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Genius loci
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Le correnti new age (ecologiste) che sposano una visione olistica, sostanzialmente pagana ed «orientaleggiante», sostengono l’esistenza di concentrazioni energetiche localizzate, in prossimità di taluni luoghi fisici (in realtà di ogni posto fisico).
Numerosi sono gli esempi che si guadagnano la ribalta di cronache e documentari: uno su tutti, Stonehenge.
Quest’approccio ideologico trova radici presso le convinzioni dell’antichità, che amavano - in barba ad ogni filosofia atea (frutto soltanto del delirio del pensiero moderno) - individuare la sacralità di ciascun luogo fisico, geograficamente individuato, collegandola ad un particolare «genius loci», appunto; si tratta di una sorta di divinità minore, la cui presenza per essere feconda e propizia, doveva riscontrare una specie di corrispondenza affettiva ed esistenziale.
Assorbire l’anima del «sito» che resta permeato di un’energia propria ed al contempo vivificata dal passaggio delle diverse generazioni su quel medesimo territorio è momento imprescindibile per la perfetta realizzazione dell’armonia del microcosmo dell’uomo singolo con il macrocosmo dell’universo.

La terra costituisce il canale privilegiato di certe forze latenti nella natura stessa: quel principio vitale, la medesima vita, che pur manifestandosi in chiave polimorfa, mantiene in sé un indubbio sostrato di omogenea correlazione con tutto quel che esiste, uomo compreso.
Le culture del passato, a volte in chiave animista, come nel caso delle credenze sciamaniche o norrene, ovvero secondo una analoga visione panpsichista oppure monista, come è dato rinvenire nella filosofia pagana in genere (1) e platonica e neoplatonica in particolare (anche nelle sue successive ri-edizioni occidentali e cabalistiche) ripropongono questa visione del mondo, non senza un fondo di verità.
Se ne scrive, proprio perché il cristiano deve e può essere consapevole dell’esistenza di certi fenomeni, che soltanto alla luce della Rivelazione divina assumono tuttavia un compiuto senso ed una piena ed autentica spiegazione.

«Per la maggior parte, le società native, nel mondo intero, avevano tre caratteristiche in comune: possedevano un rapporto intimo e cosciente con il loro luogo; erano stabili culture ‘sostenibili’, che spesso duravano migliaia d’anni; avevano una intensa vita cerimoniale e rituale. Il nostro modello di civilizzazione è in palese contrasto con tutto ciò: idolatriamo una razionalità strumentale e un tipo riduttivo di ‘praticità’, che ha disincantato ogni aspetto della nostra cultura (…) Tutte le culture tradizionali avevano festività e riti stagionali. Lo scopo di tali eventi era di rivivere periodicamente il topocosmo; dal greco topos, luogo, e cosmos, ordine del mondo. Il topocosmo è l’intero complesso di una data località concepito come un organismo vivente: non solo la comunità umana, ma la comunità totale comprendente la natura, il suolo, il paesaggio del posto. Il topocosmo non è solo l’effettiva e presente comunità vivente, ma anche l’entità continua della quale la presente comunità non è che la manifestazione corrente, nella coincidenza simbolica e reale tra l’eternità dell’essere e il fluire del divenire. (…) Il rituale è essenziale, perché stabilisce le connessioni profonde tra cultura e natura. Fornisce comunicazione a tutti i livelli: tra la persona e la comunità, tra la comunità e il territorio e, attraverso questi livelli, tra l’umano e il non umano, nell’ambiente naturale (2)».

Nella visione cristiana questi assunti possono avere un significato.
La creazione, tutta (anche quella spirituale), la terra nella quale si nasce, l’universo, le costellazioni, i pianeti hanno sicuramente un ruolo nella vita di ognuno di noi; esiste un’armonia profonda tra quel che è creato; un’analogia, che va ben la di là del semplice rinvenire corrispondenze energetiche o biologico-molecolari; si tratta di una «simpatia spirituale» che pervade ogni cosa voluta dall’Altissimo.
La differenza immensa con le concezioni pagane consiste nel fatto che tale rinvenimento non corrisponde ad una visione monista, perché resta salva la assoluta alterità di Dio, sostanzialmente ed infinitamente distinto da tutto ciò che non sia Lui stesso, ma riscopre proprio in questa omogeneità latente un gesto d’amore liberissimo, quello del Creatore che si dona in modi sempre nuovi e diversi (il creato, fatto per l’uomo, come effusione dell’amore divino, secondo una miriade di sfumature e dettagli).
Ogni cosa vivente ha un’anima; ma non ogni anima è di natura razionale: anche le piante e gli animali possiedono un principio vitale ordinatore ed unificatore, al quale fanno capo; ma ogni creato, anche minerale, possiede comunque in sé l’impronta del Divino.
Dio «lascia un po’ di Sé» in ogni cosa, pur restando con tutto e non potendo perdere nulla.

