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Gesù Cristo è un personaggio storico?
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Parte I

Le testimonianze storiche su Gesù

La nostra conoscenza della persona storica di Gesù si fonda soprattutto sulla testimonianza del Cristianesimo primitivo ma anche su quella - meno dettagliata - del Paganesimo e del Giudaismo postbiblico; tuttavia, mentre il primo presenta Gesù come Messia e Dio incarnato, il Paganesimo si limita a parlare per sommi capi del personaggio Gesù Cristo e il Giudaismo, invece, lo denigra come un malfattore e un eretico o stregone che si è fatto passare per Dio.

Tra tutti gli scritti del Nuovo Testamento, i quattro Vangeli sono quelli che hanno più importanza per conoscere la figura storica di Gesù.

Perciò, prima di poterci basare su di essi nella nostra indagine storica sulla persona di Gesù - per capire se sia stato il frutto dell’immaginazione della prima comunità cristiana il Cristo della fede”, come lo chiamano i modernisti) o un personaggio reale e veramente esistito (il “Cristo della storia”, idem) - bisognerà provare la loro attendibilità storica.

Il valore storico dei Vangeli

Integrità dei quattro Vangeli

I Vangeli non sono stati ritoccati nelle epoche successive alla loro composizione (42 – 96); quindi, il loro testo è integro e non adulterato; ossia in esso si riscontra l’assenza di ritocchi che ne abbiano cambiata la sostanza.

Tuttavia, oggi non abbiamo più il manoscritto/originale dei Vangeli, ma abbiamo dei manoscritti/copie, che - però - messi insieme o comparati e confrontati possono farci arrivare al testo critico il più vicino possibile al testo originale.

I manoscritti/copie

Solo di manoscritti in lingua greca del Nuovo Testamento se ne contano più di quattromila copie. Essi risalgono sino al 300 d. C.

I papiri

Di essi, ne abbiamo varie decine e i più antichi (Chester Beatty, 1936), che riportano alcuni testi del Nuovo Testamento, risalgono addirittura al 120/200 d. C. il che è impressionante, se si pensa al fatto che il Vangelo di san Giovanni risale all’anno 96. Addirittura Colin H. Roberts nel 1934 ha ritrovato un papiro (detto “papiro 52” o “Rylands 457”) che risale al 120/130 con alcuni versetti del Vangelo di Giovanni del 96. Il “papiro 7Q5” (= grotta 7ma, località di Qumran, frammento n. 5) risulta, dopo un’attenta analisi paleografica, fatta nel 1972 dal il papirologo José O’ Callaghan, risalire al periodo che va tra il 50 a. C. e il 50 d. C.; la ricerca di O’ Callaghan fu ripresa negli anni ottanta da Carsten Peter Thiede, secondo cui il frammento che si trova in 7Q5 sarebbe il Vangelo di san Marco (VI, 52 – 53), il che farebbe di questo manoscritto il più antico riguardante i Vangeli e risalente a circa venti anni dopo la morte di Gesù e circa sei dopo la composizione del Vangelo di Marco.

Perciò, se i manoscritti/originali sono andati perduti, abbiamo pur sempre i manoscritti/copia che sono quasi coevi dei Vangeli.

Ora, se facciamo un confronto con i manoscritti/copia dei maggiori autori dell’antichità romana si costata che, ad esempio, per Virgilio e Orazio tra il manoscritto/originale e i manoscritti/copia c’è un distacco di circa 400 anni, per Giulio Cesare di 900 anni, per Cornelio Nepote di 1.200 anni. Ora, nessuno mette in dubbio l’autenticità e l’integrità (assenza di ritocchi che ne abbiano cambiata la sostanza) del De bello gallico, delle Satire, del De viris illustribus o dell’Eneide. Perciò, il testo critico del Nuovo Testamento merita una piena fiducia scevra da ogni ragionevole dubbio.

