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Known Unknowns: la Finanziaria nella valigia
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Partiamo da una notizia che ha dell’incredibile, ma che serve a capire cosa sia il denaro oggi.

Dopo averne letto su «Il Giornale», mi sono stropicciato gli occhi e sono andato a verificare direttamente sul sito ufficiale della Guardia di Finanza, perché non ci credevo. Invece la notizia è recentissima ed è vera: funzionari della Sezione Operativa Territoriale di Chiasso, in collaborazione con i militari della Guardia di Finanza del Gruppo di Ponte Chiasso, nel corso dei controlli volti al contrasto del traffico illecito di capitali hanno sequestrato a due cinquantenni giapponesi, scesi alla stazione ferroviaria di Chiasso da un treno proveniente dall’Italia, la bellezza di duecentoquarantanove bond della Federal Reserve statunitense, del valore nominale di 500 mln di dollari ciascuno, più 10 bond Kennedy da 1 mld di dollari ciascuno, oltre ad altri titoli di Stato a stelle e strisce, debitamente occultati nel doppio fondo di una valigia: valore complessivo del «tesoretto» 134 mld di dollari, pari a oltre 96 mld di euro (1).
 
Questa era la notizia da sparare in prima pagina, mica le tette di Noemi! Invece, dopo il primo giorno silenzio. Silenzio totale. Non vi pare strano? Strano se i soldi fossero veri, più strano ancora se sono falsi!

Perché forse non avete capito bene, ma si tratta di circa 180.000 miliardi di vecchie lire! Sono sette volte l’ultima legge finanziaria e il doppio della manovra finanziaria che fece Giuliano Amato nel 1992, quella lacrime e sangue! Per capirci meglio, i danni per il sisma dell’Abruzzo sono stati stimati da Guillermo Franco (senior engineer di AIR Worldwide, società che si occupa di modelli di rischio da catastrofi) in una cifra fra i 2 miliardi e i 3 miliardi di euro. Insomma quei due cinquantenni con gli occhi a mandorla con quel tesoretto, che avevano nel doppiofondo della valigia, potrebbero ricostruire da 30 a 45 volte l’Abruzzo!

Mi domando: ma cosa sono, da dove vengono quei soldi? Non eravamo in una crisi epocale? Non c’era in giro una crisi di liquidità? Com’è che qualcuno se ne va in giro con 7 finanziarie nel doppio fondo di una valigia?

Frattanto cercano di convincerci che tutto va bene, che la normalità è tornata: «La severità di questa recessione causerà ulteriori perdite di posti di lavoro, ulteriori pignoramenti, ulteriori dolori, ma nel punto in cui ci troviamo, per la prima volta possiamo iniziare a vedere barlumi di speranza». Così parlò Barak Obama e tutti ad applaudire (2).

Come a dire che la crisi è finita, siamo in  fondo al tunnel, vediamo la luce, l’America è in ripresa, l’Eurozona è in ripresa, l’economia è in ripresa, la finanza è in ripresa, i catastrofisti sono serviti, i complottisti pure, dalla crisi usciremo più forti, un mondo migliore ci aspetta: ottimisti di tutto il mondo unitevi, sorridete, alleluja! Se fossimo in tempi civili, non dico che avremmo già preso i forconi e fatto penzolare qualche solone dell’economia e qualche dozzina di banchieri, ma almeno una strizzatine alle parti molli gliela avremmo rifilata. Siccome però siamo civilizzati, il direttore non ce lo consentirebbe e l’editore ci censurerebbe, non lo facciamo, non esortiamo a farlo, manteniamo un contegno, molto sangue freddo e alcune dosi - abbondanti! - di sedativi. Perchè la verità è un’altra.

Andiamo con ordine e lasciamo parlare i fatti. E’ il settembre del 2008, quando l’ineffabile governatore della BCE Jean Claude Trichet annuncia trionfante «urbi et orbi» (… e soprattutto agli orbi!) che la frenata della crescita economica europea si protrarrà per tutta l’ultima parte dell’anno in corso, mentre per una graduale ripresa bisognerà attendere il 2009… (3). Il 5 marzo 2009 il nostro ci ripensa e ci informa che no, l’economia dell’eurozona inizierà sì una graduale ripresa, ma solo a partire dal 2010 (4).

