«Protezionismo, o il caos»
27 Febbraio 2010
Scopro che in Francia, «Protezionismo» non è una parola-tabù. Che ne discutono intellettuali, economisti e politici di prima grandezza: il sociologo Emmanuel Todd (che nel 1976 previde il crollo dell’URSS) (1), Jean-Pierre Chévénement (2), Paul Jorion (3), Jacques Sapir, economista alla École des Hautes Etudes en sciences Sociales (EHESS); che se ne scrive nella rivista dell’ENA, la leggendaria École Nationale d’Administration, matrice della miglior burocrazia di Stato del mondo. Se ne dibatte nelle radio francesi; esiste persino un sito, www.protectionnisme.eu dedicato al tema.
Chiariamo subito che in Italia non esiste un così alto livello di cultura, dove si possa parlare al di fuori dei luoghi comuni liberisti-bocconiani senza venire derisi da un Borsani o censurati dai media. In Francia, di fronte al collasso economico, si comincia a pensare oltre l’ortodossia del capitalismo terminale.
Tanto per dare un saggio di questo livello (a noi ignoto), ecco qualche passo di un’intervista di Emmanuel Todd
a un periodico economico per il grande pubblico, La Tribune.
Emmanuel Todd
|
«C’è una verità ultima che non è stata ancora accettata: la crisi proviene da un deficit della domanda su scala mondiale, la cui causa prima è il libero-scambio», esordisce il sociologo: «Il libero-scambismo ha spezzato l’equilibrio fra la produzione e il consumo (perchè la produzione avviene in Cina mentre il consumo, in Occidente, ndr), il che ha indotto le imprese a considerare i loro salariati come un puro costo, e li ha gettati a competere nella compressione dei salari. L’irruzione della Cina e dei Paesi emergenti non ha fato che accelerare questo processo... E in un mondo dove si abbassano i salari, la domanda aggiuntiva non può che venire dall’indebitamento. Da qui la crisi».
Todd ammette volentieri che il liberismo globale ha portato inizialmente dei benefici in economie di scala e specializzazioni, «ma nella seconda fase, gli effetti depressivi sulla domanda prendono il sopravvento, quando le aziende non considerano più i loro salariati come consumatori. Nei Paesi occidentali i salari ristagnano da 15 anni; il solo dinamismo trainante è stato l’indebitamento degli americani, insieme al deficit estero degli Stati. Ora, i piani di rilancio mirano a restaurare questo sistema: il che significa che presto sbatteremo contro le stesse difficoltà. Anzi peggiori, perchè stanno apparendo le difficoltà di finanziamento degli Stati; presto gli investitori si renderanno conto che gli USA sono un super-Madoff, e i loro Buoni del Tesoro la truffa del secolo».
Dunque, protezionismo su scala europea, è la sua proposta. I politici di tutto il mondo vi si oppongono?
«Le classi dirigenti sono sempre le ultime a capire», replica Todd, «ma noto un cambiamento di clima: ora la gente non ride più quando si parla di protezionismo europeo, all’idea di un’Europa che si protegga (dalle importazioni a basso costo) e che rilancia la domanda attraverso i salari. Tra l’altro, questo probabilmente rilancerebbe un nuovo ciclo d’innovazione tecnologica: le delocalizzazioni sono un freno all’innovazione, in quanto danno accesso a immensi serbatoi di manodopera non-qualificata e sottopagata. La figura centrale del mondo protezionista è l’ingegnere, non il finanziere, che invece trionfa nel mondo libero-scambista. Nel futuro, ci sarà il mondo protezionista, oppure il caos. Più probabilmente, ci sarà prima il caos, e poi il protezionismo».
Come diceva Churchill: la politica adotta sempre la soluzione giusta, dopo aver provato tutte le altre.
