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Il potere e la grazia: cristianesimo e «scontro di civiltà» (III)
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La disillusione di «cristianisti» ed «atei devoti» sul Papa pellegrino in Terra Santa

Lo hanno già notato, su questo stesso sito, Maurizio Blondet e don Curzio Nitoglia. Il Papa nel suo recente viaggio in Terra Santa non si è fatto usare dal governo sionista della Palestina occupata ed ha rimarcato senza eccessive prudenze diplomatiche che quello dei palestinesi, cristiani e mussulmani, ad uno Stato libero è un sacrosanto diritto naturale, che nessuno può impunemente violare senza temere che prima o poi la mano divina ponga tragicamente fine alla protervia dell’arroganza.

I discorsi del Papa in Terra Santa, che chiunque può leggere cercando su internet (sui sito di Avvenire o dell’Osservatore Romano o del Vaticano sono riportati integralmente), sono stati una doccia fredda non solo per i sionisti, esplicitamente accusati di violare il diritto di un altro popolo, ma anche per i «cristianisti» e gli «atei devoti» qui in Occidente.
Nel suo discorso nella moschea dedicata alla memoria di re Hussein di Giordania, il Papa ha freddato anche l’arroganza illuminista dei «nuovi atei», ricordando agli islamici che si deve tutti, islamici, ebrei e cristiani, le tre «famiglie» abramitiche, essere molto prudenti ed evitare che la Fede di Abramo, la Rivelazione del Dio trascendente, non sia usata per coprire indicibili interessi geopolitici o per giustificare teologicamente progetti politici che con la fede medesima nulla hanno a che fare. Infatti, ha ricordato il Papa, gli illuministi e gli atei cercano illusorie sponde d’appoggio nelle debolezze dei figli carnali e spirituali di Abramo quando essi, anteponendo le questioni terrene al Dio della Rivelazione, più o meno consapevolmente finiscono per prostituire il Santo Nome Divino ad egemonie mondane. Il Papa ha ricordato sia ai cristiani che agli islamici ed agli ebrei che siamo tutti sono chiamati: «ad assumer(ci) il dovere e a godere del privilegio di dare insieme testimonianza della pacifica coesistenza a lungo desiderata dagli adoratori dell’unico Dio» (discorso a Gerusalemme) allo scopo di respingere al mittente l’accusa, esplicitata dal laicismo illuministico, come nel caso sopra visto di Assmann, circa la presunta intolleranza della fede nel Dio di Abramo.

Infatti è proprio dalla disponibilità che dimostrano i rispettivi fondamentalismi, una fenomenologia questa dei «fondamentalismi» che deriva dalla patologia della religione nei tempi moderni e non certamente di per sé dalla Rivelazione, a piegarsi alle esigenze huntingtoniane dello «scontro di civiltà» che i nuovi atei ed i nuovi pagani invocano l’eclisse del sacro o il ritorno al paganesimo ossia, in termini moderni, la risoluzione/imprigionamento della fede nel privato individuale come, a partire da Lutero, è accaduto in Occidente.

Leggendo i commenti di parte ebraica, «cristianista» ed «ateo devota» sulla stampa nei giorni del viaggio papale era del tutto evidente il bisogno di rimarcare una lettura «occidentalista» del pensiero di Ratzinger, alla quale - bisogna ammetterlo - lo stesso Ratzinger suo malgrado ha prestato il fianco negli ultimi anni, quelli coincidenti con le guerre di Bush. Una esegesi tuttavia del tutto fuorviante per chi con le opere del Papa si voglia davvero confrontare e, soprattutto, voglia leggerle a tutto tondo e senza la recondita intenzione di trovarvi giustificazioni per le proprie idee filosofico-politiche o i propri interessi geo-politici.

Scrive Giorgio Israel: «Per Ratzinger il rapporto tra cristianesimo ed ebraismo è costitutivo del cristianesimo stesso (…). Di natura diversa è il rapporto con l’islam con cui non esiste una relazione speciale e s’impone invece la dimensione del dialogo. Ciò era evidente nel discorso di Ratisbona che indicava la sintesi tra spiritualismo (sic!) ebraico-cristiano e razionalismo (altro sic!) ellenico come radice della civiltà europea» (29). Israel, nello stesso articolo, porta a dimostrazione una citazione di Ratzinger: «Il congedo dei cristiani dall’Antico Testamento avrebbe la conseguenza di dissolvere lo stesso cristianesimo». Con il che Giorgio Israel ha fatto la scoperta dell’acqua calda. Infatti che la radice del cristianesimo sia l’ebraismo è cosa che la Chiesa ha sempre saputo e dichiarato. Tutto sta nel precisare, cosa che Israel artatamente non fa, che l’Antico Testamento ha trovato il suo finale esito ed adempimento nel Nuovo Testamento, sicché restare all’Antico, ovvero leggerlo senza la Luce del Nuovo che dà il vero senso all’Antico, significa essere, come sono per l’appunto gli ebrei, su una strada errata il cui esito è l’aberrante etnocentrismo religioso a pretese universalistiche al quale abbiamo fatto cenno. E’ appunto quel che afferma il teologo Ratzinger: «In questo modo - egli scrive - , in qualità di cammino, Antico e Nuovo Testamento sono tra loro collegati. L’Antico Testamento appare nel suo insieme al cristiano come marcia di avvicinamento a Cristo; solo quando perviene a Cristo, diventa chiaro quel che intendeva propriamente dire, quel che passo dopo passo significava. Così i singoli elementi ricevono il loro senso dal tutto, e il tutto riceve il suo significato dal fine a cui tende, da Cristo. Perciò noi interpretiamo teologicamente nella maniera giusta il singolo testo - come i Padri e la fede della Chiesa hanno sempre insegnato in tutti i tempi - solo se lo comprendiamo come tratto di un cammino progressivo, solo se riconosciamo in esso la tendenza, l’orientamento intrinseco di questo cammino» (30). Giorgio Israel fraintende il pensiero di Ratzinger anche a proposito dell’incontro tra fede biblica ed ellenismo. Infatti, basta rileggere quanto sopra riportato circa la confutazione di Assmann, e meglio ancora l’intero libro dal quale la citazione è stata tratta, per comprendere che Ratzinger non dice affatto che la filosofia greca sia una sorta di integrazione estranea alla fede di Israele. Anzi egli, contrariamente a coloro che criticano l’ellenizzazione della fede come un’operazione storico-filosofica illegittima, in altra parte dell’opera citata mostra che l’incontro della fede biblica con la filosofia greca, che ha avuto inizio già in tempi precristiani, è stato in realtà il «rivestirsi», il «tradursi», della fede nei panni di un pensiero filosofico che, lungi dal tradire la fede di Abramo, ha consentito provvidenzialmente alla fede medesima, nel momento del suo approdo all’universalismo, che in Cristo segna il superamento, finalmente, dell’esclusivismo tribale ebraico, di dotarsi di una struttura di pensiero e di un linguaggio per l’appunto universali perché frutto della ragione umana il cui principale attributo è proprio di essere, in essenza e nel suo sforzo di ricerca della verità, comune a tutti gli uomini. La filosofia greca, che non era la religiosità pagana, anzi, pur prendendo originariamente spunto da essa, ne è stata poi la demolitrice critica, era mossa dallo sforzo verso un’esigenza, non particolaristica, di verità, espressione dell’umana e pertanto universale ricerca del vero. In tal senso Socrate, Platone ed Aristotele appaiono come una sorta di filosofici «profeti» pagani che agiscono a fianco dei profeti veterotestamentari nella preparazione dell’Avvento di Cristo. Ma se così stanno le cose, e stanno esattamente così, non si può affermare, come fa Giorgio Israel, piegando il pensiero del Papa a mera propaganda filo-occidentale, che nel discorso di Ratisbona Ratzinger avrebbe indicato nell’incontro tra Gerusalemme ed Atene le radici della, sola, «civiltà europea» (mal)intesa, da Israel, come sinonimo di «Occidente». In  realtà, in quel discorso, Benedetto XVI ha affermato ben altro: ossia ha definito l’incontro tra fede biblica e pensiero greco provvidenziale in quanto ha preparato la strada al Cristianesimo, che è universale, e non ad una civiltà meramente particolare in conflittuale confronto con altre civiltà «inferiori», secondo lo schema huntingtoniano dello «scontro di civiltà». Inoltre in quel medesimo discorso Ratzinger ha ricordato che quella, provvidenziale e riuscita, fusione tra fede biblica e filosofia greca fu dissolta proprio dal nascente occidente, il cui momento iniziale è da identificare secondo il Papa con la catastrofe luterana, a partire dal XVI secolo, ossia a partire dall’alba della, per sionisti, atei devoti e cristianisti, «radiosa» modernità.