Dopo due settimane appena, il 19 marzo, la ripresa diventa moderata, ma soprattutto da certa diventa solo possibile, mentre il 2009 viene classificato come «un anno molto difficile, ma» - e qui mi tocco - Trichet ci rassicura che «siamo quasi tutti d’accordo che il 2010 potrà essere un anno di moderata ripresa» (5).

Il 17 aprile 2009  la tendenza è confermata, confermatissima. Il 2009 sarà un anno difficile per l’economia globale ma la ripresa inizierà nel 2010 e l’impareggiabile Trichet si compiace per i recenti commenti delle autorità statunitensi che hanno dichiarato che un dollaro forte è nell’interesse dell’America (6).

L’11 maggio nella conferenza stampa al termine del Global Economy Meeting, di cui è presidente, Trichet annuncia che i mercati sembrano tornati a una situazione precedente al fallimento di Lehman Brothers, che la crisi economica globale ha «toccato il fondo» e che alcuni Paesi mostrano segnali di crescita (7). Qualche giorno dopo (14 maggio 2009) il quadro delineato dalla BCE nel suo bollettino mensile comincia a disallinearsi un po’ dal «moderato» ottimismo del suo presidente: «L’economia mondiale, inclusa quella dell’area dell’euro, permane in forte rallentamento, con la prospettiva di un continuo marcato ristagno della domanda sia interna che esterna nel 2009 e di una sua graduale ripresa nel corso del 2010». Ma gli utili dati economici e i risultati delle ultime indagini congiunturali «forniscono incerti segnali di stabilizzazione su livelli molto contenuti, dopo un primo trimestre nettamente più negativo delle attese». La Banca Centrale Europea prevede dunque «alcuni andamenti avversi che verosimilmente si concretizzeranno nei prossimi mesi, tra i quali l’ulteriore deterioramento delle condizioni del mercato del lavoro» (8).

Meno di un mese (è il 4 giugno 2009, qualche giorno fa… ) e la situazione precipita: la BCE taglia le stime 2009. Il PIL del’Europa si attesterà tra il -5,1% e il -4,1% del PIL, mentre una crescita economica è attesa solo dopo la metà del prossimo anno: nel 2010 la dinamica prevista è tra un -1% e un +0,4%. Solo tre mesi prima, a marzo, i tecnici della BCE indicavano per il 2009 una recessione più contenuta (tra il -3,2% e il -2,2%, mentre per il 2010 stimavano una dinamica tra il -0,7% e il +0,7%. Tutto questo mentre i tassi restano inalterati al minimo storico dell’1% (9). Dal canto suo il 20 maggio 2009 la Federal Reserve aveva già tagliato le stime sull’andamento del PIL statunitense per il 2009, ipotizzando una ulteriore contrazione compresa tra il 2% e l’1,3% nell’anno in corso (10).

Secondo le ultimissime stime aggiornate del Fondo Monetario Internazionale, anche il PIL mondiale nel 2009 si attesterà in caduta libera con un -1,3% e la contrazione delle grandi potenze economiche sarà generalizzara:  Giappone  -6,2%; Eurozona -4,2%, USA -2,8%, mentre il 2010 segnerà un andamento sostanzialmente piatto, altro che ripresa! (11).

Il 6 giugno 2009 il presidente della Bundesbak, Axel Weber, membro del consiglio dei governatori della BCE, dopo una serie di dichiarazioni di prammatica, ammette: «le previsioni restano molto incerte» (12).

Incerte? In America infatti non si fanno illusioni. Dietro l’ottimismo di facciata di Obama, sta la gelida consapevolezza del governatore della Federal Reserve Ben Bernanke, che il 24 febbraio 2009, parlando davanti al Congresso USA e specificando che la recessione potrebbe finire quest’anno se i mercati saranno stabili (il che non sembra), toglie ogni illusione sul futuro a breve e medio termine: una ripresa complessiva arriverà soltanto fra tre anni (13).

Pochi giorni dopo anche il Fondo Monetario Internazionale ammette che, se ripresa ci sarà, comincerà solo da metà del 2010 ed è costretto a rivedere al ribasso le sue precedenti stime, dove aveva parlato di una crescita complessiva della produzione al lumicino, ma comunque positiva, a +0,5%. E invece si scenderà a -0,6%: un fatto senza precedenti dalla seconda guerra mondiale. Il dato di quest’anno è stato molto preoccupante, la produzione industriale di gennaio è andata a picco, malissimo il settore automobilistico e il crollo dei colossi di Detroit è lì a dimostrarlo (14).

