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Gheddafi o dell’islam in minigonna e tacchi a spillo
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Forse il leader libico Muammar Gheddafi, in questi giorni a Roma con l’aria del vincitore a ribadire che l’Italia ha fatto bene a chiedere scusa alla Libia (oltre che a battere cassa all’UE offrendo di fermare l’immigrazione in cambio di cinque milioni di euro), non sa quanto il suo regime deve al fascismo. E non tanto per l’opera di modernizzazione infrastrutturale che la Libia ha ereditato dall’Italia anteguerra. Infatti bisogna riconoscere che la Libia ha davvero conosciuto la sua modernizzazione solo grazie a Gheddafi che togliendo i proventi del petrolio alle multinazionali franco-anglo-americane li ha investiti per scopi nazionali. Quanto, piuttosto, per l’ideologia panaraba nella quale lo stesso leader massimo si è formato.

Di famiglia berbera, con madre probabilmente ebrea (vedasi la sua biografia su Wikipedia), Gheddafi, giovane ufficiale dell’esercito libico, aderì al socialismo nazionale panarabo di Nasser. Il nasserismo propugnava l’unità etnico-nazionale degli arabi (dunque una unità che se da un lato, per motivi etnici, ricomprende anche gli arabi cristiani, esclude, dall’altro lato, i mussulmani non arabi come gli iraniani, i pakistani, gli indonesiani) con una prospettiva assolutamente simile, fatti salvi i diversi contesti culturali, al socialismo nazionale dei fascismi europei tra le due guerre mondiali. Non a caso, Nasser e gli altri giovani ufficiali egiziani panarabi simpatizzarono per l’Asse ed attesero invano che l’esercito italo-tedesco giungesse al Cairo. Quando conquistò il potere in Egitto, nel dopoguerra, Nasser, tra le prime cose che fece, inviò un proprio delegato all’ambasciata italiana per chiedere all’allibito ambasciatore copia della voce Corporativismo dell’enciclopedia Treccani. L’ideologia panaraba si poneva come terza via tra comunismo e capitalismo. Esattamente, come negli stessi anni del dopoguerra, proclamava di sé il peronismo argentino (tercera posicion). In sostanza, il fascismo sconfitto in Europa risorgeva, come araba fenice, in Nord-Africa ed in America Latina. Non solo: ricompariva anche nel Vicino Oriente dal momento che il partito Baath (rinascita), fondato da un cristiano, il partito di Saddam Hussein e di Assad, che conquistò il potere in Iraq ed in Siria, propugnava la stessa ideologia nazional-socialista. Un’altra forma di fascismo extraeuropeo è stato, del resto, il regime modernizzatore di Ataturk in Turchia.

Dunque, anche se Gheddafi, conquistato il potere con un golpe nel 1969 che rovesciò re Idris, si profuse immediatamente nella retorica anti-imperialista, non solo anti-occidentale ma anche anti-italiana, fino a cacciare dalla Libia i 20.000 connazionali ancora lì residenti, vittime post-coloniali della vendetta verso gli ex colonizzatori, rubando loro persino i contribuiti pensionistici versati dall’INPS, egli, per formazione e storia politica, è, e resta, un socialista nazionale ossia un fascista. E come tale ha avuto sempre ottima audience negli ambienti della destra radicale italiana, in particolare quella vicino alle posizioni nazi-maoiste di Giorgio Freda e poi islamico-guenoniane di Claudio Mutti. Ambienti nei quali Gheddafi, negli anni ottanta, era inneggiato come Templare di Allah e che, negli stessi anni, pubblicavano in Italia il suo Libro Verde, l’opera nella quale il leader libico spiega i principi del socialismo arabo.

Come tutti i fascismi, anche il panarabismo nazional-socialista ha avuto un rapporto ambiguo con la religione tradizionale. I fascismi, infatti, tendono, a differenza del comunismo che la nega e del liberalismo relativista ad essa indifferente, a strumentalizzare la tradizione religiosa come mera forza storica forgiatrice dell’identità nazionale. Come tale, i fascismi si appellano alla religione per farne uno strumento di coesione a favore del regime e di mobilitazione delle masse. In questo sono molto differenti dai regimi autoritari conservatori, sul modello del franchismo in Spagna o del salazarismo in Portogallo, che invece guardano alla tradizione religiosa certamente come elemento della storia nazionale ma anche con rispetto per la sua peculiarità spirituale.