Per quanto poi concerne lo speciale rapporto che lega ebraismo e cristianesimo, che Giorgio Israel evidenzia in termini sibillini, ossia al modo ebraico nell’intento cioè di ridurre il cristianesimo ad una mera variante di second’ordine dell’ebraismo, come se l’ebraismo attuale fosse ancora quello autentico, la paolina «radice santa», ovvero fosse ancora lo stesso ebraismo veterotestamentario dei tempi di Cristo, e non invece una sua degenerazione talmudica, vogliamo ricordare, a Giorgio  Israel ed a tutti coloro che come lui credono che Ratzinger abbia sconfessato la tradizionale teologia della sostituzione anziché averla, come in verità, semplicemente riformulata in un senso che toglie alla stessa ogni possibile tratto o ambiguo esito marcionita, quanto l’attuale Pontefice ha scritto nell’opera già citata: «La fede di Israele presentata nella Septuaginta mostrava l’accordo tra Dio e il mondo, tra ragione e mistero. Essa dava direttive morali, ma mancava di qualcosa: il Dio universale era comunque legato a un determinato popolo; la morale universale era legata a forme di vita molto particolari, che fuori di Israele non si potevano affatto praticare; il culto spirituale era pur sempre vincolato ai rituali del Tempio che certo si potevano interpretare simbolicamente, ma in fondo erano superati dalla critica profetica e non potevano essere fatti propri da parte di animi in ricerca. Un non ebreo poteva trovare posto soltanto ai margini di questa religione, rimanere ‘proselito’, poiché l’appartenenza piena era legata alla discendenza carnale da Abramo, a una etnia. Rimaneva il dilemma se era necessario, e in quale misura, l’elemento specifico giudaico per poter servire rettamente questo Dio e a chi spettasse tracciare il confine tra quanto era irrinunciabile e quanto invece era storicamente accidentale o superato. Una piena universalità non era possibile, poiché non era possibile un’appartenenza piena. A questo livello è stato il Cristianesimo a praticare per primo una breccia, ad ‘abbattere il muro’ (Ef. 2,14) in un triplice senso: i legami di sangue con il capostipite non sono più necessari, poiché è il legame con Gesù a determinare la piena appartenenza, la vera parentela. Ognuno può ora appartenere totalmente a questo Dio, tutti gli uomini sono in grado e sono autorizzati a divenire suo popolo. Gli ordinamenti giuridici e morali particolari non obbligano più, essi sono divenuti un precedente storico, poiché nella Persona di Gesù Cristo tutto è ricapitolato e chi lo segue porta in sé e adempie l’intera essenza della Legge. Il culto antico non è più in vigore, è stato abrogato con l’offerta di Sé che Gesù ha fatto a Dio e agli uomini. E’ essa ora il vero sacrificio, il culto spirituale, in cui Dio e l’uomo si abbracciano e vengono riconciliati; e… l’Eucarestia ne risulta la reale e certa garanzia sempre presente» (31).

Resta ancora la questione Islam. Certamente, e giustamente, Benedetto XVI/Ratzinger non ha mai parificato, in rapporto al Cristianesimo, l’islam e l’ebraismo. Egli ha sempre sottolineato che l’Islam è ad una distanza in qualche modo «remota» dal Cristianesimo laddove la distanza dell’ebraismo, quello vero, non quello post-biblico, è «prossima». Ciò però non può leggersi come fanno Giorgio Israel e George Weigel, ma anche Rodney Stark, Antonio Socci e Massimo Introvigne, alla stregua di una esclusione dell’islam dal retaggio abramitico, come se si trattasse di una religione «pagana» o di una mera «cultura», magari germinata da qualche eresia cristiana o giudeo-cristiana. Non può leggersi in tal modo il rapporto tra Cristianesimo, Pienezza della Verità, ed islam, e non lo legge in questo modo il Papa, per il semplice fatto che la fede islamica, prima che coranica, è anch’essa biblica dal momento che è attestata dal Genesi la promessa, «ne farò una grande nazione» (Genesi, 17, 20), che Dio fa ad Ismaele, il figlio di Abramo e della schiava Agar, cacciato dalla gelosia di Sara, la moglie legittima del Patriarca. Ismaele però è allontanato anche per un ordine del Signore, rivolto ad Abramo (Genesi, 21, 8-21). Infatti nel Suo disegno ad Ismaele non spettava appartenere alla linea legittima della Promessa in Isacco e Giacobbe, fino a Cristo, ma ad una linea collaterale (Genesi, 17, 19-21) che però si risolverà anch’essa, come quella deviata degli ebrei post-biblici, in una direzione escatologicamente cristocentrica, che si manifesterà in pieno quando Cristo tornerà ed anche ebrei ed islamici lo riconosceranno nella Sua Divino-Umanità. Ismaele, dal quale per la Scrittura discendono «teologicamente» gli arabi, è biblicamente la voce degli illegittimi esclusi dalla promessa messianica ma pur sempre figli di Dio-Padre e dunque del tutto interni alla Rivelazione. Il Papa, grande esegeta della Scrittura, tutto questo lo ha perfettamente presente come già lo aveva presente un suo predecessore, il teocratico, e «pre-crociato», Gregorio VII che, anticipando Nostra Aetate (rettamente intesa), si rivolgeva nell’XI secolo ad an-Nâsir, emiro della Mauritania, in questi termini: «Quanta bontà il Creatore di tutto, Iddio, senza del quale non possiamo fare niente di buono e nemmeno pensarlo, ha ispirato al tuo cuore; Lui che illumina la tua mente in questa intenzione (di scrivermi). Infatti Iddio Onnipotente, il quale vuole fare salvi tutti gli uomini, e che nessuno si perda, non c’è nulla che in noi approvi di più, che l’uomo dopo aver amato se stesso, ami gli altri uomini, e che quello che non vuole si faccia a lui non lo faccia lui agli altri (Matteo VII, 12). Quindi questa carità, Noi e Voi a noi specialmente più che alle altre genti dobbiamo, perché crediamo e confessiamo un unico Dio, sebbene in modo diverso, perché ogni giorno noi l’adoriamo quale creatore dei secoli e governatore di questo mondo, e veneriamo; infatti, come dice l’Apostolo, ‘Egli è la nostra pace che fa di noi due una cosa sola’. Questa tua grazia concessati da Dio molti nobili dei romani che la riconoscono attraverso Noi, ammirano, e predicano la bontà e le tue virtù. Lo sa Iddio quanto desideriamo a tuo onore nella vita presente e in quella futura e preghiamo con il cuore e con la bocca affinché Dio stesso ti conduca dopo una lunga vita nel seno della beatitudine del Santissimo Patriarca Abramo» (32).

