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La “diplomazia coercitiva” – Preludio alla guerra
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Non fatevi ingannare dalle aperture diplomatiche di Washington verso Teheran. La saggezza popolare vorrebbe che gli USA stiano prendendo una nuova rotta per quanto attiene il confronto con l’Iran. Secondo un recente articolo apparso su Breitbart.com:

“Nei mesi finali del mandato l’amministrazione Bush sta cambiando rotta nei confronti dell’Iran. La speranza è che questo impegno possa scuotere lo sforzo attualmente stagnante di sciogliere i nodi irrisolti del discusso programma nucleare di Teheran, là dove i tamburi di guerra non potrebbero.”

Questo è completamente sbagliato. I tamburi di guerra stano ancora battendo una musica marziale, sia pure accompagnata da un coro “diplomatico”. Per avvicinarsi alla verità di ciò che sta realmente accadendo sul fronte della nostra ultima “crociata” in Medio Oriente, date un’occhiata a questo articolo del Washington Post sullo stesso tipo di manfrina “diplomatica”:

“Con i negoziati che appaiono attualmente una reale possibilità, l’amministrazione Bush, che sinora ha ampiamente subappaltato la diplomazia nucleare con l’Iran ai propri partners europei, sembra anche intenzionata a far sì che l’Iran senta la sua voce direttamente, piuttosto che filtrata da altri interlocutori…, i responsabili USA volevano essere certi che i colloqui preliminari non deviassero dalla rotta e perdessero di vista la domanda di sospensione (dell’arricchimento, n.d.t.).

Gli europei, che tendono a risentirsi della sfrenata arroganza di Washington, non vogliono assolutamente una guerra che distruggerebbe l’economia mondiale. Non si può contare che sia loro a consegnare a Teheran un messaggio del tipo: “arrenditi o morrai”. Questi sono semplicemente “preliminari amorosi”, se una cosa simile si può applicare ad uno stupro premeditato, e Dana Perino, portavoce della Casa Bianca, non ha avuto molto successo nel farli apparire accettabili:

“In sostanza non cambia alcunché, si tratta semplicemente di una nuova tattica. Vogliamo solo dimostrare in questo modo quanto siamo seri quando affermiamo che vogliamo tentare di risolvere il problema per via diplomatica.”

L’amministrazione Bush è interessata solo ad apparire seriamente intenzionata a risolvere pacificamente questo problema, quando in realtà questa “slancio” è semplicemente un nuovo gesto tattico mirato al reale obiettivo, che è il cambio di regime in Iran.

John Bolton, il neocon fautore della linea dura, è stato pronto nel denunciare l’amministrazione per quella che ha definito come “una completa capitolazione”, ma Philip Zelikow, in passato nel Dipartimento di Stato, ha colto perfettamente il senso quando ha dichiarato al Post:

“Per qualche tempo noi ed i nostri alleati abbiamo riflettuto come rinforzare il concetto basilare pur rimuovendo alcune rimostranze più superficiali. Questa mossa fa esattamente ciò, ma la posizione sostanziale rimane invariata.”

Quella a cui stiamo adesso assistendo è una variazione sul tema dello stesso preludio, quasi nota per nota, che abbiamo udito nella preparazione all’invasione dell’Iraq. Un gruppo “dissidente” delegato a ciò, convoglia ai propri padroni di Washington informazioni falsificate dei servizi segreti circa le “armi di distruzione di massa”, viene lanciata una campagna di propaganda ad ampio raggio, si impongono sanzioni, si fanno pressioni sugli alleati affinché si uniscano, e l’intero spettacolo va in scena, completo di colonna sonora a base di costanti minacce.

Niente cambia mai in questa amministrazione, a dispetto dei migliori sforzi dei “realisti” moderati, perché il Partito della Guerra è tuttora saldamente in sella, e perché entrambi i partiti sostengono il principio dell’egemonia americana. Le loro differenza si ritrovano solamente sulla strategia e sulle tattiche, e su questioni di stile e di toni, ma quando si arriva al punto, la dominazione americana su tutte le regioni e sul continente, “i politici si fermano al confine delle acque” come recita il vecchio adagio della politica estera.

Osservate per esempio il “dibattito” Fra MvCain e Obama: il primo vuole rimanere in Iraq anche per cento anni ma è completamente indifferente a ciò che sta accadendo in Afghanistan, mentre il secondo ritiene che dovremmo sganciarci dall’Iraq in modo tale da poter concentrare tutte le nostre risorse militari nel tentativo di riuscire a fare quello che non sono mai riusciti i sovietici (e i britannici), cioè assoggettare il popolo afghano.

