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Manuale di Dogmatica (vol. 1)
Edizioni EFFEDIEFFE
29 Gennaio 2022
Effedieffe, dopo la ristampa degli studi di Teologia in lingua italiana da tempo scomparsi, come il Compendio di Apologetica di Albert Lang, il Compendio di Teologia ascetica e mistica di Adolfo Tanquerey, il Dizionario di Teologia dommatica di Parente-Piolanti-Garofalo, il Dizionario di Teologia morale di Roberti-Palazzini, il Dizionario di Mariologia di Gabriele Roschini, il Dizionario biblico di Francesco Spadafora, ristampa oggi il celebre Manuale di Dogmatica (“Lehrbuch der dogmatik”) del sacerdote e professore Bernhard Bartmann († 1938), pubblicato nel 1905 a Friburgo (Germania), che conobbe otto edizioni sino al 1932. Poi fu tradotto in francese e, infine, nel 1949 anche in italiano fino alla quinta ed ultima edizione del 1958. Quindi, con il Concilio Vaticano II, venne definitivamente abbandonato.
Difatti, dopo la bufera neomodernistica, è risultato sempre più difficile trovare buoni libri di Teologia redatti secondo la dottrina tradizionale. Il Manuale del Bartmann, per la sua qualità, aveva sostituito durante gli anni Cinquanta autori noti e tradizionali nelle migliori scuole di Teologia romane e nelle Università laiche d’Italia; ma per troppo tomismo non passò indenne al pontificato di Giovanni XXIII. Si doveva aggiornare. Si aggiunga, ne riparleremo sotto, che Bartmann venne accusato di essere un teologo non amante dei “fratelli maggiori” per via di alcuni suoi studi sul giudaismo pubblicati in Germania negli anni ’30; e forse ciò rappresentava un peccato ancora più imperdonabile dell’accusa di tradizionalismo. Effedieffe recupera oggi, dopo 64 anni di assenza, il Manuale del Bartmann, rieditandolo con fedeltà all’originale, nella speranza che la sua rinnovata presenza possa giungere a contrastare i nuovi libri che sono quasi totalmente inficiati dagli errori neomodernistici. L’importanza di questo Manuale Diviso in 3 volumi, di 700 pagine circa ciascuno, il primo volume che oggi pubblichiamo è dedicato a tre temi: Rivelazione e fede, Dio e Creazione. Schematicamente l’intera opera è così suddivisibile: 1. Dio Uno e Trino (vol. I) 2. La creazione del mondo e la prova della creatura libera (vol. I) 3. La Redenzione del mondo nel suo compimento oggettivo (vol. II) 4. La grazia, ch’è la forma soggettiva della Redenzione (vol. II) 5. La Chiesa, istituzione di santificazione e comunione dei santi (vol. II) 6. I Sacramenti, mezzi di santificazione (vol. III) 7. Il fine dell’uomo redento o i fini ultimi (vol. III) I sette punti si possono considerare come altrettanti articoli fondamentali che contengono ciascuno una serie di verità particolari, ma presi nell’insieme hanno rapporti così stretti tra loro che non se ne può eliminare o cambiare sostanzialmente uno senza scuoterli tutti. L’opera è dunque completa ed integrale con tutti e tre i volumi, ma abbiamo preferito cominciare con la pubblicazione del primo tomo per poter dare il giusto spazio (e tempo per leggerlo) che ogni volume merita singolarmente. «Il sistema dogmatico della fede cattolica – spiega il Bartmann – è come una torre le cui pietre sono incastrate le une nelle altre formando un tutto compatto. Chi toglie una sola pietra vedrà ben presto l’edificio crollargli addosso. Ne abbiamo la prova nella storia di tutte le eresie e di tutti gli scismi. Del resto il rifiuto d’una sola verità ci separa dalla Chiesa e ci allontana dal principio dell’unità dogmatica. Solo il cattolicesimo ha un sistema, una sintesi». La Dogmatica, lo ricordiamo, si occupa delle verità di