Frattanto scatta l’allarme inflazione: Trichet, sempre lui, parla di stabilità dei prezzi (in effetti l’aumento di liquidità dovrebbe generare inflazione) e che l’Eurotower «deve assicurare la stabilità dei prezzi ed è convinta che la stabilità dei prezzi è un prerequisito della crescita e della creazione di occupazione». Per questo «non ci deve essere nessuna compiacenza» e «la stabilità dei prezzi nel medio termine va assicurata» (15).

Già perché - come aveva ammonito a fine marzo il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Junker, intervenendo alla commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo «le notizie sono sempre più negative. La situazione economica nella zona euro continua a degradarsi e quella sui mercati finanziari resta fragile. All’orizzonte si profila il rischio di una rottura della coesione sociale ed esiste il forte rischio che al termine della crisi ci si possa ritrovare con una inflazione galoppante, come ha dimostrato la storia». E ciò, pur commentando il dato di marzo che indica una inflazione nella zona euro scesa allo 0,6%, il livello più basso di sempre. Secondo Junker «non c’è il rischio che qualche Stato possa essere insolvente, anche se qualcuno trova finanziamenti sui mercati un po’ più cari di altri», ma i leader europei «hanno l’obbligo a breve di pensare ad una strategia di uscita per un consolidamento di bilancio per quando ci sarà la ripresa». In poche parole stampare soldi ci ha salvato per ora dal tracollo, ma il problema è solo rimandato (16).

Fatto sta che la fiducia di imprese e consumatori nella eurozona resta ai minimi storici: mai così bassa dal gennaio 1985, assicura la Commissione UE. Nei primi tre mesi dell’anno è l’Italia il Paese che fa registrare il calo «più significativo» delle aspettative di imprese e consumatori, con un livello mai così basso da oltre ventiquattro anni, anche se a marzo sono rimasti stabili rispetto a febbraio. Qualcuno intravede un segnale, seppur timidissimo, di ripresa. Peccato che l’indicatore relativo al settore finanziario è crollato nell’ultimo mese di ben quattro punti nella eurozona. In questo quadro - sottolinea la Commissione UE - in Italia la fiducia è colata a picco più che in altri Paesi: a marzo 4,5 punti in meno, rispetto a una media euro pari a -0,6 punti (17).

Ma non è questione di fiducia, non è sindrome psicologica: è la fredda realtà dei dati a parlare da sola e gli italiani sono quelli che sembrano in realtà averlo capito prima degli altri. Infatti nella zona UE (i dati sono dello scorso fine settimana) crolla il PIL: -2,5% rispetto all’ultimo trimestre 2008. Il dato peggiore riguarda la Germania (-3,8%), seguita da Austria e Olanda (-2,8%), Italia (-2,4%), Spagna (-1,9%), Belgio (-1,6%) e Francia (-1,2%). Nell’UE-27 il calo è stato del 2,4%, col Regno Unito a -1,9%. Su base annua, invece, nel primo trimestre 2009 il PIL è diminuito del 4,8% nella zona euro e del 4,5% nell’UE-27. E dopo la Germania (-6,9%),  c’è l’Italia (-5,9%), poi Francia (-3,2%) e Spagna (-3,0%). La recessione fa segnare un calo dello 0,5% nella spesa delle famiglie per i consumi, ma sopratutto un calo del 4,2% degli investimenti, dell’8,1% dell’export e del 7,2% delle importazioni. Frattanto sempre nel primo trimestre 2009 il PIL USA è calato dell’1,5%, mentre quello del Giappone del 4,0% (18).

Intanto il tasso di disoccupazione nei Paesi che compongono l’area dell’Euro in aprile si è attestato al 9,2% contro l’8,9% di marzo, mai così alto dal settembre 1999. Nell’UE-27 il tasso è arrivato all’8,6%, contro l’8,4% di marzo. Si tratta di 14.579.000 persone nella zona euro e 20.825.000
nell’Ue-27.
 