Esattamente come Mussolini che, per educazione materna (Rosa Maltoni, sua madre, a differenza del padre Alessandro, anarchico e socialista, era una donna molto religiosa), era cattolico, Gheddafi è mussulmano. Ma, in entrambi i casi, l’elemento religioso è giocato politicamente.

Il socialismo panarabo è certamente caratterizzato da questa sua islamicità storico-culturale ma non bisogna farsi confondere: non si tratta di spiritualità quanto piuttosto di ricaduta politica della stessa, se proprio non vogliamo parlare, come si dovrebbe, di uso strumentale dell’identità religiosa in funzione di quella nazionale.

Con questo non intendiamo affermare che Gheddafi non sia un sincero credente dell’islam. Questo solo Dio può saperlo. Del resto, come sembra, lo stesso Mussolini, dopo un lungo e travagliato itinerario, trovò, negli anni della Repubblica Sociale, la fede cattolica che fino a quel momento aveva considerato soltanto in termini politici.

Rimane tuttavia il fatto che l’islamismo di Gheddafi ha le radici e le motivazioni ideologiche sopra esposte.

La storia del nazionalismo arabo è antica. Risale all’importazione della idea di nazione dall’Occidente post-cristiano. L’islam, come la stessa Cristianità tradizionale, fino al XIX secolo, non conosceva il nazionalismo e considerava se stesso in termini unitari, esattamente come nel medioevo unitaria era la realtà, ad un tempo religiosa e politica, della Res Publica Christiana. La Umma mussulmana, ossia la comunità dei fedeli islamici, non ammette in linea di principio alcuna divisione di tipo etnico e nazionale, essendo anche l’islam una fede con aspirazioni universali al pari del Cristianesimo (1).

Nell’islam tradizionale le divisioni erano solo quelle teologiche (sunniti e sciiti) o tutt’al più dinastiche e tribali. Ma tale divisioni, per quanto incidenti, non inficiavano l’unitarietà della Umma. Se una differenza si deve registrare tra Cristianità ed Umma sta nel fatto che la prima ha sempre riconosciuto una distinzione, benché non separazione assoluta, tra Chiesa, l’Autorità spirituale, e Regno, il Potere temporale, laddove, invece, in ambito islamico tale distinzione, che pure embrionalmente sussiste (come nel caso della compagine ottomana dove tra Shari’a e kanun, ovvero la legge civile di origini romano-binzantine, esisteva una certa diversificazione) non è mai stata debitamente marcata (carattere, questo, che fa parte dell’arcaismo dell’islam).

L’idea di nazione è nata nell’Europa del XVI secolo, con le monarchie assolute superiorem non recognoscentes (ossia non riconoscenti la superiorità universale dell’Impero medioevale e della Chiesa). Essa fu poi ulteriormente secolarizzata, in termini rivoluzionari, dalla Rivoluzione Francese e come tale fu esportata da Napoleone in terra islamica. Il Bonaparte, infatti, durante la spedizione in Egitto disseminò quella terra di logge massoniche ispirate agli ideali modernizzatori e liberal-nazionali dell’illuminismo europeo. Reimportando, d’altro canto, diverso materiale leggendario per ulteriormente alimentare la vena dell’esoterismo egizio che tanto piaceva alla massoneria settecentesca, diffusa nelle corti del Vecchio Continente. Da questo momento, ossia dalla spedizione napoleonica, l’idea nazionalista, di tipo progressista, iniziò a fermentare all’interno della Umma islamica. Il movimento dei Giovani Turchi, parallelo a quello mazziniano della Giovane Italia, benché non privo di influssi ebraici, è quello più noto tra i fermenti massonico-nazionalisti nel mondo mussulmano.

Quello degli ultimi grandi Imperi sovranazionali, in Europa e nel Vicino Oriente, ossia l’Asburgico e l’Ottomano, è stato, in qualche modo, un destino parallelo, segnato da molte analogie ad iniziare dal fatto che, bersaglio polemico delle locali massonerie, sono stati dissolti dagli incendi nazionalistici appositamente innescati all’interno della loro compagine, anche attizzando il fuoco delle tensioni storico-culturali tra le diverse componenti etniche e religiose, che invece quegli Imperi erano riusciti per secoli a calmierare.

