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Ripudiare il debito: istruzioni per l’uso
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Finalmente qualcuno osa sfidare il tabù, pronunciare la parola proibita: «Il buco nero della finanza non inghiottirà gli Stati: verso il ripudio del debito». Così suona il titolo di un saggio illuminante di Jean-Claude Werrebrouck, economista francese (1).

I governi occidentali attuali - locatari della sovranità alla finanza - naturalmente hanno fatto di tutto per servire i banchieri. Con ciò, si sono indebitati (hanno indebitato i cittadini-contribuenti) a livelli inverosimili, insostenibili. E diventano progressivamente vittime dei mercati finanziari che si dovevano soccorrere. Ma tutti i milioni di miliardi spesi per «salvare» la finanza non stanno dando risultati. I rilanci, non coordinati, sono falliti. E già ad essi comincia a succedere (almeno all’orizzonte) una «guerra delle monete» che va ben oltre l’aggressività del tasso di cambio dello yuan, fissato sul dollaro e quindi discendente col dollaro; l’esito possibile, scrive Werrebrouck, «è la fine delle monete uniche, del dollaro a livello mondiale e dell’euro a livello europeo».

E in questo scenario-catastrofe, la finanza speculativa e insolvente, coi soldi nostri, continua ad assorbire una massa crescente di ricchezze: in USA il 22% del PIL americano, il 12% del PIL in Gran Bretagna. Per la Francia, l’analista fa l’esempio del salvataggio di BNP Paribas: l’azionista pubblico (lo Stato) ha ricevuto 226 milioni di euro (in dividendi) per i servizi resi alla banca: ciò significa «un mancato guadagno di 5,574 miliardi di euro in rapporto agli azionisti di diritto comune; e lo Stato avrebbe ben potuto essere un azionista di diritto comune, entrando direttamente nel capitale nell’ottobre 2008».

Non ha voluto perchè questa sarebbe stata una nazionalizzazione, vietata dal dogma. Lo Stato ha preferito fare da salvatore esterno, senza voce in capitolo, senza poter sbattere fuori il management (come avrebbe avuto il diritto di fare se si fosse comportato, come meritano i suoi esborsi, da azionista privato).

Questo esempio (replicato dovunque in Occidente) mostra nel modo più paradossalmente ridicolo  il servilismo degli Stati verso la finanza privata: sono pronti a perdere a rotta di collo, per salvare un «mercato» che è ormai solo apparenza, rinunciando ai profitti che il «mercato» riconosce al capitalista.

Nonostante questa mala volontà e cecità, sostiene però Werrebrouck, lo Stato dovrà per forza riprendere il timone, affermare il suo potere - che non vuole affatto esercitare. Perchè?

Per via dello strangolamento finanziario in cui gli Stati si sono cacciati per salvare la finanza privata. Hanno creato un immenso debito pubblico, su cui dovranno pagare gli interessi. Interessi alti, perchè ci sarà una concorrenza spietata dei debiti pubblici per attrarre capitali selvaggi. Questi interessi diventano impagabili.

O più precisamente: possono tentare di pagare gli interessi sui debiti pubblici, soltanto svenandosi, iper-tassando i cittadini, e in Europa distruggendo lo Stato sociale a forza di «rigore», ossia destinando i fondi per le spese sociali al ripagamento del debito. Per poi, alla fine, annegare, con il crollo definitivo delle banche «troppo grandi per fallire». Le banche sono troppo grandi per fallire, appunto perchè il loro fallimento trascina nella bancarotta gli Stati. Anzi, nella loro implosione e sparizione.

Ma questa paura, dice Werrebroeck, «è assolutamente falsa. Non ci sarà una dittatura dei mercati sugli Stati. Se la morte delle entità private è concepibile perchè non mette completamente in causa la società nel suo insieme, la morte dell’entità pubblica è puramente e semplicemente non concepibile, in quanto è la fonte stessa dell’esistenza di tutte le entità private - e non si è mai storicamente verificata».

Già: storicamente gli Stati, quando non hanno potuto pagare il debito, l’hanno ripudiato, adottando l’arma estrema della sovranità. Lo rifaranno, assicura l’analista francese, che su questo punto ci sembra troppo ottimista (dopotutto, esistono «Stati falliti», failed States come la Somalia).

Ma Werrebrouck fa derivare il suo «ottimismo» (tragico) dalla constatazione degli stessi vizi del personale politico che ci opprime per conto dei banchieri: la loro attività è diventata una professione, «e non si vede come il personale politico accetterà l’agonia dell’ente pubblico che lo stipendia»: se non nell’interesse della società, è nel loro interesse che i politici e i burocrati dovranno smettere di servire la finanza.

