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I colloqui notturni dell’Anti-papa di Gerusalemme
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Doveva teoricamente ritirarsi a meditare e non romperci più le tasche coi suoi «illuminati» sermoni. Niente da fare. Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, di rintanarsi a Gerusalemme e starsene lì, zitto e muto ad espiare i propri peccati e a ripulire i propri pensieri, non ci pensa nemmeno. Dapprima ha parlato in tedesco, poi è uscita l’edizione italiana. I suoi  «Jerusalemer Nachtgespräche»(«Colloqui notturni a Gerusalemme»), usciti per l’editore tedesco Herder, hanno trovato nella berlusconiana Mondadori l’adeguata cassa di risonanza.  Si sa: pecunia non olet. Il volume reca un sottotitolo emblematico: «Sul rischio di credere». In Carlo Maria Martini senz’altro.

Il lavoro, scritto a quattro mani col gesuita viennese Georg Sporschill, pretende di essere una sorta di «Il Cosmo sul comò» in chiave ecclesiale, una riflessione a tutto campo su fede, vita, missione della Chiesa, celibato ecclesiastico e, naturalmente, sessualità, procreazione e preservativo… ahimè senza la leggiadria di Aldo, Giovanni e Giacomo. Georg Sporschill  è l’interlocutore perfetto per il sulfureo, dolciastro volume del cardinale, giacchè è fondatore di una rete di solidarietà per i ragazzi di strada in Romania e Moldavia. Un prete «di base», che però al contrario di un  Santo come Giovanni Bosco, sembra anche lui, oltre al cardinale, occhieggiare ad idee di massonica «fratellanza universale».

Si sono conosciuti a Gerusalemme,  mentre Sporschill se ne stava seduto sotto le palme nel giardino dell’Istituto biblico, per scrivere una Guida alla Bibbia. In questo otium ecclesiasticum (evidentemente ai bambini rumeni ci penseranno dei volontari o delle ONG) Sporschill racconta che ogni giorno incontrava Martini, intento al commento del libro del Papa su Gesù… risoltosi nella famigerata sottile stroncatura recapitata al Pontefice attraverso le «fraterne» colonne de Il Corriere della Sera. Di Martini, Sporschill ne aveva sentito parlare da anni e conosceva il saggio sulle risposte ai giovani tratte dalla teologia di Karl Rahner, l’altro gesuita «ereticante», protagonista con le sue tesi progressiste circa la salvezza universale e i «cristiani anonimi», del «rinnovamento» che portò al Concilio Vaticano II.

E’ Natale, fate una buona azione, il libro del cardinale non compratelo e non  regalatelo. Se proprio volete leggerlo, leggetelo a scrocco, ma a vostro rischio: per queste feste natalizie il fegato viene già affaticato di suo, senza che siate costretti ad aggiungervi anche un travaso di bile come è già capitato a me.

Perfino uno come Eugenio Scalari, intervistato dal TG1, ha detto che il libro è un’autentica «bomba» capace di far saltare in aria la Chiesa (lui ci spererebbe!). In un articolo sull’Espresso, poi, nell’informarci del suo affetto per Martini «che so molto ammalato e in costante dialogo con la morte», chiosa: «Si direbbe che quella prossimità abbia reso esplicita nei suoi pensieri e nelle sue parole una testimonianza di libertà e di giustizia così profonda da superare ogni steccato e ogni ortodossia» (1).

In effetti Scalfari ha ragione: il libro del cardinale è una Summa Thelogica di tutte le eresie moderniste, declinate col sottile eloquio dell’«illuminato», che guarda alla morte con l’atteggiamento di chi sa di non aver più nulla da perdere, nè da nascondere. La visione provvidenziale della storia vi è del tutto assente, sostituita da uno storicismo esplicito, di matrice chiaramente evoluzionista, che afferma la natura storica e progressiva della manifestazione della verità, frutto di una lenta maturazione che procede secondo una precisa logica di sviluppo. Scrive Martini: «Sognavo una chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa (niente male per un cardinale! Nda). Guardo al futuro. Quando verrà il regno di Dio, come sarà? Dopo la mia morte, come incontrerò Cristo, il Risorto? Mi ha sempre entusiasmato Teillhard de Chardin, che vede il mondo procedere verso il grande traguardo, dove Dio è tutto in tutto».

