quali l'Italia, la Germania, ed altri.
Detto partito andò al potere solo a causa di una congiuntura storica e politica, ma principalmente a causa della trasformazione religiosa facilitata dalla Chiesa.
Il comunista Antonio Gramsci vedeva, allora, il cattolicesimo e il Papato come una specie di partito, conseguenza inevitabile del  pensiero democristiano che faceva leva sulla «dottrina sociale della Chiesa» come su di un programma politico.
In tal senso, si sono pure avverate le sue parole al riguardo: «Il Papato ha colpito il modernismo [San Pio X] come tendenza riformatrice della Chiesa, ma ha sviluppato il popolarismo [da Benedetto XV in poi], vale a dire la base economico-sociale del modernismo».
L'ammissione dei valori e dei metodi democratici comportava, infatti, l'idea che le problematiche socio politiche fossero prioritarie per il mondo cristiano!
In occasione della fondazione del Partito Popolare (democristiano), Gramsci vedendo più lontano dei vertici vaticani, scriveva su «Ordine Nuovo» (2 novembre 1919): «Il cattolicesimo riapparve alla luce della storia, ma alquanto modificato, alquanto riformato [...]; i Popolari rappresentano una fase necessaria del processo di sviluppo del proletariato italiano verso il comunismo. Il cattolicesimo democratico fa ciò che il socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida».
La parola d'ordine di Gramsci, ideologo del neoumanesimo secondo la filosofia della prassi, era: «Coinvolgiamo i cattolici nella collaborazione con noi e poi li facciamo fuori» («Quaderni del carcere»).

Un buonismo suicida?

Si è visto che quando la Russia, sotto il governo comunista, fu vittima di una devastante carestia, con milioni di morti, i governi occidentali pensarono di soccorrere quelle popolazioni affrontando il governo che era la causa di così devastante tragedia.
Ma a quel punto fu Benedetto XV a risolvere altrimenti la grave questione morale, proclamando, nel 1921, che è «dovere di ogni uomo accorrere dove un altro uomo muore».
La questione consisteva nel sapere se l'aiuto avrebbe raggiunto le vittime, giacché sarebbe passato per le mani di quelli che avevano introdotto il regime responsabile per quelle tragedie.
Trattare col governo comunista di Lenin sarebbe servito piuttosto a legittimarlo e rinforzarlo, come ha accusato nel suo libro «L'errore dell'Occidente», lo scrittore russo Alexander Soljenitzyn.
Eppure, tanto «buonismo suicida», che misconosce il rapporto tra causa ed effetto di una simile tragedia, era giustificato da un Papa cattolico.
Nasceva una nuova Chiesa?
Tale domanda è, in certo qual modo, posta nell'introduzione di un libro su quel pontificato («Benedetto XV e la pace», Morcelliana, Brescia, 1990) dal suo noto biografo e ammiratore, il professor Giorgio Rumi. «Tra il '14 ed il '18 muore il mondo vecchio e nasce il secolo che conosciamo e la Chiesa di Roma vi si colloca a pieno titolo 'non superata, non retriva, non importuna, ma viva, ma benefica, ma amica, madre e maestra'. L'ora più amara... certo, a prima vista la stagione toccata a Benedetto XV appare come un lungo inverno, povero di frutti e di gratificazioni, ma in prospettiva tutte le sue scelte e l'intelligente disincanto del suo operare hanno indubbiamente vinto».
Se Rumi pensa alla vittoria della Chiesa conciliare sulla tradizione, forse ha ragione; ma chi ha presente l'evento di Fatima, di cui Benedetto XV avrebbe potuto beneficiare, non può evitare di pensare che egli non ha sentito la Signora che bussava, non ha riconosciuto il tocco della Mediatrice apparsa ai pastorelli.
Oppure ha avuto paura di confondere la sua solenne devozione romana con quella dei poveri pellegrini di un'apocalisse remota?
Allora la Signora passò.
Benedetto XV è ricordato oggi anzitutto per la sua politica di pace e concordati.
Riguardo alla pace, si deve dire che quella del 1918 fu una falsa pace che innescò la successiva guerra, peggiore della precedente.
Riguardo ai concordati, nessun Paese cattolico li riconosce più.
Quanto ai poteri terreni, Benedetto XV rispondeva alla lettera di Carlo I d'Austria, dicendo che il nuovo rettore degli eventi era il presidente Wilson, il massone che lanciò la Società delle Nazioni.
La politica per la pace poggiava allora sulle basi incerte di trattati ispirati da uno spirito di rivalsa da imporre sia all'Ordine cristiano, ormai in declino, sia alla crescente potenza germanica.
Tale politica era guidata da princìpi massonici miranti ad un nuovo ordine mondiale che, partendo dagli ideali della Rivoluzione Francese, non poteva che generare nuove ferite all'ordine divino e perciò spaventosi squilibri tra gli uomini e tra le nazioni.

