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Islamisti di Hollande: poi tornano in Francia
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Di solito i giornali francesi non pubblicano notizie di cronaca nera. Stavolta Le Figaro ha fatto un’eccezione, et pour cause: i cinque giovanotti che il 4 settembre hanno rapinato un ristorante a Coignières (Yvelines) arraffando 2500 euro dalla cassa, stavano autofinanziando il loro viaggio in Siria, via Turchia, per andare ad arruolarsi con i ribelli anti-Assad. Tutti dai 23 ai 33 anni, dai nomi – Nicolas, Cèdric, Jerémy eccetera – si capisce che non sono nemmeno figli di immigrati. Sono francesi de souche, che si sono «autoradicalizzati», spesso al computer bevendo i video di propaganda jihadista. L’ottobre 2012 la polizia aveva smantellato una simile cellula di convertiti che si preparavano ad attentati contro centri ebraici: un gruppo esteso da Cannes a Strasburgo, tutti fra i 19 e i 23 anni. Uno, di nome Jérémy Felix Louis-Sidney, è stato ucciso dopo aver scaricato la Smith & Wesson 357 magnum sui poliziotti venuti a catturarlo; un suo complice, Jérémy Bailly, è stato preso a Torcy mentre tornava da una moschea dopo la preghiera con una calibro 22 Long Rifle carica. Un terzo, Yann Nsaku, è un giovane di origine congolese, e un calciatore di qualche successo. A casa del primo, l’ucciso, già piccolo trafficante di droga, hanno trovato il testamento ad Allah.

Ai primi di settembre 2013 s’è saputo che un certo Jean-Daniel di Tolone, 22 anni, è stato ucciso mentre sparava sulle truppe di Assad dalle parti di Aleppo. Era stato convertito dal fratello trentenne, che si chiamava Nicolas prima di assumere il nome di Abdulhraman. Entrambi hanno lasciato un video di propaganda: giacca mimetica, kalashnikov a fianco e keffiah palestinese sulla testa.



«Mio fratello ha accettato l’Islam, un dono di Allah», si rallegrava il maggiore. Entrambi invitavano i «fratelli» a «raggiungerci nella terra che Allah ha benedetto». Erano fratelli a metà, il padre era lo stesso, le madri diverse. Uno viveva in Guyana con il babbo, l’altro a Tolone con la madre. Riunitisi a Tolone, a marzo hanno annunciato di partire per la Thailandia per un corso di boxe thailandese. Hanno invece lasciato la lettera di addio: «Vogliamo morire per Allah per andare in Paradiso». Pare che, come molti, abbiano raggiunto in pullman (300-500 euro il biglietto) la Turchia , Paese in cui si entra con carta d’identità, per poi passare il confine siriano a Sud e congiungersi coi jihadisti in prima linea.

Il padre, Gérard B., piccolo imprenditore in Guyana, racconta del più piccolo: «Tendeva a chiudersi in sé stesso. Non sopportava più la vista delle ragazze in minigonna, si scagliava contro chi beveva... Ho visto il cambiamento, ma non potevo immaginare che arrivassero a tanto». Del figlio minore, stranamente (o forse no) afferma che «i videogiochi hanno sicuramente avuto un impatto nocivo su di lui. Mi addolora di non aver avuto l’autorità necessaria per impedirgli di abbrutirsi davanti al video. Ne abusava».

E poi: «Non erano i miei figli quelli che sono partiti per la Siria. Sono stati condizionati, ma non so dove né perché: chi manovra tutto questo? Sono le domande che mi ossessionano». E lancia un appello alle altre famiglie che hanno figli divenuti fuggiti in Siria da jihadisti: «Mobilitiamoci, usciamo dall’isolamento, uniamoci per far finire questo lavaggio del cervello di cui sono vittime tanti giovani disorientati». E chiama in causa i poteri pubblici: «Sono convinto che se i nostri politici, che non hanno visto il montare dell’Islam estremista, avessero il coraggio di attuare riforme più restrittive sul piano familiare, le problematiche come la delinquenza giovanile urbana, la droga, l’islamizzazione sarebbero dieci volte meno... più creiamo miseria giovanile più favoriamo l’emergenza di religioni che portano alla radicalizzazione»: qualunque cosa ciò voglia dire. L’uomo è fuori di sé, sta cercando di rimpatriare in Francia le spoglie del figlio ma è difficile, tanto più che secondo il fratello maggiore le ultime volontà di Jean-Daniel sono state di esser sepolto in Siria.

