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Santo Natale. Al centro, l’Evento
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«In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era
, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini
;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l
hanno vinta.

(…)

E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito

che viene dal Padre,

pieno di grazia e di verità


(…)

Dio,
nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio

ed è nel seno del Padre,

è lui che lo ha rivelato
».


Il riferimento di San Giovanni è immediatamente trascendente. Entra nel Mistero, per poi calarsi nel martirio, etimologicamente inteso come testimonianza di un fatto. L’«in principio» colloca il prologo del quarto dei santi Vangeli direttamente in connessione con Genesi, da cui attinge lo scenario, per spiegarlo alla luce della definitiva Rivelazione. Il Logos eterno del Padre, Deva, in lingua semitica, lungi dal rappresentare una deriva gnostica dell’Apostolo amato, è invece prova radicale della natura dell’avvento cristiano: verità creduta perché credibile e perfettamente razionale, anche se immersa nell’infinito abisso di conoscenza ed amore, che è lo stesso Essere Divino, ineffabile ed inconoscibile in essenza.

Il Prologo sintetizza meravigliosamente tutte queste asserzioni, attraverso un tratto brevissimo e singolarissimo di schizzi antitetici. L’intento del figlio del tuono è quello di contrapporre alle tendenze mitiche/miticheggianti ed alla crescente gnosi degli anni 50 e successivi, un cristianesimo vero, radicato sull’evento unico ed irripetibile della storia: l’Incarnazione. Evidente il riferimento costante alla presa d’atto di tale evento: «e noi abbiamo contemplato la sua gloria»! La testimonianza di San Giovanni, come quella degli altri evangelisti, si colloca proprio come attestazione storica a cui prestar fede oppure no; non si tratta di contorsionismo cerebrale né di cervellotiche ed inconsistenti elucubrazioni di cosiddetta (perché falsa! Quando così si atteggi!) filosofia.

La critica razionalistica aveva bollato il testo di questo Vangelo come «meramente teologico»; in realtà, tale fraintendimento (in mala fede, perché non supportato da alcuna prova) si è visto progressivamente ridicolizzato di fronte al crescente aumento di ritrovamenti archeologici, che ne confermano precisione e cura del dettaglio. A San Giovanni interessa narrare solo certe cose, ma la lettura che da esse discende è direttamente proporzionale alla verifica del fatto. Tale santo Vangelo, soltanto da un esame di critica interna del testo (non intendo dilungarmi sulle conferme archeologiche, pur presenti, semmai in altro momento!) è stato redatto con molta probabilità intorno al 62 dopo Cristo.

Il lettore, avvezzo alle recenti (ultimi tre secoli) esibizioni deliranti di critici ed esegeti (ora più che mai tra i cattolici!) sbalordirà di fronte a tale asserto; è ormai accreditato dalla maggioranza degli esegeti (CEI inclusa): redazione, non prima del 100. Già, ma, per questi signori, c’è un problema che va a cozzare tremendamente con alcuni dati presenti nello scritto. San Giovanni ignora del tutto (come del resto i sinottici, a maggior ragione) la distruzione del Tempio di Gerusalemme.

Emblematico il passo della cacciata dei mercanti (capitolo 2, 18 e seguenti).

«I giudei allora presero a dirgli: ‘Quale segno miracoloso ci mostri per fare queste cose?’ Gesù rispose loro: ‘Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!’ Allora i giudei dissero: ‘Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?’ Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo; e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta».

Nessun riferimento, in nessun modo alla distruzione materiale del luogo di culto dell’Antico Testamento. Se San Giovanni, nello scrivere, avesse avuto davanti le macerie di quella costruzione, non avrebbe limitato il proprio commento «parlava del tempio del suo corpo» alla sola uccisione del Maestro. Se infatti avesse scritto intorno al 100 – o comunque dopo il 70  - vi avrebbe fatto cenno; appare strano il contrario. Questo per due ordini di ragioni:

- perché anche soltanto lo squarcio del velo del tempio (al momento della morte di Gesù) annotato nei sinottici, assume una profonda connotazione teologica (sparizione del culto antico e sostituzione col nuovo, come leggono i Santi Padri);

- la profezia di Gesù sulla distruzione avrebbe avuto modo di essere proclamata come vera a gran voce da tutti gli evangelisti; quale altra prova del carisma profetico di Cristo? Invece mentre la profezia c’è, ma manca il suo riscontro e quindi il commento ad essa (che nel caso di una redazione post-70 sarebbe stato inevitabile!!! Oltre che opportuno!).