Mentre questo teatrino di parte tiene il centro della scena, e il politico democratico Rahm Emmanuel, delegato di Obama, sbeffeggia McCain e Bush affermando che stanno seguendo le lineed guida del messia mulatto circa l’Iran, le ruote e gli ingranaggi della macchina del cambio di regime (in Iran, n.d.t.) stanno girando e ronzando, pronte a muoversi non appena giunga il momento. E qui è dove lo scenario della guerra contro l’Iran è stato pianificato un po’ diversamente dalla versione irachena: il tempo utile è considerevolmente ridotto, compresso nei mesi che rimangono prima della scadenza del mandato di Bush.

E mentre la sabbia scorre nella clessidra il Partito della Guerra sa che la sua finestra di opportunità si chiuderà presto. E mentre Obama è restio a sfidarli su questo terreno, ed ha fatto più della sua giusta parte di piaggeria verso la lobby israeliana (il principale fautore dell’azione militare contro Teheran), non è neppure incline a garantire che saranno a Teheran per l’estate del 2009, ed essi non vogliono prendere rischi non necessari. Così tutto questo può difficilmente significare che l’elezione di Obama ci salverà dall’andare a perpetrare ulteriori crimini di guerra in quella parte del globo. Giusto perché il candidato democratico sta usando l’argomento dell’Afghanistan per potersi definire “un democratico per la sicurezza nazionale”, abbastanza duro per essere il Comandante in capo, ma non è abbastanza duro da usare gli iraniani per dimostrarlo.

“Diplomazia coercitiva” è una espressione ad effetto che Obama ha usato più di una volta per descrivere il suo piano d’azione preferito e, quando si viene a parlare dell’Iran, io enfatizzerei il dato coercitivo dell’equazione rispetto a quello diplomatico. Le elites americane sono unanimi nel loro verdetto che gli USA debbano stabilire e mantenere una enclave americana in Medio Oriente: l’unico “dibattito” si ha a proposito del dove debba essere localizzata la base avanzata. McCain vuole l’Iraq, Obama preferisce l’Afghanistan.

L’ascesa di Obama si fonda su una promessa che non è preparato a fare e che non ha mai fatto. Se gli elettori se ne accorgeranno prima delle elezioni è poco importante, perché l’alternativa è cme minimo altrettanto cattiva e, probabilmente, peggiore.

Non abbiamo bisogno soltanto di un nuovo presidente: abbiamo dolorosamente bisogno di una nuova politica estera. O, piuttosto, di ritornare a quella vecchia, quella che traeva le sue origini direttamente dai principi tradizionali dei Padri Fondatori di questa nazione, che ci avevano messo in guardia contro l’avventurismo estero e che, soprattutto, avevano compreso che l’acquisizione di un impero d’oltremare sarebbe equivalso a prendere una pillola di veleno che avrebbe distrutto la forma repubblicana di governo per il bene del popolo.

Il popolo americano desidera un vero cambiamento, specialmente per quanto riguarda la follemente pericolosa politica estera, ma è improbabile che questa speranza si realizzi questa volta.

Ricordate: i nostri servizi segreti ci dicono che gli iraniani hanno abbandonato già da anni i loro sforzi di rendere militare la loro nascente tecnologia nucleare. Eppure sia McCain che Obama ritengono che l’Iran costituisca una “minaccia” agli USA; il secondo ha persino definito Teheran come “la più grande sfida strategica agli USA in quella regione in una sola generazione.” L’unico “cambiamento” che io prevedo sono i nomi delle nostre vittime oltremare, che noi definiamo nemici, li demonizziamo e poi li distruggiamo.

A proposito: nei termini previsti dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare che, a differenza di Israele, l’Iran ha sottoscritto, Teheran ha pieno diritto a sviluppare energia nucleare per usi pacifici. Date le lunghe code per i carburanti in Iran non c’è dubbio su quello che stanno facendo. Come noi anche loro capiscono che la scorta mondiale di petrolio è limitata e che, loro come noi, vogliono raggiungere un’illusoria “indipendenza energetica”, qualunque cosa ciò possa significare.
In ogni modo questa è un’illusione che noi non abbiamo intenzione di condividere con alcun altro, e certamente non con gli iraniani.

Justin Raimondo

Tradotto per EFFEDIEFFE.com da Arrigo de Angeli

Fonte >
  Antiwar.com


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