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La Grande Scomparsa del lavoro. E della paga
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Inondata di dollari creati dalla Federal Reserve, l’economia americana – al contrario di quella europea – cresce ancora. Ma la crescita non crea posti di lavoro. Gli ultimi dati diffusi ai primi di maggio hanno allarmato: i nuovi posti di lavoro sono stati 115 mila, mentre ne erano attesi 173 mila. Soprattutto, l’aumento s’è avuto nei lavori a termine e tempo parziale dunque malpagati, che hanno controbilanciato un vero crollo dei lavori a tempo indeterminato con stipendi decenti (1).

L’economista Jeremy Rifkin l’aveva previsto già negli anni ‘90 (è il titolo di un suo famoso saggio) «La fine del lavoro: il declino della forza lavoro globale e lavvento dellera post-mercato». Ora diversi economisti americani si domandano se quel tempo non sia già arrivato: se l’eccesso di offerta di lavoro rispetto alla sempre più esigua domanda di lavoratori non sia un fenomeno strutturale, ossia permanente e irreversibile. Se sia un fenomeno globale. E se non sia questa la vera ragione di fondo della finanziarizzazione dell’economia e della conseguente crisi: eccesso di credito, per stimolare una «crescita» dei consumi di milioni di lavoratori con salari stagnanti o declinanti.

In America, «i lavori nel settore privato rimangono ostinatamente 5 milioni sotto il livello pre-recessione», ha scritto in un recente articolo sul New York Times Laura D’Andrea Tyson (economista a Berkeley, ha presieduto il Consiglio Economico del presidente Clinton), e la disoccupazione resta alta in modo anormale nonostante l’estrema liberalizzazione del mercato del lavoro in USA, dov’è facile licenziare ma anche assumere alla svelta. (Structural Unemployment and Good Jobs)

L’accusa corrente chiama in causa le delocalizzazioni massicce dai Paesi ad alti salari a quelli a paghe bassissime (Cina, Serbia…) per lucrare profitti maggiori al capitale; è vero, ma è solo una parte della verità. L’altra e peggiore, è che lo stesso progresso tecnologico accresce la produttività dei sistemi industriali, che hanno ormai bisogno di poca manodopera. Computer, il software, il web e la robotica hanno fatto sparire intere categorie un tempo stimate e ben pagate: tipicamente i tipografi linotipisti e compositori, un’aristocrazia operaia che il vostro redattore ha fatto a tempo a conoscere nelle tipografie dei quotidiani, sono scomparsi: non c’è più bisogno di loro, perchè ogni giornalista col suo laptop è compositore di se stesso, e la pagina viene creata come un lucido fotografico, non più con piombo fuso. I linotipisti sono scomparsi com’erano scomparsi, un secolo prima, i fiaccherai e gli accenditori dei lampioni a gas. Ma molto più rapidamente.

Questa velocità ovviamente aggrava la crisi: fa sparire i lavori «vecchi» prima che siano pronti i lavori «nuovi». Peggio, i lavori nuovi chiedono comunque meno manodopera. Una quantità di funzioni un tempo ad alta intensità di lavoro (si pensi ai bancari) sono sostituite dal software, come molti altri servizi che, oggi si vendono come pacchetti di programmi a basso costo. Solo dieci anni fa, l’editoria libraria era un’attività che richiedeva un capitale non indifferente, parecchi lavoratori qualificati e il tempo delle varie fasi: stampa, fascicolazione e rilegatura, distribuzione fisica nelle librerie, magazzini, invenduti che l’editore doveva riprendersi per mandarli al macero (il magazzinaggio è un costo). Oggi basta un’ora per «pubblicare» un libro digitale, a costo quasi zero, compresa l’un tempo costosa distribuzione: chi compra il libro se lo scarica sul suo Kindle o Tablet, e non ci sono copie invendute... Gli esempi si possono moltiplicare a volontà.