Ma da dove viene l’unanimità degli economisti nella condanna del protezionismo? Da una parte – risponde Christian de Saint Etienne (docente di economia a Paris-IX) – perchè esso ha accelerato la crisi del 1929: tutti gli Stati si diedero allora a competere alzando barriere doganali in maniera selvaggia, sicchè «quattro anni dopo il commercio mondiale era crollato di oltre il 60%», innescando la Grande Depressione.
Emmanuel Todd aggiunge un’altra risposta: «Gli economisti sono diventati incapaci di concepire la collettività sociale o nazionale. E’ questa incapacità a pensare il collettivo che acceca la nostra epoca e ritarda la soluzione della crisi».
La visione dominante dell’uomo come «homo oeconomicus» e speculatore individualista ha portato «alla disgregazione dell’idea di nazione. Ad un universalismo perverso per cui ci invitano a dichiararci solidali con gente che abita a 10 mila chilometri da noi, e non solidali con la gente che sta a 50 chilometri, specie gli operai».
«Anche se, ammetto, questa nostra società atomizzata e molle ha pure un vantaggio: nonostante la disoccupazione, non si vedono piccolo-borghesi nelle piazze a invocare un regime nazista o stalinista».
Proprio questo può consentire l’adozione di un protezionismo su scala europea ragionato e in modo ordinato, che eviti gli errori del 1929-33.
D’altra parte, interviene Guillaume Bachelay, segretario nazionale del Partito Socialista Francese alla politica industriale e alle nuove tecnologie, non nascondiamoci dietro un dito: il protezionismo viene già applicato ampiamente altrove.
Guillaume Bachelay
|
«Gli USA sussidiano il loro apparato militare-industriale con gli ordinativi pubblici. La Cina fissa restrizioni alle importazioni sul suo territorio mentre favorisce il suo export con la sottovalutazione dello yuan. La Russia blocca certe auto estere. Il Brasile adotta clausole di autorizzazione per metà delle sue importazioni. L’India vieta l’importazione di giocattoli cinesi... Se l’Europa non si sveglia adottando un quadro commerciale protezionista in modo temporaneo e comune, tutto il suo apparato industriale, e il suo modello di società sarà devastato».
In Francia esistono personalità di «sinistra» così. Emmanuel Todd punta il dito, oltre che sullo «schiacciamento dei salari che porta all’insufficienza della domanda», sull’altro ben noto effetto del liberismo totale: «L’aumento dei profitti (finanziari), che porta alla creazione negli strati alti della società di enormi pacchi di denaro che non servono a niente e non corrispondono a niente: sacchi di denaro enormi che producono la corruzione del sistema bancario (e politico, aggiungiamo noi, ndr)».
Capitali che non trovano impieghi produttivi, ma reclamano retribuzioni irrealistiche: «Prendiamo l’orribile scandalo Madoff, quei 50 miliardi di dollari in fumo. Nessuno che si sia posto la domanda fondamentale: da dove venivano quei 50 miliardi? Perchè c’erano nel sistema 50 miliardi di dollari da sprecare e dilapidare? Il meccanismo delle ineguaglianze intollerabili è prodotto direttamente del libero-scambismo».
«Sono per la sovranità nazionale in quanto sono democratico», proclama Jacques Sapir, l’economista dell’EHESS. Il che non significa che Sapir – che passa alle proposte concrete – presume possa vivere un protezionismo a scala nazionale.
Jacques Sapir
|
«E’ chiaro che, tecnicamente, più vasta ed omogenea è la zona che si protegge (all’invasione di merci estere), e migliore è il risultato. Sotto questo aspetto, mi sembrerebbe ottimale una zona corrispondente al nucleo iniziale della CEE (Germania, Francia, Italia, Belgio e Olanda); e si potrebbero aggiungere Svezia e Danimarca. Per realizzarla, però, ci sono due ostacoli: anzitutto, la Germania ha organizzato con Schroeder un parziale smantellamento delle protezioni sociali, e la Merkel la sta continuando: con ciò, la Germania s’è messa a fare concorrenza sociale (al ribasso) contro i Paesi del nulceo storico; secondo, in Germania e Olanda l’opposizione al protezionismo sarà virulenta».