Per effetto del successivo colonialismo, le idee socialiste e fasciste finirono per farsi largo in un terreno, quello islamico, già preparato dal nazionalismo liberale ottocentesco, a discapito dell’islam tradizionale. Infatti i movimenti della decolonizzazione anti-occidentale adottarono il linguaggio del nazionalismo progressista, fascisteggiante e spesso anche a sfondo marxista per necessità, nel mondo bipolare del dopoguerra, della protezione sovietica.

Solo quando diventò evidente il fallimento del panarabismo nelle sue promesse di riscatto nazionale e sociale, l’islam è tornato con forza a conquistare le masse mussulmane. Ma anche in tal caso più che di un ritorno all’islam tradizionale si è trattato di una riduzione ideologica che mutuava i tipici ed analoghi schemi rigoristi del fondamentalismo di matrice protestante, già noti in Occidente ed in particolare negli Stati Uniti, autentica patria del fondamentalismo religioso sin dal XIX secolo.

Quindi anche il risveglio dell’islam, che l’Occidente ha imparato a conoscere dall’epoca della rivoluzione khomeinista in Iran, non è un fenomeno religioso quanto piuttosto ideologico. Un fenomeno che riprendeva molto del vecchio panarabismo ma additando non più soltanto nella nazione ma soprattutto e prioritariamente nell’identità religiosa, giocata però in senso modernista più che tradizionale, il nuovo mito di mobilitazione delle masse.

L’evoluzione degli stessi regimi di ispirazione panaraba è emblematico in tal senso. Gheddafi, Saddam Hussein ed Assad erano inizialmente a capo di regimi nazionalisti di tipo laico. Eppure tutti ricordano il dittatore iracheno in preghiera in moschea durante l’ultima guerra del Golfo. Lo stesso Gheddafi, come è ormai evidente, tiene a mostrarsi più come capo religioso che come leader meramente politico. Anche in Siria il carattere nazionalista del regime deve oggi fare i conti con il risveglio del fondamentalismo religioso con il quale in qualche modo deve venire a patti: il che significa anche fargli spazio.

Che poi Gheddafi, che negli anni ottanta era il nemico numero uno degli Stati Uniti (2), abbia negli ultimi vent’anni cambiato completamente politica, perfino verso Israele, riavvicinandosi, per ragioni di affari e per sostenere l’economia libica, all’Occidente, ed all’Europa in particolare, mentre l’Iraq di Saddam, l’Iran, e la Siria non hanno fatto altrettanto, è un altro discorso.

Del resto pecunia non olet! Massima, questa, che nella politica reale trova sempre modo di essere confermata. Il governo italiano, che ha già sottoscritto un oneroso trattato per porre fine al contenzioso post-coloniale, ha chiuso un occhio di fronte allo show che il leader libico ha inscenato in questi giorni a Roma (persino le componenti più cristianiste dell’attuale maggioranza, per non parlare poi della Lega sempre ferocemente anti-islamica, hanno minimizzato come folklore la propaganda islamica di Gheddafi). Sono, infatti, in gioco lucrosissimi affari per le nostre imprese in Libia. La faccia sorridente di Frattini, di solito sempre intransigente nelle sue posizioni filo-atlantiste e filo-israeliane, che accompagnava il leader libico, attorniato dalle sue amazzoni guardie del corpo, al suo arrivo all’aeroporto di Roma, era in tal senso emblematica.

Ma è proprio l’evoluzione in senso strumentalmente religioso del regime di Gheddafi che ci dà la misura del carattere propagandista ed autoreferenziale della seconda (lo aveva già fatto l’anno scorso) messa in scena del leader libico all’ambasciata libica di Roma, ossia della lezione di Corano a 500 bellissime ragazze occidentali in minigonna e tacchi a spillo, reclutate a pagamento mediante una agenzia per hostess. Una messa in scena propagandista ed autoreferenziale che, approfittando della diffusa concezione sulla misoginia islamica che nutre l’Occidente (da qui l’idea di una conferenza con un pubblico esclusivamente femminile) e del dibattito, da noi in corso, sullo scontro di civiltà, è servita al dittatore cirenaico per puntare al rialzo nelle trattative con l’Italia e l’Europa, in particolare a proposito del prezzo per l’impegno anti-immigratorio di Tripoli.

Pare, infatti, che persino le tre ragazze miracolosamente convertite all’islam dal sermone di Gheddafi facessero parte della messinscena, dal momento che sono state lautamente pagate, per l’effetto conversione, con migliaia di euro e con un bel viaggio vacanza in Libia.