Proviamo ora a confrontare le predette espressioni di un Papa medioevale, capace all’occasione di bandire una peregrinatio armata, ossia una «crociata», con quelle di un Papa, post-moderno, come Benedetto XVI per verificarne l’incredibile, «misteriosa», assonanza: «Luoghi di culto, come questa stupenda moschea di Al-Hussein Bin Talal intitolata al venerato re defunto, si innalzano come gioielli sulla superficie della terra. Dall’antico al moderno, dallo splendido all’umile, tutti rimandano al divino, all’Unico, all’Onnipotente. Ed attraverso i secoli questi santuari hanno attirato uomini e donne all’interno del loro spazio sacro per fare una pausa, per pregare e prender atto della presenza dell’Onnipotente, come pure per riconoscere che noi tutti siamo sue creature (…).

Mussulmani e cristiani, proprio a causa del peso della nostra storia comune così spesso segnata da incomprensioni, devono oggi impegnarsi per essere individuati e riconosciuti come adoratori di Dio fedeli alla preghiera, desiderosi di comportarsi e vivere secondo le disposizioni dell’Onnipotente, misericordiosi e compassionevoli, coerenti nel dare testimonianza di tutto ciò che è giusto e buono, sempre memori della comune origine e dignità di ogni persona umana, che resta al vertice del disegno creatore di Dio per il mondo e la storia (…). Pertanto… dovrebbero… cristiani e mussulmani… sondare ancor più profondamente l’essenziale rapporto fra Dio ed il suo mondo, … perché la società si accordi armoniosamente con l’ordine divino (…). I Cristiani… descrivono Dio, fra gli altri modi, come Ragione creatrice, che ordina e guida il mondo. E Dio ci dota della capacità a partecipare a questa Ragione e così ad agire in accordo con ciò che è bene. I mussulmani adorano Dio, Creatore del Cielo e della Terra, che ha parlato all’umanità. E quali credenti nell’unico Dio, sappiamo che la ragione umana è in se stessa dono di Dio, e si eleva al piano più alto quando viene illuminata dalla luce della verità di Dio (…). Una simile comprensione della ragione, che spinge continuamente lo spirito umano oltre se stesso nella ricerca dell’Assoluto, pone una sfida: contiene un senso sia di speranza che di prudenza. Insieme, cristiani e mussulmani sono sospinti a cercare tutto ciò che è giusto e retto» (33).

Tutto ciò naturalmente non toglie affatto, anzi rimarca fortemente, ed il Papa non manca certamente di ricordarlo ad ogni occasione, che tra Noi e Loro vi è, ancora, una discriminante che resta essenziale e che costituisce il duplice dogma fondamentale della Fede Cristiana: la Uni-Trinità di Dio e la Divino-Umanità di Cristo. Su questo ogni dialogo non può che arrestarsi in attesa che anche il cuore islamico, come quello ebraico, si apra, per la via che il Signore stesso gli ha tracciato in Ismaele, in prospettiva escatologica ai misteri irrinunciabili della fede cristiana. Quindi nessun riconoscimento da parte cristiana dell’islam come presunto «sigillo della Profezia» ma solo riconoscimento, secondo il Genesi, di un ruolo cristocentrico che i discendenti di Ismaele sono stati chiamati a svolgere, secondo l’imperscrutabile, o il non del tutto perscrutabile, disegno dell’Altissimo.
Del resto, in ambito cattolico, vi è una tradizione francescana di intensi e cordiali rapporti con l’islam risalente, appunto, all’incontro nel 1209 tra Francesco ed il sultano d’Egitto, Malik al-Kamil, a Damietta, durante la quinta crociata. Del tutto infondata storicamente è la tesi di un Francesco «ecumenista ante litteram». Infatti, gli storici sanno molto bene che Francesco, il quale dell’obbedienza a Santa Romana Chiesa fece un emblema della sua proposta di spiritualità evangelica, andò in Egitto per fare a modo suo, appunto in santa obbedienza al Papa che l’aveva bandita, la «crociata», ossia il «pellegrinaggio armato», e dunque per predicare Cristo al sultano. Il quale da parte sua, secondo gli usi del miglior islam, accolse benevolmente quello strano «sufi cristiano» (Francesco in effetti indossava un saio di lana esattamente come i sufi islamici) e, secondo le coeve fonti cristiane, stava quasi per convertirsi (mentre quelle islamiche tacciono o sorvolano su questa «tentazione» del sultano). E’ comunque cosa storicamente certa che al momento di congedarsi da Francesco, Malik al-Kamil espresse al santo assisiate il desiderio che lui pregasse il Signore affinché gli facesse comprendere quale delle tre fedi abramitiche fosse quella vera.

L’incontro tra Francesco ed il sultano consentì dopo qualche decennio a Federico II di concordare, senza spargimento di sangue, la, temporanea, restituzione alla Cristianità di Gerusalemme da parte islamica. Da questo incontro è anche nata la simpatia islamica per i francescani che dura tuttora e che in passato, sotto dominio ottomano, ha permesso alla Chiesa di conservare, nell’amministrazione della Custodia Francescana di Terra Santa, la propria presenza in Palestina, presenza che continua anche oggi. Giustamente c’è chi a proposito dell’incontro tra Francesco e Malik al-Kamil ha parlato di «evento-fondatore», di una manifestazione della «cortesia di Dio», con riferimento ad una prospettiva escatologica e cristocentrica ancora al di là dal dispiegarsi del tutto. Non si dimentichi che, stando al Corano, alla fine del mondo Colui tornerà a sconfiggere definitivamente l’al-Dajjal, l’Impostore, lo Sciancato, ossia l’Anticristo, sarà Isa figlio della Santa Vergine Myriam: Gesù Cristo figlio di Maria Vergine. Quel giorno i mussulmani comprenderanno finalmente che quell’Isa, che il Corano chiama «Verbo (o Segno) di Allah» e proclama nato da una Vergine per opera dello Spirito, non è semplicemente un profeta, benché superiore allo stesso Maometto, come essi oggi ancora credono, ma è la Seconda Persona del Dio Unitrino che si è Incarnata. Capiranno, anche i mussulmani, che Gesù Cristo è Dio fattosi Uomo e che questo mistero è insito persino nel loro testo sacro. Coloro che mestano nel torbido: sionisti, neocon e «cristianisti»

La grande prova di non allineamento ai desiderata huntingtoniani di Benedetto XVI non è affatto passata inosservata. Tutta la grande stampa israeliana ha lamentato il fatto che il Papa, allo Yad Vashem, ha tenuto un discorso certo commovente ma, a giudizio dei commentatori israeliani, troppo diplomatico. Per i mass-media israeliani Benedetto XVI, colpevolmente, non ha celebrato la «teologia dell’olocausto» e non ha fatto «mea culpa» in quanto Papa ed in quanto tedesco per le (presunte) corresponsabilità nelle colpe del nazismo. Il gran rabbino gli ha persino sarcasticamente ricordato che mentre lui era in un lager egli, Ratzinger, era fuori, dimenticandosi però di dire che, pur ragazzino, in cuor suo Ratzinger si opponeva al regime e che il padre del Papa fu oppositore aperto di Hitler.