Si noti la sottile manipolazione immanentista, ove l’espressione di San Paolo [«Perché Dio sia tutto in tutti» (1 Corinti 15,28)] viene adulterata e l’essere «Dio tutto in  tutti» viene trasformato in essere «tutto in tutto». Analogamente a Teillhard (l’«ereticante» gesuita colpito dal Monitum del Sant’Uffizio nel 1962), anche per il gesuita Martini il concetto di unità, di azione unificatrice, appare strettamente legato ad una teoria evoluzionistica della storia ed esteso e applicato anche all’ordine soprannaturale.

Ma è l’approccio spirituale che appare a dir poco sconcertante.

Con la volpina prudenza di chi afferma qualcosa, senza spingersi oltre il limite del dovuto, con la perizia di chi sa alludere lasciando a qualche Mancuso o Melloni di turno il compito di esplicitare, Martini dice cose su cui conviene riflettere. Sia chiaro, il cardinale attribuisce questa sua tattica ambigua a Paolo VI, di cui riferisce la frase che segue: «Anche se non si deve mentire, a volte non è possibile fare altrimenti; forse occorre nascondere la verità, oppure è inevitabile dire una bugia».
Naturalmente in perfetta consonanza col precetto evangelico: «Sia il vostro parlare sì,sì, no, no»…

Dopo aver definito Lutero «un grande riformatore», egli afferma che «il suo amore per le Sacre Scritture, dalle quali ricavò buone idee, è la cosa più importante». Dell’eresia che ne derivò, per Martini vi è il solo fatto «problematico» che Lutero abbia «tratto da riforme necessarie e da ideali un sistema proprio».

Ma la cosa più interessante è quella che segue: Martini infatti ammette esplicitamente quello che i tradizionalisti hanno sempre denunciato e cioè che la Chiesa contemporanea da Lutero si è «lasciata ispirare, per dar corso al processo di rinnovamento del Concilio Vaticano II, dischiudendo per la prima volta ai cattolici il tesoro della Bibbia su basi più larghe».

L’elogio del Vaticano II e dei suoi controversi teologi si accompagna col vellutato rimprovero a quei «vescovi e insegnanti conservatori che siano tentati di tornare a i bei vecchi tempi», con tanti saluti all’«ermeneutica della riforma» sostenuta dal Papa.
 
Anzi per Martini la rottura col passato va consumata integralmente: «Ciò nonostante dobbiamo guardare avanti. Anche se ogni mutamento radicale richiede sacrifici ed è inevitabile che vi siano esagerazioni, credo nella prospettiva lungimirante e nell’efficacia del Concilio. Esso ha affrontato con coraggio i problemi del suo tempo, invece di ritrarsi con timore, ha avviato un dialogo con il mondo moderno, così com’è. Il concilio ha innanzitutto individuato le molte buone energie che nel mondo perseguono lo stesso scopo della nostra Chiesa, cioè quello di venerare l’unico Dio. Le grandi religioni (e ovviamente le diverse confessioni cristiane) offrono un orientamento a chi ne è in cerca, curano i feriti, si battono per la giustizia e per quelle condizioni che diano a tutti i bambini e a tutti i giovani la possibilità di una buona formazione e di un futuro dignitoso. Esse vogliono predicare la fede nell’unico Dio per rendere ogni singola persona forte e sicura nella consapevolezza di essere creata, chiamata e guidate Dio».

Un suo grande modello è il Mahatma Ghandi, che definisce «un grande combattente nella parola e ha percorso la via di un indù, la via verso Dio, cui Gesù conduce noi cristiani». E poi: «Sono contento degli sviluppi nell’ora scolastica di religione cristiana, che oggi prevede di insegnare ai nostri bambini le grandi religioni. Sapremo che i musulmani credono nella vergine Maria e in Gesù il Messia (sic!), che venerano anche santi cristiani di epoca bizantina».

