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I «Monologhi» di Mario Coretti
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Mario Coretti è un nome quasi sconosciuto ai nostri lettori ed è un nome oramai scritto nel Libro della Vita: Mario è morto infatti il 23 giugno 2007.
Era un brillante avvocato del foro trentino, laureato a pieni voti con lode all’università di Siena, sposato, padre di tre figli.
Uomo di grande cultura, padroneggiava il latino ed il greco con anacronistica disinvoltura e da sempre viveva radicato in una Fede tradizionale, che aveva ricevuto da una famiglia speciale.
Il padre, profugo della Dalmazia, era laureato in medicina e giurisprudenza, aveva conseguito una serie di specializzazioni, ma faceva per scelta il medico condotto in un piccolo paese del Trentino. Mario era l’ultimo di sei fratelli variamente genialoidi.
Una vita felice la sua, pienamente realizzata diremmo oggi.
Una famiglia invidiabile, una sposa con la quale esisteva uno di quei rapporti oggi desueti, fatto di autentico amore, raffinata ironia, aristocratica signorilità: il tutto in un contesto però di vita ordinaria, densa di rapporti sociali e di amicizie schiette, semplici, autentiche.

Poi un giorno qualcosa ruppe drammaticamente il filo di questa storia dai tratti edificanti.
Un malessere accompagnato da problemi di equilibrio, da emicranie scambiate all’inizio, come è naturale, per normali cefalee o disturbi della cervicale.
Invece no.
Quella bestia di disturbo, che aveva incrinato lo scorrere ordinato di una vita serena, aveva un nome galattico e malvagio: astrocitoma, un tumore cerebrale dagli esiti spesso letali.
Mario si sottopose ad una cura radiante che lo ridusse, perfettamente lucido di mente e coscienza, in  carrozzina, quasi impossibilitato a parlare, impedito nei movimenti, con disturbi all’udito, lo sdoppiamento delle immagini e con speranze di vita ridottissime: non si disperò.
Offrì il proprio dolore a Gesù, pregandolo solo di farlo sopravvivere finchè i suoi tre ragazzi non fossero diventati appena un po’ più grandi.

In questa accettazione del dolore, entrò in un rapporto intimo e dolcissimo con il Signore, che raggiunse in taluni casi una specie di misticismo, per nulla estatico, ma sorprendentemente lucido, fatto di dialoghi interiori profondissimi e di una costante preghiera.
Il Signore lo ricompensò di questa oblazione virile e serena, donandogli la forza, una forza ciclopica,  di sorridere della sua malattia.
Nacquero allora una serie di lettere che con estrema difficoltà inviava per mail agli amici e nelle quali narrava della sua malattia o commentava a vario titolo ciò che gli accadeva di ascoltare in televisione o gli passava per la mente nelle lunghe meditazioni, disteso sul divano di casa.
Raccolte in un volume, dal titolo «Monologhi», lo propongo qui alla vostra attenzione.
E’ una collana di piccole, deliziose perle, da gustare una alla volta senza fretta di giungere in fondo.

Di sé, ridotto irrimediabilmente in carrozzina, scriveva: «Anch’io sono un ciclantropo! Saremmo personaggi quasi mitologici se non fosse che siamo prosaicamente reali. Mostri, in senso etimologico, per metà uomini e per metà biciclette. Ciclantropi, per lo più, non ci si nasce, lo si diventa poi per i più svariati motivi. Io, per esempio, in seguito ad un astrocitoma (che io nobilito chiamandolo, dentro di me, aristocitoma). Ma, per mia ormai pluriennale esperienza di frequentatore di varie Corti dei Miracoli, i casi più numerosi sono dovuti a ictus e a guida troppo disinvolta. Per tacer dei casi meno frequenti. Posso dire di quel ciclantropo padovano divenuto tale per aver seguito la via più corta fra la grondaia di casa sua  ed il vialetto del proprio giardino. Pensa tu…».

