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Non c’è stato nessun Big Bang?
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Pensiamo l’universo come una sorta di mare, attribuiamo alle onde la valenza di galassie. Allora, viaggiando su una mongolfiera dovremmo osservare un grande tavolato liscio ed imperturbato. La cosmologia, attuale, parte da questo presupposto, stabilito ad hoc, e cerca in tutti i modi di adattare i dati a questo principio, quasi filosofico. Vediamo in dettaglio la teoria, errata, dell’universo uniforme a grandi scale (in questo caso, le scale sono le distanze di osservazione).

Le galassie, ma anche le strutture più estese, costituiscono delle piccole perturbazioni rispetto alla grande omogeneità cosmica, quindi le perturbazioni viste a piccole scale sono trascurabili rispetto alle osservazioni di grandi porzioni di universo. Sottolineo, di nuovo, che c’è sempre in gioco il fattore di scala, cioè, tutto è relativo alla distanza di osservazione. Come dire: guardando una montagna da diversi chilometri, non si vedono gli alberi sulla sua superficie, ma una piramide omogenea di materia.

Questo perché, l’universo sarebbe nato 13,7 miliardi di anni fa e l’espansione ha provocato una rarefazione della materia e le conseguenti bolle di materia (galassie). Ora, osservando molto lontano, si vedrebbe la luce emessa tanto tempo fa e quindi l’immagine dell’universo, denso ed omogeneo, primordiale. E’ molto semplice. Supponiamo che due montagne vengano osservate da 10 km. Nel binocolo, quindi in apparenza, distano fra di loro 1 cm, e sono alte 3 cm. Stessa cosa per altre due, ma osservate da 50 km (distanza reciproca apparente 1 cm, altezza 3 cm).

Cosa concludiamo? Naturalmente, che le seconde sono molto più grandi e pure più distanti fra di loro, rispetto alle prime. Ma se ci poniamo a 100 km, non distinguiamo più nulla con un binocolo, vediamo soltanto un orizzonte omogeneo; ma se costruiamo uno strumento più potente, che cosa accade?

La teoria si basa, però, anche sul tempo. Introduciamo un concetto cardine in cosmologia: osservando una struttura distante 1 miliardo di anni luce, guardiamo indietro nel tempo di 1 miliardo di anni. Questo è il tempo che la luce ha impiegato per raggiungerci. La luce viaggia a velocità costante c (300.000.000 m/s), allora una sorgente che la emette in un istante è vista da un osservatore in un momento successivo quando la luce lo raggiunge. Se affidiamo una nostra foto ad un uomo, ed egli la consegna al destinatario dopo tre anni, questa foto rappresenterà la nostra immagine di tre anni prima. Spero di aver chiarito.

Quindi, in soldoni, le teorie attuali descrivono, teoricamente, sia la distribuzione della materia che l’età dell’universo. Più guardiamo lontano e più l’universo DOVREBBE essere omogeneo, perché stiamo osservando un’epoca sempre più prossima all’oceano di materia primordiale. Arrivando a vedere sempre più lontano, osserviamo sempre più indietro nel tempo. L’età teorica dell’universo è di 13,7 miliardi di anni, quindi la massima distanza osservabile (teorica) è di 13,7 anni luce.


Rappresentazione grafica dell’espansione, ipotizzata
Il tempo cresce (scorre) dal basso verso l’alto. Le strutture sono sempre più vicine fino ad essere fuse in un unico plasma primordiale, omogeneo. Invece, ciò che si osserva, non è una piramide capovolta, ma un parallelepipedo. Nel senso che, le strutture sono lontane fra di loro, anche se antiche. Quindi, è evidente che la teoria ha dei grossi limiti.
 


I primi problemi arrivano di pari passo con la costruzione di telescopi sempre più potenti. Mentre prima potevamo guardare appena oltre la siepe della via lattea, oggi possiamo arrivare a centinaia di Mpc (Megaparsec). 150 Mpc corrispondono a 500 milioni di anni luce, per rappresentare in kilometri queste distanze ci vorrebbero dei numeri con 22 zeri. Secondo le ipotesi elencate prima, a queste scale non dovrebbero esserci più strutture legate, perché una struttura costituisce una disomogeneità. Un iceberg che galleggia in un mare calmo non può certo essere trascurato rispetto al resto. Poi, diversi iceberg costituiscono un panorama tutt’altro che omogeneo!

Ora, pensiamo di ipotizzare un mare completamente vuoto ma, ad un certo punto, incontrare l’Antartide. Pietronero e Silos-Labini analizzando i dati sperimentali hanno concluso che l’omogeneità dell’universo (a grandi scale) non c’è. Senza ipotesi di base e nessun presupposto da dimostrare, hanno descritto ciò che effettivamente si osserva.