La devozione a Maria Mediatrice avrebbe potuto essere l'eredità lasciata da Papa Benedetto XV.
Essa, come si è visto, era intimamente legata al disegno divino per il suo Pontificato.
La definizione della mediazione di Maria fu proposta al Vaticano II. Ne uscì, però, subito ridimensionata da quell'assemblea, per non dispiacere ai protestanti.
Anche le richieste di Maria, preannunciate nel Pontificato di  Benedetto XV, espresse nel Pontificato di Pio XI e accolte in parte da Pio XII, furono ignorate durante il Vaticano II.
Un Concilio ecumenico che riuniva tutti i vescovi del mondo, sarebbe stato l'occasione ideale per la «consacrazione» collegiale della Russia, ma essa non fu considerata.
Malgrado tale richiesta fosse presentata da ben 510 padri conciliari a Paolo VI, questi la aggirò perché contrastava col suo ecumenismo e con la fiducia che riponeva nelle iniziative dell'ONU, non nella consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria!
Nemmeno il suo successore osò compierla, forse perché ciò  contrastava con la loro ostpolitik.
Si deve quindi concludere, riguardo all'eredità di Benedetto XV, che se questo Papa aveva difficoltà dottrinali riguardo alla forma in cui era stata presentata e doveva essere raccolta la domanda-offerta di Maria nel 1917, l'incapacità di discernere sulle manifestazioni straordinarie di Dio, attraverso le apparizioni di Maria Mediatrice, è giunta fino ai nostri tempi in modo rovinoso per la fede!
Ne consegue che di fronte al senso di eventi eccezionali, come Fatima, preti e fedeli rimangono confusi, a scapito della fede e a vantaggio dei suoi nemici, che intendono ridimensionare il cristianesimo.
Non si può dire che questo Papa non abbia condannato, almeno a parole, il modernismo e il comunismo, ma non lo ha fatto di certo con pronunciamenti e atti di governo proporzionati ai mali micidiali che, da allora, cominciarono ad avanzare anche nella Chiesa.
Alla sua morte pure gli anarchici e i comunisti si dispiacquero (EC II, pagina 1294), così come sarebbe avvenuto alcune decadi dopo, quando questi e i massoni, si dispiacquero alla morte di Giovanni XXIII e poi di Paolo VI.
Questo riepilogo dei fatti accaduti durante il Pontificato di Benedetto XV, ancora poco conosciuti (gli archivi segreti vaticani a riguardo sono stati aperti nel 2 settembre 1985), vuole chiarire l'operato dei ministri del Signore che hanno avuto a che fare con la Sua richiesta di Fatima.