Se si confrontano tra loro questi manoscritti/copia ne risulta che tra un testo e l’altro ci sono soltanto delle varianti accidentali, che si riferiscono in maggior parte all’ortografia dei copisti e a qualche errore fonetico e grafico. Perciò, c’è integrità sostanziale tra di essi. Dunque, si può tranquillamente asserire che il testo critico dei Vangeli non ha subìto ritocchi sostanziali, ma concorda con i manoscritti più antichi che risalgono al 120 d. C. ed è perciò integrale e autentico.

La veracità dei Vangeli

Qui ci s’interroga se sia vero quanto raccontano i Vangeli, ossia se siano fatti storici oppure se siano favole o storielle inventate dagli Apostoli e dai primi cristiani loro discepoli (il “Cristo della fede”).

Notizie giudaiche

Giuseppe Flavio

Giuseppe Flavio è uno storico ebreo (non convertitosi al Cristianesimo) che attorno al 93 d. C. ha scritto un libro, intitolato: Antichità giudaiche, in cui scrive su Cristo in due passaggi; nel primo riporta che Giacomo era “fratello di Gesù, che è chiamato Cristo” (Libro XX, cap. 9, art. 1) e nel secondo: “Ci fu, verso questo tempo Gesù, uomo sapiente, seppur bisogna chiamarlo uomo: era facitore di opere straordinarie […], costui era il Cristo. Ora, Pilato avendo, in séguito alla denuncia dei nostri capi, punito lui con la morte di croce, coloro che sin da principio lo avevano amato non cessarono di credere in Lui. Egli, infatti, apparve loro il terzo giorno, nuovamente vivo, i Profeti avendo già annunciato ciò riguardo a lui” (Libro XVIII, 3, 3).

Il Talmud

Gli scritti talmudici, risalenti all’epoca che va dal 180 d. C. sino al V/VI secolo, ammettono l’esistenza storica di Gesù di Nazareth, ma cercano di renderlo spregevole, asserendo che egli “esercitava la magia e fu appeso o crocefisso come eretico alla vigilia di Pasqua che allora cadeva di sabato” (Talmud babilonese, trattato Sanhedrin, 43a).

Notizie pagane

Tacito

Nei suoi Annali (XV, 14), scritti attorno al 115/117 d. C., Tacito parla dell’incendio fatto appiccare nel 64 da Nerone a Roma. Poi, Nerone, aizzato dalla sua compagna Poppea (che era una giudaizzante o “proselite delle porta”), gettò la colpa sui seguaci della setta che «il popolo chiama i “chrestiani”, poiché il loro capo, “Chresto”, sotto l’impero di Tiberio era stato condannato da Ponzio Pilato al supplizio della croce».

Svetonio

Scrive che l’imperatore Nerone “espulse da Roma i giudei, i quali sotto l’impulso di “Chresto” provocavano frequenti tumulti” (Vita Neronis, XVI, 2).

Plinio junior

Nell’Epistola 96 ad Traianum scritta verso il 112/113 parla dei cristiani che si riuniscono in un determinato giorno, prima dell’alba, e rendono omaggio cultuale a “Chresto” a nome di Dio.

Tirando le somme

Le testimonianze a/cristiane su Gesù confermano la veracità delle notizie cristiane. Perciò, si può ritenere che i Vangeli sono storicamente veraci e non hanno inventato favole su Gesù (il “Cristo della fede”), ma hanno riportato quanto gli Apostoli e i primi discepoli avevano visto e sentito da lui.

Parte II

Le affermazioni di Gesù circa se stesso

Gesù s’è presentato come Dio

La domanda più importante, che dobbiamo rivolgere a Gesù di Nazareth, è la seguente: “Chi ritieni di essere, cosa dici di te stesso?”. Ora, secondo i Vangeli, Gesù ha affermato di essere il Messia atteso, il Figlio (naturale e non adottivo) di Dio e, perciò, Dio stesso.

