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Mafiosi
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Poichè andavo in auto in un viaggio piuttosto lungo, ho ascoltato in diretta la deposizione del pentito Spatuzza contro Berlusconi al tribunale di Torino. Non ho potuto prendere appunti (guidavo), sicchè dò solo la mia impressione generale.

Un’impressione di stupore. Mi sono stupito che dei procuratori d’accusa abbiano ritenuto di poter presentare in aula una testimonianza così evidentemente posticcia, piena di falle, dove un pluriomicida in attesa dei benefici di «pentimento» riferiva cose sentite dire dai suoi supposti capi 17 (diciassette) anni prima, per di più nel modo più vago ed ambiguo possibile. Spatuzza parlava di un accordo dei suoi capi (i Graviano) con «quello di Canale 5», accordo in cui entrava «un compaesano nostro», che secondo lui era Dell’Utri. E lui stesso, quando non voleva dire di più, diceva «omissis», usando a capocchia il gergo giudiziario che aveva letto nei verbali.

Ad ogni nuova frase, mi dicevo: no, non è possibile. Adesso i pm tireranno fuori il loro vero asso nella manica, la conferma schiacciante dei «sentito dire» di questo Spatuzza per cui «pende domanda di collaboratore di giustizia» avanzata da tre procure: adesso tireranno fuori un’intercettazione definitiva, una conferma inequivoca di parte terza, la prova regina, il favoloso «riscontro oggettivo» che inchioderà il Salame ai suoi delitti.

Perchè non è possibile. Non è possibile che i procuratori credano che una simile deposizione di Spatuzza possa reggere alle contestazioni della difesa, o magari della Corte d’Appello. Oppure confidano a tal punto nella benevola complicità dei giudicanti? No, non è possibile che i pm mostrino così apertamente, senza la minima vergogna, la propria ignoranza o disprezzo dei fondamenti del diritto penale. Non è possibile che credano davvero che un’accusa elevata da una fonte così sospetta equivalga ad una condanna già fatta.

Non possono essere così incompetenti. O così accecati dall’odio privato, da non rendersi conto che ad altri, magari alla corte giudicante, non basti – come basta a loro – la «testimonianza» di uno Spatuzza. O sono forse così abituati ad esercitare l’arbitrio impunito, a violare i diritti degli imputati, da aver perso ogni prudenza professionale, ogni briciola di competenza e persino ogni volontà di preservare la propria credibilità?

Colpire, attaccare, calunniare sembrava essere la loro cieca intenzione: nemmeno si preoccupavano di essere plausibili, perchè tanto, non rischiano di essere degradati e licenziati, come imporrebbe quella loro così evidente plateale inadeguatezza. Tanto profonda, da essere controproducente ai loro stessi scopi: se io volessi inchiodare Berlusconi, avrei trovato mezzi più efficaci, o almeno più plausibili. I magistrati, per cieca animosità, hanno fatto un favore inaudito precisamente all’uomo che vogliono distruggere.

Poichè qualche lettore della tifoseria anti-berlusconiana può attribuirmi una visione di parte, dico subito che la mia impressione è condivisa da un giornalista estero che era presente alla deposizione di Spatuzza. Si tratta di Jeff Israely, per un decennio corrispondente per l’Italia di Time Magazine (1).

«Prima di trasferirmi in Italia, il ‘fatto’ più rilevante che conoscevo riguardo al dibattito pubblico del Paese era che Andreotti aveva baciato Riina», esordisce Israely. «Quando iniziai a raccontare la cronaca e la politica italiane agli americani nel 1998, non ci volle molto a scoprire che il bacio era l’invenzione di seconda mano di un pentito. (Oggi) a Torino, un altro pentito sta accusando un altro primo ministro di connessioni con i piani omicidi della mafia siciliana. Vecchie domande tornano a galla: l’uomo che guida l’Italia era legato a Cosa Nostra? I magistrati stanno cercando di smontare la volontà dell’elettorato, rovinando l’immagine sia dell’Italia, sia dei suoi leader? O c’è un’area grigia di mezzo, con domande preoccupanti (...) che vengono deviate da accuse oltre ogni limite e poco plausibili da parte di un singolo pentito?».

E conclude il corrispondente americano: «La somma delle vicende di cronaca che sono filtrate all’estero nel corso degli anni riflette perfettamente la realtà: l’Italia ha un bisogno disperato di una vasta riforma del proprio sistema giudiziario».

E’ precisamente questa la conclusione a cui arriva un osservatore esterno, che non sia accecato dall’odio demente che viene dalla pancia. Il sistema giudiziario italiano ha un disperato bisogno di riforma – di ridurre l’impunità a cui i giudici sono abituati – nello stesso interesse dei giudici, perchè a forza d’impunità hanno ridotto se stessi all’incapacità e all’indecenza professionale. A forza di esercitare un potere senza limiti nè regole, non conoscono nemmeno più le regole. Non sono più all’altezza dei loro compiti.