Come si vede, a dispetto di tutti coloro che, come Giorgio Israel, Massimo Introvigne, Antonio Socci, si affaticano a rimarcare la presunta maggior facilità al dialogo con gli ebrei rispetto agli islamici, è proprio con il mondo ebraico che Benedetto XVI ha trovato, anche in questa occasione relativa al viaggio in Terra Santa, forti difficoltà a farsi capire ed accettare. E non solo con il mondo ebraico israeliano ma anche con gli ebrei qui in Europa. Ad esempio, Abraham B. Yehoshua, scrittore israeliano progressista, si è detto deluso dal Papa. Egli avrebbe voluto l’ammissione delle responsabilità e dei silenzi della Chiesa per l’«olocausto» (34).

Ma colui che da noi ha maggiormente cercato di intorbidire il senso della visita del Papa in Terra Santa è stato il solito Gad Lerner (35). Secondo Lerner, che prova anche a contrapporre Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, dimenticando la stretta collaborazione che sussisteva tra i due, l’attuale Pontefice non è capace di saltare l’ostacolo della teologia. Rilievo che nelle intenzioni di Lerner è come dire che il Papa non mette da parte Gesù Cristo in nome del dialogo con gli ebrei, la cui persistenza come popolo è, secondo l’ignoranza lerneriana della dottrina di fede cristiana, un mistero sul quale Benedetto XVI, in questo, rispetto al più «mistico» Wojtila, troppo teologo, e la sua Chiesa non hanno ancora riflettuto. Già, in altre occasioni, abbiamo avuto modo di far rilevare a Lerner che quella della persistenza ebraica dopo Cristo è un fatto del quale sia gli Apostoli sia i Padri della Chiesa hanno già dato adeguata interpretazione, nel senso della finale conversione degli ebrei ma anche nel senso del ruolo ambiguo al quale l’inquietudine ebraica post-biblica, dovuta, a causa del misconoscimento del vero Messia, ad un insoddisfatto desiderio di messianicità, condanna gli attuali israeliti. La storia dell’Israele post-biblico è piena di esempi che dimostrano la verità dell’esegesi cristiana circa gli ebrei post-biblici. E non solo la storia post-biblica dell’ebraismo ma anche la storia dei suoi influssi nel cammino dell’umanità. Il marxismo, ad esempio, può in un certo senso leggersi esattamente come una traduzione filosofica dell’insoddisfatta inquietudine messianica ebraica tutta tesa alla realizzazione nell’aldiquà del «Regno della Pace e della Libertà universali». Se si vuole, l’intera modernità e post-modernità, con le proprie ansie e pretese millenaristiche, quelle alle quali a proposito della globalizzazione fa riferimento anche Giulio Tremonti nel suo libro sopra esaminato, sono «marchiate» da questa inquietudine messianica rovesciata di origine ebraica post-biblica. Tuttavia Lerner gioca di fioretto facendo leva proprio sul problema generale che stiamo esaminando nelle sue implicanze epocali, ossia quello del rischio «identitario» ovvero «neoconservatore» che oggi tenta il mondo cattolico. Confondendo i piani, Lerner «provoca» il Papa affermando che le sue frenate da teologo circa l’apertura al mondo ebraico sarebbero un cedimento ai propugnatori della visione identitaria del Cristianesimo che vogliono mettere la fede «tra parentesi» ossia autolimitare il dialogo con gli ebrei. Mentre, d’altro canto, osserva ancora Lerner, lo stesso Benedetto XVI, il che spiegherebbe i suoi tentennamenti, sarebbe tentato da un dialogo paritario come sforzo comune tendente all’«Unica Luce». Qui la provocazione lerneriana è palese. Lerner dimostra di non aver letto nulla di Ratzinger e facendo leva sugli equivoci che la destra cattolica neoconservatrice, annidata, come un topo nel formaggio, in testate del tipo Il Foglio, Libero, Il Giornale, sta da anni spargendo, utilizzando Ratzinger come un presunto «Papa crociato a stelle e strisce», ha buon gioco non solo, come detto, ad opporre Papa a Papa ma anche a tenere sotto scacco i cattolici in una presunta scelta, tertium non datur, tra «cristianesimo identitario», ossia «cristianismo», e «cristianesimo relativista», ossia «ecumenista». Ora, messa la cosa in questi termini, è inevitabile ai cattolici dividersi secondo lo schema politico «destra/sinistra», tutto a vantaggio dello «scontro di civiltà». Ma, grazie a Dio, le cose non stanno così.

Il boccone avvelenato che Lerner getta nell’arena è infatti fin troppo attraente, se non si fa attenzione, per chi segnala da tempo il pericolo «cristianista» speculare a quello «irenista». Scrive, infatti, Lerner: «’incontro spirituale tra i monoteismi di matrice abramitica… implica il riconoscersi nella fede per l’Unico Dio senza metterla ‘ra parentesi’ E senza pretendere che l’islam resti tagliato fuori dal dialogo, quasi che la sua genesi successiva alla comune radice biblica lo condanni al rango di deviazione satanica. Le vie della fede sono misteriose e tali restano anche quando intersecano dolorosamente la storia delle religioni. Ciò impone al teologo Ratzinger di porsi domande temerarie, oltrepassando i confini della tradizione» (36). Qui Lerner dice cose giuste a proposito dell’islam che non deve essere tagliato fuori come deviazione satanica. Lo abbiamo detto anche noi. Ma naturalmente a Lerner dell’Islam non importa molto. Anzi non importa niente. Quel che la sua provocazione sottende, come si capisce leggendo per intero l’articolo in questione, è che il Papa le domande temerarie e l’oltrepassamento della Tradizione lo faccia in direzione del riconoscimento dell’Israele post-biblico come agente messianico al posto, o perlomeno a fianco, di Cristo. Ma è proprio questo che il Papa non potrà mai fare, pur dialogando con islam ed ebraismo post-biblico. Come sopra si è cercato di spiegare, è fuor di dubbio, proprio stando alla Scrittura ed alla Tradizione, che anche ebrei ed islamici sono parte del Disegno di Salvezza. Ma, cristianamente, lo sono, come dire, «a latere». Nel senso che la loro via, per itinerari che al momento non possiamo ancora ben comprendere, anche perché passano per il cuore degli uomini e per il livello provvidenziale, li porterà, un giorno, che non ci è dato di conoscere anticipatamente con esattezza, a Cristo, finalmente da essi tutti riconosciuto Dio-Uomo. Questa è l’unica posizione che consente ai cattolici di evitare sia l’errore «cristianista», e quindi di farsi servi sciocchi di un progetto politico huntingtoniano e neoconservatore, al momento in sonno ma sempre pronto a rifarsi vivo non appena le condizioni lo consentiranno, sia l’errore «irenista», che spoglia i cattolici della loro fedeltà al Signore facendone gli scemi del villaggio globale color arcobaleno.

Lerner, sempre pronto a chiedere che ciascuno relativizzi la propria identità religiosa e culturale, non lo abbiamo mai, ripetiamo «mai», sentito, rivolgere la stessa richiesta ai suoi confratelli ebrei. Qui, al contrario, scatta anche in Lerner la tipica «dissimulazione ebraica»: quel che vale per noi, ossia il nostro intoccabile diritto all’identità, non può valere per i goym che invece devono, nell’interesse della tranquillità ebraica, rinunciare a pretese troppo «identitarie». Perché popoli gentili troppo coscienti di sé nell’ottica ebraica sono avvertiti sempre come un pericolo. Una vecchia storia, anche questa, che fa parte a pieno titolo dell’ambigua inquietudine dell’Israele post-biblico, alla quale abbiano fatto cenno. Ecco perché il governo e la stampa israeliana non hanno gradito (si veda l’esplicito «no» che Netanyahu ha sbattuto in faccia a Benedetto XVI) un Papa che, non appena giunto in Israele, per prima cosa ha chiesto, con voce forte e chiara, una patria libera per i palestinesi: e lo ha chiesto ad Israele ossia allo Stato che attualmente occupa illegittimamente le terre arabe.