Anche nella Cina dei bassi salari la manodopera comincia seriamente ad essere sostituita dai robot. E non solo perchè anche là i salari crescono e «manca manodopera» (leggi: lavoratori giovani e disposti a lavorare per poco), ma perchè i montaggi di materiale elettronico fatti a mano avevano un tasso di difettosità ritenuto ormai anti-economico. Ovviamente i robot lavorano giorno e notte (a luci spente), non scioperano per rivendicare aumenti, e non hanno i costi sociali inerenti al lavoro umano: non gli si deve pagare la pensione, non vanno in malattia.

L’evocazione della malattia introduce il più grave paradosso delle economie post-industriali: il costo della vita cresce nonostante l’aumentata produttività ed efficienza del lavoro manifatturiero; anzi proprio mentre l’aumentata produttività ed efficienza riduce la quantità di lavoratori pagati, e fa sparire lavori ben pagati.

Il motivo l’hanno studiato e spiegato due economisti, Baumol e Bowen: gli operai dell’auto producono sempre più auto in un’ora-lavoro, ma i servizi sanitari a cui hanno diritto richiedono sempre gli stessi infermieri e medici anzi di più; lo stesso vale per l’istruzione, dove il tempo per correggere un compito in classe non può diminuire, resta uguale nel 2012 come nel 1966. Come dicevano Baumol e Bowen, per eseguire un quartetto di Beethoven occorre lo stesso numero di musicisti che nel 1800 (e un giornale richiede pur sempre un folto gruppo di giornalisti per riempirlo di notizie).

In altre parole, tutta una serie di servizi, tipicamente quelli «alla persona», non sono automatizzabili e la loro produttività è intrinsecamente bassa, quasi impossibile da accrescere. Per quanto gli infermieri e i docenti che mi leggono possano dire il contrario (e a ragione), essi «costano tanto», il loro costo è sostanzialmente incomprimibile, e pesa su un numero sempre minore di lavoratori efficienti e pagati con salario e posto fisso. Il cui «costo del lavoro» unitario, dunque, aumenta, anche se la sua busta paga è la stessa e diminuisce in potere d’acquisto.

La differenza tra la paga netta che il lavoratore riceve e il suo costo lordo per il datore di lavoro, inevitabilmente si divarica anche laddove (come in USA) previdenza sociale e sanità pubblica sono ai minimi termini. È dunque comprensibile, ancorchè crudele, che i datori di lavoro anche là ricorrano sempre più al lavoro a contratto e precario (risparmiano le spese previdenziali e l’assicurazione sanitaria), part-time e flessibile. Anche gli imprenditori, quando possono, tendono sempre più a liquidare le loro aziende con dipendenti e diventare imprenditori di se stessi, partite IVA con costi flessibili. Quando possono, ossia quando hanno studi e qualifiche superiori e richieste dal mercato.

Laura D’Andrea Tyson mette l’accento – almeno come concausa del fenomeno della disoccupazione che non diminuisce – sulle discrepanze fra le qualifiche richieste dai datori di lavoro, e quelle insufficienti degli aspiranti lavoratori. È un fatto che conosciamo anche in Italia, dove coesistono un alta disoccupazione giovanile e 150 mila posti di lavoro che restano scoperti perchè rifiutati dai giovani, o perché i giovani non hanno le qualifiche richieste: sarti, falegnami, panettieri, artigiani in genere, infermieri, cuochi. Ma la Tyson mostra che il problema è più generale, e consiste nell’insufficienza di istruzione del mondo avanzato. Essa pubblica la seguente tabella:

Crescita delle paghe orarie secondo il titolo di studio


Come si vede, le paghe di coloro che non hanno conseguito almeno il diploma di scuola secondaria (high school) non sono solo basse, ma continuano a calare. Anche i diplomati di scuola superiore non fanno bene; a crescere – e sempre più decisamente – sono invece gli stipendi di chi ha almeno l’università (all’americana: college), e più ancora i super-laureati. E la divergenza fra malpagati e non qualificati e ben pagati, si allarga. Non è solo la società individualistico-inegualitaria; è la struttura fondamentale dell’economia post-industriale che produce la divaricazione.

