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Consolazione e coraggio
Edizioni EFFEDIEFFE
23 Gennaio 2026
Per il mese di Gennaio 2026 Effedieffe pubblica quattro nuovi testi: in particolare, tra questi: una vita di S. Pietro finalmente degna del Vicario di Cristo dopo le recenti luci della ribalta mediatica di cui il Principe degli Apostoli è stato oggetto, e il magnifico trattato sulla Corredentrice che viene a rinsaldare la speranza dopo la Nota dottrinale “Mater Populi fidelis” [di essa parliamo diffusamente nella parte finale di questa presentazione]. Da tempo lavoravamo a questi contenuti, e oggi, per ragioni di palpitante attualità, questi due libri possono rappresentare un punto di riferimento per i cattolici, da dove poter attingere consolazione e coraggio. Siamo inoltre felici di poter esordire nella pubblicazione di ulteriori due opere di autori magistrali come Mons. Grabmann e P. Federick Faber, dei quali iniziamo oggi il recupero degli scritti ormai da tempo scomparsi.
Introduzione a San Tommaso Mons. Grabmann († 1949)
Professore di teologia dogmatica prima nella Philosophisch-theologische Hochschule di Eichstätt (1906-1913) e poi nell’università di Monaco di Baviera (1928-1939), rimase Docente universitario (fu anche docente di «filosofia cristiana» nell’università di Vienna, 1918-1928) fino a quando il nazismo soppresse la cattedra di dogmatica della capitale bavarese (1939). Dopo di che Mons. Grabmann si ritirò nella sua diocesi (Eichstätt), dove continuò il suo indefesso lavoro e dove piamente morì. Universalmente stimato, fu onorato dalla Chiesa con il titolo di Protonotario Apostolico e di Socio della Pontificia Accademia Romana di S. Tommaso d’Aquino (nella quale fu cooptato nel 1932). Il mondo della cultura fece a gara ad offrirgli distinzioni onorifiche: dottore honoris causa delle Università di Lovanio, di Innsbruck, di Milano, di Budapest; fu nominato socio delle Accademie di Monaco, di Berlino e di Vienna, nonché membro della direzione dei Monumenta Germaniae Historica. Frutto della sua insonne fatica (si spostava frequentemente, nei tempi liberi, soprattutto nelle vacanze pasquali ed estive, da una biblioteca all’altra, da Monaco a Roma, da Parigi ad Oxford e in tutte le principali città d’Europa, alla ricerca di manoscritti, di documentazione e di informazioni bibliografiche) furono numerose opere, che lo additarono all’ammirazione di tutti gli studiosi, anche non cattolici. Effedieffe, a partire da oggi, nell’apposita collana dei Maestri del Tomismo, dà inizio alla pubblicazione di quelle sue opere che un tempo furono tradotte in italiano, ma che oggi non esistono più. Siamo pertanto molto felici di poterne avviare la ripubblicazione. Mons. Grabmann fu un eccellente tomista e le sue opere potranno dare un grande contributo alla ripresa degli studi scolastici. Mons. Grabmann partì da una convinzione giovanile, collaudata dai suoi lunghi studi, che S. Tommaso fosse il frutto più maturo della filosofia cristiana e della teologia cattolica, e nei suoi quasi cinquant’anni di studi e di ricerche è riuscito a dimostrare che tutto converge verso la grandiosa opera che uscirà dalle mani del figlio dei Conti di Aquino. Così, nel 1911, allo scopo di descrivere, con la maggiore fedeltà possibile, il ritratto della persona e del pensiero di S. Tommaso d’Aquino, Grabmann, scrisse l’opera che oggi pubblichiamo, quel Thomas von Aquin. Eine Einführung in seine Persönlichkeit und Gedankenwelt, che in italiano suona, secondo la nostra riedizione, “Introduzione alla personalità e al pensiero di S. Tommaso d’Aquino”. Benché questa non sia in assoluto la sua opera iniziale, ma solo la sua opera seconda, ci è sembrato opportuno iniziare da questa per far conoscere tutti i risvolti umani e intellettuali e, diremo così, quasi l’anima del duce degli studi S. Tommaso. È questo un testo perfetto per chiunque voglia approfondire o avviarsi per la prima volta ad uno studio generale su S. Tommaso. L’opera conobbe ben 8ª ed. a Monaco entro il 1949 e in Italia almeno 5 edizioni, di cui l’ultima (la presente) curata da Mons. Antonio Piolanti nel 1986, il quale nella sua Introduzione scrive: “La centralità storica di S. Tommaso mai forse è stata posta in tanta evidenza, come dalle molteplici, originali e profonde ricerche del dotto bavarese, che allo studio del Medioevo ha portato tutta la carica della sua robusta fede e tutto il peso del suo pensoso e fecondo ingegno tedesco”. Introduzione a S. Tommaso è uno schizzo storico-dottrinale, redatto da un grande competente, per suscitare nell’animo del lettore (sia giovane che navigato) quella simpatia per un pensiero limpido e penetrante, sempre in armonia con la fede cattolica, sempre capace di assimilare i migliori risultati di ogni riflessione filosofica come fu quello di S. Tommaso. Dopo essersi fermato a considerare S. Tommaso sotto l’aspetto della sua santità, Grabmann passa a considerare, nei suoi tratti principali, la sua figura di dotto. Infatti, il carattere fondamentale della vita spirituale del santo, che consiste nell’aspirazione al soprannaturale e al divino e nella tranquillità di un cuore mite ed umile, si comunicò anche alla sua vita scientifica, determinandone la sua individualità, il fine e le aspirazioni, che per l’Aquinate furono di penetrare più addentro possibile nel regno delle verità soprasensibili e soprannaturali, e conoscere in modo soddisfacente e adeguato le cause, le relazioni, le leggi e le forze del mondo naturale e soprannaturale. Il suo metodo scientifico di lavoro fu diretto da criteri strettamente oggettivi, e dominato unicamente dall’ideale della verità. Per questo, l’esposizione del pensiero tomistico, basata sulle dottrine principali che dominano tutto il sistema, è fatta dal Grabmann sui testi medesimi. “Sussidio indispensabile ad un disegno realmente fedele della vita e del pensiero dell’Aquinate — scrive infatti l’Autore — sono lo studio delle fonti e la profonda conoscenza degli scritti dei grandi scolastici”. Questo volumetto, in definitiva, oltre a far conoscere tutti i risvolti del pensiero del Doctor Communis, ne evidenzia il metodo, ne coglie l’animo, ne fa assaporare la squisita dottrina, che alla chiarezza unisce la profondità. Ci auguriamo che la sua ristampa possa giovare non poco ad uno studio proficuo e ad un giudizio oggettivo della dottrina tomistica.