Dopo Lerner, Norman Podhoretz, padre del neoconservatorismo, è stato tra quelli che maggiormente hanno dato voce alla delusione sionista e neocon circa la «perfomance» del Papa in Terra Santa. Secondo Podhoretz il Papa nel discorso a Peres, presidente di Israele, è scivolato nella trappola dell’quivalenza morale tra ebrei e mussulmani, ebraismo ed islam (37). Una grave colpa questa agli occhi di sionisti e neoconservatori di tutte le risme. Compresi quei cattolici tradizionalisti che da anni si sono accomodati, un po’ per interessi di carriera ed un po’ per l’esito «cristianista» del loro pensiero, sul carro neocon. Tra costoro dobbiamo registrare l’immancabile Roberto De Mattei con i suoi tentativi di lettura strumentalizzante della teologia di Ratzinger/Benedetto XVI (38). De Mattei mette a confronto secondo un’ottica in apparenza tradizionalista, il magistero di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI, evidenziandone quelle che a suo dire sarebbero le discontinuità. Su questo punto, non a caso, in pieno accordo con Gad lerner, De Mattei giudica Papa Wojtila eccessivamente aperto agli ebrei e ritiene che con Benedetto XVI si sarebbe tornati alla «eologia della sostituzione» Scrive il De Mattei: «Nel dialogo interreligioso con gli ebrei si sentono spesso citare i riferimenti di San Paolo alla ‘santa radice’ e alla ‘irrevocabilità dei doni’ elargiti da Dio al popolo eletto. Tuttavia, la ‘Lettera ai Romani’ (9,45 e 11,17-24 e 28-29) va letta contestualmente con la ‘Lettera agli Ebrei’, per quanto essa risulti poco gradita all’esegesi contemporanea. E’ innegabile che Cristo e gli Apostoli nacquero dal popolo ebraico e che, come afferma la dichiarazione Nostra Aetate, ‘grande è il patrimonio spirituale comune a cattolici ed ebrei’ (4e); altrettanto incontestabile è però il rifiuto da parte degli ebrei di ieri e di oggi di innestarsi sulla Chiesa, nuova radice e nuova alleanza che si sostituisce all’antica».

Queste considerazioni teologiche non hanno niente a che vedere con l’antisemitismo, ma esprimono ciò che Benedetto XVI affermava rivolgendosi ai membri dell’International Jewish Committee on Interreligiosus Consultations, il 30 ottobre 2008: «Il dialogo è serio e onesto quando rispetta le differenze e riconosce gli altri proprio nella loro alterità». Solo queste categorie forti permettono di comprendere la novità e le potenzialità del faticoso periplo in medio oriente di un Pontefice di 82 anni» (39). Ineccepibili alcune di queste osservazioni del De Mattei, come quella circa la troppo dimenticata «Lettera agli Ebrei» di ambiente paolino, che fa parte del canone cristiano quanto la paolina «Lettera ai Romani». Il fatto è che De Mattei, da par suo e da «buon» catto-neocon, gioca tutta la questione distinguendo, il che è sacrosanto, il livello teologico da quello politico ma solo per dare prioritario rilievo, in senso filo-sionista, al momento politico rispetto a quello teologico. Il quale così alla fine risulta strumentale, in nome dello scontro dell’«Occidente cristiano» (?) con il secolare nemico islamico, al progetto geo-politico huntingtoniano. De Mattei infatti tiene a precisare che l’attuale posizione teologica della Chiesa ratzingheriana, ad intra restauratrice, sarebbe, a suo giudizio, ad extra del tutto impegnata nel consolidamento delle relazioni politiche tra Israele/Europa/Stati Uniti, ossia nel consolidamento del blocco di «civiltà occidentale» del quale la Chiesa dovrebbe farsi cappellana e animatrice. Le distinzioni teologiche di Ratzinger sono per De Mattei complementari al sostegno (è infatti questo il vero interesse che muove l’ex presidente del Centro Lepanto) allo Stato sionista, che ormai - egli afferma - rispetto ai tempi di Papa Pio X, il Pontefice dell’antimodernismo tanto caro ai tradizionalisti, il quale paventava il pericolo dell’affermarsi di una entità politica sionista, è una realtà consolidata e deve pertanto essere difeso in quanto baluardo occidentale contro la «barbarie islamica». Come si vede, Roberto De Mattei usa il Papa e gli fa dire quel che lui vorrebbe che dicesse ma che in effetti non dice. Il Papa, al contrario di quanto rileva De Mattei - ci chiediamo infatti dove stava lo storico del Lepanto durante i giorni del viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa -, non si è fatto incastrare da nessuna rivendicazione politica e non si è fatto tirare né a destra né a sinistra, né dai sionisti né dagli islamisti. Ha invece aperto ponti di dialogo, anzi di trialogo (il termine lo ha usato lui stesso), tra le tre fedi abramitiche, senza, e lo si sottolinei fortemente, cadere nel relativismo teologico o nel sincretismo. Resta certamente il rammarico della mancata visita a Gaza. Ma bisogna anche dire che come al solito Israele, venendo meno agli accordi, dei 250 visti concessi ai palestinesi cristiani di Gaza ne ha poi effettivamente ratificati solo 93: alle proteste della Santa Sede il governo dello Stato «messianico», che dovrebbe rappresentare la «luce del mondo» e «la guida delle genti», la presunta «unica democrazia del Medio Oriente», ha freddamente risposto con un laconico «verificheremo».

La fede in Cristo non è giustificazione teologica neanche dell’Occidente liberale

Molti ritengono, spesso solo per sentito dire, che il teologo Ratzinger sia un «liberale». La riprova starebbe nell’intesa cordiale tra l’attuale Pontefice ed il filosofo liberal-conservatore Marcello Pera, uno dei più noti «atei devoti», erede di certa tradizione crociana. L’introduzione che il Papa ha vergato per un recente libro del Pera sembra poi confermare ulteriormente l’assunto. In effetti, vi è in certi momenti del pensiero di Ratzinger, che però, non dimentichiamolo mai, non è un filosofo della politica, una sorta di illusione o ingenuità professorale che lo porta ad auspicare, non però ad affermare, un possibile «battesimo» del liberalismo, senza avvertire che il liberalismo è in fondo la «dittatura del relativismo» in ambito politico. Vecchia storia questa dei prelati che cercano accordi con il mondo e quindi con le ideologie di volta in volta egemoni. Pio VII, al secolo Barnaba Chiaramonti, quando era ancora presule di Imola fu autore, nel Natale del 1797, di una famosa «omelia democratica»con la quale sostenne il fondamento cristiano della democrazia giacobina. Era successo che i francesi avevano invaso il nord della nostra penisola ed erano giunti anche in Emilia-Romagna. Un po’ per evitare spargimenti di sangue nel suo gregge (il popolo cristiano, come accadde ovunque arrivarono i francesi, era immediatamente accorso alle armi ed era insorto contro i rivoluzionari d’oltralpe in nome dei Sacri Cuori di Gesù e Maria) ed un po’ perché, in fondo, ci credeva davvero, il vescovo Chiaramonti tentò di conciliare Cristianesimo ed illuminismo.