Lo spiega un’analisi apparsa su Foreign Affairs: The True Lessons of the Recession (PDF)

Finchè nelle fabbriche si usavano i tornii meccanici, Giuseppe che aveva fatto l’istituto tecnico e Paolo che non l’aveva fatto, non facevano tanta differenza, e guadagnavano più o meno lo stesso. Da quando i torni e le macchine utensili sono computerizzati, non solo Giuseppe è più utile, ma Paolo-senza-studi proprio non serve più.

«Naturalmente, non tutti i lavori poco qualificati sono scomparsi. Anzi, cè molta richiesta di quei lavori di servizio che non si possono automatizzare nè delocalizzare: taxisti, portinai, personale delle pulizie ed alberghiero, parrucchieri, giardinieri (e badanti, aggiungiamo noi). Lavori a basso salario. Ad essere scomparsi, sono i lavori che richiedono qualifiche intermedie, routinari e che una volta davano posto fisso e stipendi dignitosi, con tanto di benefici sociali annessi».

Sono i lavori tipici della classe media. Adesso, la struttura stessa dell’economia tende a farla sparire (pensate ai bancari, ancora ieri ben pagati, e ai «colletti bianchi», gli impiegati d’ordine in generale), e a polarizzare la società fra friggitori di hamburger Mac Donald’s e cameriere da bar in basso alla scala sociale, e in alto i vincenti nelle professioni che richiedono non solo alte qualifiche, ma creatività e capacità di aggiornare continuamente le proprie competenze rare: l’era postmoderna acquista, paradossalmente, la struttura delle società premoderne, tanti servi miserabili e pochi signori ricchissimi. «Negli ultimi dieci anni, la differenza tra il reddito mediano e i redditi bassi in fondo sè assottigliata»: la classe media con solo un diploma tende ad appiattirsi sui salari dei non-qualificati, e a confondersi con essi.

Ed ecco la triste novità: proprio mentre la popolazione attiva dell’Occidente dovrebbe intensificare la propria istruzione per tenersi al passo con l’avanzamento tecnologico e preservare il mondo occidentale come «cervello» della scienza e cultura planetaria (quale è stato per tre secoli), la forza lavoro occidentale diventa sempre meno istruita. Perde la «corsa tra tecnologia e qualificazione», s’è attardata in industrie mature come l’auto, o in lavori impiegatizi, senza fare il salto nei settori in crescita che richiedevano fossero acquisite più alte competenze, per esempio nelle tecnologie medicali.

Dovevamo sforzarci di diventare più intelligenti, invece siamo sempre più ignoranti. I motivi sono tanti: famiglie sempre più disfunzionali e dunque incapaci di educare (anche allo sforzo e al gusto di studiare), scuole inadeguate e università costosissime (2).

È il rimbecillimento, l’immiserimento culturale dell’uomo occidentale che ci vediamo attorno ogni giorno – a parte eccezioni ed eccellenze – ma di cui in America hanno misurato l’effetto sociale. Mentre la disoccupazione – calcolata secondo i metodi USA – è poco sopra l’8%, «il tasso di disoccupazione per i lavoratori dopo i 25 anni che non detengono un diploma di scuola secondaria superiore è del 13%; è del solo 4% fra i lavoratori con laurea o super-laurea»: così Laura Tyson. Che aggiunge: attenti, perchè negli ultimi 40 anni, il reddito annuo del lavoratore mediano con solo un diploma di scuola secondaria (il tipico uomo di classe media) è sceso del 46%: «un declino senza precedenti per durata e quantità».

Foreign Affairs rincara: «in USA, il 35% dei senza titolo di studio fra i 25 e i 54 anni non hanno lavoro, e chi non ha il diploma di secondaria rischia la disoccupazione tre volte di più di un laureato. Ma il peggio è che tra gli americani tra i 25 e i 34 anni ci sono meno laureati che tra i 45-54 enni, e ciò a dispetto del fatto che i diplomi alti abbiano acquistato più valore sul mercato del lavoro»: insomma i giovani studiano meno degli anziani, sono meno preparati e dunque meno creativi e intraprendenti.