Tutto per Gesù p. F. Guglielmo Faber († 1863)
La seconda opera che oggi pubblichiamo, è anch’essa il frutto di profonde ricerche su servi di Dio, cioè autori veramente cattolici, le cui opere sono oggi scomparse. Tra questi va certamente annoverato il padre Faber, teologo ascetico oratoriano, nato a Calverley (Yorkshire) il 28 giugno 1814. Ardente discepolo del futuro card. Newman, ricevette l’ordinazione anglicana nel 1839, ma nel 1842, visitando Roma, ottenne un’udienza privata con Gregorio XVI il quale lo invitò a non aspettare gli altri, ma a considerare la sua propria salvezza. Le sue tendenze cattoliche erano già evidenti. La conversione di Newman lo decise, e il 17 novembre 1845 fu ricevuto nella Chiesa dal vescovo Wareing a Northampton. Nel 1847 fu ordinato sacerdote cattolico. Nel 1849 i Wilfridiani divennero oratoriani e si stabilirono a Birmingham. Newman mandò parte della comunità a Londra, ove fondò un oratorio, trasferito a Brompton nel 1854. Faber ne rimase superiore fino alla morte. Ritornò a Roma nel 1846 e nel 1852. Tra gli oratoriani Faber vien subito dopo Newman col quale le relazioni furono sempre piene d’affetto. Faber fu un ultramontano come Manning e Veuillot, ciò che non fu Newman; ebbe poca simpatia per i cattolici «cisalpini» e «liberali». Da prete cattolico scrisse otto volumi di teologia spirituale: All for Jesus (1853), Growth in holiness (1854), The Blessed Sacrament (1885), The foot of the Cross e The Creator and the Creature (1858), Spiritual conferences (1859), The Precious Blood e Bethlehem (1860). Effedieffe comincia oggi la ristampa delle opere del p. Frederick Faber attraverso il primo dei suoi libri, quel All for Jesus tradotto in italiano già nel 1866 da Pietro Marietti e che da quel momento conobbe numerose ristampe anche da noi, almeno fino al 1940-48. In questo celebre Trattato l’oratoriano Faber si propose di raccogliere per i cattolici, nelle Vite dei santi e nelle opere degli scrittori ascetici, un certo numero di pratiche facili e interessanti, per aiutare i lettori ad imprimere profondi caratteri nell’anima, affinché si facciano progredire gli interessi di Gesù in ogni ora della nostra vita e in pari tempo ci si formi alla santità. Essendo il Vangelo una legge di amore (prima per Dio e poi per il prossimo), non basta il salvarci l’anima soltanto o il mostrarci più esatti che per il passato nel compiere i nostri doveri, ma comprometteremmo la nostra salvezza, così esorta il Faber, se non cercassimo di soccorrere le anime degli altri con le nostre azioni e con le nostre preghiere. «La nostra religione dev’essere, per quanto è possibile — insegna p. Faber —, un servizio di amore, e per conseguenza noi corriamo un grave rischio di perderci, se prendiamo questa vita soltanto come un’occasione di guadagnare il cielo al minor prezzo possibile, osservando soltanto i precetti rigorosamente necessari e lasciando da parte, come cose che non ci riguardano affatto, la gloria di Dio, gli interessi di Gesù e la salvezza delle anime». Tra le pratiche per sviluppare ed accrescere l’amore per Gesù, illustrate dal Faber, non ve n’è nessuna obbligatoria, ma tutte sono volontarie. «Io voglio condurvi a servire Gesù per amore. Prendete dunque quello che è più conforme a voi». Proprio per questa ragione, il sottotitolo del libro è: Vie facili dell’Amore Divino. Nel volume sono infatti tracciate queste vie facili, cioè, come dice l’autore “più elevate che la pianura di questo mondo e fuori dei turbini di polvere che la ricoprono, ma non tanto elevate da trovarsi fuori delle regioni dei fiori profumati e delle piante verdeggianti, dove scorrono rivi puri e freschi”. Ciononostante, avverte il p. Faber, non dobbiamo fermarci qui, dobbiamo continuare a mortificare le passioni sregolate, a lavorare e a soffrire; “ma intanto è pure certo che anche l’amore affettivo è buono in sé stesso e che non si limita punto, per noi cattolici, ad un culto sentimentale, poiché ho dimostrato, con ragionamenti che si fondano interamente sulla teologia, che tali pratiche possono divenire più che mai effettive e che tali sono quasi inevitabilmente. L’amore affettivo è dunque la via che conduce all’amore effettivo”. Secondo le dimostrazioni contenuto nel suo libro, ciascuno di noi, senza oltrepassare le grazie che ha ricevute, senza praticare austerità che non si ha il coraggio di subire, senz’avere bisogno di doni sopranaturali a cui non si ha diritto, può, col solo aiuto dell’amore e di una vera divozione cattolica, compiere cose tanto grandi per la gloria di Dio, per gli interessi di Gesù e per la salvezza delle anime, che appena si oserà credere a tanta potenza. Nel suo trattato, il padre Faber ci spiegherà quali grandi cose possiamo fare, in tal senso, senza mai allontanarci dalla nostra strada, senza sottrarci alle nostre occupazioni e neppure (poiché il Signore ha voluto così) senza privarci dei nostri divertimenti. Perché, dice Faber, “tutto dev’essere per Gesù”, come San Paolo disse: “Sia che mangiate, sia che beviate o che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor 10,31).