Senonché, eletto Papa nel 1799 in un conclave, al quale partecipò anche il cardinal Fabrizio Ruffo gran «tradizionalista-riformatore», che, per miracolo della Provvidenza, si riuscì a tenere in extremis a Venezia, sotto protezione austriaca (la morte di Pio VI prigioniero in Francia era stata salutata dai rivoluzionari come quella di «Pio VI e Ultimo»), mentre Roma era occupata e saccheggiata dai francesi e dai loro collaborazionisti giacobini italiani, il Chiaramonti capì a sue spese, dopo essere stato preso «a calci» ed imprigionato anche lui in Francia da Napoleone, quanto illusoria fosse stata la sua precedente accondiscendenza verso la democrazia giacobina. Pio XI, da parte sua, sperò, con argomenti a dire il vero molto più cogenti di quelli che a suo tempo avevano illuso il Chiaramonti, di «battezzare» il regime fascista, pur tenendo da esso una distanza prudenziale in attesa dei sperati, ma poi mai arrivati, segni di mutamento del regime medesimo in senso conforme alla legge di natura ed alla dottrina cattolica. Anche in tal caso, quel Papa scoprì ben presto, all’atto del cedimento del regime al razzismo nazista, quanto illusoria era la speranza nutrita verso il «fascismo giacobino». Pur convinti che egli sappia, come già Pio VII e Pio XI, mantenere l’adeguata distanza da esso, crediamo che Benedetto XVI in qualche momento si faccia cullare dall’illusione di poter cristianizzare il liberalismo. D’altro canto, però, l’attuale Pontefice ha dato ben chiare ed evidenti dimostrazioni di quanto egli sappia dove si situi l’invalicabile limite che impedisce, alla lunga ed in essenza, di «battezzare» il liberalismo.

In una raccolta di suoi scritti da teologo, di recente pubblicazione, Ratzinger si pone di fronte al problema dei rapporti tra la coscienza personale e l’autorità del magistero (40). Si è voluto leggere il pensiero del Papa, in proposito, come un inno al liberalismo perché nell’opera in questione viene fatto l’elogio della nota posizione del cardinal Newman circa il primato della coscienza. In realtà Ratzinger, esaminando il vero senso e le implicazioni della posizione del cardinale inglese convertito dall’anglicanesimo al Cattolicesimo, spiega molto bene i motivi per i quali la teologia cattolica sulla coscienza non è affatto compatibile con la pretesa liberale di fare della coscienza individuale il centro di ogni giudizio, il centro autoreferenziale del cosmo intero. La coscienza come è intesa dal liberalismo è una sorta di baluardo della libertà soggettiva (quella che si chiama solitamente «libertà negativa» perché appunto «nega» ogni eterofondamento) di fronte alle limitazioni dell’esistenza imposte dall’autorità. Secondo la posizione liberale, e catto-liberale, il magistero può certamente svolgere la propria funzione docente ma deve limitarsi alla proposizione degli elementi cristiani alla coscienza ritenuta di per sé sempre capace nella sua autonomia, quasi senza peccato, di dire l’ultima parola su quanto le è proposto. La fede, in una prospettiva soggettivistica, viene presentata - spiega il Papa - come «un peso difficile da portare e che sia adatto certo solo a nature particolarmente forti: quasi una forma di punizione, e comunque un insieme oneroso di esigenze cui non è facile far fronte». Ora, osserva Ratzinger, chi intende la fede come un carico pesante, come un’imposizione di esigenze morali, non può invitare gli altri a credere e preferisce piuttosto lasciarli nella «presunta libertà» della loro «buona fede». Ma Ratzinger critica esplicitamente la concezione che il liberalismo ha della coscienza come assoluto egocentrismo soggettivista, che poi si risolve nel conformismo sociale più imbecille: «La coscienza - egli scrive, a proposito del modo liberale di intenderla - non apre la strada al cammino liberante della verità, la quale o non esiste affatto o è troppo esigente per noi. La coscienza è l’istanza che ci dispensa dalla verità. Essa si trasforma nella giustificazione della soggettività, che non si lascia più mettere in questione, così come nella giustificazione del conformismo sociale, che come minimo comun denominatore tra le diverse soggettività, ha il compito di rendere possibile la vita nella società. Il dovere di cercare la verità viene meno, così come vengono meno i dubbi sulle tendenze generali predominanti nella società e su quanto in essa è diventato abitudine.

L’essere convinto delle proprie opinioni, così come l’adattarsi a quelle degli altri sono sufficienti». Nulla, dunque, di più lontano da una retta concezione della coscienza del carattere di ultima istanza, che tutto giustifica, che nell’epoca moderna si è voluto attribuire alla coscienza individuale: «Se ciò - afferma ancora Ratzinger - dovesse avere un valore universale, allora persino i membri delle SS naziste sarebbero giustificati e dovremmo cercarli in paradiso. Essi infatti portarono a compimento le loro atrocità con fanatica convinzione e anche con un’assoluta certezza di coscienza». Ed aggiunge più che esplicito, riferendosi al formarsi del proprio convincimento a riguardo della coscienza e delle sempre possibili deviazioni che essa, a causa del peccato, può subire: «Fui assolutamente sicuro che c’era qualcosa che non quadrava in questa teoria sul potere giustificativo della coscienza soggettiva, in altre parole: fui sicuro che doveva esser falsa una concezione di coscienza, che portava a simili conclusioni». Ma allora perché mai egli poi guarda con simpatia all’affermazione del Newman sul «primato della coscienza»? Per Ratzinger, in realtà, quell’affermazione non deve essere intesa in senso liberale, ossia in senso soggettivista, ma al modo che da sempre, tradizionalmente, la fede cattolica ha concepito riguardo all’inviolabilità dell’atto di fede. Sin dall’epoca apostolica e patristica, è stato sempre chiaro alla dommatica cattolica che la Fede è un dono, elargito a tutti anche se non tutti l’accettano, e non può dunque essere in alcun modo imposta con la violenza. E’ Lui, il Signore, che opera e porta i cuori a Sé. I nostri poveri sforzi umani sono certamente necessari, e il Signore ce li ha chiesti esplicitamente quando ha inviato gli Apostoli in missione, perché Egli ha voluto e vuole agire attraverso di noi, attraverso le nostre mani e le nostre opere, ma non sono mai risolutivi, non sono mai decisivi, in ordine all’essenza ultima della decisione di fede, dell’atto di fede, della creatura umana chiamata a dire il suo si o no all’Amore di Dio. Pertanto, come spiega Benedetto XVI, la frase di Newman, cardinale stimatissimo da Pio IX e Leone XIII, «brindo prima per la coscienza e poi per il Papa», ha il senso di una confessione cattolica dell’autorità pontificia che non deve mai essere intesa come dialetticamente contrapposta alla coscienza ma come «Luce» che illumina la coscienza laddove essa, nella sua attuale imperfezione, è «malata» di soggettivismo.