Naturalmente i nostri teocon, cristianisti ed atei devoti hanno tutti abboccato ed hanno iniziato a stracciarsi le vesti invocando la crociata.

Con Dio, però, non si scherza! Perché Egli non paga mai di sabato, ma prima o poi il conto lo presenta per davvero. Ogni sincero e devoto mussulmano dovrebbe manifestare il proprio sdegno di fronte a questo uso blasfemo della sua fede. Perché se è blasfemo l’uso della fede che fa l’Occidente ateo cristiano, altrettanto è l’ostentazione religiosa di un nazionalista arabo laico come Gheddafi.

Il quale d’altronde si illude sulla capacità dell’islam di conquistare l’Occidente moderno.

Sarà, a nostro giudizio, più probabile che avvenga il contrario dato il potenziale corrosivo dell’Occidente antimetafisico sulla spiritualità di qualunque confessione tradizionale.

Corrosività che noi cristiani abbiamo imparato a sperimentare almeno a partire da Lutero e che imparerà a sperimentare ben presto anche l’islam europeo, di importazione o nativo.

Quando la critica testuale e filologica, che già si è messa all’opera, metterà a setaccio il testo sacro dell’islam, fregandosene, come ha fatto con la Scrittura, del preteso carattere rivelatorio dal Corano, e quando tale critica inizierà a diffondersi tra i mussulmani occidentali di seconda e terza generazione, gli impeti mistici islamici inizieranno a raffreddarsi e lo stesso modo di vita dei fedeli subirà il medesimo processo di secolarizzazione che ha travolto i cristiani.

Le cronache quotidiane sono già piene dei fatti, spesso tragici, relativi alla ribellione dei figli, in particolare delle figlie, nati in Occidente da genitori mussulmani immigrati che, pienamente assorbito l’individualismo occidentale, rifiutano le tradizioni dei padri ad iniziare dagli usi matrimoniali.

Abbiamo visto con i nostri occhi, in quel di Monaco di Baviera, giovani e giovanissime, nonché bellissime, donne islamiche passeggiare, anche nottetempo, in compagnia di corteggiatori o da sole, e fumare o bere alcolici sedute nei bar o nei pub, mentre indossavano il tradizionale velo ma adattato in modo da far presa sull’immaginario occidentale affascinato dalla sensualità orientale. Donne molto più emancipate delle nostre e che hanno saputo fare dei loro costumi tradizionali strumenti di ammiccante moda femminile.

Anche laddove il Corano ed il velo sono usati come simboli identitari, contro la politica laicizzatrice, come accade ad esempio in Francia, in realtà si tratta di un uso, per l’appunto, politico per spiegare il quale è molto più efficace lo schema schmittiano amico/nemico, ossia noi contro loro, dove l’amico ed il noi sono definiti dal nemico e dal loro, piuttosto che ricorrere ad analisi sociologiche sull’autonoma consistenza storico-culturale delle comunità islamiche in Occidente. Un uso politico che ricalca, non a caso, gli schemi della lotta ideologica che solo qualche decennio fa, in Occidente, si era scatenata tra il sistema e le ideologie, di sinistra e di destra.

Scrive Vittorio Messori:

Per quanto conta, noi siamo tra coloro che pensano che la radicalizzazione attuale dellislam sia determinata non dalla sicurezza del trionfo ma dal timore - inconfessato, magari inconscio - dellinquinamento, dellassimilazione. Come dimostra in modo esemplare la parabola dellIran - spinto a stanare dal suo esilio un vecchio ayatollah che sembrava dimenticato e a cacciare lo scià perché occidentale - il mondo mussulmano, in questo unito, è percorso dallinquietudine che spinge al fanatismo. Non teme le nostre virtù, teme i nostri vizi. Non è preoccupato dalla nostra religione, ma dal nostro secolarismo. Se qualche discepolo del Corano immigrato tra noi giunge a uccidere la figlia perché veste, mangia, beve, amoreggia come le compagne di scuola, non cè famiglia islamica in Occidente che non constati ansiosa quanto sia devastante per i figli la nostra way of life. Lislam si regge sul legalismo, non può vivere senza il rispetto - da aprte di tutti, ma proprio di tutti - di una serie di norme: proprio ciò che è impossibile pretendere in una Europa, e in unAmerica, non solo libere ma sempre più libertine’. La nostra società liquidanon sopporta ormai i precetti cristiani. Potrebbe accettare quelli coranici, ancor più rigorosi e imposti come legge garantita da lapidazioni, decapitazioni, impiccagioni?(3).