Vita, viaggi e predicazione dell’Apostolo S. Pietro (vol. 1) Sac. B. Ambrosi († 1914)
Bartolomeo Ambrosi è stato un sacerdote cattolico italiano e studioso biblico, nato nel 1823. Nella sua vita di ministero ricoprì incarichi di rilievo nella diocesi di Treviso, tra cui quello di arciprete di Biadene e di canonico onorario della Cattedrale di Treviso. Si dedicò in particolare a due studi in forma narrativa e didattica dedicati alle figure degli apostoli San Paolo e San Pietro. Queste opere, pubblicate nella seconda metà dell’Ottocento, si inseriscono in quel filone di letteratura religiosa che intendeva combinare rigore storico‑critico e accessibilità per il pubblico cattolico, permettendo ai fedeli e ai sacerdoti di conoscere in profondità le figure evangeliche attraverso narrazioni approfondite e ben documentate. Dopo la prima pubblicazione dedicata alla vita dell’apostolo S. Paolo (edita nel 1866 da G. Cecchini), successivamente, l’Ambrosi compose un’opera ancor più ampia dedicata al principe degli Apostoli, pubblicata nel 1875-1876 dalla tipografia Fiaccadori di Parma e che conobbe una seconda edizione (Tipografia Eusebiana 1892), ricevendo il placet di papa Leone XIII nel 1878. Effedieffe lavorava al rifacimento di questa opera da molto tempo: parliamo di un lavoro proseguito per circa due anni, intervallato dalla pubblicazione di tanti altri testi, ma soprattutto dalla volontà di presentare questa biografia nel miglior modo possibile; vi abbiamo dedicato grandissima attenzione. Coincidenza ha voluto (possiamo forse parlare di provvidenza?) che l’uscita di questo volume giunga proprio a ridosso di recenti avvenimenti “spettacolistici”, che hanno posto S. Pietro non nella luce che la sua persona ed il suo ruolo meritano. Dopo queste recenti luci della ribalta mediatica, (alludiamo ovviamente al monologo del comico Roberto Benigni) quest’opera viene a presentare la vera figura del Pontefice romano, del pastore supremo, del più perfetto modello della vita attiva, con le descrizioni che il suo onore, la sua umiltà e la sua grandezza meritano (di colui che ha voluto essere chiamato servo dei servi di Dio per rassomigliare al Figliuol dell’uomo che non è venuto per essere servito ma per morire). Dopo la pubblicazione della vita di Gesù e della vita di San Paolo dell’abate Ricciotti, era nostro desiderio associarvi anche quella di San Pietro. L’abate Ricciotti, infatti, non ne scrisse mai una, probabilmente perché la presente dell’arciprete Ambrosi, poderosa e scientifica, non aveva necessità di ulteriori indagini. Per le fonti utilizzate (dove si rileva un grande sfoggio di erudizione patristica) e per le ricostruzioni cronologiche (molto dettagliate e seriamente fondate sui documenti storici ed archeologici) la biografia intorno alla figura del Principe degli Apostoli dell’Ambrosi, è, per dir così, la migliore mai scritta. È difatti un’opera molto vasta, che in prima edizione era divisa in 5 volumetti e in seconda edizione (rivista ed aumentata) era divisa in due libroni. Il primo volume, che oggi ridiamo alle stampe, riguarda la vita di Pietro dalle sue origini fino a tutte le sue missioni in Siria. Il contenuto del volume II (in preparazione) verterà sulla fondazione della Chiesa romana, fino al martirio di S. Pietro, trattando così la questione dei viaggi e della venuta di san Pietro a Roma con tutti gli sviluppi voluti dalla sua importanza. La descrizione dei luoghi, la narrazione di tanti bei fatti, le citazioni frequenti del Vangelo, dei Padri, e dei migliori Teologi rendono questo lavoro veramente prezioso. Non a caso, può vantare il riconoscimento delle migliori riviste cattoliche della sua epoca e l’assenso di Leone XIII, il quale plaudì il suo Autore, il ch. Arciprete Ambrosi († 1914), per le “fatiche intraprese in servigio della stessa Sede Apostolica, ed in difesa della verità”. L’Ambrosi (che fu cavaliere dell’ordine nobilissimo del ss. Redentore) dichiara di non aver voluto scrivere un libro dogmatico, bensì un libro storico-critico. Egli ha mantenuta a rigore la sua parola, trattando storia e archeologia con mano maestra, da perfetto conoscitore dell’antichità cristiana. «L’illustre Autore — scrisse la Civiltà Cattolica, anno 1875, recensendo il volume — ricerca con special diligenza tutte le memorie che riguardano il Principe degli Apostoli, sia quelle che s’incontrano nella Sacra Scrittura, sia le altre che si possono attingere dalla tradizione e dai Padri; e studiando sopra esse, come altresì traendo partito da altre notizie, per dir così, parallele, ed altre volte argomentando da ciò che è semplicemente probabile, riesce a tessere una storia, la quale riesce la più esatta e la più piena di quante se ne abbiano finora». In conclusione, il presente studio risulta ancora oggi il più erudito e compiuto libro che si conosca intorno a S. Pietro, ed insieme il più opportuno ai tempi nostri, come quello che espone, e scioglie con pari sapienza e sodezza le controversie più importanti intorno alla Sede di Pietro ed al Primato dei suoi Successori.
L’Immacolata Madre di Dio — Corredentrice del genere umano Card. A. M. Lépicier († 1936)
Se di S. Pietro si è parlato molto in questo periodo, ancor più si è parlato di Maria (il che, tra l’altro, è sempre un bene). Purtroppo però, la Nota dottrinale del Dicastero della Fede, incentrata su alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza, non è venuta per confortare il popolo fedele, ma, a larghi tratti, per rattristarlo, visto il restringimento che nel documento si fa della portata di Maria nella redenzione umana, e che noi vogliamo continuare a considerare universale, proprio per la stretta, intima ed inscindibile associazione ed unione esistente tra Maria e Gesù. S. Agostino, d’altronde, chiama Maria la formam Dei, la forma di Dio. Come il Signore si servì di Maria per formare il primo degli eletti, così egli vuole che tutti i santi siano gettati in questa forma virginea. Essendo noi i primi lettori, in ordine cronologico, dei testi che pubblichiamo, e di questi, al massimo, potendo dirci i riscopritori dedicando la nostra piccola missione a rimetterli a disposizione del pubblico, dichiariamo subito che con la presente pubblicazione non vogliamo metterci in una posizione di competizione con il clero romano e con le decisioni del magistero della Chiesa, alla quale siamo e vogliamo rimanere sottomessi. Pertanto, alla Mater populi fidelis del prefetto Card. Férnandez non faremo che dei brevi accenni, giusto per collegare il documento all’atto di questa nostra pubblicazione. Il testo del Card. Alessio M. Lépicier, L’Immacolata Madre di Dio — Corredentrice del genere umano, a cui da tempo lavoravamo, può essere dirimente per superare questa apparente controversia. Da tanti anni, ormai, preferiamo far parlare i testi che pubblichiamo, piuttosto che far parlare noi. Volentieri, soprattutto in questo caso, ci atterremo a tale condotta. Il testo sulla Corredentrice venne pubblicato in prima edizione nel 1905 presso lo Stabilimento