L’Autorità del Papa è fondata sul rispetto della sacralità della coscienza laddove la coscienza, se retta ossia se non ridotta a mero soggettivismo, è filialmente grata ed obbediente al Magistero papale. Ratzinger sa molto bene che: «comprendere ciò è difficile per l’uomo moderno, che pensa a partire dalla contrapposizione di autorità e soggettività. Per lui la coscienza sta dalla parte della soggettività ed è espressione della libertà del soggetto, mentre l’autorità sembra restringere, minacciare o addirittura negare tale libertà». Ma tutto diventa chiaro laddove si considera la coscienza come «la presenza percepibile e imperiosa della voce della verità all’interno del soggetto stesso». La stessa voce che, poi, risuona, in altro modo e su altro piano, nella legge naturale e nel Magistero. Ecco perché Ratzinger spiega la teologia di Newman come una teologia anti-liberale che guarda all’uomo di coscienza come a quello «… che non compra mai, a prezzo della rinuncia alla verità, l’andar d’accordo, il benessere, il successo, la considerazione sociale e l’approvazione da parte dell’opinione dominante». Sicché la voce della coscienza «non coincide con i propri desideri e coi propri gusti; essa non si identifica con ciò che è socialmente più vantaggioso, col consenso di gruppo o con le esigenze del potere politico o sociale». Qui Benedetto XVI richiama Sant’Agostino che definisce la «voce della verità» come «il senso del bene che è stato impresso in noi» e non come qualcosa di imposto dal di fuori. Ecco perché, dice Ratzinger, Newman intendeva soltanto dire che il Papa non impone nulla dall’esterno con la forza ma sviluppa la memoria cristiana e la difende partendo proprio dall’esigenza di bene, di bello e di buono, che è in ciascuno di noi, che è nella nostra coscienza anche quando essa risulta offuscata dal peccato. Ma queste considerazioni non possono non portarci, benché per una via alta ed ardua come quella che conduce alla verità ed al bene, a riconoscere che «noi dissolveremmo il cristianesimo in un moralismo se non fosse chiaro un annuncio, che supera il nostro proprio fare». La vera «novità specifica» del Cristianesimo è che la verità si è incarnata in una Persona, Gesù Cristo, ed è diventata allo stesso tempo misericordia, perdono, riconciliazione. «Laddove - conclude Ratzinger - questo centro del messaggio cristiano non viene sufficientemente proclamato o percepito, là la verità si trasforma di fatto in un giogo, che risulta troppo pesante per le nostre spalle».

E con questo siamo ritornati da dove eravamo partiti ossia alle nostre considerazioni sulla irriducibilità della Fede in Cristo alla teologia-politica, a qualsiasi teologia-politica, di destra o di sinistra, conservatrice o progressista. Il Cristianesimo, benché non manchi di prendersi cura anche delle cose del mondo e dunque della politica, non è il puntello di alcun progetto politico, di alcuna «civiltà» da conciliare o contrapporre ad altre «civiltà». Non è neanche il puntello della civiltà occidentale o della democrazia liberale. Esso, come la Chiesa, è Universale non semplicemente «occidentale». Qui sta il solco che divide, nonostante ogni cordialità relazionale, Benedetto XVI/Ratzinger da Marcello Pera e da ogni altro «ateo devoto» cons o neocon. Invalicabile solco che se si legge attentamente quel dialogo a due, tra Ratzinger e Pera, che è il libro «Senza Radici», diventa evidente nella prospettiva teologica e storica che l’uno e l’altro adottano tanto nella diagnosi quanto nella terapia.

I catto-neocon e gli «atei devoti» hanno arruolato il Papa come cappellano dell’Occidente in una huntingtoniana prospettiva di «scontro di civiltà» e si fanno schermo in particolare di una affermazione di Ratzinger, ripresa concettualmente anche nel libro dialogico con Marcello Pera: «C’è un odio di sé dell’Occidente - scrive Benedetto XVI - che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico: l’Occidente tenta sì in maniera lodevole ad aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro» (41).

Coloro che vogliono Benedetto XVI/Ratzinger schierato con l’Occidente contro il resto del mondo richiamano la predetta affermazione dell’attuale Pontefice con l’intenzione di porsi all’ombra del Pastorale quando essi condannano come eccessive e ideologicamente interessate le critiche che all’Occidente provengono da parte di molti occidentali stessi, i quali accusano la nostra civiltà di aver fondato nell’arco di mezzo millennio, dalle grandi scoperte e conquiste oceaniche del cinquecento ad oggi, un mondo fondato sulla volontà di potenza e sulla spoliazione colonialista.

L’inganno, o l’equivoco, è palmare perché in realtà il Pontefice parla piuttosto del raffreddamento dell’amore spirituale nell’Occidente odierno. Ratzinger ha denunciato, con quelle parole, il male ben più profondo che si è avviato con l’inizio del processo di «laicizzazione» inaugurato con la riforma protestante e culminato nell’agnosticismo illuministico e nella distruzione delle tradizioni nel nome dell’incalzante individualismo. I neocon e gli «atei devoti» che vorrebbero usare il Papa credono invece che egli abbia inteso riferirsi, quando ha parlato di disamore dell’Occidente per se stesso, alle conquiste fondamentali della civiltà occidentale siano appunto l’individualismo, la democrazia rappresentativa di tipo liberale, i «diritti dell’uomo» e le libere leggi del mercato. In tal modo costoro forzano strumentalmente il pensiero del Pontefice e attribuiscono a quest’ultimo una critica rivolta contro chiunque ritenga tali valori discutibili o insufficienti. La tesi è però insostenibile dal momento che quei «valori occidentali», fondati sul soggettivismo e sull’individualismo, che neocon ed «atei devoti» difendono sono frutto del relativismo morale che è sempre stato duramente condannato da Benedetto XVI.

Neocon ed «atei devoti», che ostentano un’accezione «assoluta», «metafisica» o «atemporale» del concetto di «Occidente», dimenticano però che esso è invece mutato più volte di significato e di contenuto nel corso dei secoli e che attualmente la coincidenza tra Cristianesimo ed Occidente, intendendo per tale il conglomerato America più Europa, un conglomerato in realtà nato all’indomani del secondo conflitto mondiale, e prima di quel momento respinto come tale persino dagli statunitensi, è quanto meno imperfetta se non addirittura impossibile da affermarsi. L’Occidente contemporaneo è senza dubbio «diritti dell’uomo», ma anche «volontà di potenza», sete di predominio, primato dell’economia e della tecnica, mondo dell’opulenza contrapposto a un altro, demograficamente maggioritario, dominato dalla povertà e dall'’ingiustizia. Ora, assimilare la Fede in Cristo ad un qualsiasi progetto politico che voglia imporre un’egemonia di un Occidente di tal fatta è in sostanza tradire, mettere in Croce ancora una volta, Nostro Signore. Significa impedire al resto dei popoli del mondo di conoscere, nella Sua Realtà di Verità e d’Amore, Gesù Cristo. Un peccato di quelli che, stando al vecchio catechismo di San Pio X, «gridano vendetta al cospetto di Dio».

Ecco perché, per concludere tornando al tema iniziale dal quale ci siamo mossi, mentre su un piano meramente immediato, come è quello politico, nella necessità sacrosanta di uscire dai guasti della globalizzazione liberista, in nome del bene temporale dei nostri figli (anche la carità ha per l’Aquinate un suo ordine naturale sicché il buon padre di famiglia è tenuto a provvedere innanzitutto al bene della propria casa, senza precludere in seconda battuta anche il bene altrui), consentiamo con la cultura politica dirigista di Giulio Tremonti che, a differenza di quella mercatista, non demonizza lo Stato e la dimensione pubblica, e dunque non possiamo non fare nostro il suo magistrale slogans «Market if possibile, government if necessary», in quanto cattolici, su un piano molto più alto ed essenziale, quello soprannaturale, non potremmo mai accettare qualsiasi tentativo di ridurre la fede ad «instrumentum regni», a teologia-politica, per lo «scontro di civiltà».