Noi cristiani apostolici abbiamo già subito la cura dell’Occidente, sia quella critico-filologica sia quella etica di costume, e siamo riusciti, tutto sommato, a cavarcela molto bene. La Scrittura ha resistito agli attacchi della critica storica, la fede ha retto nei suoi fondamenti dogmatici e teologici benché la Cristianità storica di un tempo sia morta, l’etica pur contestata da tutte le parti rimane cogente per chi professa la fede cristiana.

Ma l’islam saprà resistere a sua volta all’impatto con l’Occidente ossia con l’unica civiltà comparsa nella storia su fondamenti assolutamente antimetafisici?

Il fatto che molti occidentali convertiti all’islam dichiarino che il loro passaggio dal cristianesimo alla religione di Maometto sia stato motivato soprattutto dall’impulso a cercare un contatto diretto con Dio senza mediazione ecclesiale, ci porta a ritenere che in realtà quel che, tramite questi occidentali, l’islam europeo sta accogliendo, come serpe nel suo seno, è il virus luterano, quello del libero esame. Benché l’islam non conosca una figura magisteriale come quella del Papa, tuttavia ogni autentico buon islamico sa che, pur nella varietà delle sue scuole e correnti, l’esegesi legittima e tradizionale è sempre quella approvata dall’Umma. Infatti nonostante la varietà delle esegesi, queste per essere valide devono essere legittimate dall’unica comunità dei fedeli. L’atteggiamento invece luterano degli occidentali convertiti fa il paio con l’analogo atteggiamento di contestazione che i movimenti fondamentalisti hanno verso le autorità tradizionali, sufi, iman ed ulema, accusate di non legittimare una lettura rivoluzionaria, dunque politica - una lettura pertanto da libero esame - dell’islam.

Per questo si illude Gheddafi quando afferma che l’islam conquisterà l’Occidente. Dovrebbe piuttosto temere il contrario.

Ma anche se quanto auspica il leader libico dovesse diventare realtà - e come detto, per i motivi di cui sopra, ne dubitiamo fortemente - dal punto di vista cristiano non dovremmo temere perché depositari della promessa che Lui è rimasto con noi fino alla fine dei secoli. Scrive in proposito Vittorio Messori:

La Provvidenza, nella prospettiva cristiana, ha percorsi spesso incomprensibili, le vie di Dio non sono le nostre. Dunque, non contrasta con la fede nel Vangelo nessuna possibilità storica: neppure quella, annunciata da Gheddafi, che ciò che resta di cristianità nellEuropa secolarizzata debba cedere alla fede che conquistò Gerusalemme, Costantinopoli, Alessandria, Toledo. Nessuno scandalo davanti alle esternazioni del raìs tripolino, almeno per chi crede in quel Nazareno che rifiutò di essere re, che impedì luso delle armi a sua difesa, che annunciò ai discepoli che sarebbero stati piccolo gregge e che avrebbero avuto la funzione di salee di lievito. Materie indispensabili, certo, ma solo in quantità ridotta. A ben pensarci, lhabitat naturale dei credenti in Colui che finì sulla croce non è la cristianità di massa, bensì la diaspora. Lo stesso Benedetto XVI sembra ipotizzare un futuro di comunità cristiane piccole e al contempo ferventi e creative: venga pure un destino minoritario, purché non marginale. Sale e lievito, ricordavamo. Dunque non fuori dalla storia, bensì nellintimo stesso della pasta degli eventi umani per dare loro sapore e significato. Senza pretendersi di imporsi, se non con la debolezzadellannuncio pacifico e della persuasione fraterna(4).