«Per questo il perimetro realistico protezionista sarà probabilmente, almeno in fase iniziale, più debole del perimetro ottimale: si può pensare a un’alleanza Francia-Italia-Belgio. Ma non escluderei nemmeno una soluzione puramente nazionale: allo stato attuale, è sempre meglio che l’immobilismo d’oggi».
«Si capisce che una soluzione nazionale debba essere pensata per allargarsi velocemente. Poniamo che gli altri Paesi rispondano alla nostra iniziativa protezionista alzando a loro volta barriere protezioniste; allora avremo buon gioco a dire loro: perchè non stiamo tutti insieme? Oppure non reagiscono, ma in questo caso torniamo a bilanciare velocemente la nostra bilancia commerciale, specie nei confronti della Germania che dal 2001 al 2005 ha trasferito sulle famiglie una parte dei costi sociali che prima gravavano sulle imprese. E’ una misura tipica di chi tenta di tirarsi fuori dalla crisi agganciandosi alla domanda estera, in quanto si riduce la propria domanda interna rendendo le proprie imprese più competitive».
Ma questa è una strategia votata al fallimento, «per una semplice questione di logica. Se tutti quanti comprimono la loro domanda interna per cercare nella domanda estera le fonti della loro propria crescita, il risultato finale sarà la caduta della domanda aggregata a livello globale», ossia esattamente quello che ottenne la corsa ai protezionismi selvaggi degli anni ’30.
«Solo delle economie di piccole dimensioni possono sperare di agganciarsi alla crescita di un Paese grosso. Oggi vediamo che anche nel caso della Cina questa politica ha raggiunto il suo limite: la sua politica di predazione non è stata che una scorciatoia per raggiungere il livello tecnico che permetterà alla Cina di ampliare il proprio mercato interno. Sempre e dovunque, la crescita è legata alla crescita della domanda interna...».
Naturalmente non si tratta solo di alzare le barriere per aumentare i consumi interni.
«Bisogna aggiungervi una politica industriale. Il protezionismo è la condizione necessaria della politica industriale, ma non sufficiente. Io penso ad una vera politica di re-industrializzazione, in cui includo la creazione di un polo pubblico di credito, la partecipazione dello Stato e delle collettività territoriali e certe attività».
Frattanto, per il «protezionismo in un solo Paese», occorre che le misure siano «draconiane»: Sapir pensa «concretamente a misure protezioniste mirate e di grande ampiezza unite a una svalutazione di almeno il 20%», in modo da «far sì che i rincari dei prodotti importati sia tale, da innescare una vera contrazione dei volumi importati, e lo sviluppo di industrie di sostituzione. Nel caso della Francia, occorre combinare una svalutazione grossa insieme alle misure di dazi di protezione, in modo da darci il margine di manovra necessario di fronte al vantaggio acquisito dalla Germania».
S’intende che più sarà vasta la zona di protezione, più sarà estesa a tanti Paesi europei in modo cooperativo, tanto minore sarà la necessità di svalutare.
Eresie su eresie, e senza la paura di dirle ad alta voce. Sapir si addentra in tecnicalità – un vero grande progetto di protezione – per le quali rimandiamo all’originale integrale.
Lo scopo finale, per Todd e per lui, sarà un mondo di blocchi continentali protetti in modo cooperativo e non antagonista: la ricetta «ottimale» per uscire dalla crisi impazzita prodotta dalla finanza senza freni.