Ma non è tutto. San Giovanni tradisce una geografia pre-romana!

Capitolo 5, versetto 2: «Vè a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici».

Attenzione! Tale piscina è stata completamente sotterrata dopo la rivolta giudaica (quella degli anni 70) e non più rinvenuta fino ai giorni nostri… che hanno visto il rivenimento anche del Litostroto, (Capitolo 19, versetto 13) «… Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà». 

Litòstroto
», greco, «luogo lastricato»; invece «Gabbatà» (in aramaico «altura»). I resti della piscina di Betesdà – perfettamente riconoscibile cinque portici: rettangolo irregolare, lungo circa 100 metri e largo da 62 a 80, con arcate sui quattro lati. Un quinto porticato colle­gava al centro i due lati più lunghi, spezzando così lo specchio d’acqua – furono ritrovati da uno scavo archeologico eseguito a Gerusalemme, seguendo le indicazioni di questo Vangelo; così come avvenne per il Litostroto o Gab­bata (cortile lastricato che misura oltre 2.000 metri quadri, pavimentato alla maniera romana, che si estende, dove si apriva il cortile dell’Antonia, la fortezza della guarnigione imperiale) il cui pavimento è proprio costituito da un lastricato e la cui ubicazione è proprio su un’altura! (Precisione assoluta nel doppio riferimento dell’Apostolo!).

Il particolare geografico attestante la veridicità del racconto, prende vigore nuovo dalla datazione del racconto stesso! Se San Giovanni avesse scritto dopo il 70, in luogo del presente «vè una piscina», avrebbe trascritto «vera». Si badi: non poteva esservi alcun interesse da parte del redattore del quarto Evangelo al non usare il verbo al passato; nessun intento apologetico di retrodatazione (all’epoca dello scritto, non esiste tale necessità!) proprio perché comunque parliamo di anni vicini al fatto (anche invero, qualora il testo risalisse al 100 dopo Cristo il suo valore storico sarebbe incommensurabile, dato il brevissimo lasso di tempo tra evento e racconto dello stesso; si confronti con l’intervallo temporale che intercorre normalmente per l’attestazione di altri fatti del mondo antico, per i quali, si accettano come attendibili narrazioni posteriori di diversi secoli!!!). Nulla di tutto ciò! San Giovanni disegna la geografia di quel che vede: parla di Gesù, di dove fosse, in quale circostanze, cosa dicesse e cosa facesse!

È proprio vero, «il cristianesimo si distingue dalle altre religioni del mondo proprio per il suo carattere storico. Le religioni di Grecia e Roma, di Egitto, India, Persia, dellOriente in generale, furono sistemi speculativi che non cer­carono neppure di darsi una base storica. Proprio al contrario del cri­stianesimo» (Rawlinson, Sir Henry Creswicke. Diplomatico e orientalista, Chadlington, Oxfordshire, 1810 - Londra 1895, uno dei fondatori degli studî assiriologici. Trascrisse la grande iscrizione cuneiforme di Dario sulla roccia di Bīsutūn e ne decifrò il testo persiano; raccolse antichità babilonesi, persiane e sabee che poi cedette al British Museum).

Alla luce di questo piccolo spunto di riflessione, approfittiamo del crepuscolo dell’Avvento, per immergerci nel Mistero, con quella certezza indubitabile dell’Evento unico, mai realizzato e perfino impossibile, se non per Dio!, di Gesù Cristo in una vera carne. Attraverso la sua Carne, e nell’ebbrezza del suo Sangue, possiamo attingere alla Vita Divina, per essere trasformati di gloria in gloria, nella luce infinita di chi tutto può.

Stefano Maria Chiari


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