fede e si indirizza particolarmente all’intelligenza, mentre la Morale si indirizza maggiormente alla volontà. Ambedue hanno la medesima fonte soprannaturale, si servono ordinariamente d’un medesimo metodo, hanno lo stesso scopo: far vivere gli uomini nell’unione con Dio. Nell’albero della “Teologia” le radici sono la Sacra Scrittura e la Storia della Chiesa, il tronco è rappresentato dalla Dogmatica e dalla Morale (i rami, con i frutti, sono la Pastorale, il Diritto, la Missionologia). Il Manuale del Bartmann utilizza la Dogmatica come un tronco nel quale si raccolgono elementi biblici, patristici e teologici (le radici a cui attinge) conformati insieme attraverso una costruzione omogenea, nata e cresciuta nell’anima dell’autore da una continua e vigilata consuetudine e da una costante conversazione interiore con la tradizione comune della Chiesa. Pertanto è un libro molto attuale teologicamente parlando, soprattutto in questi tempi di smarrimento dottrinale. Dopo i Compendi succitati e i Dizionari che li integrano, il Manuale di Teologia dogmatica del Bartmann amplia e approfondisce notevolmente ciò che i Compendio (Lang e Tanquerey) e i Dizionari (Parente-Piolanti, Roschini e Spadafora) offrono in maniera riassuntiva. «Si sentiva il bisogno – scrive don Nitoglia nell’invito alla lettura di questo libro, come sempre a lui affidata, – di dare agli studenti e agli studiosi di Teologia almeno un Manuale completo e ampio della dogmatica cattolica. Nulla di meglio di questi tre volumi del Bartmann per esattezza, profondità, completezza e chiarezza di spiegazione». Come dicevamo, la metodologia seguita da Bartmann è quella tipicamente scolastico/tomistica ed il Manuale è redatto in tre parti proprio perché segue l’iter della Somma Teologica di San Tommaso: si prova la tesi sostenuta mediante le citazioni della Santa Scrittura, alla luce della Tradizione patristica, con gli eventuali interventi del Magistero ecclesiastico. Infine si dà la ragione teologica della tesi per giungere a una conclusione teologica certa. Il tutto, – e qui sta il grande pregio del Bartmann, – è svolto in maniera sempre interessante e sempre vivace, e quindi alla portata di ogni intelligenza anche la meno preparata. Il merito particolare dell’opera è che non solo un ecclesiastico iniziato alla teologia dogmatica, ma anche un laico non avvezzo al metodo scolastico e teologico può leggerla senza timore di rimanere deluso. Mons. Antonio Piolanti, all’epoca professore di teologia dogmatica presso il Pontificio ateneo Urbano de Propaganda Fide, lo confermò con queste belle parole:
«Le opere dogmatiche di B. Bartmann riescono gradite anche ai non iniziati al metodo teologico, per quel senso storico e per quell’amore del concreto, che le caratterizzano. (...) L’opera del Bartmann coglie l’essenziale della dottrina nei suoi rapporti vivi e perenni con le migliori speculazioni; è una sintesi di dogma e di teologia, che mostra l’immutabilità dell’uno e la fecondità e talora la relatività dell’altra. La forza di questa armoniosa costruzione sta nella solidità del materiale biblico, patristico, scolastico, personalmente vagliato ed elaborato... Un’opera di questa portata non poteva rimanere nell’orbita, pur vasta, della dotta Germania... Era tempo che anche l’Italia si giovasse di questa dogmatica...» (Euntes docete, 1950, p. 114). La conseguenza della libertà dottrinale che deriva dall’abbandono di una guida come il Bartmann è evidente. Il Vaticano continua a lamentare una crisi della fede, ma appare montinianamente impotente a contrastarla; si ostina a cercarne la soluzione dove non