tipografico Tusculano, probabilmente su iniziativa dello stesso Ordine dei Servi di Maria. Il contenuto fu il frutto, come racconta lo stesso Lépicier nella introduzione, di un “ragionamento sulle relazioni di Maria Immacolata con l’opera redentiva di Gesù Cristo” al quale A CUI l’eminente teologo venne invitato dalla Commissione per le feste del 50° dalla proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione (Congresso Mariano celebrato a Roma sulla fine del 1904). “Di buon grado accettai l’onorevole incarico, e tosto mi accinsi a ricercare, nelle fonti autentiche della teologia cattolica, le ragioni di questa consolante, benché non tanto accessibile verità”. Dapprima quindi, nel 1904, il Lépicier tenne a voce la sua relazione, poi, l’anno successivo, il contenuto venne dato alle stampe. Infine, nel 1910 ne venne stampata, dalla più famosa Desclée, una seconda edizione rivista e migliorata dall’autore, che è la presente ristampa Effedieffe. Dopo il 1910 il testo non venne più ristampato, diventando, col passare del tempo, non più reperibile. Un paio di anni orsono la Effedieffe, nel programmare la ristampa delle opere del Lépicier, ha potuto entrare in contatto con una copia originale dell’opera e, dopo aver ripubblicato dapprima “Gesù Cristo Re dei nostri cuori” (2024), e “Il Miracolo” (2025), ecco che oggi presenta ai suoi lettori anche questo terzo trattato del celebre cardinale, in vista, così ci piacerebbe, di una ristampa omnia delle sue opere. Il p. Lépicier vi espone in maniera eccellente e teologicamente fondata (con la sua tipica esattezza e chiarezza) i diritti di Maria all’appellativo di Corredentrice del genere umano, e i motivi che giustificano il popolo cristiano (e la Chiesa tutta) a definirla tale. «Il titolo di Corredentrice del genere umano dato a Maria, — scrive l’augusto prelato —, compendia, così mi sembra, tutte le grandezze della nostra Madre celeste, ed è l'appellativo più onorifico con il quale possiamo onorarla». Partendo da questa premessa, e dopo aver letto attentamente anche la nota del Dicastero, a noi pare che il nocciolo della questione riguardi la corretta evidenziazione della correlazione che passa tra Gesù e Maria, sia per quanto riguarda la teologia della Incarnazione (vincolo e appartenenza di Maria all’ordine ipostatico), sia per il Mistero della nostra redenzione (nelle sue mani ha riposto Dio i tesori di tutte le grazie). È proprio qui, ci sembra, che le due strade divergono, tra il prima degli studi di mariologia (Lépicier, Campana, Roschini) e il dopo (Benedetto XVI e Francesco I). Gesù e Maria, infatti, costituiscono un gruppo indissolubile, un’unica persona morale, per cui ci si presentano indissolubilmente congiunti nel decreto della predestinazione divina, nella loro vita di sofferenze e di lotta, nell’aspettazione dei popoli, nel culto e nella fiducia di tutto il genere umano. L’unione indissolubile tra Maria e Gesù comporta il fatto che Maria sia l’eco di Cristo. E lo è perché Cristo e Maria sono indissolubilmente congiunti dalla mano di Dio, non solo in forza della maternità divina, ma anche in virtù della loro continua, indissolubile associazione nell’opera della salvezza del genere umano, mediante una perfetta e continua comunanza d’intenti, di battaglie, di vittorie, di umiliazioni e di trionfi, di onore e di gloria. Sono questi intenti e sono queste battaglie (comunanza di dolori) che associano Maria a Cristo. Maria è difatti quella Donna, chiamata da Dio nell’Eden, attraverso la futura Incarnazione, a contundere il capo del serpente; quella Donna chiamata da Gesù a Cana al principio della sua vita pubblica e chiamata così al Calvario, assegnatole il ruolo di Madre del genere umano. Si sarà notata la insistita ripetizione del concetto di “indissolubilità”. Qualcosa di indissolubile è, di fatto, qualcosa di legato così profondamente a qualcosa d’altro, che la realtà di un tale avvenimento non avrebbe potuto prodursi se non in quel modo. Il termine obbligazione deriva dal latino obligatio, dal verbo obligare, che significa “legare” o “vincolare”. Qualcosa di indissolubile è pertanto qualcosa di legato così strettamente che esiste un obbligo affinché quella cosa avvenga in quel modo, e non in un altro. Ora, Iddio, per darsi a noi, ha voluto dipendere da Maria; ciò è indubitabile. “La Vergine SS.ma infatti, scrisse il S. da Montfort (Trattato, n. 125), è il mezzo perfetto che Gesù Cristo scelse per unirsi a noi e per unirci a Lui”. Di conseguenza, si può affermare che nell’ordine scelto liberamente da Dio, ai fini della nostra redenzione, la presenza di Maria è obbligatoria e imprescindibile, essendo indissolubile il suo legame con Cristo, l’agnello di Dio immolato per la nostra redenzione. Il Lépicier lo insegna splendidamente con queste parole: «Nel rivendicare per Maria il glorioso titolo di Corredentrice del genere umano, non è nostra intenzione il dire che la cooperazione sua fosse assolutamente necessaria, acciò Cristo potesse compiere l’opera del nostro riscatto. L’Incarnazione medesima, con tutte quelle circostanze di patimenti e di profonde umiliazioni che l’accompagnarono, non fu necessaria, se non in quanto era stata da Dio ordinata e voluta, per procurare, in un modo più degno della divina clemenza e più acconcio alle condizioni dell’uomo, quell’effetto che un sol atto del divino Volere avrebbe potuto produrre». Come tutti i cattolici sanno, per giungere all’eterna salvezza è necessario credere al mistero dell’Incarnazione del verbo, l’Uomo-Dio, Redentore. Ma è forse possibile credere al mistero di un Dio fatto figlio di una donna, senza credere nel medesimo tempo al mistero di una donna fatta Madre di Dio? Idem come sopra, vi è un nesso intimo e indissolubile fra la Madre e il Figlio, fra il Verbo incarnato e la madre di questo Verbo incarnato, come vi è un nesso intimo indissolubile fra la parola scritta e il foglio su cui essa è scritta. Il medesimo atto di fede, quindi, necessario per salvarsi, abbraccia l’Uomo-Dio, Gesù, e insieme la Madre di Dio, Maria. La conseguenza è ancora la medesima: la Vergine SS.ma è il mezzo stabilito da Dio per andare a Gesù, unico nostro mediatore: «Ad Jesum per Mariam». Maria non è quindi un mezzo qualsiasi, uno tra i tanti; è, al contrario, il mezzo unico e imprescindibile. Maria infatti non è mai la meta; essa è e sarà sempre la strada (la più dritta la più sicura, la più agevole) per andare a Cristo. Da lei Egli ci viene, e da lei dobbiamo passare per andare a Lui. Stabilito il legame indissolubile esistente tra il Figlio, incarnatosi al fine di redimerci, e la Madre che lo ha generato nel tempo, ne consegue incontrovertibilmente che la concezione del Figlio di Dio, più efficace che tutti i nostri sacramenti, ha conferito alla beata Madre tutte le ricchezze del soprannaturale. Qui è fondamentale ricordare che Maria è abbastanza santa perché la Santità stessa si avvicini a lei, abiti con lei, contragga con lei un’unione indissolubile, forte come l’eternità. Tale è dunque la