In un solo mese i disoccupati sono dunque cresciuti di 396.000 nella zona euro e di 556.000 unità nell’UE-27, mentre in un anno sono aumentati di 3.100.000 nella zona euro e di 4.653.000 nell’UE-27. Gli incrementi maggiori si sono avuti in Spagna (18,1%), Lettonia (17,4%) e Lituania (16,8%), quelli più bassi in Olanda (3,0%) e in Austria (4,2%). Il dato italiano non è ancora disponibile.  In aprile 2009, il tasso di disoccupazione dei giovani con meno di 25 anni è stato del 18,5% nella zona dell’euro e del 18,7% nell’UE-27. Un anno fa era del 14,7% in entrambe le zone. Checché ne dicano per tranquillizzarci, la situazione è drammatica.

Per questo è stato richiesto di accelerare lo stanziamento di 19 miliardi di euro dei finanziamenti UE programmati per sostenere l’occupazione nel periodo 2009-2010 (19).

Sull’altra sponda dell’Atlantico, mentre il petrolio tende di nuovo verso i 70 dollari al barile ed il dollaro si svaluta sull’Euro, favorendo l’esportazione americana, negli USA nel solo mese di maggio si sono persi 345 mila posti, la disoccupazione ai massimi da 25 anni, con un tasso percentuale che è salito al 9,4% dall’8,9% di aprile, il livello più alto dallagosto del 1983 e questo nonostante gli analisti si aspettassero un rialzo più contenuto al 9,2%. Il comparto manifatturiero ha perso nel mese 156.000 impieghi.

L’ottimismo sbandierato da Obama è una foglia di fico che nasce dalla constatazione che sono stati persi 345.000 impieghi, mentre gli analisti ne attendevano 520mila ed è la minore dal collasso di Lehman Brothers, ma la verità è che la serie consecutiva in cui si è registrata una perdita di impieghi è salita a 17 mesi e che secondo numerosi economisti, il tasso di disoccupazione salirà al 10% - 11% nei prossimi mesi. Questo senza contare quanti hanno contratti part-time o occasionali, che fa salire la percentuale degli americani senza lavoro in maggio al 16,4% dal 15,8% di aprile (20).

Le conseguenze in termini di default su prestiti e mutui è facilmente immaginabile, con il probabile rischio di incrementare la spirale congiunturale, anche grazie alla progressiva contrazione della propensione ai consumi. Altro che fine del tunnel! E infatti qualcuno intravede scenari ben diversi.

GEAB numero 32, il report mensile del gruppo Europe2020, aveva anticipato le tendenze geopolitiche per il quarto trimestre del 2009, in cui si prevedeva che la crisi sistemica globale potrebbe culminare nel quarto trimestre del 2009 in una fase definita di «dissesto geopolitico globale», determinata da due principali processi strategici (21):

1) La scomparsa della base finanziaria (dollaro + debito) in tutto il mondo;
2) La frammentazione degli interessi dei principali blocchi e dei principali attori globali, con la conseguente disintegrazione degli attuali sistemi internazionali ed il dissesto strategico dei principali protagonisti globali.

Riguardo alla scomparsa della base finanziaria (dollaro + debito) a livello mondiale, va detto che le fondamenta del sistema finanziario, sulla quale banche, assicurazioni e istituzioni globali si sono basate, paleserebbe oggi più che mai la propria inconsistenza, per il fatto di avere costruito il sistema su di una montagna di carta priva di sottostante ricchezza reale, aggravata dall’aver iniettato massicce quantità di nuova liquidità sotto forma di moneta.

Il risultato degli interventi messi in campo sarebbe stato quello di sostituire il debito pubblico al debito privato tossico, diluendo il valore della moneta e incrementando ulteriormente il debito pubblico, in modo da rendere gli asset pubblici (quali i Buoni del Tesoro) tossici, quanto e più degli asset privati, che avrebbero dovuto sostituire. Inoltre non si sa per quanto tempo ancora occorrerà immettere liquidità nel sistema per non vederlo crollare. Il motivo è semplice: secondo gli analisti . lo riferisce una notizia ANSA del 17 marzo - è impossibile stabilire quanti e dove siano i titoli tossici: nessuno lo sa o può saperlo perchè il 90% degli strumenti finanziari circola su mercati non regolamentati e valgono complessivamente circa dieci volte il Prodotto Interno Lordo mondiale.

Avete capito? Dieci volte il PIL mondiale! Enorme poi anche il controvalore gestito dagli hedge fund: nel 2007 era di duemila miliardi di dollari, superiore all’intero PIL italiano.

