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Euro, la moneta perde fascino
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L'Europa dell'Est non la vuole

BERLINO
- Guai a chi non suscita più l’entusiasmo dei neofiti, guai a un club in cui possibili membri di prestigio non ambiscono più a entrare. E’quanto sta succedendo all’euro con le economie, spesso forti e dinamiche, dell’Europa centrale e orientale. Proprio quei paesi, con in testa la Polonia, seconda locomotiva del continente, che con le rivoluzioni del 1989 sognarono di tornare a tutti gli effetti paesi centrali dell’Europa quali erano prima di Hitler e del comunismo, vedono crollare nelle loro opinioni pubbliche la voglia di entrare a far parte della moneta unica. Per cui le leadership politiche devono adeguarsi, pur non rinunciando alle loro politiche di consolidamento dei bilanci. Vediamo alcuni casi.

La Polonia appunto, cioè l’economia più grossa, il paese demograficamente (38 milioni di abitanti), politicamente e militarmente più importante di quella che Donald Rumsfeld chiamò “la nuova Europa”, ha perso l’entusiasmo per l’euro. Negli ultimi sondaggi, quasi tre quarti dei suoi cittadini sono contro l’addio allo zloty, e solo il 22 per cento a favore. La Banca centrale e il governo liberal del premier Donald Tusk, che pure sono convinti europeisti e attuano da tempo un rigore alla tedesca, dicono che entrare nell’unione monetaria resta un obiettivo strategico, anche per non sentirsi politicamente tagliati fuori dal nocciolo duro della Ue. Ma il disamore dell’opinione pubblica pesa, ed è un fatto

nuovo. Varsavia vanta da anni una solida crescita economica (crescita media del prodotto interno lordo del 4 per cento e oltre, più della Germania), basata su economia reale e crescita del ceto medio e quindi del mercato interno. Il debito pubblico è stato ridotto ed è entro i parametri di Maastricht. Sforati ancora da disavanzo e inflazione, conseguenza inevitabile della spesa pubblica anticrisi con cui il paese ha superato le scosse internazionali del 2008-2009 e di quest’anno, ma terapie dure di risanamento sono in atto per riportare ogni indice entro i tetti di Maastricht l’anno prossimo o nel 2013. L’economia polacca è saldamente integrata con quella tedesca, lo zloty è relativamente stabile a quota circa 4,3 su un euro, ma della moneta unica la gente non si fida.

Non è diversa la situazione nella Repubblica cèca, piccola ma moderna e prospera potenza industriale a tecnologia avanzata. 70 cittadini su cento sono contro l’addio alla corona, solo 18 su cento vogliono l’euro. Il premier Petr Necas ha chiarito che un’entrata nella moneta unica non è in programma fino alla scadenza del suo mandato, nel 2014. Scetticismo verso l’euro anche in Bulgaria, pure paese piccolo e molto meno industrializzato dei due sopra menzionati. E in Lituania, dove 49 cittadini su cento dicono no all’euro e solo 43 lo vorrebbero. Incertezza in Ungheria, governata dal premier nazionalista-autoritario Viktor Orban, e in preda a una grave crisi tra recessione e debito, con i negoziati con Ue e Fmi per un credito che eviti il rischio default (credito previsto tra 15 e 20 miliardi di dollari) sospeso a causa delle ennesime svolte autoritarie e dell’esautoramento della Banca centrale. Il presidente Pal Schmitt, creatura di Orban, parla comunque di entrata futura nell’euro come necessità economica, ma resta da vedere se Budapest soddisferà mai i parametri del Patto di stabilità. Scetticismo e timori infine si colgono anche nei paesi (Estonia, Slovacchia, Slovenia) che hanno già adottato l’euro. La solida crescita della Polonia senza euro e la robusta economia industriale cèca suscitano ammirazione e forse invidia.

Andrea Tarquini

Fonte >  Repubblica.it


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