Semplicemente, «gli Stati non sono solubili nel mercato». Certo, il ripudio del debito è un gesto estremo, che ha un costo altissimo.

Ma bisogna metterlo a confronto con «il costo dello strangolamento finanziario, che già ora blocca tutti i margini di manovra, e che domani assorbirà un volume crescente di spese (pubbliche), per esempio sociali. Verrà il momento in cui i politici (o magari dei nuovi politici) dovranno comparare i due costi»: quello di continuare a servire il debito, e quello del riaffermare la sovranità.

«Quando la finanza assorbirà i mezzi dello Stato-provvidenza, la sola risorsa dei politici di mestiere sarà, in in primo tempo, il ripudio del debito».

Già oggi la Francia dedica il 20% degli introiti fiscali a pagare gli interessi sul debito (60 miliardi di euro, l’Italia 80); quando si tratterà di sacrificare il 30% o 40% per l’esplosione della prossima bolla che si sta producendo, e per la ricomparsa dell’insolvenza delle banche che non hanno ancora ripulito i loro bilanci, il problema si porrà: penosamente, ma ineludibilmente.

La sola alterativa sarà il «come» avverrà questo «riarmo» dello Stato, la ripresa della sua sovranità:  se in modo cosciente, deliberato e metodico, oppure restando attaccati all’illusione di una «governance mondiale», di una sovranità delegata ad un anonimo altrove.

«Il buon metodo», scrive l’analista, «consiste nel ripudio del debito pubblico dovunque le circostanze lo esigano. In un contesto di dis-inflazione (come quello attuale), questo passa per la monetizzazione», ossia per la stampa senza limiti di falsa moneta (come di fatto stanno già facendo gli USA): il debito pubblico si troverà largamente evaporato, anzitutto a danno dei non residenti (detentori esteri dei Buoni del Tesoro e delle obbligazioni) vittime della caduta massiccia dei tassi di cambio che risulterà dalla moltiplicazione dei segni monetari.

«Il ripudio del debito pubblico si deve accompagnare dovunque le circostanze lo richiedano, ad una rinegoziazione del debito privato, con lo scopo di allentare il nodo scorsoio finanziario dal collo degli agenti privati».

«L’obbiettivo globale di queste due forme di ripudio almeno parziale del debito è evidentemente la diminuzione globale dell’indebitamento, quell’indebitamento la cui crescita irresponsabile ha causato la crisi».

Naturalmente questo deve accompagnarsi con la ripresa in mano da parte del potere politico del sistema bancario. Che dovrà obbedire a nuove intimazioni e riconfigurazioni: «ritorno alla specializzazione (divisione fra banche commerciali e banche speculative), divieto della cartolarizzazioni (securitisations) e del treading per conto proprio, limitazione stretta della dimensione della ‘leva’ e dunque aumento dei fondi propri, attività finanziarie sui prodotti di base (materie prime) riservata ai soli attori dell’economia reale».

Ma è purtroppo improbabile che la ripresa di sovranità avvenga in questo modo cosciente e ordinato. Perchè la crisi dei prossimi dieci anni (2010-2020) colpirà «un terreno umano» che l’ideologia del mercato ha reso una galassia di «atomi desideranti». Edonisti e soggettivisti, che si cullano nel culto del corpo, privi di senso del comune destino, e una società postmoderna che «rifiuta la disciplina, la gerarchia, l’universalismo e infine l’ordine organizzato tanto vilipeso dagli economisti».

Sicchè la grande trasformazione avverrà, probabilmente, nel disordine e nella violenza, nel caotico scontro cinico e senza remore degli interessi e delle avidità, nel quadro di «un’assenza totale di offerte ideologiche nuove». La «decolonizzazione dei cervelli» dall’impero del mercato (e dell’iper-consumo) è di là da venire: ciò porterà ad una «decostruzione senza progetto»: dettata dalla forza delle cose, non pilotata dalle volontà.

I governi e le burocrazie sovrannazionali continueranno ad adottare provvedimenti derivati dalla loro «credenza nelle virtù della teoria economica neoclassica», e nella speranza di restaurare «l’ordine» precedente, l’iperconsumo finanziato dall’iper-indebitamento, senza nemmeno accorgersi che la loro ideologia dépassée si annoda, nella congiuntura attuale, in una contraddizione in termini: che «bisogna ridurre il volume del debito... ma mi raccomando, senza toccare il volume del credito».

Missione impossibile.