Data anche questa situazione, difficilmente sanabile, tutte le realtà che siano dipendenti dal dollaro e dal livello di indebitamento dei suoi principali operatori economici (famiglie, imprese, settore pubblico) sarebbero le prime ad essere esposte al rischio di dissesto nel quarto trimestre del 2009 secondo lo scenario illustrato da GEAB numero 32. USA e Gran Bretagna sarebbero i più colpiti, ma è ovvio che anche il resto del mondo ne risentirà.

Basti vedere cosa sta accadendo in Germania, alle prese con un deficit di bilancio drammatico, senza precedenti dal dopoguerra ad oggi, oltre 80 miliardi di euro (oltre il 4% del PIL), che obbligherà ad un aumento della fiscalità diffusa al pari di quanto sta già avvenendo in Islanda, Irlanda e Regno Unito. Altri dati tedeschi: il debito sul PIL è previsto in crescita, oltre l’80 % entro il 2010, mentre l’export tedesco ha subito una contrazione di oltre il 25%. Il debito pubblico tedesco diventa così il terzo debito più grande del mondo dopo quello di Giappone ed USA (in termini quantitativi) e l’andamento della spesa pubblica è di 500 miliardi solo per tamponare le difficoltà del sistema bancario tedesco. E non deve sorprendere che ci sia una «corsa all’acquisto di lingotti d’oro da parte di piccoli risparmiatori tedeschi che hanno portato la Germania a diventare il primo compratore al mondo di lingotti d’oro nel primo trimestre dell’anno (davanti a Svizzera ed USA)» (22).

La progressiva erosione della base finanziaria alla fine del 2009 determinerebbe ovviamente la volatilizzazione del potere, ricchezza e influenza dei protagonisti della scena geopolitica e questo a sua volta determinerà una frammentazione degli interessi e delle politiche internazionale dei principali blocchi di Stati. La necessità di salvaguardare se stessi e la propria sfera di influenza potrebbe naturalmente indurre i singoli Stati - a partire da quelli più forti a livello internazionale - a elaborare strategie di breve e medio periodo, ignorando politiche globali di lungo periodo.

Contemporaneamente in un contesto fortemente competitivo le grandi potenze esportatrici (Cina, Giappone, Germania ed EU) cercheranno di mantenere per sè i mercati solvibili rimasti, mentre nel caso di persistenza della caduta del commercio globale, queste nazioni non avranno altra scelta che rafforzare i mercati interni, magari con forme di protezione elaborate all’interno di strategie regionali ed in spregio degli accordi multilaterali e delle regole esistenti. Il localismo sarà la carta spendibile della politica nei prossimi 24 mesi: in politica tutto questo varrà oro per le formazioni politiche localiste, nazionaliste, antimondialiste. Vediamo come.

Tutto questo determinerà l’accrescersi delle tensioni internazionali oltre ad un progressivo svuotamento di autorità del WTO e delle organizzazioni sovranazionali, le quali subordinanano il loro potere al fatto che la maggior parte dei loro membri accettino di rispettare le regole del gioco e che alcune di esse detengano una posizione dominante da tutti riconosciuta, accettata o subìta. Ma se i singoli membri possono rifiutare o almeno ignorare le regole globali, queste istituzioni sono destinate a restare senza alcun potere.

In conseguenza di ciò si potrebbero verificare due conseguenze.

La prima conseguenza sarebbe l’accentuazione dei particolarismi e localismi a fronte di una progressiva erosione dell’attuale sistema degli organismi internazionali ONU, WTO, OSCE, FMI, G7, G8, G20 e di tutti i principali centri nevralgici del sistema monetario e finanziario, mediante il ritorno di forme palesi o mascherate di protezionismo, la crescente perdita di peso del Fondo Monetario Internazionale ed il crollo del commercio internazionale. In particolare, mentre l’impotenza dell’ONU fa già oggi rimpiangere persino la Società delle Nazioni, il FMI, che potrebbe teoricamente fornire aiuti di emergenza agli Stati sul punto di crollare, dovrà fare i conti con il sensibile aumento di Stati a rischio default e con la indisponibilità degli altri a conferire soldi.