Ora cercherò di rispondere alla domanda più difficile: perché i frattali? Proviamo ad immaginare uno scoglio. Ci sono punte, angoli, zone lisce, altre ruvide, insomma, forme di ogni tipo. Ma non importa da quanto lontano lo osserviamo, sia da dieci metri che da dieci centimetri vediamo le stesse caratteristiche. Analizzando una foto dello stesso, non siamo in grado di capire se raffigura un grosso sasso conficcato nella sabbia oppure un mastodontico macigno, di diversi metri. Una pozzanghera, un lago visto dall’aeroplano oppure il mare, visto dallo spazio. E’ facile cogliere una certa ricorsività nelle forme, indipendentemente dal fattore di scala (distanza di osservazione). Un albero, un fulmine, delle vene o, perfino, una felce. Se non abbiamo un riferimento, non possiamo sapere se stiamo osservando tutta la struttura o soltanto una porzione.

La felce frattale
 


Questi sono esempi, abbastanza intuitivi, racchiudono l’idea chiave, necessaria a descrivere i frattali: è presente la ricorsività delle forme a tutte le scale di grandezza. Tuttavia, ci sono dei frattali meno ovvi. I cavoli, per esempio. Per capire, non dobbiamo pensare ad altro che a delle figure geometriche. Infatti, un triangolo è diverso dal quadrato, ma sono entrambi dei poligoni. Stessa cosa per i frattali, ovviamente con proprietà molto differenti che possono essere descritte con la matematica. Un frattale ideale è infinitamente ricorsivo: le sue dimensioni vanno da zero all’infinito. Nella realtà, questo comportamento è limitato fra una scala minima ed una massima. Albero->rami->ramoscelli->foglie.

Per l’universo è uguale: ammassi di ammassi di galassie->ammassi di galassie->galassie.

Distribuzione (ideale) delle galassie in un ammasso di galassie. Tutto l’oggetto costituisce un petalo del superammasso.
 

Un cavolfiore
 


L’universo realmente osservato preserva suddette caratteristiche ed è descrivibile, statisticamente, mediante i modelli matematici dei frattali. Fino al giorno d’oggi, più si allargano le osservazioni e più si riesce ad vedere l’armonia delle distribuzioni delle forme. Non una osservazione incompatibile. I critici affermano che i campioni dell’universo utilizzati restano incompleti. Questo è ovvio: l’orizzonte dell’universo scrutato si allarga sempre di più! Allora, dovrebbero anche aggiungere che i mega agglomerati di ammassi di galassie (superammassi) non trovano spiegazione nella teoria del big bang, anzi la smentiscono. Invece, il modello frattale applicato, via via, alle nuove immagini funziona alla perfezione.

E’ evidente che ai tempi di un articolo del 1998, Pietronero, aveva meno dati di oggi, ma a maggior ragione la teoria è importante. Le predizioni funzionano, la valenza scientifica è rispettata perché e le nuove scoperte (come il superammasso Coma wall) lo confermano.

Devo necessariamente spendere due parole sulla materia oscura e sull’energia oscura. Oggi, molti fenomeni astrofisici, relativi alla forza di gravità (quindi, attenzione, non più distribuzioni di oggetti luminosi, ma effetti fisici), non sono spiegabili con la scienza attuale. Come soluzione, si è pensato di introdurre una nuova forma di materia invisibile, responsabile della gravità anomala, ma non prevista dalla fisica teorica né tantomeno osservata sperimentale. E’ interessante notare che la teoria del big bang ipotizza che la materia del plasma primordiale doveva essere incandescente, mentre la materia oscura fredda. Che assurdità, un gigantesco forno in cui si formano spontaneamente i surgelati. L’energia oscura, invece, secondo la versione ufficiale, costituisce il serbatoio di cui si serve l’universo per espandersi in maniera anomala. Ovviamente non osservata, né rivelata con nessuno strumento. Piuttosto inventata.

Ecco il sillogismo: Siccome l’universo era omogeneo, ma si è espanso, allora c’è dell’energia responsabile dell’espansione. Ancora più curioso è che l’energia oscura inizia ad accelerare l’universo a 5 miliardi di anni dalla sua nascita, senza prima fare nulla, perché ci pensava l’esplosione del big bang ad accelerarlo. Altri si spingono oltre, con universi paralleli a dozzine di dimensioni. Assurdità ancora più indimostrabili, su cui non voglio spendere nemmeno una parola.

Leggiamo qualcosa sui finanziamenti che riceve la NASA, gli accademici, i tecnici, i teorici, i progettisti. Inoltre, pubblicazioni di riviste, articoli, prestigio internazionale e riconoscimenti vari (spesso lauti premi). Chi di voi rinuncerebbe a tutto questo? Perché ammettere un fiasco totale e perdere per sempre i privilegi acquisiti? La mia non è una polemica contro la grande menzogna, ma contro la grande ipocrisia. Schiere di scienziati, pronti a tutto, pur di difendere il metodo scientifico; molto curiosamente, i primi a non utilizzarlo.

Kacper Iannuzzi




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