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E’ uno Stato normale?
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«Questa operazione è finita, ma ce ne sono molte altre in arrivo», ha detto una fonte militare israeliana d’alto livello all’agenzia ebraica YnetNews.
Certo, naturalmente.
E’questa la vita normale di uno Stato normale: spargere morte e distruzione su i vicini, periodicamente.
Con armamento e volume di fuoco da terza guerra mondiale, caccia-bombardieri, artiglieria pesante aeronavale e missili contro «nemici» selezionati fra i peggio armati, o preferibilmente inermi.
Ebrei e israeliani dovrebbero fare un breve conto sugli ultimi anni di quello Stato normale.

Gli ultimi atti: luglio 2006, Israele attacca il Libano per dare una lezione ad Hezbollah, che crede impreparato.
L’attacco, scatenato col pretesto dei quattro soldati «rapiti» dagli sciiti, è in realtà stato pianificato dal marzo precedente, come ammetterà Olmert alla Commissione Winograd.
Errore di valutazione: Hezbollah infligge gravi perdite a Tsahal.
Per rappresaglia, Israele bombarda il Libano intero, Beirut compresa, distruggendone interamente
le infrastrutture: è normale, è così che si protegge lo Stato d’Israele.
Nessuno oserà chiedere i danni per la centrale del latte devastata, per la centrale elettrica, le strade e i ponti distrutti, per il petrolio finito a mare dai serbatoi sventrati.

Oltre mille libanesi, che nulla hanno a che vedere con Hezbollah, vengono massacrati.
E dopo il cessate il fuoco che mette fine momentanea ai 34 giorni di fuoco, Israele lancia
sul territorio sud-Libanese bombe a frammentazione, che spargono oltre un milione di shrapnel esplosivi negli orti e nei campi libanesi.
Questi ordigni, che scoppiano al minimo tocco, stanno ancora uccidendo civili: almeno 40 da allora, per lo più donne e bambini.
 Passa poco più di un anno.

Settembre 2007: aerei israeliani violano lo spazio aereo siriano - non è affatto la prima volta, queste intrusioni sono continue, caccia israeliani amano sorvolare a bassa quota i palazzi del governo
di Damasco - ma stavolta attaccano una installazione che indicherà poi (improbabilmente) come nucleare.
Non c’è reazione, se non verbale: la Siria non è nemmeno lontanamente armata come Israele.

E adesso Gaza, febbraio 2008.
Quei Kassam, quelle kathiusce che partono da Gaza autorizzano a bombardare un milione e mezzo di civili.
Un attacco che secondo Amnesty International  ha sferrato «con sconsiderato disprezzo per la vita dei civili».
In pochi giorni, Israele massacra 113 palestinesi, «di cui almeno dieci bambini, ed altri civili disarmati non attivi nel conflitto».
Anche gli osservatori dell’ONU protestano per la «sproporzione» della reazione israeliana.
Ma non è questo che fa uno Stato normale?

Contro un kalashnikov, due carri armati Merkava; contro un Kassam, un bombardamento con F-16 da grande guerra globale.
Su gente che lo Stato normale ha previamente affamato da un anno, bloccando ogni merce, strangolando ogni possibilità di vita.
Un «nemico» che non è uno Stato, e a cui non riconosce alcuna dignità.

La nostra memoria labile, sforacchiata dalla propaganda, non ricorda che Hamas ha più volte offerto un cessate il fuoco; ignorata dal regime israeliano, che non vuole avviare alcuna trattativa
con «i terroristi».
Sicchè l’unica opzione resta lo strangolamento di un milione e mezzo di persone (sono colpevoli, hanno votato Hamas), e il bastone bellico, le bombe, le esecuzioni di «militanti di Hamas» eseguite dal cielo con missili che ammazzano ogni volta anche una mezza dozzina di passanti.
E’ così che fa uno Stato normale: ad ogni proposta, risponde col ferro e col fuoco.
Libano 2006, Siria 2007, Gaza 2008, una «guerra» asimmetrica (super-armati contro inermi) almeno una volta l’anno.

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Ma nelle pause, nessuna tregua: continue violazioni dello spazio aereo in Libano, provocazioni contro la Siria, assassinii al missile in Gaza; e stringere ancora un po’ l’anello di ferro della fame e della penuria, ancora un po’ di punizione collettiva contro bambini denutriti e ridotti a mangiare pane e thè; ancora un po’ di disprezzo per gente a cui distruggi gli oliveti di tanto in tanto, giusto per tenerti in esercizio; o a cui fai mancare la luce, o i medicinali agli ospedali; a cui togli ogni speranza di vita economica, bloccando le povere merci in uscita, bloccando le povere cose
in entrata.
Uno Stato normale si circonda di un muro di 700 chilometri.
Si arma di 500 bombe atomiche e missili intercontinentali.
Progetta e studia come bombardare le installazioni nucleari dell’Iran, a duemila chilometri
di distanza.
E non si sente mai abbastanza sicuro, e vuole sempre più armi dal suo colossale servo, dal Golem americano.

Uno Stato che pretende ossequio dall’Europa con l’intimidazione e la pressione, uno Stato che pretende azzittita ogni critica, che esige di imporre leggi agli Stati altrui.
Uno Stato perennemente ostile, che non vuole né amici né alleati, ma solo strumenti e servi.
Uno Stato che vive così da decenni, rubando terra ad inermi, e minacciando, e creando attorno a sé instabilità e rovina, per sentirsi tranquillo… senza mai riuscirci.
Uno Stato aguzzino, che commette atrocità e crimini contro i civili, ma che si dichiara vittima;
che attacca e si dice attaccato.
Uno Stato che manda dovunque le sue squadre d’assassinio, i suoi kidon, ad ammazzare nel mondo; sempre impunemente, perché tutti i governi del mondo ammutoliscono di fronte a questa «vittima», hanno paura dei suoi mezzi palesi ed occulti di nuocere.

Riusciamo a pensare per un momento: quale altro Stato, quale altro regime si è mai comportato così?
Ci pensino gli ebrei: uno Stato in guerra perpetua, che affida la sua durata alla guerra perpetua contro tutti i circostanti, quanto può durare?
E’ poi così strano che tra i perseguitati e gli affamati, tra i minacciati da questo Stato, se ne sogni e se ne voglia la fine?
Gli Stati sogliono durare secoli, magari millenni; ma sinceramente, potete immaginare Israele esistente fra un secolo?
Con la sua guerra perpetua, la sua ostilità e disprezzo di ogni altro Stato e di ogni negoziato?

No, per quanto i servi intimiditi lo ripetano, lo adulino, non è uno Stato normale.
E’ uno Stato malato.
E’ uno Stato suicida.

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