L’OCSE rischia di apparire una società di consulenza e i vari G7, G8 e G20 luoghi metafisici di astrazione economico-politica. Conseguentemente anche i nodi strategici del sistema, come Wall Street, la City di Londra, il centro finanziario di Tokio, così come i centri secondari di Hong Kong, Singapore e Dubai, attentamente controllati dalle potenze preminenti (in primis, naturalmente, gli USA) subiranno gli effetti di questa crisi, dato che quasi 3/4 del mercato finanziario si svolge tra Londra, New York e Tokio. Tutti e tre appartengono alla sfera di influenza del dollaro e hanno sistemi politici strettamente legati a Washington.

La seconda conseguenza è che tutti i cosiddetti grandi protagonisti globali, come USA, Cina, Russia e l’Unione Europea (oltre all’area mediorientale), a vario titolo soggetti all’influenza del dollaro, resterebbero coinvolti e questo potrebbe generare instabilità interna ad ognuno di essi. Ma lo scenario più inquietante potrebbe essere quello americano.

Il processo di disgregazione geopolitica potrebbe iniziare appena dopo questa prima fase e, come ha già anticipato in un suo articolo Maurizio Blondet (23), è stato oggetto di un report presentato al Pentagono nel dicembre 2008 da Nathean Freier (professore di Strategia, Politica e Previsione dei Rischi presso lo US Army’s Peacekeeping and Stability Operations Institute e militare in pensione col grado di tenente colonnello), dal titolo «Known Unknowns: unconventional ‘strategic shocks’ in defense strategy development», edito dallo Strategic Studies Institute dell’United States Army War College, in cui vi è descritto il rischio di disgregazione del territorio americano e dei suoi confini sotto l’impatto della crisi. In esso si parla di probabili e più pericolosi shock futuri di natura non-convenzionale, di natura non-militare e di eventi, quindi, non di competenza specifica della Difesa, con la specifica che le minacce «di contesto» (che vengono dall’assenza di intenzione o progetto ostile) sono le meno comprese e le più pericolose.

Quasi contemporaneamente il Managing Director del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, aveva messo in guardia sulla possibilità di sommosse e disordini nei mercati globali se l’attuale crisi finanziaria non venisse affrontata e le famiglie a basso reddito fossero vessate da restrizioni nel credito e da una crescente disoccupazione.

Gli USA sono ovviamente la struttura portante del paradigma dollaro+debito, sono il condensato di tensioni sociali ed etniche enormi, nonché di alterità geopolitiche interne molto accentuate. Gli interessi delle diverse aree geografiche americane divergerebbero ulteriormente con l’intensificarsi della crisi: la bancarotta della California, si scontrerebbe con il crollo dell’area industriale del settore automobilistico ed entrambi con la Florida, il Texas, lo Stato di New York e Washington. Ognuno potrebbe cercare di attirare a sé le risorse disponibili, in un agone competitivo che metterebbe sotto stress la coesione interna del Paese. Se il potere economico collassasse, il potere politico manifesterà, specie negli USA, tutta la propria impotenza, sicchè il solo potere capace di mantenere la coesione interna sarà quello militare.

Obama sa bene che quella è la casta intoccabile: Guantanamo può anche essere condannata, ma non  i suoi aguzzini e non è affatto sorprendente che non una sola testa nell’apparato della Difesa sia caduta, pure se la vittoria di Obama è stata ottenuta grazie alla promessa di un rovesciamento della strategia militare di Bush. I politici cambiano, ma i militari ed i leader restano, specie se, come ipotizza il report di Friere, potrebbe essere l’esercito l’ultima istanza posta a salvaguardia dell’integrità territoriale della nazione. Se ciò dovesse accadere, o se  comunque le istituzioni politiche fossero costrette ad accentuare il ricorso all’uso monopolistico della forza per controllare e reprimere eventuali rivolte popolari, questo determinerebbe la fine non solo del «modello americano», ma con esso anche quello del sistema strategico occidentale per come adesso lo conosciamo, finora interamente centrato sugli Stati Uniti.

Ma anche senza il profilarsi di scenari drammatici o fantascientifici, l’indebolimento strutturale del modello USA, la necessità di ricorrere ad una crescente fiscalità per sostenere le spese, il bisogno di operare scelte alternative tra diverse ipotesi di allocazione della spesa (welfare o Difesa, ad esempio?), le inevitabili (queste sì!) tensioni interne, l’appannamento del ruolo di superpotenza egemone, l’inaffidabilità per contro del suo sistema economico-finanziario, indebolirebbe in maniera significativa l’immagine e il potere della potenza americana, oltrechè del sistema di coesione che vi è stato costruito intorno.