perfezione del merito nell’augusta Madre di Dio; continuità degli atti, dignità della persona, eccellenza delle opere ingrandita ancora dall’azione dei doni e dal tocco divino dello Spirito Santo. Questa unione, questo legame con il Verbo che conferisce a Maria tutte le ricchezze del soprannaturale, è una conseguenza a tal punto sublime che è impossibile, per qualsiasi intelletto umano, descriverla adeguatamente. Unita al Figlio con un vincolo non meno stretto di quello che stringe le altre madri, Maria ha una vera consanguineità con Lui e, mediante questa, ha un’affinità, una parentela meravigliosa e inaudita con la stessa Divinità. Ciò perché Maria è realmente imparentata con la famiglia di suo Figlio, cioè con tutt’intera la SS. Trinità. E questa è la più forte delle affinità che si possa immaginare, perché Colui che è per natura Figlio di Dio, è pure per natura figlio di Maria. In virtù di questo ufficio esercitato riguardo a Dio, quando le fu dato di partorirlo, di nutrirlo, Maria ha così raggiunto i confini stessi della divinità. È questa, com’è noto, la celebre espressione comunemente attribuita al Maestro Angelico e di cui parla anche uno dei suoi migliori e più fedeli commentatori, il Gaetano (Comment., in IIam IIae, q. 103, a. 4). Questi rapporti di parentela e di affinità fanno raggiungere a Maria i confini dell’infinito e portano con sé, per lei, ineffabili privilegi. La concezione del Figlio di Dio, più efficace che tutti i nostri sacramenti, è bene ripeterlo, fa sì che la maternità della Vergine raggiunga, in qualche modo, l’ordine ipostatico, e per ciò stesso superi infinitamente la dignità della grazia. Così intesa, la maternità di Maria è immensamente superiore alla grazia, e sotto numerosi aspetti. Riepilogando, abbiamo sommariamente detto che Maria è indissolubilmente legata al Redentore del genere umano; che Lui è venuto a noi con un vincolo forte come l’eternità attraverso di Lei; che questo legame, al quale non è avulsa la santità di Maria, ha avuto delle conseguenze inimmaginabili per lei. È solamente per la sua grande umiltà che Ella si limita a dire “grandi cose mi ha fatto l’Onnipotente”, contenendo quel grandi un abisso infinito di ricchezze comunicatole dalla Trinità. Per questo Maria, come recitiamo nell’Ave, è piena di grazia, essendone in qualche modo la madre. La pienezza della grazia si può intendere in diverse maniere: pienezza assoluta quando si applica a tutti gli effetti ed è data con tutta l’eccellenza e con tutta l’intensità possibili: è quella che appartiene a Gesù Cristo; tutte le operazioni della salvezza derivano da lui. Dopo quella assoluta viene la pienezza di sovrabbondanza, che si riversa sugli uomini, come un serbatoio troppo pieno: è il privilegio speciale di Maria. Maria, rispetto alla sorgente, Gesù Cristo, (abisso senza rive che contiene le acque di tutti gli oceani) ha la pienezza del fiume, fiume maestoso e traboccante, che fa arrivare fino a noi i flutti del vasto oceano, Gesù Cristo. Se Maria è piena di grazia, tanto che da questa pienezza ne deriva propriamente una “sovrabbondanza”, un “traboccamento”, un “debordamento”, è perché Ella ha incalcolabili grazie da diffondere e da distribuire. Nelle belle giaculatorie dei tempi passati, nelle orazioni presenti sulle immaginette tradizionali (ad esempio quella della Immacolata concezione), il cuore di Maria viene descritto come “dolce rifugio del peccatore, che contiene in sé tesori e grazie”. Nelle apparizioni della Vergine SS.ma a Santa Caterina Labouré, delle Figlie della Carità, in quel 27 novembre del 1830, la santa, che poi farà coniare su richiesta di Maria la medaglia miracolosa, indicò come, durante quella apparizione, le dita di Maria si riempirono di anelli e di pietre preziose, e i raggi che ne partivano (simbolo delle grazie) la ravvolsero di tal luce che non si scorgevano più né i suoi piedi né l’estremità della sua veste. Queste grazie dunque, che a noi provengono e che piovono sul mondo per l’immensa bontà di Dio, passano da Maria, anzi, è possibile il dire che non passano se non da lei. Ciò perché (è troppo importante perché non lo si ripeta, peraltro in altri termini) la Vergine SS.ma, per la sua qualità di Madre di Dio e quindi di Madre del Re dei re, del Signore dei signori, viene ad essere naturalmente partecipe della sua regalità universale, del suo impero sopra tutto il genere umano. È questa, d’altra parte e come scoprirà il lettore, la tesi centrale dell’opera del Lépicier. Maria, dunque, ha un “impero” sulla vita di grazia proveniente dal Redentore, e ciò sempre in virtù della sua maternità divina. In questo “imperare” Maria, buona com’è, non partecipa solamente dall’alto, come da un olimpo avulso dal mondo, ma vi partecipa e vi prende parte attivamente perché, conoscendo fin dall’inizio il disegno eterno della redenzione, ella aveva fatto da lungo tempo un tale sacrificio che le costò tutte le sofferenze della natura unitamente a quelle della grazia e, poiché mirava senza tregua ad ubbidire alla volontà divina per salvare l’umanità, rinnovava spesso quest’offerta di dolore e d’amore. Sul Calvario, nel momento solenne in cui termina la Passione, nel momento in cui il velo che separava l’uomo da Dio si scinde, in cui il cielo si apre, deve essere per eccellenza il momento della grazia ed è naturale che queste onde si riversino anzitutto nell’anima di Maria, che partecipa per la prima e più di tutti al mistero della croce.
Qui vi è un merito di Maria, un merito certo ed altissimo, perché ella pure soffre la sua dolorosa passione, s’immola per il genere umano ed è vera martire come insegnano tutto i dottori della Chiesa. L’atto eroico per eccellenza fu quello per cui questa Madre offrì il suo Unigenito per la salvezza del genere umano. Per questo motivo, Maria è altresì definita “la regina del clero”, perché esercitò eminentemente la funzione sacerdotale dando Gesù al mondo, ricevendo in un grado e in un ordine più elevato tutte le grazie del sacerdozio. Passiamo, brevemente, a dover specificare in che modo una persona può meritare nell’ordine della grazia. La nota del dicastero della fede, indica sommariamente, ma crediamo in maniera sufficientemente corretta, la teologia intorno ai meriti. «San Tommaso d’Aquino, riporta la Nota, si chiede se qualcuno possa meritare per un altro: risponde che “nessuno può meritare la grazia prima per un altro, se non Cristo solo”». Nessun altro essere umano, tranne Cristo, può meritare questa prima grazia in senso stretto (de condigno). «Tuttavia, continua la Nota, un essere umano può partecipare con il suo desiderio del bene del fratello, ed è ragionevole (congruo) che Dio esaudisca quel desiderio di carità che la persona esprime “con la sua orazione” o “mediante le opere di misericordia”. È vero, continua la Nota, che questo dono della grazia può essere effuso solo da Dio, poiché “eccede la proporzione della natura” ed esiste una distanza infinita tra la nostra natura e la sua vita divina. Tuttavia, può farlo adempiendo il