In Italia, salvo le solite meritorie eccezioni, accade che i diplomati in chimica 60 enni scoprano che i laureati in chimica che dovrebbero sostituirli in azienda sanno meno di loro (3), e soprattutto non sono in grado di usare creativamente le conoscenze che hanno ricevuto. Accade che i giornalisti di una certa età si sbalordiscano delle falle nella cultura generale che rivelano i giornalisti più giovani (per non parlare della conoscenza della lingua italiana). Che ai magistrati anziani caschino le braccia davanti alla vacuità dei giovani colleghi. E che i datori di lavoro non sappiano che farsene di neo-laureati in Scienze Politiche, o Scienze della Comunicazione, quando avrebbero bisogno di ingegneri – o anche, più modestamente, di addetti alle macchine a controllo numerico che sappiano quel che fanno.

Se le cose stanno così, è possibile che i milioni di giovani che nè studiano nè lavorano (e dall’altro lato gli anziani espulsi dal lavoro prima di aver raggiunto la pensione, gli «esodati») siano solo l’avanguardia di masse umane inoccupate in permanenza, senza salario, senza forza politica e senza dignità – perchè per l’uomo medio è il lavoro che dà dignità, identità e cittadinanza. E per giunta, privati dalla secolarizzazione compiuta delle risorse spirituali o per vivere creativamente la frugalità, o per sopportare la loro inferiorità permanente, come facevano un tempo le classi «umili».

Per i giovani d’oggi, si parla di generazione perduta, o a rischio di perdersi. Quel che allarma è che, come massa, guardi inerte e un po’ bovina l’avvento di un gigantesco mutamento storico e strutturale dell’economia reale, paragonabile a quello dell’agricoltura: il settore che per secoli occupò il 90% della popolazione, ed oggi il 2-4% al massimo. Allora, i contadini in eccesso furono assorbiti dalla rivoluzione industriale. Oggi, tarda a vedersi quale post-industria post-moderna interverrà ad assorbire questi aspiranti ad una classe media con poca cultura, disposta a lavori ripetitivi «di concetto» che non esistono più; e probabilmente, non interverrà niente.

Almeno, in America il problema viene discusso, si cercano soluzioni (4). In Italia, no.





1) In USA, la pochezza dei nuovi posti di lavoro creati si sta accompagnando ad un notevole aumento di persone che chiedono l’assegno per infortunio e inabilità temporanea: sono stati 225 mila in aprile. È un fenomeno mai avvenuto prima nell’industriosa America: o la sicurezza sul lavoro s’è degradata enormemente, oppure gli sfavoriti hanno trovato un metodo «napoletano» per godere di quel minimo welfare state che c’è in USA. Si veda la doppia tabella qui sotto: gli infortunati crescono quanto i richiedenti i buoni pasto assistenziali.



2) Il costo dell’università vale per gli USA. Per l’Italia, vale la bassa qualità dei cattedratici, che non studiano più, non fanno ricerca e non trasmettono il sapere vivo. Vedi, alla Sapienza, il rettore Frati, che ha assegnato cattedre a moglie, figlio e figlia. Che cosa volete che si impari da questi parenti parassiti?
3) L’esempio del chimico non è affatto casuale: dipende dalla conoscenza diretta di un geniale diplomato di istituto tecnico – il nostro lettore Giuliano – che non riesce ad andare in pensione perché viene continuamente chiamato da aziende a risolvere problemi che i neo-laureati in chimica non sanno affrontare. E anche i suoi tentativi di formare e trasmettere il suo sapere a questi giovani, va spesso a vuoto.
4) Per esempio, la presidenza Obama ha lanciato il programma Right Skills Now (Le Giuste Qualifiche Subito), un complesso accordo con la National Association of Manufacturers, ossia gli industriali, per creare corsi interni alle imprese e forme di apprendistato «alto» fortemente inserito nel lavoro reale.



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