c’è (nell’umanitarismo, nell’amore fraterno) tralasciando l’unica soluzione possibile: l’adesione della mente e della volontà alle leggi dogmatiche della Chiesa. «La Chiesa, come spiega Bartmann, deve continuare ad annunciare e difendere le verità soprannaturali e per essere in grado di compiere questa missione deve poter discernere tutto ciò che si oppone e tutto ciò che devia, quindi l’eresia e l’errore. Ad esempio quella dei Protestanti, per il loro principio del libero esame ed il conseguente adogmatismo». Al contrario, l’attuale stato della teologia è a ben considerarla un’autentica Babele. L’importanza del Bartmann oggi
Bernhard Bartmann
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Ordinato sacerdote il 19 marzo 1888, nel 1898 fu nominato, dall’arcivescovo Hubert Theophil Simar († 1902), alla cattedra di dogmatica presso l’Accademia Episcopale Filosofico-Teologica di Paderborn (odierna Facoltà Teologica di Paderborn) — cattedra che Bartmann resse per 40 anni fino alla morte. In questo suo ufficio, come nel sacerdozio in generale, Bartmann fu un uomo pieno di fede nella Divina Provvidenza. Con entusiasmo introdusse buona parte del clero della grande arcidiocesi di Paderborn, città della renania, così come avviò molti teologi, religiosi e studenti di diocesi straniere nel mondo della fede della santa Chiesa Cattolica. Bartmann, a cominciare dal tema della sua tesi di dottorato (St. Paulus und St. Jakobus über die Rechtfertigung / San Paolo e San Giacomo sulla giustificazione, 1896) si dedicò per buona parte della sua attività dogmatica alla controversia tra la teologia cattolica e protestante, che era centrale per il suo tempo, e che gli era molto familiare per le sue origini, in un ambiente confessionale misto com’era la Germania. Partendo volutamente dalle radici bibliche e non solo dalla teologia della scuola cattolica, egli sviluppò, attraverso un attento esame della critica protestante, il corretto punto di vista cattolico nella dottrina della giustificazione che a quel tempo non era immune da controverse interpretazioni teologiche. Nei suoi libri trattò ripetutamente l’argomento in modo approfondito, cercando di rendere comprensibile la posizione cattolica a tutti. Nella disputa teologica specialistica, con esponenti protestanti (come Adolf Schlatter, † 1938) si dimostrò un insigne e profondo conoscitore della teologia della giustificazione, che veniva malamente interpretata dal protestantesimo e dal giudaismo, due correnti fortissime in Germania, due poli apparentemente opposti ma nella loro sostanza del tutto simili. Ricordiamone brevemente i due errori per difetto e la giusta soluzione. Da un lato il Luteranesimo, secondo cui la sola fede fiduciale (senza l’osservanza della Legge naturale e divina) basta a salvare e giustificare l’uomo; per i Protestanti, quindi, la giustificazione consiste nella sola remissione dei peccati e, conseguentemente, la santificazione positiva (ovvero attiva), con le opere, non esiste. Essi rimproverano difatti alla dottrina cattolica di essere una “giustizia mediante le opere”, ovvero un “giudaismo” e un “pelagianesimo” [brevemente: Per il Pelagianesimo la natura umana non ha subito alcun deterioramento dal peccato originale, è di per sé indifferente e atta al bene e al male, e costruisce tutta la moralità unicamente sulla libera volontà individuale. In tal senso è corretto dire che il giudaismo è completamente «pelagiano». I Giansenisti, all’opposto, ammettevano una libertà esteriore, ma negavano la libertà interiore e (come i Protestanti) affermavano il predominio completo della concupiscenza].