Una cosa rimane però sicura: il futuro, nonostante l’apparenza è nostro, di noi cristiani. Il Venerdì Santo tutto sembrava perduto agli apostoli. Forse solo Maria aveva conservato la fede. Poi arrivò la domenica di Pasqua con l’annuncio della Resurrezione. La storia della Chiesa è, in qualche modo, modellata su quella del Suo Fondatore. Da cinque secoli, Essa vive la Sua Passione. Da due secoli l’agonia del Suo Calvario. Forse in un futuro neanche tanto lontano potrà essere l’Ora estrema. Ma, poi, giungerà la Resurrezione. Perché - ci è stato promesso da Colui che mai viene meno alle Sue promesse - alla fine dei tempi noi cristiani ci saremo ancora. Magari ridotti, per l’appunto, ad un piccolo gregge ma ci saremo, senza dubbio. Forse come nel Racconto dellAnticristo di Soloviev: pochi cristiani stretti intorno al Papa Pietro, allo Starec Giovanni ed al professor Pauli, mentre masse intere di sedicenti cristiani inneggiano al Padrone del Mondo che elargisce doni mondani. Ma ci saremo!

Ancora Messori:

Lo storico sa bene che le conquiste islamiche dei primi secoli non possono aiutarci a ipotizzare un futuro: in Africa e in Medio Oriente, tra il settimo e lottavo secolo, larrivo dei mussulmani (scambiati spesso, tra laltro, per cristiani eretici) fu facilitato dalle sette cristiane in lotta tra di loro e unite dallodio contro Bisanzio e dalle comunità ebraiche perseguitate. Sempre la storia, poi, ci dice che lIslam non riuscì mai a stabilizzarsi in Europa: ci vollero secoli, ma alla fine fu respinto dalla Spagna, dai Balcani, dalla Sicilia, da Malta. E nel cuore dellAfrica già cristiana, lEgitto, secoli di lusinghe e di angherie non sono bastati a estirpare la fede nel Vangelo(5).

Ma, a questo punto, dobbiamo chiederci, quale potrebbe essere il senso dell’islam in una prospettiva di fede cristiana. Davvero, come dice Gheddafi, l’islam è il sigillo della Profezia, la religione vera perché finale perfezione della Rivelazione abramitica, dal momento che Maometto viene dopo Gesù?

Qui avanziamo una ipotesi: e – sia chiaro! – si tratta solo una ipotesi senza alcuna intenzione di affermarne, con certezza, il carattere veritativo o normativo.

Parliamo dell’ipotesi proposta dall’islamologo francescano padre Giulio Basetti Sani. Secondo tale ipotesi il ruolo dell’islam nel disegno di salvezza universale è meramente collaterale al cristianesimo, Pienezza della Rivelazione, e non sostitutivo o perfezionativo del Vangelo, che è la Rivelazione perfetta e finale. Basetti Sani parte dall’evidenza del fatto che biblicamente l’islam sembra essere l’adempimento della promessa che Dio, nel Genesi, fa ad Ismaele, il figlio della schiava egiziana Agar, cacciata da Abramo per la gelosia della moglie Sara e salvata insieme al bambino dall’Angelo del Signore nel deserto. Ad Ismaele, in perpetua lotta con il fratellastro Isacco, Dio ha fatto la promessa di farne una grande nazione. Secondo la Bibbia (altra cosa è l’effettiva discendenza genetico-antropologica) da Ismaele discendono gli arabi, anch’essi, come gli ebrei, semiti e figli carnali di Abramo.

Basetti Sani osserva che ciò che nella logica di Dio, quella stessa che nella Bibbia preferisce, contro l’ordine umano, il secondogenito al primogenito o che, contro le leggi di natura, rende feconde donne, come Sara, ormai infeconde per età avanzata o, ancora, compie il miracolo dell’Incarnazione e della nascita verginale di Cristo da Maria, ciò che storicamente viene dopo è, invece, spesso trans-storicamente precedente. Secondo l’ipotesi di Basetti Sani, Maometto, trans-storicamente, viene prima di Cristo perché altro non sarebbe che un profeta di tipo veterotestamentario sebbene, storicamente, post-litteram, post-biblico. Pertanto il ruolo di Maometto, analogo a quello dei profeti veterotestamentari, sarebbe quello di preparare la conversione finale a Cristo anche del popolo di Ismaele. Questo, secondo Basetti Sani, spiegherebbe il ruolo eccezionale, sicuramente non solo umano, che il Corano assegna ad Issa, ossia a Gesù, chiamato Verbo o Segno di Allah ed a Myriam, Sua Madre, Sempre Vergine e Prima tra le donne in Paradiso. Si spiegherebbe, inoltre, in tal modo, sempre stando all’ipotesi di Basetti Sani, anche il carattere arcaico, legalistico, appunto veterotestamentario, dell’islam.