Si badi: i due eventi principali che hanno continuato a condizionare, in modo crescente, il secolo XX ebbero luogo proprio nel Pontificato di Benedetto XV e sono strettamente collegati.
Il primo è rappresentato dalle straordinarie apparizioni della Madonna di Fatima a tre pastorelli, per portare il messaggio che avvertiva della tragedia della Russia e indicava i rimedi per gli errori e le persecuzioni che essa avrebbe sparso nel mondo.
Il secondo è la sanguinaria rivoluzione comunista russa che, dopo aver fatto più di cento milioni di vittime, continua sotto le ceneri della sua rovina a causare fame e conflitti, per suscitare, attraverso la rivolta, l'ateismo, l'empietà e il disordine in mezzo ai popoli.
Le apparizioni, come già detto, avvennero in seguito all'invocazione papale e subito prima dello scoppio della rivoluzione d'ottobre.
Sorprende, perciò, che non risulti nei documenti scritti di Benedetto XV, menzione esplicita dei due eventi; una lacuna del suo Pontificato?
Riguardo a Fatima, l'osservazione si rifà alla nota comunicazione del Signore a suor Lucia: «Fa sapere ai miei ministri che siccome essi hanno seguito l'esempio del Re di Francia nel ritardare l'esecuzione della mia domanda, lo seguiranno nella disgrazia».
Il Signore si lamentava dell'omissione della gerarchia nell'eseguire la domanda di Sua Madre, proponendo con ciò ai cattolici un paragone tra alcuni re cristiani del passato, i Borboni di Francia, e i Papi del nostro tempo.
Era Benedetto XV incluso nel biasimo divino perché la domanda è rimasta inascoltata?
Se gli uomini tacciono, da quel momento parlano i fatti sulle responsabilità riguardo al successivo declino della Fede.
Per concludere sul pontificato di Benedetto XV ci basti dire questo: la vera questione del papato in quei giorni era sostenere l'ordine cristiano che non va confuso né associato con gli errori e le utopie dei nuovi ordini moderni.
Ci voleva un aiuto straordinario del cielo per affrontare tale insidia.
Questo Papa ignorando l'aiuto ha potenziato l'insidia, che col Vaticano II è divenuta terminale per la cristianità.

Da Benedetto XV a Giovanni XXIII

C'è dunque qualcosa che lega Benedetto XV ai tempi conciliari e alla «riunione per la pace di Assisi», che non è certo il sincretismo, mai ammesso da nessun Papa cattolico, ma lo spirito di conciliazione per ottenere un nuovo ordine per la pace, l'organizzazione mondiale che lasci da parte le differenze di fede per unire perfino le religioni.
Il suo risultato è stato l'URI (vedi «Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia», Epiphanius) che oggi è divenuta una realtà cui aderiscono in pieno molti pastori conciliari.
Come si vede, nel cattolicesimo si era allora infiltrata una mentalità rovinosa, un'idea di cristianesimo asservito ad un nuovo ordine che riduce la fede cristiana a mezzo; avendo per centro l'uomo si andava smarrendo soprattutto, il senso cristiano della storia e della politica, legato alla fede del Signore nella storia.
Qui, però, c'è da distinguere con tutta serietà tra l'opera di Papa Benedetto XV e quella conciliare di Giovanni XXIII.
Il primo non era sicuramente un massone, malgrado i suoi legami rampolliani.
Se lo fosse stato quella carnevalata sotto le sue finestre, nella data di Giordano Bruno, in cui si urlava che Satana avrebbe regnato in Vaticano e reso il Papa suo schiavo, non sarebbe avvenuta.
Anzi, quel Papa, anche se influenzato dall'idea che il potere massonico potesse essere cavalcato, non escludeva che fosse necessario convertirlo, diversamente da Roncalli.
Il primo, è caduto nell'illusione d'addomesticare le idee massoniche per difendere la vera fede.
Il secondo ha dimostrato di voler aggiornare la vera fede alle luci di un utopico orizzonte mondiale.
Ecco che a partire dal tempo di Giovanni XXIII la cavalcata è stata invertita e pare evocare un passo misterioso dell'Apocalisse. (17)
Dall'incomprensione di una questione di fede, che ha comportato anche l'incomprensione di questioni politiche, si è arrivati ad una nuova «politica» e ad un'attitudine contraria al «messaggio di Fatima»: dalla «manomissione» di alcune sue parole (come si vedrà) si è passati alla «» del senso del «segreto», per giungere addirittura ad asservire la sua pubblicazione alla sospetta «perestrojka» (esaltata nel discorso di Giovanni Paolo II, 30 giugno 1988) e poi, al culto della persona.
Tutto nel senso di una nuova «conversione» alla democrazia universale, come vogliono le logge, l'ONU, l'URI e il B'nai B'rit!
A questa luce si può capire che Giovanni XXIII non appare in continuazione con le deboli intenzioni dell'operato di Papa Benedetto XV, ma ne è la lamentevole conseguenza.