Aggravando ulteriormente la loro posizione, anche nell’aspetto negativo i protestanti si allontanano dalla dottrina cattolica, in quanto per essi nella remissione del peccato da parte di Dio non avverrebbe una cancellazione quanto piuttosto una semplice velatura o copertura misericordiosa. La giustificazione secondo loro si compie unicamente mediante un atto esteriore di sentenza divina (iustificatio externa et forensis) o di dichiarazione d’impunità. Con questo vengono certamente modificate le relazioni esteriori del peccatore con Dio, ma non il suo stato interiore, che rimane irrimediabilmente corrotto. Tale nozione di giustificazione è connessa con la nozione altrettanto falsa della giustizia originale dell’uomo e della sua corruzione essenziale a causa del peccato originale. Il giudaismo, apparentemente, sembra procedere in senso opposto: nel Talmud si insegna che il peccato originale e Satana non esistono (rabbino Pick, Iudent. u. Christent., p. 167, cit. da Bartmann, Manuale di dogmatica, volume 2, § 112), che l’anima è originariamente pura e conserva la sua purità anche successivamente; l’uomo, anche quando ha gravemente peccato, possiede la forza di tendere verso Dio, ideale di santità, e con la forza ne ha pure il dovere. Per l’ebreo è nell’atto morale che l’uomo prende coscienza del potere che è in lui e in esso sperimenta la sua libertà. Egli in sostanza può riconciliarsi, purificarsi da sé stesso con Dio. È tale atto morale che crea la riconciliazione, non un miracolo né un sacramento che gliela porta (come nel cattolicesimo), ma la sua libertà. La mediazione è quindi illogica, impossibile, anzi addirittura immorale dato che ogni uomo deve assumersi la sua completa responsabilità personale. Essi quindi possono fare a meno di Gesù Cristo (e così dovettero pensarla Giovanni Paolo II e lo stesso Ratzinger). Dopo ciò è evidente l’irriconciliabilità tra le diverse correnti: il punto di vista cattolico è teocentrico; quello protestante e quello giudaico è invece antropocentrico, ma con delle differenze accidentali tra loro: il primo vuole fondare la giustificazione sopra il proprio giudizio (fede fiduciale che è una necessità, un obbligo e un dovere, poiché senza di essa non si dà giustificazione), il giudaismo invece fonda la giustificazione (in senso soggettivo) sulla propria esperienza di vita: la santificazione dell’uomo è opera propria, e questo bene, questa moralità, l’uomo può crearli, realizzarli. Così facendo, l’uomo [l’ebreo] è un creatore del bene supremo, è un’immagine del Dio unico. La santificazione dell’uomo è opera sua. In sostanza, l’ebreo è dio. Guidato da questa concezione, egli «festeggia il suo giorno di riconciliazione nell’incrollabile certezza che l’uomo porta in sé la sorgente del suo rinnovamento morale» (Simon Bernfeld, Die Lehren des Judentums, 1920, cit. da Bartmann, Manuale di dogmatica, volume 2, § 112) Invece per il cattolicesimo, — ecco la giusta soluzione, — l’uomo si salva per mezzo della grazia, con la quale però deve cooperare «osservando» la legge perfetta della libertà (San Giacomo, 1, 21-26) che è il «precetto regale» della carità (San Giacomo, 2, 8). Come spiega chiaramente san Tommaso, contro ogni luteranesimo: “La fede con la quale siamo mondati dal peccato non è la fede informe, che può coesistere con il peccato (sola fide dei protestanti), ma è la fede informata dalla carità: per cui la Passione di Cristo ci viene applicata non solo quanto all’intelligenza (fede), ma anche quanto alla volontà (opere)” (Summa, IIIª q. 49, a. 1 ad 5). Bartmann, formatosi alla scuola dei veri Concili, ha sempre sostenuto, sulla scia della Tradizione patristico/scolastica, la totale e radicale inconciliabilità tra Cristianesimo, Giudaismo e Protestantesimo, che, come si vede bene sopra, è irreparabile nonostante il dialogo, che se non è una trappola è perlomeno una perdita di tempo. Fratelli minori Diamo un ultimo riferimento, casomai qualcuno sollevasse dubbi a riguardo. Prima di morire Bartmann scrisse due