Eccole le conseguenze del «cercare ciò che unisce e non quel che divide»!!! Mai frase fu più radicalmente anti-evangelica: in Luca 12, 49-57, le parole di Gesú sono ben altre: «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». (Sia chiaro - a scanso di equivoci - che queste parole sono assolutamente complementari con l’esortazione «Beati gli operatori di pace» e con l’ingiunzione a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero!») (Matteo 26, 52).

E’ evidente che Gesù non  è venuto apposta per portare la divisione e la guerra, ma dalla sua venuta risulterà inevitabilmente divisione, perché egli mette le persone davanti alla decisione: «Chi non è con me è contro di me» e specularmene «chi non è contro di me è con me». Il vecchio Simeone lo aveva predetto, sollevando il bambino Gesù: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Luca 2, 34-35).

La prima vittima di questa contraddizione, il primo a soffrire della «spada» che egli è venuto a portare sulla terra, sarà proprio Lui, messo a morte da quell’Israele di cui parla Simeone. La pace del Cristo, infatti, non è l’irenismo sincretista e maritinian-martinista: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Giovanni 14, 27).

Invece il Cardinal Martini si domanda: «Dovremmo invitare alla preghiera in chiesa amici musulmani ed essere ospitati alla preghiera in moschea? Sogni di questo genere ci fanno intuire che l’Islam è una religione figlia del cristianesimo, così come è una religione figlia dell’ebraismo. La vicinanza delle religioni monoteistiche si concretizza nell’idea biblica centrale della giustizia: la giustizia è l’attributo fondamentale di Dio».

Non vi è chi non vede come dietro il linguaggio volutamente ambiguo e reticente, vi sia in Martini presente un ideale di sincretismo interreligioso, che renderebbe vana la Croce di Cristo. Alla domanda su come si debbano trattare le persone di religione diversa, la risposta è disarmante: «Innanzitutto è consigliabile chiedere a un appartenente ad un’altra confessione religiosa a cosa attribuisce importanza nella sua religione. Inoltre puoi confrontarti sull’islam, sull’ebraismo e sulle religioni dell’Estremo Oriente anche attraverso buone letture».

L’annunzio, la testimonianza, la missione  paiono essere per Martini più che un optional, un inconveniente.

Agli altri imputa il proprio peccato: «Gli uomini si allontanano dai [...] dieci comandamenti e si costruiscono una propria religione; questo rischio esiste anche per noi. Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno, è ovvio, ma non dobbiamo confonderli con Dio».

Qui in realtà è lui, il cardinale, a costruirsi un proprio Dio, anzi ad aderire al «dio» dell’ideale massonico.

Il Gran Maestro Ernesto Nathan, israelita, il 21 aprile 1901, inaugurando la sede del Grande Oriente d’Italia a palazzo Giustiniani a Roma, esprimeva concetti analoghi: «Non solo la Massoneria, accogliendo uomini di tutte le fedi, professa ed usa il massimo rispetto per il sentimento individuale intento a penetrare il mistero della vita, e, nella legge che governa l’universo, a ricercare la legge che governa l’essere suo; ma va più oltre. Se voi guardate un nostro diploma massonico, un foglio di carta intestata, se entrate in una Loggia Massonica, voi vedrete sovraneggiare queste lettere ‘A* G* D* G* A* D* U’; significano semplicemente: A Gloria Del Grande Architetto Dell’Universo. E Zeus, Giove, Javhe, Dio? La causa prima, l’infinito creatore noi intendiamo affermarlo, non interpretarlo. E’, Com’è, qual’è, riveli la fede di ogni individuale coscienza; a noi, collettivamente suffraga il pensiero del creatore nella manifestazione complessiva del creato. Per noi ogni fede, sinceramente professata e seguita, che guida e mantiene onesto l’uomo attraverso la vita è degna di ogni rispetto» (2).

Nessuna meraviglia, dunque che Martini dichiari di pregare Dio (quale ci domandiamo?), parlandogli «in modo normale, per nulla devoto». Nessuna meraviglia che la Messa della domenica non sia il «santo sacrificio», ma la cerimonia (sic!) ove «ascoltiamo le parole della Bibbia per giungere ad una riflessione. E in questa cerimonia Gesù si unisce a noi perché vuole essere nostro amico».