desiderio della Madre, che in tal modo si associa gioiosamente all’opera divina come umile serva». Sin qui la nota. Ora, la distinzione tra i meriti de condigno, ossia di stretta giustizia e i meriti de congruo, ossia di convenienza, fa sì che i primi siano inalienabili, i secondi, invece, alienabili, cioè cedibili ad altri. La partecipazione di Maria all’opera della grazia, seconda la Nota del Dicastero, riguarda dunque una semplice “associazione gioiosa all’opera divina come umile serva”. Maria, non essendo né il capo dell’umanità né la causa prima del soprannaturale, avendo ella stessa ricevuto la grazia in previsione dei meriti del Figlio, non poteva ottenere a noi la salvezza per un rigoroso diritto di giustizia. Questo è certo. Ma le restava tuttavia il merito di convenienza (congruità), quel diritto d’affezione che è sommo ed efficace: B. Virgo de congruo meruit quod Christus de condigno, la B. Vergine ha meritato a titolo di convenienza tutto ciò che Gesù a meritato a tutto rigore di giustizia. Questo è un assioma comunemente ammesso dai teologi. Il dire pertanto, come fa la Nota, che Maria si associa gioiosamente all’opera divina come umile serva rappresenta, perlomeno nei termini impiegati, una grande limitazione e restrizione rispetto al dire che Maria, per la sua stessa qualità di Madre di Dio viene ad essere naturalmente partecipe della Sua regalità universale, del Suo impero sopra tutto il genere umano. Partecipazione “naturale” alla regalità universale contro “associazione” gioiosa come umile serva. L’alleggerimento appare sostanziale. Dopo questa prima volatilizzazione nell’impiego dei termini (e di queste volatilizzazioni la nota è purtroppo piena in molti punti) vi è una seconda posizione assunta dalla Nota che, ci si passi il termine, pregiudica il quadro teologico della nostra redenzione alla quale Maria è stata associata per volontà divina, e cioè la seguente affermazione: «Tuttavia la pienezza di grazia di Maria esiste anche perché lei l’ha ricevuta gratuitamente, prima di qualsiasi azione, “in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano”». Ciò è verissimo, come riconoscono tutti i teologi; ma è altrettanto vero che Maria, a partire dal suo legame indissolubile con Cristo (stessa persona morale), e per via della sua maternità universale (Donna ecco il tuo figlio) capisce tutte le nostre sofferenze e prende su di sé tutti i dolori. E infatti la Madre è indissolubilmente associata al Figlio in tutto l’ordinamento della riparazione. Se Dio le domandò con tanta solennità il suo consenso (fiat), ciò prova ch’Egli ha decretato di far concorrere la volontà di lei alla nostra salvezza. Il consenso della Vergine, al dire di S. Tommaso, era richiesto a nome di tutta l’umanità («Per Annuntiationem expectabatur consensus Virginis, loco totius humanae naturae», III P., q. 30, a. I.). E perché questo? Il Verbo viene a contrarre uno sposalizio immortale con la nostra natura, gli occorre quindi il consenso dato in nome della sposa, e questo dovere e questo onore sono delegati a Maria. Di più, la libera volontà della prima donna era stata la causa della nostra morte; bisogna quindi che, per ristabilire l’ordine e dare al bene la sua completa rivincita, la salvezza ci venga dalla libera volontà della novella Eva. Maria è, per ciò, vera cooperatrice all’opera della Redenzione del genere umano che lei ha partorito sul Golgota; è, per ciò, direttamente partecipe all’acquisto di tutte le grazie della Redenzione, che, secondariamente a Cristo, cioè de congruo, Ella ha meritato per noi. Ciò è ancor più vero se si considera che Maria ha meritato de congruo anche un favore infinitamente superiore all’ordine della grazia, cioè quello della Incarnazione, per quel titolo di convenienza, per quel diritto d’amicizia che ha tanto potere sul cuore di Dio. È sempre utile richiamare il ben noto assioma di S. Bernardo, tanto sentito dalle anime, tanto nettamente echeggiato dai secoli cristiani, tanto ripetuto dal Magistero ecclesiastico del passato: «Tale è il volere di Colui il Quale ha voluto che tutto noi avessimo per le mani di Maria» (PL. t. 183, col. 441). La Vergine SS.ma è stata pertanto costituita da Dio dispensatrice di tutte le grazie divine. Vi sono qui convenienze superiori che obbligano ad ammetterlo. Ci è quindi lecito domandare ancora una volta: Non è logico, non è giusto che il genere umano riconosca una sua continua dipendenza da Maria nell’ordine soprannaturale della grazia? Purtroppo la Nota non fa questo; anzi, induce il popolo fedele a fare altrimenti. Fa di più, insiste nel voler dimostrare che Maria è nostro modello, nostra tutrice, nostra madre ed ispiratrice (benissimo) ma al tempo stesso pretende di limitare il suo ruolo di mediatrice, per non parlare di quello di corredentrice, che sostanzialmente nega. Si spinge fino a formulare una frase molto ambigua e che stupisce: «Si deve evitare qualsiasi descrizione che faccia pensare, in modo neoplatonico (?), a una sorta di effusione della grazia per gradi, come se la grazia di Dio discendesse attraverso distinti intermediari – come Maria – mentre la sua fonte ultima (Dio) rimanesse scollegata dal nostro cuore». Si potrebbero aprire molte parentesi d’approfondimento su tale dichiarazione, che fa rimanere attoniti come direbbe il Manzoni per il nuovo fraintendimento che nella Nota viene fatto tra la prima origine di ogni grazia (Dio) e il ruolo “chiave” di Maria nel motivo della loro scaturigine (merito de congruo, dolori, sacrificio fin dal primo istante della sua vita immacolata, etc.) e loro distribuzione sul mondo (Santa Caterina Labouré). La Nota, peraltro, non nega un ruolo di Maria (subordinato) al fine della nostra salvezza, ma nuovamente lo restringe fino a farlo quasi svanire: «Non è lecito presentare l’azione di Maria come se Cristo avesse bisogno di lei per operare la salvezza» — dice il card. Férnandez. E continua: «Ritorniamo allora sul punto più sicuro: il contributo dispositivo di Maria, per cui si può pensare a un’azione in cui ella apporta qualcosa di suo (?) nella misura in cui può disporre in qualche modo (?) gli altri. Perché “tocca alla potenza suprema condurre all’ultimo fine, mentre quelle inferiori collaborano disponendo [il soggetto] al conseguimento di quel fine” [S. Tommaso]». S. Tommaso viene qui citato, in sostanza, per negare quello che la bella mariologia ha sempre insegnato. Si rilegga quanto scritto sopra (che peraltro, lo vogliamo nuovamente precisare, proviene da deduzioni a partire dai testi pubblicati fino ad oggi su Maria) e quanto scrive la Nota, cioè: il contributo dispositivo di Maria, per cui si può pensare a un’azione in cui ella apporta qualcosa di suo nella misura in cui “può disporre in qualche modo” gli altri. Maria è, invece, interamente Madre, e suo Figlio le appartiene totalmente. Nessun’altra creatura condivide con lei l’onore di avergli dato la vita, come nessun’altra creatura condividerà con lei l’amore speciale che deriva dalla nascita. Gesù è tutto intero per sua