L’articolazione del sistema internazionale andrebbe delineandosi allora per aree di influenza geopolitica multipolare, in relazione alla capacità di ciascun soggetto di esercitarvi la propria egemonia. E qui i sistemi economici giocheranno la loro influenza, al pari di quelli politici.

Da questo punto di vista l’Unione Europea, con l’eccezione della Gran Bretagna dipende dalla base dollaro+debito, ovviamente meno degli USA: l’euro potrebbe servire da parafulmine della crisi. Inoltre l’Europa è più policentrica rispetto agli USA, gli Stati che la compongono hanno margini di manovra assai più ampli. La Germania vi svolge un ruolo centrale e in uno scenario come quello delineato tenderebbe inevitabilmente a guardare al suo destino manifesto, che è ad Est, se non altro per gli approvvigionamenti energetici. Dietro la vicenda Opel, c’è qualcosa che noi non comprendiamo completamente. Però a Berlino debbono avere pensato che legarsi attraverso il capitale «anglofilo» di Fiat a Crysler avrebbe significato compromettersi ulteriormente con l’area dollaro. Se è vero che c’è chi invece paventa per contro non il crollo USA, ma quello dell’Unione Europea o dell’Euro, perché le banche europee sarebbero più esposte delle loro controparti americane per centinaia di miliardi di asset tossici in particolare nell’Est, è altrettanto vero che il default sarebbe territorialmente limitato e che in tale contesto circoscritto l’azione eventuale di risanamento potrebbe essere assai più facilmente praticabile. In tempi di crisi l’organismo piccolo può essere curato più efficacemente.

Si dice anche che la crisi USA rischia di trascinare la Cina e la Russia, la quale ultima, a partire dal caso Opel-Magna, manifesta tutta la sua volontà di legarsi alla eurozona, abbandonando la dipendenza dall’area dollaro, offrendo ed agitando in cambio le proprie materie prime ed il proprio ruolo geopolitico e una discreta forza militare. Inoltre Cina e Russia potrebbero almeno temporaneamente convergere sulla spartizione di zone di influenza nel continente eurasiatico, profittando della debolezza USA.

L’America rischierebbe così di trovarsi da sola, legata mani e piedi dalla potenza asiatica cinese, con il Giappone come unico alleato. Il sogno unipolare dell’era Bush si ribalterebbe nell’incubo di uno scacco geopolitico, di una esclusione dal continente eurasiatico e dalle aree strategiche del pianeta, saldamente presidiato da chi vi abita (Europa, Russia, Cina, India).

Se questo scenario dovesse verificarsi, l’America ha solo una supremazia che ancora per qualche tempo le resterà, quella militare, l’unica che le può consentire, se non di conquistare il mondo, di impedire almeno che esso si organizzi a prescindere dal suo ruolo egemone. Che voglia rinunciarvi è perlomeno dubbio. Esaurito il soft-power della messianicità obamiana, potrebbe essere di nuovo la spada a fare la storia. Ma come in ogni conflitto, occorre sempre trovare l’occasione che lo inneschi.

Tra le «Known Unknowns» («incognite note») di Nathan Freier,  il professore dell’US Army’s Peacekeeping and Stability Operations Institute di cui si è detto sopra, vi è anche quella di «una «guerra ibrida», in cui uno o più attori (statuali e non) ostili facciano ricorso a metodi non militari per «resistere all’influenza statunitense»: ad esempio, Freier immagina un asse russo-cinese che sfrutti la sua posizione nelle istituzioni internazionali e nei mercati per minacciare gl’interessi degli USA. I «successi dei competitori in campo non militare» potrebbero spingere una frustrata dirigenza di Washington a reagire militarmente, con una mossa che sarebbe giudicata universalmente «illegittima» e che, se rivolta contro Paesi come Russia e Cina, potrebbe avere «costi inaccettabili o dare il via ad un’allargamento indesiderato ed incontrollato del conflitto».
Freier riconosce che queste tre ipotesi sono «estreme» ma - avverte - «plausibili e non fantasiose». L’importante è che il Dipartimento della Difesa sfrutti il momento provocato dai recenti choc strategici per ripensare i suoi piani non sono in reazione agli choc passati, ma pure in previsione di quelli futuri». Talvolta una guerra, specie in caso di supremazia tecnologica e militare, è il modo migliore per «delocalizzare» le contraddizioni interne e poter fare con tranquillità un «reset» del sistema. Mi fermo qui, ma è certo che tra i seguaci della dottrina Bush, dentro e soprattutto fuori degli USA, sono in molti ad attendere l’occasione per sferrare il primo colpo e qualcuno probabilmente a cercarla o costruirla.

