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Stirner come profeta del bullismo
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Già nel 1845 Max Stirner, il filosofo dell’anarchia individualista, esultava perchè Dio stava morendo nei cuori europei: «Rompere col sacro, o meglio rompere il sacro, può diventare generale. Non è che si approssimi una nuova rivoluzione, ma potente, orgoglioso, senza rispetto, senza vergogna, senza coscienza, è un crimine che ingrossa all’orizzonte con il tuono. Non vedi che il cielo, grave di presentimenti, s’oscura e tace?».

Profezia ripugnante nell’euforia che tradisce, ma - bisogna ammetterlo - esattissima. Bulletti che angariano coetanei e li buttano sotto un camion, ragazzine che picchiano ragazzine, scolari che palpano le insegnanti (e riprendono il tutto col telefonino); guidatori che sempre più spesso, con indifferenza, recidivi, ammazzano passanti e scappano, o si dispiacciono per i danni alla carrozzeria.
E’ tutta una sub-umanità pullulante, «senza rispetto, senza vergogna e senza coscienza» che prende possesso della società, «potente e orgogliosa», forse già maggioritaria.
Forse la società intera, nei suoi secessionismi corpuscolari e violenti, è già quella auspicata da Stirner: una dissocietà assoluta, la guerra di tutti contro tutti.

Max Stirner (1806-1856) fu il primo apostolo della «libertà individuale» senza limiti, che oggi è l’ideologia sottesa alle infinite manifestazioni dell’inciviltà dei «senza vergogna».
Frequentatore della società degli hegeliani di sinistra (con Marx), «Società dei Liberati»: qui Dio non era più odiato, era sepolto.
Non era altro che una alienazione dell’Io, che aggravava di doveri immaginari.
Ma la libertà assoluta mancava ancora: lo Stato, anche democratico, impone ancora delle leggi; il socialismo ancora pretende di asservire il singolo all’umanità (o al proletariato), che è solo un altro modo di asservire a un dio.
Se io, da libero cittadino, concorro a formare le leggi, poi però mi devo assoggettare a queste leggi: ed anche queste limitano la mia libertà.
Stirner rivendica il diritto (o meglio, il potere) dell’Io di non essere fedele nemmeno a se stesso.

L’Io di Stirner è infatti l’entità più particolare che ciascuno di noi sperimenta in sè, infinitamente cangiante, mossa da desideri di un momento.
E’ dunque qualcosa che «i nomi non possono nominare», indefinibile per essenza.
Stirner  lo chiama «l’Unico». Perchè non è «un» io, semplicemente «differente» dagli altri; è una differenza assoluta.
«Io» non sono un altro «te», sono la mia indomabile volontà vitale e concreta, che vuole affermarsi contro tutte le astrazioni che gli vengono imposte: da Dio o da Socrate, dallo Stato o dalla filantropia.

Stirner deride (a ragione) la «fraternità» predicata dalle rivoluzioni, francese o marxista: la fraternità «è il punto di vista domenicale dei comunisti», scrive, mentre nei giorni feriali schiavizzano i «fratelli».
Stirner non è socialista.
Anzi è per la «libera concorrenza».
Ma quella assoluta, quella vera, non solo economica ma vitale.
E, dice, non c’è vera libera concorrenza finchè c’è uno Stato che la regoli.
Perchè le regole fanno dei potenzialmente liberi, dei servi.
Stirner è contro ogni ordine ed ogni diritto: perchè, «una volta spazzato via l’aldilà», il diritto ci impone «un aldilà interiore che è divenuto un nuovo cielo».

Stirner detesta anche la rivoluzione: essa richiede all’Io, all’Unico, di sacrificare le sue voglie e i suoi impulsi (la sua «libertà») ad un progetto che ancora non è realizzato, a un dio futuro.
Ma l’Unico è mortale, non ha tempo per il domani, vuole potere e godere oggi, l’Unico è nemico dell’eterno ed anche solo dello stabile o del futuro.
Vuole il presente, e lo vuole senza limiti.
Per questo Stirner, contro la rivoluzione, legittima solo la «insurrezione»: la violenza di piazza dove si arraffano le merci nelle botteghe e si dà fuoco alle proprietà altrui, e dove ogni insorto si
concede agli altri solo per il tempo e lo scopo in cui l’egoismo degli altri coinciderà con il suo.

La sola morale di Stirner è semplicissima.
Che cosa è il bene? «Ciò di cui posso usare».
A che cosa sono autorizzato?
«A ciò di cui sono capace».
Ebbene, fateci caso:  le legislazioni post-moderne non mirano a garantire proprio questa tipo di libertà dell’Unico?
In primo piano non sono più diritti sociali (dei lavoratori alla paga, per esempio), ma diritti individuali intesi alla felicità personale, così come ciascuno la intende e la vuole in questo preciso momento.
E’ questo il senso delle «legalizzazioni».