Altre parole illuminanti, anzi «illuminate»: «La Chiesa parla molto di peccato. E’ forse interessata a far apparire gli uomini più cattivi di quanto non siano? Di peccato la Chiesa ha parlato molto, a volte troppo. Da Gesù può imparare che è meglio incoraggiare gli uomini e stimolarli a lottare contro il peccato del mondo».

Come conseguenza sulla confessione afferma che «sono finiti i tempi in cui la chiesa poteva inculcare una cattiva coscienza. Non abbiamo bisogno di una cattiva coscienza, bensì di una coscienza sensibile, che ci permetta di avvertire i nostri limiti personali e nella collettività».

Infine l’attacco durissimo e insieme felpato all’enciclica di Paolo VI del 1968 «Humanae Vitae» sul matrimonio e la procreazione. Per Martini essa produsse «un grave danno» col divieto della contraccezione artificiale: «molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone». Dopo la stroncatura, Martini lascia intendere che Paolo VI abbia celato deliberatamente la verità, lasciando che fossero poi i teologi e i pastori a rimediare, adattando i precetti alla pratica: «Io Paolo VI l’ho conosciuto bene. Con l’enciclica voleva esprimere considerazione per la vita umana. Ad alcuni amici spiegò il suo intento servendosi di un paragone: anche se non si deve mentire, a volte non è possibile fare altrimenti; forse occorre nascondere la verità, oppure è inevitabile dire una bugia. Spetta ai moralisti spiegare dove comincia il peccato, soprattutto nei casi in cui esiste un dovere più grande della trasmissione della vita».

Ciò che egli auspica è «una nuova cultura della tenerezza e un approccio alla sessualità più libero da pregiudizi» (in una parola sesso e procreazione non sono inscindibilmente legati) e poi che Benedetto XVI ne scriva  «una nuova che ne sia la continuazione. Sono fermamente convinto che la direzione della Chiesa possa mostrare una via migliore di quanto non sia riuscito alla Humanae Vitae. Saper ammettere i propri errori e la limitatezza delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d’animo e di sicurezza. La Chiesa riacquisterà credibilità e competenza».

Per fortuna il Conclave ha sbarrato la strada a Martini e contro la sua speranza al Congresso Internazionale in occasione del 40° anniversario di pubblicazione dell’Enciclica Humanae vitae, il Papa Benedetto XVI ha invece ricordato come gli sposi «avendo ricevuto il dono dell’amore, sono chiamati a farsi a loro volta dono l’uno per l’altra senza riserve. Solo così gli atti propri ed esclusivi dei coniugi sono veramente atti di amore che, mentre li uniscono in una sola carne, costruiscono una genuina comunione personale. Pertanto, la logica della totalità del dono configura intrinsecamente l’amore coniugale e, grazie all’effusione sacramentale dello Spirito Santo, diventa il mezzo per realizzare nella propria vita un’autentica carità coniugale» (3). E nel recentissimo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre egli ha ribadito l’importanza straordinaria di quell’Enciclica.

Ma tutto il libro di Martini trasuda di misurato disprezzo per questa Chiesa, di controllata insofferenza, di ostinata perfidia, di malcelata commiserazione, di livido compatimento: «Io voglio una Chiesa aperta, porte aperte alla gioventù, alle donne, una Chiesa che guardi lontano. Non saranno né il conformismo né timide proposte a rendere la Chiesa interessante. Io confido nella radicalità della parola di Gesù, nella buona novella che Gesù vuole portare».

Anche lui, non bastasse Obama, sente la Profezia sospingerlo e accelerare i tempi, al punto che l’arrogante presunzione del cardinale raggiunge il culmine quando osa, dopo avere svolto sistematicamente sotto il pontificato di Benedetto XVI la funzione di anti-papa, definirsi addirittura «un ante-papa, un precursore e preparatore per il Santo Padre».

E’ una affermazione di una gravità inaudita, che segnala la sfrontatezza con cui taluni prelati si oppongono palesemente al Papa, forti dell’appoggio dei media e degli oscuri poteri mondani.

