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Ergastolo al sergente Usa che uccideva i civili afghani
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Condannato Gibbs, il sergente statunitense che ammazzava civili afgani per divertimento e teneva membri come trofei

È stato condannato all’ergastolo Calvin Gibbs, 26 anni, sergente dell’Esercito americano, sposato e padre di un bambino in tenera età, che fra il gennaio e il maggio dell’anno scorso, quando era di stanza in Afghanistan, guidò la sua squadra a perpetrare, come passatempo, delitti di ogni genere contro la popolazione civile locale.

La corte marziale insediata nella base di Lewis-McChord presso Tacoma, nello Stato di Washington, lo ha infatti giudicato colpevole di tutti e quindici i capi d’imputazione, compresi tre di omicidio aggravato premeditato; per ognuno di essi la pena prevista era appunto il carcere a vita. L’accusa aveva chiesto che fosse esclusa per il sergente la possibilità di ottenere la libertà vigilata, ma i cinque membri della giuria l’hanno invece subordinata all’espiazione di almeno dieci anni di reclusione.

La vicenda, uno scandalo paragonabile a quello del 2004 per le sevizie a danno dei detenuti nel famigerato penitenziario iracheno di Abu Ghraib, ha rischiato di rendere ancora più tesi i rapporti tra l’amministrazione Usa e le autorità di Kabul. Tre subordinati di Gibbs si erano già dichiarati colpevoli e avevano accettato di deporre a suo carico, ottenendo in cambio verdetti relativamente meno pesanti, mentre il sottufficiale in giudizio ha tentato di sostenere di aver agito in combattimento o sotto attacco, e dunque per legitima difesa.

Il procuratore militare, maggiore Drè LeBlanc, ha replicato ricordando come Gibbs e i suoi uomini fossero soliti riferirsi agli afghani come a «selvaggi», e ed è sbottato: «Eccolo il selvaggio, il selvaggio è il sergente Gibbs».

L’interessato aveva del resto ammesso di aver mutilato a più riprese i cadaveri delle proprie vittime, tagliando loro le dita o strappandone i denti, per poi esibirli davanti ai commilitoni quali macabri trofei di guerra.

«Per me è come quando a caccia si asportano le corna a un cervo», è stata la sua allucinata auto-giustificazione. «Bisogna venire a capo di quello che si fa».

Nel corso del processo, durato una settimana, è emerso inoltre che Gibbs e gli altri erano soliti piazzare armi da fuoco sui resti degli afghani assassinati, per far credere che si trattasse di guerriglieri pronti a combattere e allontanare da sè eventuali sospetti.

Fonte >  Stampa.it


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