Vuoi lasciare la moglie per un’altra?
D’accordo, dice lo Stato post-moderno, ma aspetta che «legalizziamo» il divorzio.
Non vuoi il figlio che sta nascendo nel tuo ventre?
Pronti: ecco  la «legalizzazione» dell’aborto.
Vuoi esibire la tua omosessualità, il tuo travestitismo?
E’ «legale», quindi puoi farlo; e infischiatene se, per così dire, i bambini ti guardano e ne traggono le conseguenze.diritto all’eutanasia, alla droga libera un po’ di pazienza, stiamo «legalizzando».
Guidi ubriaco recidivo e ammazzi quattro persone?
Solo arresti domiciliari. il nuovo diritto è di manica larga verso le manifestazioni dell’Unico, ossia del tuo privato egoismo.

Ma anche gli speculatori di Wall Street non vogliono leggi che mettano freno alle loro «libertà» di arricchirsi.
E’ questo, in fondo, il senso dell’invocazione continua, della pretesa arrogante, allo «Stato minimo», che si coniuga da tutti i lati e in tutti i modi: «più società meno Stato» dice Formigoni, «privatizzazioni», raccomanda Padoa Schioppa, «non nel mio cortile» urlano i manifestanti anti-TAV o e i napoletani nella rumenta fino al collo, liberismo globale, predicano gli economisti di grido, trasgressione permanente, incita la TV.

Ma anche i politici che in questi giorni hanno promesso tutto - riduzione delle tasse, aumenti dei salari, benzina gratis - sapendo che non manterranno niente, non sono che degli stirneriani, anarco-insurrezionalisti: che volete da me?

L’«Io» che ero ieri, e che prometteva, non è l’«Io» che sono oggi, al potere; avrò pur diritto a cambiare propositi.
O volete coartare la mia libertà, inchiodandomi ai miei impegni?
Non c’è da vergognarsi di nulla.
Non dovete spiegarvi, meno ancora giustificarvi: «E’ legale, posso farlo».

Oppure: è illegale (per ora), dunque lo faccia per «far progredire il diritto», e perchè - come insegna Stirner - ogni «Io» ha da essere, rispetto allo Stato e alla società (agli altri), fondamentalmente criminale; perchè ogni adesione è diminuzione di libertà.
Tutto ciò perchè Dio è morto, e sono morti i suoi idoli-imitatori successivi, ed anche infine la ragione.
Come diceva Stirner, «Ho fondato la mia causa sul nulla».
O come dirà Nietzsche: «I vantaggi di questa epoca: niente è vero, tutto è permesso».
Basta che affermiate ciò che volete, e il vostro volere diventa legge.
Senza rispetto (gli altri «Io» si fottano, arraffino ciò di cui sono capaci), e senza coscienza: avete il diritto alla stupidità egoista senza domani, siete tutti perfetti, tutti «Unici».
Non ci sono più peccatori, e dunque non più crimini nè errori.
Così i delitti violenti sono sempre più spesso opera di giovanissimi, di minorenni; così le dodicenni fanno le veline, e i travestiti esibiscono la loro «normalità», e i finocchi il loro «diritto» ad adottare figli altrui.

Così la politica ha fatto ormai tutt’uno con la criminalità organizzata e ci propone di votarla; così i deboli e gli sfavoriti vengono gettati da parte, i malati non curati, la scienza e la ricerca affidate a chirurghi plastici ammanicati, le università a farabutti che opprimono i ricercatori precari, gli rubando le idee e i giusti compensi.
Così la Casta - potente coalizione di unici - si prende tutto, s’arricchisce a danno dei poveri.
Sono tutti stirneriani, senza saperlo.

Almeno Stirner sapeva a cosa avrebbe portato questa «libera concorrenza» tra egoismi sacralizzati e sfuggenti, e senza alcuna legge che riconoscano come legittima.
Alla guerra perpetua degli Unici, tutti contro tutti, senza coscienza e senza rispetto, fino al suicidio collettivo.
«L’umanità sarà sepolta e sulla sua tomba Io, finalmente padrone solo, Io, mio erede, riderò».

In quale luogo possa suonare questa risata, visto che l’Unico che dovrebbe ridere per ultimo sarà anche lui ucciso, e visto che non c’è aldilà, è dubbio.
Forse nelle tenebre esteriori, dove non è che pianto e stridor di denti.


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