La dignità divina non fu data a Gesù dalla comunità dei primi cristiani (il “Cristo della fede”), ma egli stesso s’è considerato ed ha affermato di essere Dio e ha preteso di essere riconosciuto come tale.

San Giovanni Battista

Il Battista, imprigionato da Erode, manda i suoi discepoli a porre a Gesù la seguente domanda: «Sei tu, il “Venturo”[1] oppure dobbiamo aspettarne un altro?» (Mt., II, 3) e Gesù risponde chiarissimamente di sì nei seguenti termini: «Andate e riferite a Giovanni: “I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi son mondati, i sordi odono, i morti risorgono …”», insomma, per dimostrare con assoluta certezza di essere lui il Messia, Gesù adduce la prova dei  miracoli che operava e che solo Dio poteva fare.

La confessione di Pietro

Inoltre, Gesù dichiara apertamente la sua divinità agli Apostoli nel colloquio suscitato da lui stesso, presso Cesarea di Filippo, quando chiese loro: «La gente che cosa dice che io sia? Essi risposero: “Alcuni dicono che tu sei Giovanni Battista, altri che sei Elia o uno dei Profeti”, ma – ribatté Gesù – voi che cosa dite che io sia? Allora Pietro rispose: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”» (Mt., XVI, 13). Questa confessione di Pietro non è smentita ma confermata da Gesù e premiata con la sua nomina a Pietra fondamentale della Chiesa, asserendo solennemente: “Io ti dico che tu sei Pietro e su questa Pietra io fonderò la mia Chiesa” (Mt., XVI, 18).

Gesù risponde a Caifa

Questa è la confessione più impressionante e decisiva della sua divinità, poiché per essa Gesù fu condannato a morte. Infatti, il Pontefice Sommo della Vecchia Alleanza chiede formalmente a Gesù: “Sei tu il Cristo, il Figlio del Dio vivente?” (Mc., XIV, 61).

La risposta di Gesù è inequivocabile: “Sì, lo sono” (Mc., XIV, 61); “Tu l’hai detto, io lo sono” (Mt., XXVI, 64); “Voi lo dite: io lo sono” (Lc., XXII, 70).

In breve, Gesù confessa pubblicamente davanti alla somma autorità religiosa d’Israele di essere Dio ed è per questo, che è condannato alla crocefissione.

 

Parte III

La testimonianza di Gesù su di sé è credibile?

La personalità di Gesù Cristo

Gesù ha predicato costantemente per tre anni di essere lui il Messia profetizzato dalle Scritture del Vecchio Testamento. Ora, se Gesù non fosse stato il Messia o si sarebbe ingannato oppure avrebbe voluto ingannare gli altri; ma, se si fosse sbagliato sulla sua natura, sarebbe stato uno squilibrato; invece, se avesse cercato d’ingannarci, sarebbe stato un imbroglione. Però, tutto ciò è in aperto contrasto con la sua grandezza intellettuale e morale. Perciò, il dilemma è il seguente: “Si non Deus non est bonus. Tertium non datur”.

Ora, noi sappiamo che Gesù è un miracolo intellettuale[2] (la sua sapienza, già da bambino appena dodicenne, sbalordiva anche i dottori del Tempio di Gerusalemme) e anche morale[3] (data la sua santità). Perciò, è impossibile che Gesù fosse un pazzo esaltato o un impostore. Quindi, egli è veramente Dio e il Messia d’Israele.

I miracoli di Gesù Cristo

La sua resurrezione è il miracolo più eclatante e costituisce la prova più sicura della sua missione divina. Infatti, san Paolo scrive: “Se Cristo non è risorto, la nostra predicazione è vana e pure la nostra fede” (I Cor., XV, 14).

Cristo è veramente risorto?

Maggiore – Il corpo di Cristo è stato sepolto in un sepolcro nuovo appartenente a Giuseppe d’Arimatea, che avrebbe dovuto essere la sua tomba e che non era stato ancora mai utilizzato, poi esso è stato chiuso con un macigno enorme rotolato davanti la porta d’ingresso e attorno a esso furono poste delle guardie a vigilare giorno e notte affinché non rubassero il suo cadavere.