Nelle sue riflessioni, Coretti penetrava con chirurgica e spietata autoanalisi nei meandri più profondi del suo animo, ironizzando sulla voglia di protagonismo che assale coloro, cui rimane come unica risorsa dell’Io la propria terribile malattia: «Il ciclantropo tende ad essere geloso, ossessivo e possessivo e ha enorme smania di protagonismo: tutte le attenzioni debbono essere per lui, bisogna compatirlo per le sue malattie (che sono moltissime e quando ne parla bisogna fingere, e anche bene, un interesse che proprio non può esserci), lodarlo per le sue eroiche virtù, insomma riconoscere e riverire il suo prestigio di ciclantropo. I suoi famigliari, per debolezza o per amore, o forse per quella debolezza che deriva dall’amore, lo assecondano e, per farlo stare un po’ meglio, accettano un vero e proprio purgatorio. Naturalmente non è il caso mio, io sono un raro esemplare di ciclantropo virtuoso. Ma allora, come faccio a sapere tante cose? Oddio…».

L’accettazione di questa condizione lasciava senza fiato, per il modo in cui veniva commentata: «Mi chiedo con assoluta serietà se il Padreterno non mi abbia fatto un grande favore a lasciarmi senza la capacità di parlare, salva la possibilità di esprimermi brevemente e con fatica. Penso ai miei figli. Già hanno un padre tutto il giorno e tutti i giorni a casa, bigotto e cromosomicamente dedito a disapprovare quasi tutto, figurarsi poi se fosse anche ciarliero… Roba da spararsi!».

Parlando di tutto lo scibile umano, Mario ci inviava ogni due tre giorni qualche riflessione che spaziava dalla geometrie non euclidee, alla critica dell’evoluzionismo, dalla politica alla filosofia, dalla teologia al costume: venti, trenta righe (scrivere per lui era faticosissimo) battute al computer, con un occhio bendato per evitare lo sdoppiamento di immagine.
Del suo essere bigotto, ad esempio, come diceva anche qui con sarcastico orgoglio, ne faceva una bandiera, come di un certo dileggio per tutto ciò che è retorica di democrazia.
Commentando i risultati elettorali e il sistema partitocratrico scriveva: «Insomma, scherzosamente ma non troppo, è forse meglio un asettico, democraticissimo ed economico sorteggio. Il pensiero  non può non andare a Caligola, che fece senatore un cavallo. Mi  ricordo che, da bambino, ero scandalizzato. Poi ho conosciuto dei senatori…».
  
Ma le riflessioni più significative e commoventi sono quelle di carattere spirituale:

«Quando ero ancora piccolo la Chiesa cattolica mi ha fatto un enorme regalo, per mezzo di quel suo umile servo che era il parroco del paesino di campagna dove abitavo, morto ormai da anni annorum, quel don Ettore al quale vada la mia preghiera e la mia devota e tardiva gratitudine. […] Grazie ancora, don Ettore. Insomma, dicevo, la Chiesa ha insegnato al piccolo Mario, che bisogna fare, e anche come fare, l’esame di coscienza».
L’esame di coscienza diviene quasi un leit.motiv, un richiamo continuo.
La fede nell’incontro imminente col suo Re, come chiama Gesù,  diviene per lui, ridotto alla battaglia finale, lo scudo.
Lo scrive in un’immagine che pare quasi una visione aperta sul giudizio finale: «Ci sono la luce e le tenebre; molti credono che bastino le buone intenzioni, che si possa dialogare, trovare dei compromessi coi cacciatori e vanno incontro alla vita in un loro crepuscolo da miopi, senza sapere che è proprio in quel crepuscolo che cacciano meglio le mani adunche. Io  lo so, so cosa si rischia, e mi tengo vicino vicino allo scudo, dove si sta più al sicuro».

Quello scudo lo ha protetto e nella battaglia gli ha consegnato la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, consegnerà a tutti coloro che attendono con amore la Sua manifestazione nell’ultimo giorno: «Presto o tardi verrà il momento che comparirò davanti al mio Creatore, al mio Re. So che mi chiederà un imbarazzante rendiconto», confessa.

Pregando il Signore di annoverarlo tra le sue pecore e non coi capri, Mario, un metro e novanta di uomo col cuore piccolo di un bambino, si abbandonava alla fede nel suo Signore e Re, che lo avrebbe salvato, invitandolo a stare alla sua destra: «E io ci andrò, piangendo dalla gioia. Finalmente arrivato, finalmente a casa, con una porta da chiudere fra me e la notte. Fra me e la morte».

Domenico Savino




OMICIDIO_RITUALE_EBRAICO_550articolo.jpg
Monologhi
(pagine 127, 2007, euro 12,00)




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