Questa, accennata, l’ipotesi di Basetti Sani, francescano, innamorato come mai altri, di Cristo che, sulla scia del Santo d’Assisi, si è confrontato, come valente e noto islamologo, con il Corano per tentarne una esegesi se non cristiana perlomeno cristica. Una cosa, però, sul piano storico, e non meramente ipotetico, è effettivamente certa: Maometto ha introdotto presso gli arabi, eredi biblici di Ismaele, il monoteismo abramitico, strappandoli alle loro precedenti idolatrie pagane. Un monoteismo senza dubbio imperfetto come, appunto, quello veterotestamentario, ossia non ancora pienamente svelato nella sua essenza trinitaria.

Durante l’assedio islamico di Costantinopoli, nel 1453, nonostante le armate ottomane fossero accampate sotto la sua città, il Basileus si oppose all’idea del Patriarca ortodosso di lanciare l’anatema contro alcuni passi del Corano che esaltavano l’Unità di Dio senza ammettere anche la Sua Trinità. Il Basileus dichiarò che non poteva permettere l’interdetto perché l’Unità di Dio è dogma anche per la fede cristiana. Con questo, quell’imperatore aveva capito, cosa che prima o poi capiranno anche i mussulmani, che l’islam (lo stesso dicasi per l’ebraismo) è, appunto, un monoteismo imperfetto proprio perché non è un Monoteismo Trinitario. Se Dio non fosse già, nella sua vita divina ad intra, relazione d’Amore tra Persone, sarebbe una egoistica monade chiusa in sé e, come tale, posto che la creazione è un sublime atto di Amore, incapace, ad extra, di creare, di gratuitamente donare, ovvero partecipare, l’essere alle creature. Tuttavia, come si è detto, strappandoli alle loro precedenti idolatrie pagane, Maometto ha introdotto fra gli arabi il monoteismo, sebbene in una forma ancora imperfetta. Lo stesso monoteismo ancora imperfetto che fu di Abramo: tanto è vero che la denominazione di Dio come Allah risale, etimologicamente, ad una radice simile a quella della denominazione El con la quale nel Genesi affiora, in un contesto ancora pagano e politeista, la Rivelazione del Dio Unico. In quanto fedeli del Monoteismo Perfetto, ossia Trinitario, noi cristiani possiamo tranquillamente confrontarci, senza paure o complessi di inferiorità, con il mondo islamico onde contribuire al disegno divino di farlo giungere alla Verità Piena. Opera di carità che siamo chiamati a svolgere anche nei confronti degli ebrei non accecati dall’auto-idolatria sionista.

Per la Bibbia, in effetti, Ismaele, pur depositario di una promessa da parte di Dio, non è affatto nella linea messianica dell’Alleanza – la linea che da Abramo ed Isacco giunge, definitivamente, fino a Gesù Cristo – ma rimane da essa escluso come, appunto, un collaterale in attesa di esservi riammesso. Il suo ruolo biblico sembra quello di essere una spina nel fianco di suo fratello Isacco, dal quale, secondo l’Umanità, proviene Cristo. Ed, effettivamente, l’islam ha spesso avuto la funzione storica di essere uno stimolo per la cristianità quando essa tendeva a perdersi dietro le cose del mondo.

San Paolo, che è vissuto prima della comparsa storica dell’islam, leggeva l’episodio biblico di Agar e Sara come prefigurazione delle due Alleanze, l’Antica e la Nuova. Una esegesi che, per noi cristiani, è normativa ed a carattere rivelatorio. Tuttavia, in via – ripetiamo di nuovo – del tutto ipotetica, non si può escludere che quell’episodio sottenda anche, per l’appunto, un mistero collaterale, sempre comunque cristocentrico, ancora al di là dallo svelarsi completamente e nel quale gli eredi biblici di Ismaele sono chiamati a rivestire un ruolo a suo modo profetico.

Quello mussulmano, secondo l’escatologia islamica, è un popolo in attesa del ritorno di Issa ben Myriam, di Gesù Cristo Figlio di Maria, che, dopo la sconfitta del Mahdi, il Ben Guidato, l’inviato da Dio per fronteggiare il figlio della perdizione, ucciderà definitivamente Al-Dajjal, l’Impostore, l’Anticristo. Dopo che avrà ucciso l’Anticristo (molte fonti islamiche dicono sul tetto del Tempio ricostruito di Gerusalemme), Issa/Gesù, sempre stando all’escatologia islamica, ricondurrà tutti, pagani, ebrei, islamici e cristiani, a Dio. Per i mussulmani questo significa la conversione di tutti all’islam.