Come già avevo segnalato in un articolo di tre anni fa «questo spirito di ribellione, povero di seguito popolare, ma ricco di élites, di media, di appoggi importanti, già organizza la ‘resistenza’ nelle vaste enclavi criptoprotestanti di un cattolicesimo esangue o all’ombra di ambigui chiostri o comunità, nella ‘rete’, su giornali e riviste o lungo la via Emilia (che da Milano, a Piacenza, a Reggio Emilia conduce a Bologna), covato talvolta da Curie amiche, agitando una protesta sottile e strisciante, chiedendo salvaguardia di spazi o ipocritamente guaendo misericordia, salvo malignamente insinuare di colpi di mano, di manovre curiali o sommessamente commentare che in fondo questo Papa è già vecchio, che si tratta solo di attendere» (4).

Quando Pio XII sedeva ancora sul soglio pontificio, gli antenati di queste serpi all’interno della Chiesa, pregavano per la morte del Papa. Giuseppe Alberigo, simbolo del mondo cattolico progressista, che per decenni, con il suo centro bolognese, ha diffuso un’immagine ideologica del Concilio, in una stupefacente intervista alla Repubblica del 2 luglio 2005 raccontò: «In quegli anni talvolta veniva a casa un padre benedettino, pio e assai famoso. Si fermava anche a dormire. Una sera, sul finire del 1953, al momento delle preghiere chiamò me e mia moglie Angelina: ‘E ora preghiamo per la morte del Pontefice’. Con mia moglie ci guardammo stupefatti: Papa Pio XII stava benissimo. Lui, quieto, replicò al nostro disagio: ‘Ora il Santo Padre è un peso per la Chiesa. Preghiamo perché il Signore se lo prenda presto’».

Dietro l’auto-profezia di Martini vi è la stessa presunzione di incarnare lo «Spirito della storia» e la stessa ostinazione nell’errore che animò l’eresia modernista, la quale voleva paradossalmente purificare e rendere ad un tempo la Chiesa conforme al Mondo.

Sappiamo bene di che spirito si tratta.

Insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il ‘mistero di iniquità’ sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne» (5).

Al cardinale, che strenuamente combattiamo, ma che in Cristo amiamo e che senza timore reverenziale alcuno invitiamo a ravvedersi, diamo un piccolo consiglio: smetta con le sue fumose letture e si ristori con qualche riga di un grande scrittore cattolico,  Gilbert Keith Chesterton. Gli farà bene.

«La Chiesa - scriveva Chesterton - non può muoversi coi tempi; semplicemente perché i tempi non si muovono. La Chiesa può solo infangarsi coi tempi e corrompersi e puzzare coi tempi. Nel mondo economico e sociale, come tale, non c’è attività, eccettuata quella specie di attività automatica che è chiamata decadenza: l’appassire dei fiori della libertà e la loro decomposizione nel suolo originario della schiavitù. In questo, il mondo si trova per molte cose allo stesso piano dell’inizio dell’oscuro medioevo. E la Chiesa ha lo stesso compito di allora: salvare tutta la luce e la libertà che può essere salvata, resistere a quella forza del mondo che attrae in basso, e attendere giorni migliori. Una Chiesa vera vorrebbe certo fare tutto questo, ma una Chiesa vera può fare di più. Può fare di questi tempi di oscurantismo qualcosa di più di un tempo di semina; può farli il vero opposto dell’oscurità. Può presentare i suoi ideali in tale e attraente e improvviso contrasto con l’inumano declivio del tempo da ispirare d’un tratto agli uomini qualcuna delle rivoluzioni morali della storia, così che gli uomini oggi viventi non siano toccati dalla morte finché non abbiano visto il ritorno della giustizia. Non abbiamo bisogno, come dicono i giornali, di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo» (6).

Domenico Savino



1) http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Il-rischio-della-fede/2051562/18
2) http://www.ritosimbolico.net/studi1/studi1_39.html
3) http://www.repubblica.it/papa-sessualita/
4) «La guerra del Concalve», Domenico Savino, EFFEDIEFFE.com
5) «Catechismo della Chiesa Cattolica», numero 675.
6) Citato in Paolo Gulisano, «Chesterton e Belloc. Apologia e profezia»,  Ancora, pagina 106.


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