Tutto ciò aggraverà il costo del recupero della sovranità. Costo enorme, «perchè si tratta di una strategia per principio non cooperativa», dice Werrebrouck, che qui adombra l’uscita della Francia dall’euro: «Un ritorno alla sovranità monetaria francese provocherebbe una svalutazione massiccia, e dunque un rialzo estremo di tutte le materie prime, e in conseguenza una caduta importante del livello di vita dei cittadini d’oggi». Ma ciò a profitto «delle generazioni future», liberate dai ceppi del debito (di cui dovrebbero pagare gli interessi) e rese più competitive dalla moneta sovrana svalutata.

Ciò riguarda a maggior ragione l’Italia, ancor più indebitata, e che l’uscita dall’euro - nonostante tutti i suoi costi - renderebbe un concorrente invincibile per la Germania, che produce le stesse cose nostre e compete sugli stessi mercati: con l’euro che è il marco, mentre noi non abbiamo la lira.

Uscire dalla UE? Non pagare più i BOT, almeno quelli in mano agli stranieri? E’ quasi impossibile pensarci. Ma qui si tratta di pensare l’impensabile, di uscire dagli schemi del mondialismo, che sono illusori. Perchè quel che il «mercato-mondo» sta producendo non è uno Stato mondiale, ma al contrario «l’utilizzo di un mezzo, il mercato, per l’affermazione di nuove nazioni, alcune di grande peso», come il BRIC, Brasile, Russia, India e Cina. «L’utilizzo del mercato» diventa sempre più «un sostituto e un paravento della violenza politica».

Le riserve di cambio di cui la Cina è stracolma diventano «un tesoro di guerra con potenziale aggressivo». La Cina, tenendo basso in modo irrealista il tasso di cambio della sua moneta, compie un atto sovrano di aggressione. E sotto i nostri occhi, lungi dal nuovo ordine mondiale, vediamo stabilirsi una «nazione» chiamata Cimerica, ossia «la collusione, sotto il patronato degli Stati, fra Wall Street, Wal Mart e il Partito Comunista Cinese».

L’America già svaluta il dollaro e dunque ripudia il debito per diluizione; la Cina già conduce la sua guerra sovrana fissando d’autorità il cambio dello yuan. Solo noi europei non lo siamo più. E non albeggia fra noi la soluzione «cooperativa», l’Europa-nazione capace di coordinare lo spazio europeo e chiuderlo al saccheggio e all’usura mondializzata.

Il costo della sovranità recuperata sarà ancora più enorme: «Ma sarà comunque superato dal costo del mantenimento dell’esistente, ossia l’assorbimento da parte della finanza di una massa crescente della ricchezza».

Alla fine, non resterà che tentare l’accordo fra nazioni europee - alcune, se non tutte - contro la UE,  per la ripresa della sovranità sulla Banca Centrale, il ripudio del debito, i dazi sulle merci di quei Paesi (Cina e USA) che già giocano sul «mercato» contro le regole del «mercato», oppure uscire. In modo non cooperativo.

Presto crescerà la coscienza dell’insostenibilità del debito, dell’impossibilità di attuare nuovi piani di rilancio, dell’insolvenza della marea montante dei nuovi disoccupati; la bolla finanziaria ultima provocata dagli USA con la monetizzazione senza limiti scoppierà, e la pia menzogna della solvibilità delle banche si rivelerà come menzogna, mentre comincerà la guerra delle monete (la Cina ha già cominciato).

E’ già iniziata la «grande trasformazione». Quel che ci manca per vederla è - dice Werrebrouck - il limite mentale: si continua a sperare nel ritorno del mercato, mentre gli Stati (quelli ancora sovrani) stanno tornando ad agire. Occorre «una rottura epistemologica, una evoluzione radicale delle credenze». Evocare il ripudio sovrano del debito è la prima rottura, intellettualmente necessaria.

Coincidenza non casuale, un altro organo francese, «Europe 2020», affronta proprio questo tema. L’ultimo suo rapporto (15 novembre) dichiara le tre «opzioni brutali» che gli Stati dovranno affrontare nel 2010: «Inflazione, forte pressione fiscale, o cessazione dei pagamenti», ossia ripudio del debito (2).

Assisteremo, dicono quegli esperti, ai «vani tentativi degli Stati di evitare queste scelte dolorose». Ma di questo, continueremo a parlare in un prossimo articolo.




1) Jean-Claude Werrebrouck, «Le trou noir de la finance n’engloutira pas les Etats», sul suo blog  http://www.lacrisedesannees2010.com/. Werrebrouck è docente di Economia all’Università di Lilla 2.
2) «Crise systémique globale - Les Etats face aux trois options brutales de 2010: Inflation, forte pression fiscale ou cessation de paiement», Global Europe anticipation Bulletin numero 39, 15 novembre 2009.



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