Sembra un programma impossibile. Eppure Emmanuel Todd si dichiara ottimista: «L’ideologia libero-scambista ha stravinto? Sì, ma oggi non le resta che un’ultima battaglia: la lotta contro la realtà del mondo. E questa, non la possono vincere. Non hanno ancora capito che la critica di Marx era giusta: il capitalismo, lasciato a se stesso, si autodistrugge... Ma gli economisti liberisti, queste nullità, cominciano a sentire che non hanno più molto da dire. Non osano più nemmeno partecipare ai dibattiti, si defilano, ed io lo so benissimo perchè ai dibattiti partecipo».
In Francia. Perchè da noi i Giavazzi e i Padoa Schioppa, le nullità, hanno ancora la cattedra aperta. Su argomenti di cui non sanno nè capiscono nulla perchè, come dice Todd, «mettere in atto il protezionismo su scala continentale presuppone un lavoro che non è stato più fatto da oltre 30 anni, istituti di ricerca, un ritorno serio alle analisi dei quadri di produzioni settoriali per sapere ciò che va protetto e ciò che non va protetto...».
L’economia politica, che non viene più insegnata nelle università.
Sapir propone un «rassemblement» per il protezionismo già per le elezioni francesi del 2012: «Perchè una unione di cittadini e intellettuali si condannerebbe all’impotenza senza un movimento politico. Io penso a un’alleanza che vada dall’estrema sinistra ai gaullisti, che condividono queste idee, con l’esclusione però di certi socialisti neo-liberisti (alla Tony Blair), che esprimono un vero odio per la nazione e per la democrazia. Quest’alleanza chiederà un programma chiaro, e dei dirigenti che sappiano mettere a tacere il loro settarismo... come cittadini possiamo fare molto perchè i settarismi disarmino, le prevenzioni verso “gli altri” non diventino irrimediabili... Certo, c’è molto lavoro da fare».
Figurarsi in Italia.
1) Emmanuel Todd aveva 25 anni quando, nel 1976, divenne celebre con «La Chute Finale» (la caduta finale), magistrale analisi socio-economica dell’impero sovietico in cui profetizzò l’ineluttabile collasso dell’impero comunista in base all’analisi di numerosi dati statistici mal noti (fra cui le curve di mortalità infantile e della mortalità degli adulti in URSS). Nel 1998, con il saggio «L’Illusion Economique», ha studiato la stagnazione delle società sviluppate, preludio della loro decadenza. Nel 2002 ha indovinato il declino deli Stati Uniti e previsto la crisi finanziaria attuale in «Après l’Empire».
2) Politico e intellettuale, cofondatore del Partito Socialista Francese su posizioni patriottiche e non internazionaliste, più volte ministro sotto la presidenza Mitterrand (ricerca e tecnologia, educazione nazionale, difesa), si dimette nel 1991 per protesta contro Mitterrand, che ha mandato le truppe francesi nella guerra di Bush padre contro l’Iraq. Nel 2005 ha incitato a votare contro la Costituzione europea: e come si sa, in Francia ha vinto il «no».
3) Antropologo, sociologo, economista eretico, è stato «trader» finanziario in USA per anni, ed ha previsto il collasso dei subprime. Vale la pena di scorrere ogni giorno il suo illuminante sito, http://www.pauljorion.com/blog/
 |
La
casa editrice EFFEDIEFFE, diffida dal riportare attraverso attività di spamming e mailing
su altri siti, blog, forum i
suddetti contenuti, in ciò affidandosi alle leggi che tutelano il copyright ed i diritti d’autore. |
|
Home > Economia Back to top
Nessun commento per questo articolo
Aggiungi commento
|
|
|
| Ultime notizie in questa sezione : |
| |
|
La Dittatura Terapeutica L’unica ed estrema forma di difesa da questo imminente, sottovalutato, tragico pericolo particolarmente grave per l’Italia, è la presa di coscienza
| Contra factum non datur argomentum George Orwell con geniale e profetico intuito, previde l’oscuramento delle coscienze, il tramonto della civiltà, l’impostura e apostasia dalla verità che viviamo, quando scrisse “nel tempo... |
|
|
|