A buon intenditor…

Luigi Copertino



• Il potere e la grazia: cristianesimo e «scontro di civiltà» (parte I)

• Il potere e la grazia: cristianesimo e «scontro di civiltà» (parte II)



29) Confronta G. Israel «La teologia del professor Ratzinger fa di Benedetto XVI il Papa più vicino agli ebrei» su Il Foglio del 13 maggio 2009. La confusione è evidente sin dal titolo che confonde la teologia privata di un professore con il magistero pubblico di un Papa che, per quante interconnessioni possano esservi, restano sempre su due piani essenzialmente diversi. Uno non cogente, l’altro inderogabile per i fedeli. Si veda anche, con accenti diversi in quanto meno «ebraici», l’articolo, «Dice Weigel», di Valentina Fizzotti, su Il Foglio del 12 maggio 2009, che riporta il giudizio di uno dei teologi catto-neoconservatori più noti. Un giudizio, quello di Weigel, che risente, al modo neocon, di un’eccessiva accentuazione huntingtoniana, ossia di «civiltà», della radice ebraico-cristiana dell’Occidente («Quello che chiamiamo Occidente è un prodotto dell’interazione fruttuosa della religione biblica… con la cultura classica …») laddove invece sia nel disegno universale di salvezza, sia nella realtà storico-filosofica, sia nelle parole del Santo Padre Benedetto XVI, se lette senza occhiali oscurati dall’ideologia neoconservatrice, la radice ebraico-cristiana ha fondato non una «civiltà», o perlomeno non innanzitutto una «civiltà», che poi, e questo i neocon negano, si è fratturata a seguito di Lutero dando vita all’attuale Occidente apostata, ma una fede universale nella prospettiva escatologica di far entrare nella Rivelazione non solo quello ebraico ma, mediante Cristo e non mediante l’Israele post-biblico, tutti i popoli della terra.
30) Confronta J. Ratzinger «Creazione e peccato», edizioni Paoline, Milano, 1987, pagina 14.
31) Confronta J. Ratzinger «Fede Verità Tolleranza …» opera citata, pagine 162-163.
32) Confronta Ch. Courtois «Grégorie VII et l’Afrique du Nord» in Revue Historique 1945/II, pagine 92-122; 193-225.
33) Confronta Benedetto XVI «La religione non è causa di divisione. Discorso nell’incontro del 9 maggio 2009 con i capi religiosi mussulmani in Giordania».
34) Confronta A. Yehoshua «Dal Pontefice mi aspettavo di più», Il Messaggero del 13 maggio 2009.
35) Confronta Gad Lerner: «Quando Wojtila si fece giudeo tra i giudei», in Repubblica del 12 maggio 2009.
36) Confronta G. Lerner opera citata.
37) Confronta Amy Rosenthal «Dice Podhoretz - Al padre dei neocon è piaciuto più il discorso allo Yad Vashem di quello con Peres. Ecco perché», in Il Foglio del 12 maggio 2009.
38) Confronta R. De Mattei «Benedetto XVI sta capovolgendo il pensiero cattolico su Israele e sugli ebrei», in Il Foglio del 12 maggio 2009. A giudicare dal contenuto dell’articolo, il titolo del medesimo, che non corrisponde a pieno all’argomentare dell’autore, deve imputarsi ad una maldestra interpretazione redazionale.
39) Qui, tra l’altro, De Mattei mostra di non aver letto nulla di quel che il teologo Ratzinger ha scritto sul rapporto ebraismo/cristianesimo. La teologia di Ratzinger in proposito, senza affatto essere «modernista», non è esattamente la pura e semplice ripetizione «scolastica» della teologia della sostituzione ma ne costituisce un lineare sviluppo che, come già detto, evita il rischio di un esito marconista di un certo modo di leggere la Tradizione, questo sì molto «moderno» perché la confonde con le posizioni politiche di certo cattolicesimo ottocentesco influenzato da tendenze positiviste e/o maurassiane, e ripropone la radice ebraica autentica del Cristianesimo evidenziandone, al tempo stesso, tutto il suo discostarsi da un ebraismo post-biblico che, cristianamente, si è allontanato dalla autentica Fede di Abramo. Citiamo in proposito quanto Ratzinger scrive nella sua autobiografia (confronta J. Ratzinger «La mia vita», edizioni San Paolo, Milano, 1997, pagina 54): «… l’Antico Testamento è divenuto importante per me e ho capito sempre di più che il Nuovo Testamento non è il libro di un’altra religione, che si è appropriata delle Sacre Scritture degli Ebrei, quasi che si trattasse di una sorta di preliminare tutto sommato secondario. Il Nuovo Testamento non è altro che un’interpretazione a partire dalla storia di Gesù di «legge, profeti e scritti», che al tempo di Gesù non erano ancora giunti alla loro forma matura di canone definitivo, ma erano ancora aperti e si presentavano quindi ai discepoli come testimonianza a favore di Gesù stesso, come Sacre Scritture che rivelavano il suo mistero. Ho capito sempre di più che il giudaismo (che in senso stretto comincia con la conclusione del processo di formazione del canone scritturistico e, dunque, nel primo secolo dopo Cristo) e la fede cristiana, così come è descritta nel Nuovo Testamento, sono due modi di far proprie le Sacre Scritture di Israele, che in definitiva dipendono dalla posizione assunta nei confronti della figura di Gesù di Nazareth. La Scrittura, che noi oggi chiamiamo Antico Testamento, è di per sé aperta ad ambedue le strade». Come si vede, Ratzinger, se da un lato evita il rischio marcionista, dall’altro dice chiaramente che è da come ci si pone di fronte a Cristo che dipende l’esegesi della Scrittura. Corollario, non detto esplicitamente, di tale affermazione è, secondo evidenza logica, quello per il quale l’esegesi giudaica post-biblica della Scrittura, proprio perché pretende di prescindere da Cristo, è errata e porta ad esiti aberranti come l’etnocentrismo a base religiosa e con pretese universalistiche proprio dell’attuale ebraismo. Errore sul quale è poi prosperato il sionismo razzista (una bestemmia contro il Dio di Abramo) con tutte le tristi conseguenze che la Terra Santa sta sperimentando dal 1948. Un corollario, questo da noi esplicitato, che però, Ratzinger esita a portare fino in fondo, forse perché sul piano della ricerca storico-teologico, diverso ma non contrario a quello della testimonianza della fede, farlo significherebbe non essere adeguatamente «scientifici». Infatti poco dopo il passo appena riportato Ratzinger ammette che «anche l’interpretazione ebraica possiede una sua specifica missione teologica nel tempo ‘dopo Cristo’ ». Qui non possiamo, alla luce della Tradizione, consentire con la teologia privata di Ratzinger se, nell’interpretare il ruolo «post-cristiano» di Israele, non si fa, previamente ed ulteriormente, uno specifico e chiaro riferimento a quell’inquietudine ebraica post-biblica, foriera di molti errori, alla quale abbiamo già fatto riferimento altrove e che può trovare soluzione solo nel riconoscimento di Cristo, come testimoniano tutti i grandi ebrei convertiti ad iniziare dal Ratisbonne e dal Zolli. Qui valgono più che mai le parole di Nostro Signore che a proposito dell’esegesi farisaica delle Scritture, che era caduta in un legalismo ritualistico di inventiva umana, esegesi dalla quale è poi derivata quella rabbinica codificata nei due Talmud, il Babilonese e lo Ierosolomitano, ha affermato: «Ogni pianta che non è stata piantata dal Padre mio celeste sarà sradicata. Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» (Mattei. 15, 13-14). I cristiani dovrebbero oggi più che mai sforzarsi di fare apostolato verso i «fratelli maggiori» per sottrarli, con la dovuta carità, sia sempre ben inteso, all’errata esegesi dei loro rabbini.
40) Confronta J. Ratzinger «Elogio della coscienza - La verità interroga il cuore», edizioni Cantagalli, Siena, 2009.
41) Confronta J. Ratzinger «Europa, i suoi fondamenti oggi e domani», San Paolo, 2004, pagina 289.
Luigi Copertino



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