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Stop al greggio di Teheran Roma ha già un piano B
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L'Italia è il quarto cliente mondiale del petrolio iraniano

Se davvero l’Europa calerà l’«arma totale», per quanto riguarda sanzioni, vale a dire l’embargo petrolifero, la salvezza, per l’Italia, arriverà dalla Libia. C’è un filo doppio che lega le nostre importazioni di petrolio da Tripoli e Teheran. Crescono le prime, calano le seconde. E ora, nel dopo Gheddafi, con l’Eni che promette di tornare in Libia ai livelli pre-bellici entro la metà del 2012, lo scenario dei rubinetti chiusi nel Golfo fa un po’ meno paura. Perché noi siamo ancora il quarto cliente mondiale della Repubblica islamica (la Cina è il primo) e da lì arriva il 13 per cento del greggio che consumiamo.

Una fonte così importante spiega il fitto intreccio di relazioni economiche che si sono sviluppate dai tempi dello scià e sono proseguite dopo la rivoluzione khomeinista del 1979. Infrastrutture, macchinari, alta tecnologia, contro petrolio. Ancora nel febbraio 2010, il «Wall Street Journal» titolava sull’« asse Roma-Teheran» e denunciava le «zone d’ombra» negli scambi commerciali tra Italia e Iran, con «oltre mille aziende coinvolte» in tutti settori, compreso quello missilistico. Ma il distacco era già cominciato. L’andamento delle nostre esportazioni, in calo dal 2005, è chiaro. Le importazioni aumentano, ma perché aumenta il prezzo del petrolio.

Stare in Iran è un rischio enorme. Ottenere credito per fare affari lì, quasi impossibile. E Roma è allineata sulla posizione euro-atlantica. Già nel 2007 l’allora ministro degli Esteri Massimo D’Alema, secondo governo Prodi, avvertiva che «la prospettiva di un Iran con armi nucleari è inaccettabile» e assicurava che l'Italia era pronta a inasprire le sanzioni. Nel marzo 2009 il ministro degli Esteri Franco Frattini, quarto governo Berlusconi, rilancia le «preoccupazioni» al G8 a guida italiana. «L' Iran è una minaccia mortale per Israele - conferma adesso Gianni Vernetti, del Terzo Polo, già sotto segretario agli Esteri -. Ma è una minaccia per tutto il mondo. Il tabù dell’embargo petrolifero va superato. Dobbiamo agire in fretta. E la vittoria in Libia potrebbe essere la chiave per un’accelerazione». Anche perché se le nostre importazioni di greggio, dati dell’Unione Petrolifera, hanno avuto un picco di due milioni di tonnellate al mese (circa 400 mila barili al giorno) nel marzo scorso, allo scoppio della guerra libica, mentre ad agosto erano calate a 600 mila, mentre ricominciavano quelle da Bengasi. L’Eni, grande protagonista dello sviluppo dei campi petroliferi iraniani, «ha ristretto la propria presenza al minimo» e di fatto lascerà il Paese «appena i costi saranno recuperati». Tradotto: sta uscendo dai giacimenti South Pars e Darquain con tempi che le permettano di non rimetterci, visti gli investimenti miliardari. L'ultimo contratto, da 4 miliardi di dollari, concluso nel novembre 2009, è stato bloccato all’inizio del 2010.

A differenza dalla Libia, poi, la quota di petrolio importata direttamente dall’Eni è «minima». Nel 2010 erano 35 mila barili al giorno. Più difficile la situazione dei raffinatori italiani, che importano soprattutto Iranian Heavy, una qualità di greggio difficilmente sostituibile. Ma con le banche europee che da un anno non concedono praticamente più credito per gli acquisti dall’Iran, la situazione è già da pre-embargo. Ci salverà la Libia, si spera.

GIORDANO STABILE

Fonte > 
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