Madre, come sua Madre è tutta intera per lui. Vi deve dunque essere una donazione assoluta dell’uno all’altra. E se Gesù si è incarnato per noi, questa maternità divina è soprannaturale, perciò porta con sé un amore dello stesso ordine, ossia la carità soprannaturale e ineffabile che produce la santità (in noi), cioè le grazie per noi. Vi è uno shift, uno slittamento (scivolone pericoloso, ci si permetta di dirlo) tra il prima e il dopo dell’attuale insegnamento, che peraltro è molto lacunoso e vago anche nell’impiego dei termini (qualcosa, qualche modo…). Inoltre, se la Mater populi fidelis pretende indicare che «l’incomparabile grandezza di Maria risiede in ciò che lei ha ricevuto e nella sua disponibilità fiduciosa a lasciarsi ricolmare dallo Spirito», — va benissimo — però, ancora, non tarda a voler precisare che «quando ci sforziamo di attribuirle funzioni attive, parallele a quelle di Cristo, ci allontaniamo da quella bellezza incomparabile che le è propria». Il popolo “fedele” però sapeva, perché una volta così gli veniva insegnato, che come i tralci hanno la vita naturale ed operano, ossia producono i grappoli d’uva per mezzo della vite e del nodo vitale che ad essa li unisce, così noi tutti abbiamo la vita soprannaturale e dobbiamo operare, ossia produrre opere meritorie di vita eterna, per mezzo della vite, Cristo, e del nodo vitale che ad essa ci unisce, Maria. Essa infatti, COLLO del corpo mistico di Cristo (San Bernardo) è una condizione indispensabile (conditio sine qua non) per la vita e per tutte le azioni delle singole membra, poiché l’influsso soprannaturale del Capo, ossia di Cristo, prima di raggiungere i singoli membri, passa tutto attraverso il collo. Esso è il nodo vitale tra le membra (noi) e il capo (Cristo). Posizioni che ci appaiono diversissime, purtroppo, in materia tanto grave ed importante. Se questa “bellezza incomparabile” (che la Nota assegna a Maria) non deve, per il card. Férnandez, portarci allo sforzo di volerle attribuire funzioni attive; noi, invece, vogliamo continuare a vedervi una “necessità”, come diceva viemeglio il grande santo de Montfort. Egli descriveva il ruolo di Maria in questi termini: “(Ella è) necessaria per trattenere gli eterni castighi, necessaria per guardarvi, per parlarvi (…) necessaria, in una parola, per fare sempre la vostra santa volontà e cercare in tutto la vostra maggior gloria”. D’altronde, cosa esiste di più necessario, per un corpo, del collo? Senza di questo il corpo muore. A questa celebre associazione, purtroppo, la Nota non fa mai riferimento. Il che è abbastanza indicativo. Siamo già andati oltre il nostro iniziale intento di esposizione, anche perché il vero oggetto del nostro intervento non è di andare contro la Nota del Dicastero, ma è propriamente l’opera del Lépicier, di cui per ora abbiamo parlato poco. Ci si consenta un breve accenno, proprio per evidenziarne i contenuti che principalmente si discostano dell’odierna Nota. La divergenza tra il passato e il presente emerge evidentissima dal libro del Lépicier. Per il passato la collaborazione di Maria (apportare qualcosa) era in vista della corredenzione all’opera della salvezza; oggi, questo subordine viene ristretto al punto di dissociare Maria da tale opera. Ma se Maria sotto la Croce, per il suo dolore, ha meritato per noi de congruo le grazie di cui essa può disporre per i suoi figli (come la stessa nota ammette), ecco che, per il passato, tale collaborazione fu ritenuta valida al fine del titolo di “Corredentrice del genere umano”. Per la gloria di Maria, infatti, così insegna il Lépicier, dopo che per la gloria di Cristo, sono state create tutte le cose, tra le quali l’uomo ha il primato rispetto al resto della creazione. Attraverso Maria, come le acque attraverso un canale, passano, per volere divino, tutte le grazie che derivano al genere umano (si ricordi invece l’ambiguo impiego del termine della Nota: si deve evitare qualsiasi descrizione che faccia pensare, in modo neoplatonico, a una sorta di effusione della grazia per gradi, come se la grazia di Dio discendesse attraverso distinti intermediari… sic). Il genere umano invece, oltreché da Cristo, causa principale, è stato redento anche da Maria, causa secondaria. Il sangue di Cristo e le lacrime di Maria han costituito, per volere divino, l'onda rigeneratrice dell’umanità decaduta per il peccato dei suoi progenitori. Al gruppo dei vinti dal serpente infernale — Adamo ed Eva — Dio sostituiva, subito dopo la caduta, il gruppo dei vincitori: Cristo e Maria, la donna e la sua discendenza (Gen. III, 15). Rovinato il genere umano da ambedue i sessi, venne riparato sapientissimamente da ambedue. Da Maria, insieme con Cristo, il genere umano è stato pertanto realmente corredento. Indissolubilità, legame inscindibile e obbligatorio (legare, vincolare, impegnare) secondo il piano scelto e voluto da Dio > Incarnazione e Passione. Vi è qui un disegno tipicamente divino, bontà per essenza: il tocco delicato, tenero, gentile che entra nell'opera grandiosa della redenzione del genere umano. Per mezzo della Corredentrice, la redenzione operata da Cristo, giunge agli uomini sotto la delicata ed inebriante forma di un bacio materno. Attraverso la Corredentrice, lo sguardo soave e tenero della Madre, il cuore della Madre è entrato nell’ordine soprannaturale della nostra restaurazione. Attenzione però: come il grande Lépicier sapeva (ed oggi il card. Férnandez sembra non sapere più), e come il dotto mariologo dimostra attraverso la sua opera sulla Corredentrice, il titolo che si rivendica per la nostra Madre celeste, «non deve significare già che l’azione di Lei abbia procurato il nostro riscatto in modo eguale o collaterale all’azione di Gesù Cristo, e molto meno ancora che Maria sia l’agente principale in quest’opera sovrumana. In realtà non vi ha che un Redentore, e questo Redentore è Gesù Cristo, “il quale essendo divenuto per noi cosa maledetta, ci ha riscattati dalla maledizione”. Per altro, il titolo di Corredentrice importa soltanto una cooperazione all’azione di Gesù; cooperazione di un ordine inferiore, e subordinata all’azione del Salvatore. (…) E in questo senso che noi diciamo esser Maria nostra Corredentrice, e lo è in realtà; imperocché, nel presente ordine di cose, Ella ha adempiute tutte le condizioni richieste, acciò un titolo sì glorioso fosse verificato alla lettera a suo riguardo». Ma, domandiamo: (escludendo il caso di perfetto pregiudizio) il cardinale Férnandez, se leggesse e meditasse questo testo, non sarebbe forse d’accordo? Noi vogliamo crederlo. Nessuno ha mai negato che, come la Nota insegna, le grazie ci scaturiscono efficacemente dalla Passione e morte di Cristo. Ma avendo Maria un impero di partecipazione a tale scaturigine, non ha forse ella, insieme al Redentore divino, dato sé stessa e i suoi dolori «in redenzione per tutti», dimodoché tutti gli uomini sono «un popolo di acquisto» non solo nei riguardi di Cristo ma anche nei riguardi di Maria? Lei non è forse quella Donna per la