opere importanti: nel 1934 Positives Christentum in katholischer Wesensschau (“Il cristianesimo positivo nell’essenza cattolica”), che è una valutazione critico-positiva della concezione nazionalsocialista del cristianesimo dal punto di vista della dottrina cattolica, opera nella quale Bartmann descrive la “Vecchia Alleanza” ebraica come “precristiana” e su un livello inferiore della rivelazione divina rispetto al Nuovo Testamento. Tutto al contrario rispetto a Nostra aetate (1962) che ha abbandonato la Teologia della sostituzione della Sinagoga da parte della Chiesa presentando una figliolanza minore del Cristianesimo nei confronti del Giudaismo. Infine, all’inizio del 1938, pubblica Der Glaubensgegensatz zwischen Judentum und Christentum (“I contrasti di fede tra giudaismo e cristianesimo”), il quale rappresenta il suo martello antigiudaico, nel quale Bartmann riafferma l’interpretazione del rapporto ebraico-cristiano nel senso della teoria classica della sostituzione e del rifiuto. Il libro, che nasce come reazione ad opere di autori giudei tedeschi come Hans-Joachim Schoeps o Martin Buber (il quale aveva sottolineato la fondamentale vicinanza tra giudaismo e cristianesimo), stabiliva invece l’incompatibilità fondamentale delle religioni Cristiana e Giudaica. Su Buber, che influenzò la teologia di Giovanni Paolo II e di Ratzinger, il lettore può consultare l’approfondimento che ne fa il reverendo Nitoglia nel suo libro sui Lubavitch (Ed. Effedieffe 2021, pagg. 66-71). Brevemente e per ricollegarci all’idea pelagiana dell’autosoteriologia talmudica espressa sopra, in Buber († 1965) si ritrovano le idee direttrici del modernismo classico e del neomodernismo, in particolare l’“esperienza religiosa” la quale rende Dio e Gesù un incontro personale (dunque soggettivo) e non un oggetto di Fede o adesione intellettuale, mossa dalla grazia. Non a caso sia Karol Woytjla che Joseph Ratzinger hanno studiato Buber e i personalisti ebrei. «La loro condiscendenza verso l’ebraismo post-biblico non è debolezza o cedimento, ma pura e ferma convinzione, che deriva da autori inquinati di cabalismo come Martin Buber», scrive don Nitoglia nel suo libro (p. 71). Il tutto condurrà all’“Antica Alleanza mai revocata” (Giovanni Paolo II, Mainz, 17 novembre 1980) che era stata già confutata nel 1938 da Monsignor Bartmann. Purtroppo I contrasti di fede tra giudaismo e cristianesimo (opera che esiste solo in tedesco e che Effedieffe cercherà di tradurre nel prossimo futuro) venne pubblicata e presentata nel 1938 insieme ad un opuscolo antisemita quale supplemento inserito dall’editore, la qual cosa intensificò ulteriormente la sua prospettiva antigiudaica, teologicamente corretta ma in quel periodo facilmente spendibile per scopi ulteriori. L’insigne teologo — che Pio XI, il 26 agosto del 1924, aveva nominato Prelato della Casa pontificia — non ne ebbe alcuna responsabilità. Tuttavia ai giorni nostri il giornalista e ricercatore di sinistra Peter Bürger (1961-), militante pacifista che si occupa di “ricerca critica sul cattolicesimo”, nel suo studio dal titolo: Contributi alla storia del pacifismo e dell’antimilitarismo in una regione cattolica - Cattolici del Sauerland, antisemiti e “amici degli ebrei” (2015), cita l’atteggiamento antigiudaico di Bartmann come tipico esempio delle sue origini e ambito di studi, poiché, a detta del Bürger, nella diocesi di Paderborn e in particolare nell’ex regione del Sauerland di Colonia, un atteggiamento antigiudaico era la norma sin dalla metà del XIX secolo. Con la sua unilateralità antigiudaica e al tempo stesso teologicamente accattivante presentazione, Bartmann viene accusato di aver promosso, durante il periodo nazionalsocialista, atteggiamenti antigiudaici nel cattolicesimo tedesco e, quindi, viene accusato di aver avuto un’influenza negativa nell’ambiente cattolico al tempo della persecuzione razziale dei Giudei. Pertanto il Bartmann, partendo dalla iniziale “accusa” di tradizionalismo e tomismo, finisce per essere