E così, senza voler instaurare per forza nessi causali, ci piacerebbe comunque sapere che ci facevano alla frontiera di Chiasso due giapponesi con 134 miliardi di dollari nella valigia, espressi in titoli che circolano solo nei rapporti tra Stati. Se sono falsi, è l’ennesima riprova che dopo i subprime, Madoff e gli asset pubblici, la finanza del biglietto verde è come quella del Monòpoli, è carta straccia, tale che le previsioni di un crollo del sistema imminente sarebbero tutt’altro che spazzatura complottista e catastrofista. Se quei soldi sono veri, la cosa è persino più inquietante: se, infatti, di quei 134 miliardi di dollari, per ricostruire l’Abruzzo ce ne vorrebbero appena 4, mi domando quanti ne basterebbero per destabilizzare aree ben più vaste. Quanti eserciti di terroristi si possono armare ed addestrare, quanti attentati organizzare, quante «armi sporche» costruire, quante speculazioni a breve promuovere, quanti partiti e rivoluzioni «democratiche» finanziare, quanti media sovvenzionare, quanti uomini corrompere, quanti Stati strangolare o soccorrere, per attrarli nella propria sfera di influenza?

Vista l’entità della somma, non vorremmo che qualcuno volesse utilizzarla per attivare «adeguate risposte preventive» contro eventuali «successi dei competitori in campo non militare» e non vorremmo che questi competitori fossero da includere nel novero dei cosiddetti «competitori globali». Nel dubbio preparate l’elmetto, altro che veline!

Domenico Savino



1) www.gdf.it/GdF__Informa/Notizie_Stampa/AdnKronos/Adnkronos_2009/Adnkronos_Giugno_2009/info-1518911049.html
2) http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/esteri/obama-presidenza-6/discorso-economia/discorso-economia.html
3) http://news.kataweb.it/item/487590/trichet-l-europa-ha-toccato-il-fondo-la-ripresa-nel-2009
4) http://news.kataweb.it/item/557944/bce-trichet-nel-2010-economia-in-graduale-ripresa
5) http://news.kataweb.it/item/562719/crisi-trichet-moderata-ripresa-possibile-nel-2010
6) http://news.kataweb.it/item/574131/crisi-trichet-2009-difficile-ma-ripresa-dal-2010
7) http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=57744&sez=HOME_ECONOMIA&ctc=60&ordine=asc
8) http://news.kataweb.it/item/584695/bce-forte-rallentamento-economia-graduale-ripresa-2010
9) www.repubblica.it/2009/05/sezioni/economia/bce-1/tassi-inv/tassi-inv.html
10) http://news.kataweb.it/item/587484/usa-fed-taglia-stime-pil-2-1-3-2009-e-2-3-3-2010
11) http://www.finanzalive.com/flash-news/previsioni-fmi-pil-mondiale-caduta-libera-2009/
12) http://news.kataweb.it/item/592299/bce-weber-scenario-resta-incerto-ma-crisi-rallenta
13) http://news.kataweb.it/item/554585/ripresa-solo-fra-tre-anni
14) http://news.kataweb.it/item/562983/fmi-ripresa-a-meta-del-2010
15) http://news.kataweb.it/item/445156/bce-trichet-stabilita-prezzi-va-assicurata
16) http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=112756
17) http://iltempo.ilsole24ore.com/economia/2009/03/31/1008031-crisi_fiducia_livelli_minimi_nell.shtml
18) www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=356093
19) www.repubblica.it/2009/06/sezioni/economia/disoccupazione/disoccupazione/disoccupazione.html
20) www.corriere.it/economia/09_giugno_05/usa_disoccupazione_ai_minimi_d9f85dbc-51cd-11de-b581-00144f02aabc.shtml
21) www.leap2020.eu/4th-quarter-2009-Beginning-of-Phase-5-of-the-global-systemic-crisis-phase-of-global-geopolitical-dislocation_a2805.html
22) www.eugeniobenetazzo.com/ceravamo_tanto_amati.htm
23) www.effedieffe.com/content/view/5695/164/



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