quale il serpente (il peccato) verrà schiacciato? E questa conculcazione non avverrà forse alla fine del mondo? Tutto viene da Dio, ma senza Maria nulla sarebbe venuto a noi. È proprio ai piedi della Croce, come dimostra il Lépicier, che Maria divenne la Vergine Sacerdotale, Virgo Sacerdos, «sorbendo a stilla a stilla il calice amaro fino all’ultima goccia». Di qui, la ragione per la quale l’Immacolata, associata intimamente all’inaudito dramma da cui dipendeva la salute del mondo, divenne Corredentrice di esso insieme al Figlio, il quale, all’opera di redenzione, volle associata la sua santissima Madre; onde Maria divenne la Corredentrice del genere umano e la Madre degli uomini. Unione indissolubile; associazione santissima; volontà di Cristo di avere con sé Maria nell’opera della salvezza; dunque nessuna presunzione di Maria, nessun abuso, nessun sopruso (come poterlo pensare?) in questa associazione. La nota del card. Férnandez vuole soprattutto ricordare che «soltanto i meriti di Gesù Cristo, che si è donato fino alla fine, vengono applicati nella nostra giustificazione, la quale, avendo “per fine ultimo il bene eterno della partecipazione divina, è un’opera più grande della creazione del cielo e della terra”». Sta bene, ma sta bene altresì pensare che a questa opera “più grande della creazione”, Iddio, per sua bontà e liberalità abbia voluto associare la Madre sua, la quale, per i suoi acerbissimi dolori, e per la sua carità che tende all’infinito col suo Figlio-Dio, abbia voluto, Lei, Piena di Grazia, cedere a noi i suoi meriti (de congruo), meriti che Ella ha conseguito non ai fini della sua redenzione anticipata (come giustamente ricorda la Nota) ma, per i suoi atti eroici e per la sua vita impregnata di Amore per Dio e per gli uomini, ai fini della sua partecipazione alla nostra salvezza. Al fondo di tutto, e tutto considerato, non meraviglia, così, che partire da questa “associazione gioiosa all’opera divina” che, sola, la Nota assegna a Maria nel disegno della nostra salvezza, oggi il Dicastero per la Fede (seguendo l’insegnamento di papa Ratzinger e di papa Bergoglio) non veda più in modo chiaro come «la dottrina espressa nei titoli [di Corredentrice e di Mediatrice] sia presente nella Scrittura e nella tradizione apostolica». Benedetto XVI disse per l’appunto “ancora non si vede” mentre, dopo di lui, Francesco chiuse definitivamente a questa possibilità; tale chiusura sembra oggi essere stata continuata dalla Nota di Férnandez. Ma nel leggerla a fondo, nonostante il suo tenore gravemente imperfetto, noi non ci sentiamo peraltro di escludere un futuro sviluppo, forse perché lo crediamo necessario e imprescindibile. Da qui la nostra speranza. Riteniamo infatti che siano tre le cause che portino oggi la Chiesa a non “vedere” più quello che già era stato visto in passato da teologi illuminati e da grandi Papi. 1) La mancanza di testi adeguati a questa generazione docente dopo il 1965; 2) la volontà di Dio, che permette il presente accecamento (“non vedere ancora”) proprio perché la proclamazione di un dogma Mariano dev’essere una festa universale, e la Chiesa deve convolare a nozze solenni in pienezza per potersene dotare. Sono doni di Dio. 3) Infine, forse, lo stato personale (diciamo morale) di parte del clero, che dovrà ancora purificarsi e santificarsi prima di dette nozze. Fu un dono di Dio, dopo secoli di discussioni e di controversie anche accesissime, la festa che si celebrò in Vaticano, l’8 maggio 1954, per come la descrive Crétineau-Joly nel suo La Chiesa Romana di fronte alla Rivoluzione (vol. II). Il grande autore vide in quella festa il coronamento di tutte le lotte e le battaglie subite dalla Chiesa dopo più di un secolo di persecuzione e di purificazione, festa che il futuro Leone XIII, all’epoca cardinale, ricordava con grande commozione dopo tanti anni. Alla Chiesa pertanto, dopo decenni di problematiche interne, di ombre e di questioni non ancora risolte, manca la giusta disposizione voluta da Dio per convolare a nozze solenni. Fino a quel giorno, cosa possiamo fare, noi poveri peccatori, per favorire ed anticipare questo tempo? Pregare ed impegnarci nella vita spirituale. Ecco allora che il punto 1) torna a nostro favore. Noi possiamo rimettere a disposizione quei testi che mancano, non più ristampati, non più voluti, la cui assenza ha probabilmente causato parte dell’attuale accecamento. Perché, spiace dirlo, dal basso della nostra posizione, senza titoli né meriti, — soprattutto perché noi, personalmente, non siamo nessuno, — nonostante la profusione di note e citazioni, in questo documento del Dicastero per la Fede si notano delle lacune, perlomeno intorno all’ineffabile mistero dell’Incarnazione e in generale intorno alla comprensione profonda di cosa comporta l’ordine ipostatico di cui Maria è parte imprescindibile. Se la nostra salvezza e redenzione ci viene da Cristo, e se Cristo è unito a Maria, allora Maria è essenziale nell'opera della nostra eterna salute. Ella è mediatrice e corredentrice. La teologia dice questo. Mentre l'ignoranza, il disconoscimento o la noncuranza della teologia vera e soprattutto della vera filosofia, partoriscono aberrazioni o tutt’al più gravi miopie. Parvus error in principio, in fine fit maximus (Aristotele). La filosofia culmina nella Metafisica, la quale, a sua volta, ci conduce a Dio. Nella ragione (e la filosofia è il massimo esercizio della ragione) si innesta il sapere teologico. Una buona teologia, dunque, non è possibile senza una sana filosofia. Se la filosofia è cattiva o deficiente, anche la teologia sarà cattiva o deficiente. Diciamo allora che, essendo gli studi filosofici messi ancor peggio di quelli teologici, di conseguenza abbiamo un grave problema, che non si risolverà in una manciata di anni; ci vorranno perlomeno un paio di generazioni. Ma chi ben comincia è a metà dell’opera; e Dio ha già deciso di aiutare il suo popolo. Nulla di meglio, per il momento, che il testo del Lépicier, scomparso da più di 100 anni. Esso unisce il sapere filosofico del provetto tomista alla sapienzialità del grande teologo. Pubblicandolo, concludiamo coll’auspicio del card. Lépicier: «Il voto più ardente del mio cuore si è che Maria Corredentrice, meglio conosciuta, venerata ed amata acceleri il completo trionfo del Redentore Crocifisso; per ciò abbiamo scritto questa operetta, facendo voto che chi si degnerà leggerla, assaggi quaggiù alcunché della felicità che ci tiene in serbo, nella beata patria, la piena contemplazione di questa splendidissima copia delle perfezioni divine, qual è Maria». E per finire in gloria, ricordiamo con S. Pio X: Non vedo perché si temerebbe di onorare troppo Maria, poiché l’onore che a Lei si rende, va diritto alla SS.ma Trinità... (detto il 24 dicembre 1907 al P. Gebhard, Procuratore Generale dei Montfortiani, il quale venne a Roma a domandare una supplica per la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore Immacolato di Maria).
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