Se questo fosse un Paese normale, all’indomani della deposizione del pentito Spatuzza, l’opposizione parlamentare si sarebbe unita alla maggioranza per avviare la vasta riforma di cui c’è un bisogno disperato: separazione delle carriere, ripetizione degli esami per quei pm che esibiscono un pentito così incredibile senza accorgersi della sua incredibilità, loro eventuale espulsione dall’ordine giudiziario di cui dimostrano di essere indegni, e che trascinano nella polvere coi loro comportamenti faziosi.

Anche l’opposizione dovrebbe agire, se fossimo un Paese normale. Anzitutto perchè una simile casta giudiziaria è un pericolo anche per essa, la condiziona, la tiene sotto ricatto nel momento stesso in cui la protegge e la salva dai processi. Ma c’è un motivo anche più importante:

Se la magistratura non riesce a dimostrare che Berlusconi è il capo della mafia, il mandante delle stragi di Falcone e Borsellino, allora s’impone la conclusione opposta: è la stessa magistratura accusatoria che è alleata alla mafia. Che usa la mafia come fonte, che paga i mafiosi condannati – questo significa essere riconosciuti «collaboratori di giustizia»: ricevere uno stipendio, riduzione di pene, nuova identità, e infiniti benefici «legalizzati» – per colpire un avversario politico.

Siccome ho ascoltato la deposizione di Spatuzza, mi è ben chiaro che Spatuzza accusa Berlusconi (senza uno straccio di riscontro) con il beneplacito dei suoi capi. Ciò che non pare preoccupare i magistrati, nè la vasta tifoseria anti-Salame.

E’ qui la spaventosa «area grigia» di cui parla Israely: in Italia, la mafia (o camorra o n’drangheta) è la terza istituzione dello Stato. Una istituzione con cui la prima (governo) o la seconda istituzione (magistratura) colludono e fanno accordi, per affermarsi  nella competizione, o colpirsi a vicenda. Non è il comune nemico, ma l’alleato o il complice del momento.

Ma in questo modo, tutta la nostra vita pubblica si sporca, e persino la coscienza collettiva si fa mafiosa, torbida e ributtante.

E’ fin troppo evidente la connessione temporale fra la deposizione di Spatuzza – la «bomba atomica» sperata da Fini – e la manifestazione «No B Day». Se la «atomica Spatuzza» non si fosse rivelata quel che è, un petardo bagnato, la «spontanea» manifestazione dei «giovani» avrebbe avuto la funzione di innesco, di catalizzatore: era l’Italia «onesta» che scendeva in piazza per detronizzare a spallate  il capo-mafia, il mandante delle stragi. Berlusconi arrestato, i suoi beni sequestrati; e Fini, terza carica dello Stato, era già pronto a farsi nominare capo di un governo d’emergenza, un governo «tecnico» che avrebbe evitato nuove elezioni (dopotutto Fini è del Pdl: non ci sarebbe stato cambio di maggioranza), e avrebbe avuto dalla sua la minoranza parlamentare.

Invece, la manifestazione di piazza ha manifestato soprattutto la sua natura di «rivoluzione colorata», il ricorrente modello Made in CIA già attuato con successo in Ucraina e in Georgia (e con meno successo in Iran e Kazakstan) per attuare «cambi di regime», e dare il potere a regimi più amici di Washington.

Dopo l’arancio e le rose, per noi hanno scelto il colore viola; ed era fin troppo chiaro che «i giovani organizzatori», le «facce pulite»  intervistate dalle TV erano degli addetti ai lavori, che seguivano le istruzioni e i manuali di agitazione del National Endowment for Democracy, l’istituto di Washington che si occupa di espandere la «democracy» e finanzia questo genere di cose.

E’ una vergogna aggiuntiva – ma che ci meritiamo – che i poteri occidentalisti di sovversione ci  disprezzino tanto, da metterci sullo stesso piano della Georgia o dell’Ucraina, e da ritenere che le ricette usate là siano adatte anche a questa nostra inciviltà millenaria.

Ma siccome nonostante tutto l’Italia non è la Georgia, la programmata e «spontanea» rivoluzione viola ha subito rivelato la sua ossatura orrganizzativa. L’Italia dei Valori ha organizzato la manifestazione, e l’ha finanziata con almeno 300 mila euro (palco, altoparlanti, pullman); tanto che i militanti dipietristi se la sono presa con i militanti rifondaroli, che si sono accaparrati la scena con un mare di bandiere rosse, e non avevano nemmeno pagato il conto.