Ma noi cristiani sappiamo che, invece, la storia della salvezza è cristocentrica. Sicché possiamo tranquillamente affermare, perché è Lui che lo ha rivelato con la Promessa del suo finale trionfo, che alla fine dei tempi saranno pagani, ebrei e islamici a riconoscere, nell’Ultimo Giorno, la Divino-Umanità Messianica di Cristo.

Santa Caterina da Siena, propugnatrice della crociata intesa come momento unitario e pacificatore all’interno della cristianità, vide, in una visione mistica, cristiani e mussulmani entrare in due fila separate nel Costato di Cristo aperto sulla Croce dalla Lancia.

Una cosa è sicura: l’Occidente antimetafisico ha evidenti caratteri luciferini ed in tal senso, invece di polemizzare favorendone l’impostura, cristiani ed islamici dovrebbero cooperare a smascherarne l’iniquità spirituale. Il che, è bene chiarirlo, non significa affatto bandire la crociata o il jihad contro il Grande Satana. Anche perché sarebbe umanamente inutile, se non suicida. Piuttosto si intensifichino, ciascuno nella propria fede, preghiera ed opere di carità a lode dell’Altissimo e della Sua Misericordia.

Gheddafi dovrebbe riflettere un po’ di più sul mistero della storia invece di inscenare show per l’improbabile conversione dell’Occidente ad un islam da parte sua inconsciamente impaurito dalle prospettive moderniste che ne minacciano l’identità tradizionale. Le belle ma prezzolate ragazze reclutate per far da pubblico ai suoi sermoni, nate e cresciute in un clima post-cristiano e pertanto refrattarie al cristianesimo, non accetteranno, tutt’al più per soldi fingeranno di accettare, le severe norme etiche dell’islam.

Dell’islam in minigonna e tacchi a spillo nessuno sente il bisogno, ad iniziare, pensiamo, dagli stessi islamici.

Luigi Copertino




1)
Benché, va notato, lo stesso Maometto riteneva che il suo ruolo profetico fosse limitato alla sola Arabia del VII secolo e, del resto, l’islam geograficamente è rimasto inchiodato nella fascia longitudinale che dal Marocco giunge fino all’Indonesia, laddove invece la Chiesa è davvero universalmente giunta ovunque. Persino la lingua araba come lingua sacra, in quanto il Corano sarebbe stato rivelato in quella lingua (il che lo rende in linea di principio non traducibile in nessun altro idioma), indica i limiti della pretesa universalista dell’islam in confronto al cristianesimo che se conosce senza dubbio lingue liturgiche, il greco o il latino, non conosce affatto una lingua sacra che rende intraducibile il Vangelo.
2) Tanto è vero che Reagan tentò di eliminarlo fisicamente, nel 1986, con il bombardamento aereo nel Golfo della Sirte. Gheddafi si salvò perché fu preavvertito da Craxi e da Andreotti: ottimo esempio - sia detto di sfuggita -, oggi irripetibile, di autonomia politica che, pur nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, si mostrava, però, attenta, nell’interesse nazionale, ai rapporti di buon vicinato mediterraneo. L’attuale politica estera italiana, troppo sbilanciata in favore di Israele, è in realtà pregiudizievole del ruolo mediterraneo cui l’Italia dovrebbe aspirare perché eccessivamente schiacciata sugli interessi della potenza oltreoceanica, la quale, per l’appunto, stando al di là dell’Atlantico non ha alcun interesse a coltivare buoni rapporti nel bacino mediterraneo.
3) Confronta Vittorio Messori “Gheddafi vuole lEuropa islamica? Proviamo a non stracciarci le vesti” in Il Corriere della Sera del 30 agosto 2010.
4) Confronta Vittorio Messori, opera citata.
5) Confronta Vittorio Messori, opera citata. Il quale, poi, sottolinea, di seguito: “Si dimentica inoltre troppo spesso che lostilità islamica per il cristianesimo è blanda rispetto allautentico odio che contrappone le due tradizioni principali: il sunnita Gheddafi può predicare liberamente a Roma ma nessuno garantirebbe della sua vita se tentasse di pontificare nella Teheran sciita”.


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