definitivamente inchiodato dal suo (presunto) antisemitismo. È invece ovvio che entrambe le opere del 1934 e del 1938, così come il Manuale di Teologia Dogmatica, ribadiscono semplicemente la teologia cattolica difesa da dottori, santi, papi, per secoli; l’intento di Bartmann non fu quello propagandistico o favorevole ad un determinato movimento nazionalista, semmai fu un cerchio che si chiuse essendo la teologia della giustificazione, — che confuta la falsificazione operata dal giudaismo talmudico e dai pelagiani da una parte, e dai protestanti e dai giansenisti dall’altra, — alla base degli studi che Bartmann condusse per 50 anni, ben prima dell’avvento di Hitler. Quindi, rimane il fatto che la sana teologia vada di pari passo all’antigiudaismo in senso teologico e che la problematica della grazia e della confermazione, se ben interpretate, ci indicano la strada per non deviare, ovvero per essere veramente cattolici, scavando un solco incolmabile che ci separa dal talmudismo e dal protestantesimo. Nulla di più e nulla di meno. La razza non c’entra (San Paolo docet). Oggi, nella Babele dell’insegnamento, dove è lecito dire tutto, e nessuno sa più nulla di certo, la Chiesa ha smesso di separare i due piani (teologico e razziale) accettando di fare di due erbe un fascio unico, consegnandoci inermi e senza strumentazione nelle mani del nemico. Tertulliano, nell’Apologeticum (197) scrive: «La verità è circondata di odio ardente e colui che sinceramente la professa, offende; chi, invece, la adultera e la simula, proprio a questo titolo si accaparra il favore presso i persecutori della verità». Evidentemente i tentativi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI di gettare un ponte sopra questi errori (pelagianesimo talmudico / luteranesimo giansenista), già peraltro confutati a partire da S. Agostino e da tutti i dottori successivi, è un chiaro segno di allontanamento dalla verità per compiacere i “persecutori della verità”. Conclusione Fedele all’insegnamento del Concilio di Trento e del Vaticano I, secondo cui «l’assenso della fede non deve essere un cieco movimento dell’animo» (fidei assensus nequaquam sit motus animi caecus), il Manuale del Bartmann incarna al meglio la sintesi teologica di diversi secoli. Rappresenta quindi una risorsa per il nostro presente e una speranza per il nostro futuro. L’opera è utile per tornare a formarsi sia privatamente (laici) sia in corsi di studio organizzati (seminaristi in formazione, sacerdoti che non dispongono più di manuali di studio sicuri e ben fatti). Difatti il Bartmann è esaustivo, completo e molto approfondito, ma la sua lettura è pensata per far ben apprendere tutti, senza mai stancare la mente. Il mistero è difatti sovraintelligibile, non inintelligibile. Non è un muro contro cui l’intelligenza umana si spezza, ma un oceano in cui si perde. Il suo studio è impegnativo ma bello.
«È come una galleria — spiega Bartmann — nella quale sempre più si avanza senza mai raggiungerne la fine, e tuttavia ogni passo in avanti è ricco di luce per la vita. È un invito alla mente del credente, è stimolo, perché sta a significare che esiste una inesauribile fonte di verità alla quale la mente può continuamente attingere per dissetarsi con la certezza che la fonte non si inaridirà mai». Raccomandiamo perciò lo studio di questo Manuale, che risulta particolarmente illuminante e provvidenziale soprattutto in questi tempi di confusione dottrinale, morale e liturgica.
Edizioni EFFEDIEFFE
(Manuale di Dogmatica, vol. 1, 714 pp., 160x230, bandelle)
28,80 euro
32,00 euro (sconto speciale per i lettori EFFEDIEFFE fino al 13 febbraio)

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Alla luce dei Dizionari cattolici il lettore potrà perfezionarsi e riposare, rinfrancando la speranza in un ritorno all’ideale di vita cristiano. In particolare oggi ci è stato consentito di ristampare il Dizionario dedicato a Maria, che in sé significa un piccolo miracolo.
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