Non è stata la manifestazione dell’Italia «onesta», ma quella di Di Pietro. Con la ridicola aggiunta delle bandiere falce-e-martello, imbucate alla festa viola. E non è la prima volta che Di Pietro si scambia favori con certi «ambienti americani». Non stiamo parlando per sentito dire, come Spatuzza. C’è un documento – riportato da Giancarlo Lehner (2) – che prova la pista americana di Mani Pulite.

E’ un documento del 19 luglio 1992, quando Mani Pulite è appena agli inizi. Il procuratore Camillo Davigo scrive una relazione indirizzata a Borrelli, il suo superiore, procuratore capo di Milano, dove riferisce del suoi colloqui con un immobiliarista coinvolto (Bruno De Mico) e il suo avvocato, Franco Sotgiu. Ecco cosa scrive Davigo:

«Il De Mico riferiva di aver appreso da persone appartenenti ad imprecisati ‘ambienti’ statunitensi che gli americani, irritati con Bettino Craxi, avevano deciso di colpirlo e perciò erano disponibili a collaborare alle indagini in corso a Milano (...). L’obbiettivo degli ambienti americani era identico a quello attribuito ai magistrati, e dopo l’arresto di Ligresti (17 luglio 1992, ndr) non c’era altra possibilità che l’annientamento di Ligresti o dei magistrati inquirenti... Era necessario che un magistrato, meglio se il dottor Di Pietro, rilasciasse un’intervista a Lower Bergman, conduttore della trasmissione Sixty Minutes sulla rete televisiva statunitense CBS. Questo sarebbe stato il segnale che l’offerta americana era stata accettata».



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Di Pietro si recò negli Stati Uniti nell’ottobre successivo: «viaggio organizzato dall’Usis», l’ente «culturale» del governo americano, allora con sede a Milano, e notoriamente un braccio della CIA (2).

Oggi il ministro dell’Interno Maroni esulta per l’arresto di due mafiosi importanti. E promette: «Ci manca solo di prendere Matteo Messina Denaro, il capo. E siamo vicini». Speriamo. Così vedremo che anche senza il capo dei capi, la mafia continua a funzionare benissimo. Perchè la mafia è la terza istituzione della nostra democrazia.

La mafia siamo noi, ben lieti di usarla per le nostre tifoserie cieche ed opposte, di farcela amica per vincere le elezioni in Sicilia, o di renderla complice della nostra «giustizia».




1) Jeff Israely, «Il paese di Kafka», La Stampa, 6 dicembre 2009.
2) Giancarlo Lehner, «Storia di un processo politico», Mondadori, 2003, pagina 72 (La pista americana). Mai alcuna indagine ha esperito la «pista americana a Mani Pulite», anche se fu evidente che il processo contro Giulio Andreotti ebbe come colonna il noto Buscetta, un mafioso detenuto in USA e inviatoci come «pentito» a testimoniare i bacio fra Giulio Andreotti e Totò Riina (il capo dell’FBI, Louis Freeh, venne in Italia apposta per godersi l’udienza). Eppure dell’invito americano a Di Pietro ci sono, come si dice, altri «riscontri». Un altro pm di Mani Pulite, Gherardo Colombo, ha riferito un suo colloquio con un collega di cui non fa il nome (ma è probabilmente Di Pietro). Questo anonimo gli avrebbe detto allora: «Cosa ne dici? Cosa facciamo? Ci prospettano che ci sarebbe il tal Stato che ci vuole aiutare, basta che noi diamo un segno, che siamo disposti a lavorare con loro...». E non basta. L’ex procuratore di Milano Giulio Catelani (spodestato da Borrelli perchè si opponeva alle «procedure irregolari» di Di Pietro) depone il 19 febbraio 1996 davanti al pm di Brescia Fabio Salamone quanto segue: «Ricordo bene che nel luglio del ‘92 mi telefonò Borrelli per segnalarmi una notizia riguardante Ligresti ed alcuni collegamenti internazionali... Borrelli mi segnalava una vicenda che poteva avere riflessi anche sulla sicurezza dello Stato. Decidemmo insieme di parlarne con il presidente Oscar Luigi Scalfaro, che ci ricevette alla presenza del segretario generale (del Quirinale) Gaetano Gifuni. Il presidente, dopo aver ascoltato la relazione fatta da Borrelli, si rifiutò in modo risentito di esaminare i documenti, sostenendo che il modo in cui era stata acquisita la notizia non era da lui condiviso». Che dire? Sembra di capire che Borrelli volesse coprirsi le spalle, ottenendo da Scalfaro il permesso di utilizzare «notizie» di reato acquisite da ambienti «internazionali» in qualche modo illegali o irituali. E che Scalfaro, pur odiando Berlusconi e volendolo morto, temeva ancor di più gli «ambienti americani», specie quelli irrituali, e non abbia voluto mettersi in mano loro.


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