Spieghiamo: nell’atto creativo Dio riflette sempre se stesso, le sue infinite perfezioni, nella finitezza del creato; quando crea la creatura libera, razionale, spirituale, manifesta non soltanto i suoi attributi divini, i suoi archetipi eterni, ma rivela la sua vita intima e trinitaria.
L’uomo è immagine di Dio proprio in questo senso.
Il creato dunque possiede un indubbio linguaggio spirituale, che deve essere letto dall’uomo vivente secondo lo spirito, libero dai condizionamenti carnali ed educato dalla Parola Divina.
Questa spiritualità gli deriva sia dalla sua Origine, Dio stesso (comunque in essa presente, anche se non confuso con questa), sia dal fatto che comunque sulla materia o materialità di un luogo o di un oggetto, la creatura libera e spirituale è in grado di agire, condizionandone la «carica energetica» (per usare un linguaggio affine alle correnti gnostiche).
Ma questa «carica energetica» non ha un valore determinante sul libero arbitrio; può condizionare l’uomo, però non schiavizzarlo, a meno che l’uomo stesso non si sottometta agli «elementi del mondo», come li chiama San Paolo (ma questo implica un precipitare nella brutalità degli istinti più bassi, subordinando la dimensione dello spirito (e poi della ragione) a quella della carne.
L’essere umano, in quanto creatura, deve svolgere il suo «ruolo creaturale», realizzando per sé e per quanto a lui affidato, il disegno eterno di Dio.

L’uomo non può esimersi dal dare il proprio contributo alla creazione medesima.
Non può risparmiarsi di dare il senso al creato; se non lo fa, la creazione stessa, chiamata da Dio ad essere interpretata e vissuta proprio in questa riconoscenza d’amore al Creatore, vivrà un disordine cosmico, una disarmonia tra la volontà divina in sé iscritta e la volontà dell’uomo, non allineata alla volontà d’amore del Padre.
Per questo San Paolo la vede gemente e sofferente e soggetta alla corruzione, a causa del peccato dell’uomo.
L’uomo che vive della grazia divina percepisce la presenza ineffabile di Dio, il suo personalissimo tocco di Mistero; l’imperscrutabile agire del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, congiuntamente e distintamente (secondo le Persone, mai secondo l’Essere, che è sempre unico e sempre identico);
percepisce quanto riflesso di Dio è nel creato, la carica d’amore e di energia che il Creatore volle conferirgli; percepisce inoltre, l’impronta lasciata dal proprio simile sul creato stesso: un luogo di culto, per esempio un Santuario, sarà luogo di particolari benedizioni, non soltanto per la liberalità infinita di Dio, ma anche per l’azione spirituale dell’uomo, che si apre alla Misericordia divina.

Un luogo, geograficamente, è in grado di ricordare al nostro spirito la verità sulla Comunione dei santi e sull’unicità del genere umano (ma potremmo asserire di ogni creato), come creazione (3).
La natura e ciò che l’uomo, in armonia con essa (armonia che scaturisce dall’amore ricevuto da Dio stesso, per amare quel che è creato e non da un improponibile visione monista), ha realizzato in un determinato posto, può comunicare all’uomo qualcosa di spirituale in grado di arricchirlo ed edificarlo.
E’ la presenza di Dio in ogni dove ad essere il fine ultimo di questa comunicazione: è l’energia divina che ci pervade e ci avvolge, ci penetra e ci abita (se viviamo in grazia) nei recessi intimi del cuore e del nostro essere, che vuole inondare la nostra esistenza, il nostro vivere, per colmarlo di senso e di piena felicità.

Purtroppo però può accadere che, così come luoghi ed oggetti (per esempio i rosari o gli indumenti dei santi, le reliquie ad esempio) si possano «caricare positivamente» (passatemi l’espressione, intendendo con ciò che possano essere ricolmi delle benedizioni di Dio), è dato riscontrare anche il contrario: cariche negative, infestazioni, turbamenti fisici e spirituali, per opera delle forze occulte dell’inferno.
La chiave della loro efficacia ed il loro perchè?
La permissione Divina e la libertà dell’uomo.
Non è raro infatti sentire testimoniare esorcisti che liberano certi luoghi dalle infestazioni di demoni.

Tutto questo, per comprendere come la radice della nostra esistenza si situi certamente molto lontano da noi: nella nostra terra, nei nostri antenati, usi e costumi, nelle secolari tradizioni, nei paesaggi della natura che li ha visti nascere, crescere e morire, in definitiva in Dio stesso, dove ogni cosa ha senso e significato, ritrova vigore e pienezza, completo senso del vivere e dell’esistere, dolce riscoperta di un’armonia eterna, alla quale da sempre, in Lui, siamo stati chiamati.

Stefano Maria Chiari



1) Latini e greci credevano nell’esistenza di particolari numi, localizzabili presso fonti (le Ninfe), sorgenti (le Naiadi), o i boschi (le Driadi), e via dicendo.
2) Da «La cura della dimora. Il rito e l’identità nelle forme culturali dell’abitare», Eduardo Zarelli.
3) Del resto gli stessi ricordi di «vite precedenti», lungi dall’essere una conferma della reincarnazione, possono benissimo rappresentare la percezione di questo principio di unità; certamente la veggenza di tale dono, se non è guidato dalla grazia può portare alla confusa percezione di essere stati «altre persone» e quello che è un ricordo, un’acquisizione, una percezione di un dato a sé esterno, l’individuo lo interpreta come un qualcosa di suo. Ma la grazia divina che opera in chi si lascia umilmente guidare da Cristo e dalla sua Chiesa, dalla onnipotente
chiaroveggenza della Parola Divina, ci lascia comprendere che non v’è identificazione, ma soltanto cognizione.


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