Ecco la «politica» fatta dimenticare dalla deprecabile operazione conciliare, a favore di un nuovo ordine ecumenistico mondiale.
Oggi, anche senza considerare la sua eccelsa origine essa s'impone per la sua realtà storica.
E' ora, quindi, che anche i cattolici che non hanno compreso l'importanza per il mondo della «politica», trasmessa dai pastorelli di Fatima, rivedano la storia recente, per capirla.
Il tema indicato, della mediazione universale di Maria, è stato trattato da molti eminenti autori cattolici: dallo stesso Pontefice Benedetto XV a monsignor Antonio de Castro-Mayer; è il tema della necessaria definizione, per la fede cattolica, del significato teologico delle apparizioni della Madre di Dio nei nostri tempi.
Ci si chiede in che modo esse siano legate a questo dogma (della mediazione universale di Maria) da sempre creduto dai cattolici d'ogni tempo e luogo.
Esso era oggetto di uno schema speciale preparato per il Vaticano II, schema poi accantonato per non disturbare troppo i protestanti e promuovere così la presente operazione ecumenista alienante!
Da allora la Chiesa cattolica (umanamente intesa) si è esposta ad una demolizione continua, da un lato eclissando il debito onore dovuto a Maria santissima, e dall'altro, aprendosi alle libertà deliranti sprigionate dagli abissi mondani (confronta Apocalisse 9-13).
Ma se quell'infausta omissione riguardo alla Regina della Pace ha causato tanti danni alla fede e al mondo, non è plausibile ipotizzare che la testimonianza cattolica di questa verità potrà portarvi dovuta riparazione?
Non è essa l'offerta per il bene dell'umanità, che ha per parola chiave «conversione», invito che alla fine prevarrà sull'indifferentismo di questa rovinosa insidia ecumenista, trasmessa da «illuminati» pastori conciliari, che hanno diviso il mondo cattolico?
Testimoniare l'importanza di conferire solennemente, da parte di Roma, il titolo di Maria Mediatrice di ogni grazia, secondo il disegno di Dio per il nostro tempo, non sarà forse il mezzo per rinsaldarlo attorno ad un motivo di fede?

Crediamo che solo la mediazione del Cuore Immacolato di Maria unita al Sacro Cuore di Gesù possa convertire all'amore per il bene e per la pace questo mondo desolato dall'odio, che uccide la fede.
Perciò non possiamo che ripetere: affinché il mondo si converta, prima si dovrà riconvertire la stessa Roma, tornando ad essere, come insegnano i Padri e i Santi, la Roma mariana voluta da Dio.

Daniele Arai




1) Antonio Socci nel suo «Quarto Segreto di Fatima» (pagina 181), dice di aver scoperto questa «coincidenza» attraverso Courtenay Bartolomew, che a sua svolta l'aveva «scoperta» e pubblicata in un libro del 2005. Bene, meglio tardi che mai. Ma qui ci interessa costatare il ritardo inquietante, generazionale, di quanti dispongono dei grandi mezzi di communicazione, riguardo alle questioni essenziali di Fatima.  
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