Secondo i servizi francesi, Direction centrale du renseignement intérieur (DCRI), dovrebbero essere circa 200 i francesi diventati salafisti che partecipano alla guerra civile in Siria. Per Alain Chouet, ex capo della Sicurezza Esterna (DGSE) bisogna aggiungerne altri 200 «sociopatici suscettibili di commettere atti di violenza grave Francia»: difficile valutare, i servizi pare non riescano ad infiltrare le cellule, molto chiuse. La definizione di «sociopatici» può parere denigratoria per dei convertiti alla religione islamica, ma Chouet insiste: «Questi cosiddetti convertiti mostrano un’ignoranza piramidale dell’Islam, non parlano arabo, non hanno mai letto il Corano». Per l’agente il fenomeno ha più a che fare con la psichiatria che con la fede: sono giovani «desocializzati e disorientati», che si «radicalizzano da sé su Internet e si fanno intruppare da questi imam wahabiti che predicano il ritorno all’età d’oro del Profeta, e li cullano in una specie di romanticismo dell’azione diretta e della resistenza all’oppressione». Sono giovani che hanno guardato «migliaia di volte» su YouTube i video che chiamano i francesi alla «guerra santa contro la tirannia di Bachar».

Dei francesi andati alla guerra in Siria i servizi conoscono spesso i volti, perché la prima cosa che fanno i neo-guerriglieri è postare su Facebook la loro immagine in kefiah e kalashnikov al braccio, dietro la scritta Alla Akhbar. Ma per gli agenti è solo per mostra: una volta inseriti, i volontari sono trattati con disprezzo dai veri combattenti – non sono addestrati, ignorano il terreno e del tutto la realtà di questa guerra con le sue fazioni intra-islamiche – e vengono utilizzati per portare l’acqua e il rancio o altri umili servizi logistici; quando addirittura non ricacciati nei campi-profughi oltre frontiera. Un certo numero di loro però impara ad usare le armi e a sopravvivere nell’inferno delle macerie, delle bombe e dei cecchini: e un giorno tornerà da esperto in Francia», accolto da 12-15 mila wahabiti immigrati – la setta islamica che cresce più tumultuosamente, grazie agli imam sauditi mandati in missione carichi di petrodollari – in apparenza «quietisti», che sognano di imporre la Shariah nella terra degli infedeli. Bombe ad orologeria. I francesi dovranno ringraziare quest’uomo, che tanto sta facendo per abbattere il regime di Assad, armando i jihadisti.


Nel video in cui i due fratelli apparivano con keffiah e kalashnikov, il più giovane – l’ucciso – esortava François Hollande così: «O fratello Hollande, convertiti all’Islam. Salva la tua anima dal fuoco dell’inferno, rifiuta i tuoi amici ebrei ed americani, ritira le truppe dal Mali, smetti di combattere i credenti, smetti di combattere l’Islam».

Che dire? Dietro, costoro hanno famiglie spaccate, come sono la maggior parte nella attuale «civiltà» occidentale. Vite di provinciali soffocati, spinte alla revulsione della società permissiva col suo vuoto, che hanno disgusto di conquiste come «nozze gay» e a cui, come a tutti noi, le trasgressioni ammesse – dalle Femen alla pornografia , alla «libertà» come vuoto – paiono ipocrisie intollerabili, false promesse, e tradimenti profondi della sete dell’uomo più profonda ed autentica.

In ogni generazione c’è una schiera di giovani pronta ad aderire a «qualunque» causa, purché esigente all’estremo, e chieda non meno della vita e della morte: è triste che non lo possano trovare o ritrovare nella fede cristiana, ridotta a buonismo e ragionevole modernità, che da troppo tempo ormai ha ripudiato la via della santità guerriera, lasciando insoddisfatte vocazioni specifiche e preziose, che cercano altrove l’ascesi bellica. Un lettore del Figaro commenta gli articoli da cui ho tratto questo: «Abito a Mainvillier, due passi da Chartres. Vecchia chiesa addossata al cimitero, chiusa e morta. E una moschea bianca e nuova piena, nel cortile, di uomini in veste bianca. I conquistatori del Profeta non possono che sedurre o rivoltare. Ma i preti cristiani, sono spariti. Non li si vede più. Non possono né sedurre né rivoltare alcuno».