Minore 1 – Ora, il terzo giorno, lo stesso sepolcro è stato ritrovato vuoto non solo dagli Apostoli e dalle pie donne ma anche dalle guardie poste a custodirlo.

Conclusione – Perciò, o il corpo di Gesù è stato rubato oppure Gesù è risorto.

Minore2 Ora, la presenza delle guardie poste a custodia del sepolcro rende molto difficile la possibilità del trafugamento del corpo; inoltre, i panni ritrovati ben piegati con molto ordine e precisione sul posto ove prima giaceva il corpo di Gesù, rendono impossibile l’ipotesi che esso sia stato inghiottito dalla terra e rendono assai difficile il trafugamento, che sarebbe avvenuto in tutta fretta data la presenza delle guardie armate, mentre Gesù era stato avvolto e bendato con una serie di panni con i quali gli Israeliti ornavano i cadaveri dei loro cari defunti.

Conclusione2 – Quindi, Cristo è risorto.

Le apparizioni di Gesù Cristo

La risurrezione di Gesù è un fatto costatato direttamente dagli Apostoli, attraverso le numerose apparizioni del risorto, durante quaranta giorni.

Gli Apostoli l’hanno visto, l’hanno toccato, hanno mangiato con lui; addirittura Tommaso ha messo le sue dita nelle piaghe delle mani e la sua mano in quella del costato. Essi hanno, perciò, narrato una resurrezione e delle apparizioni reali e fisiche. All’inizio (la domenica di Pasqua a sera) gli Apostoli pensavano che il risorto apparso loro fosse un fantasma; solo dopo averlo toccato, si resero conto che era veramente resuscitato con un corpo fisico e reale. Infatti, Gesù stesso dovette dir loro: “Palpate et videte quia spiritus carnem et hossa non habet” (Lc., XXVII, 37).

Perciò, non è stata la fede degli Apostoli nella risurrezione di Cristo - alla quale non pensavano più sino alla domenica di Pasqua a sera - a generare visioni soggettive nei suoi discepoli circa la sua resurrezione (“Cristo della fede”), ma sono state le apparizioni oggettive del corpo di Gesù, toccato fisicamente dagli Apostoli per nulla inclini alla suggestione tanto da non aver creduto alle pie donne.

Conclusione

Il messaggio evangelico portato da Gesù non è, perciò, la frode di un imbroglione; la fisima di un pazzo esaltato. Egli è venuto in quanto inviato da Dio Padre ed è risorto da morte. Cosa che nessun altro fondatore di una religione ha fatto.

Perciò, i Vangeli sono libri storicamente veraci e non hanno inventato favole su Gesù (il “Cristo della fede”), ma hanno riportato quanto gli Apostoli e i primi discepoli avevano visto e sentito da lui.

d. Curzio Nitoglia



[1] L’espressione “Venturo”, ossia “colui che deve venire” ha, biblicamente, un significato messianico; infatti, lo stesso Giovanni Battista aveva parlato del Messia come “Colui  che deve venire dopo di me” (Mc., I, 7).

[2] La sostanza della sua dottrina è elevata, coerente e armonica; dà una risposta a tutte le questioni che agitano l’animo umano; ha fecondato tutta la civiltà greco/romana; è originale non avendo egli frequentato le scuole rabbiniche; è adatta a tutti gli uomini di tutte le razze e di tutti i tempi.

[3] La vita di Gesù è totalmente scevra dal disordine morale, anzi, è un condensato armonico di tutte le virtù, esercitate allo stato eroico e in maniera equilibrata: egli è fermo e forte ma non duro e aspro; è buono e misericordioso, ma non molle, effeminato e debolmente arrendevole; è amorevole ma non sentimentale.


 
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