Assad «massacra il suo popolo»?

Gli ispettori non hanno trovato le prove che Assad ha gassato il suo popolo. Ma hanno trovato le prove che le sue truppe hanno cannoneggiato ospedali in mano ai ribelli, ciò che consentirà di incriminare Assad per crimini contro l’umanità, come ha anticipato il segretario dell’Onu. Il tutto, nel quadro generale della propaganda secondo cui «Assad stermina il suo proprio popolo».

La verità è il contrario, ed è visibile in questo grafico.



La fonte è al disopra di ogni sospetto: il Syrian Observatory for Human Rights è una istituzione basata a Londra e pagata dalle monarchie arabe e del governo britannico, dunque Anti-Assad. Questa istituzione ha fatto il bilancio delle vittime nei trenta mesi di guerra civile. Valuta il numero dei morti totale a 110.371.

Sorpresa: quasi la metà (45.478) degli uccisi sono soldati dell’esercito nazionale o combattenti lealisti; quasi il doppio dei morti jihadisti della parte anti-Assad (22.021). Quanto ai civili – 40 mila e passa – l’Osservatorio non distingue fra «filo» ed «anti-regime». Si sa però che i cosiddetti ribelli hanno compiuto massacri di civili, donne e bambini pro-Assad o neutrali, sia nelle zone curde del Nord (Tell Aran, Tell Hassel, Tel Abyad, Serekaniye), in villaggi e quartieri sciiti (Nubbol-Zahra, Hatlah) ed alawuiti (Latakia) e cristiani (Marmarita, Al Duvair, Jaramana); gli stessi jihadisti si sono vantati di aver «giustiziato» un po’ dappertutto anche sunniti accusati di simpatizzare per il governo, bambini compresi. Si tenga conto che anche le fazioni rivali di «ribelli» si sparano addosso, e sicuramente centinaia di civili anti-Assad, ma della fazione sbagliata, sono stati eliminati. Si sa con precisione, per esempio, che il 26 agosto una ventina di abitanti del villaggio di Madmuna a Idlib sono stati passati per le armi da jihadisti: nessuna forza lealista si trovava nella zona. Dell’eccidio si accusano a vicenda il gruppo armato Agrar Al Cham e lo ISIE, o «Stato Islamico dell’Iraq e del Levante»: tra le vittime diverse donne e bambini finiti con un colpo di pistola alla nuca.

Dunque almeno metà dei civili – e quasi certamente i due terzi – sono stati ammazzati dai «liberatori», e vanno aggiunti ai quasi 50 mila soldati o miliziani pro-regime uccisi: i soldati sono coscritti, che difendono il loro Paese, le loro istituzioni e il loro governo, sono parte della popolazione. È dunque una menzogna in malafede incolpare Assad di aver ucciso 110 mila siriani, di «massacrare il suo stesso popolo». Sono invece i ribelli che massacrano, con ferocia e determinazione evidente, i siriani, e che lo Stato siriano ha ragione di contrastarli con le armi.

Anche in Libia, si ricorderà, la propaganda mostrò fosse comuni piene di nemici assassinati da Gheddafi che risultarono poi essere parte di un cimitero preesistente; e Amnesty International ha continuato a definire «mercenari di Gheddafi» l’esercito regolare libico e i neri in divisa arruolati nel Sud della Libia, ciò che ha portato ad una caccia al negro e ad uccisioni su base razziale mai contestate ai liberatori come crimini contro l’umanità. Per non parlare delle installazioni sanitarie dell’Onu a Gaza, segnalate da regolamentare croce rossa sul tetto, e incenerite dal glorioso Tsahal nel 2008 col fosforo bianco. O vogliamo rievocare le esecuzioni e i massacri commessi dai valorosi partigiani antifascisti «dopo» la fine della guerra civile nel Triangolo della Morte, le migliaia di civili trucidati a Milano solo perché impiegati pubblici di Salò, prima che gli americani entrassero in città mettendo fine alla strage?



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