Lo Stato-Gangster, e i suoi attentati false flag
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Questa ve la do come appare sul web, ovviamente non si è in grado di verificarla. La notizia sarebbe questa:

Il 30 marzo scorso tre dirigenti della CIA – del dipartimento ucraino – si sarebbero suicidati. Un’insolita attività di auto è stata notata in uscita dal quartier generale di Langley durante tutta la giornata. Nel dipartimento ucraino sarebbe in corso una inchiesta per corruzione (diversi funzionari avrebbero ricevuto pagamenti da una fonte diversa dal bilancio dell’Agenzia, anzi da quello degli Stati Uniti); più tardi nella giornata, s’è sparsa notizia che altri due esponenti dello stesso dipartimento si sono tolti la vita; in seguito a ciò, una ventina di dipendenti di questo dipartimento si sono riuniti nella hall del quartier generale, per assicurare tutti quelli che li volevano ascoltare che essi non solo erano vivi, ma non avevano assolutamente nessuna intenzione di suicidarsi (sicché se fosse avvenuto, sarebbe stato un falso suicidio).

Più tardi, nella sera del 30, circola una voce sul motivo di questa epidemia di suicidi. Diversi governanti europei avrebbero ingiunto al Dipartimento di Stato di non armare il regime di Kiev, usando questo argomento: i ribelli del Donbass non sono terroristi, sono cittadini di cui Kiev ha violato i diritti civili legittimi (come l’uso della lingua). Per forzare la mano agli europei, sarebbero perciò state decise a Washington delle operazioni capaci di convincere tutti che i separatisti pro-russi sono esseri bestiali, dei veri e propri terroristi satanici e irrazionali: allo scopo, sarebbero stato ordinati attentati esplosivi in scuole, ospedali, asili infantili, in zone dell’Ucraina dell’Ovest, lontane dal «fronte» del Don — stragi di innocenti da attribuire ai separatisti russi. False flag.

Il capo della sezione militare del dipartimento ucraino della CIA, giudicando questo piano rischioso, ha reso edotti dei suoi dubbi i superiori. Ricevendo questa risposta: «Eseguite. Voi nemmeno immaginate qual è la posta in gioco».

Il dirigente, allora, si è consultato con i capi delle altre sezioni del dipartimento Ucraina: politico, economico, eccetera. Insieme hanno deciso di opporsi a questo ordine, con atti ufficiali, fino al ricorso al Senato.

Questi tre sarebbero i primi «suicidi»; e siccome l’informazione non doveva circolare, altri due – che erano al corrente – sarebbero stati suicidati nelle ore seguenti.

La fonte di questa storia? È un sito giornalistico russo, pravosudija.net. Più precisamente, essa è dovuta ad una blogger «Tatiana Volkova» (le virgolette sono d’obbligo, il nome è comunissimo) che ha generalmente buone informazioni non ufficiali... Insomma può essere disinformatzia moscovita. Non le avrei dato credito, se non fosse per una circostanza:

Il 31 marzo, ossia il giorno dopo, la catena tv nazionale ucraina Inter si è presa la briga di smentire le «chiacchiere di Tatiana Volkova», al punto da affermare che non esiste, presso la CIA, nessun dipartimento ucraino. E questa è una menzogna palese: secondo lo stesso Brzezinski, non solo il dipartimento esiste, ma ne è stata a capo Kateryna Claire Chumacenko. Una donna di carattere, nata a Chicago da famiglia di ex-nazisti ucraini, che ha sposato Victor Yushenko, l’uomo che è stato presidente ucraino dal 2005 al 2010. I due si sono conosciuti KPMG Peat Marwick nel 1993; ma a quel tempo Kateryna è anche cofondatrice della Ucraina-USA Foundation, membro della Chiesa Nativa della Fede Nazionale Ucraina (una setta religiosa la cui fede consiste nel credere che l’Ucraina sia la culla della razza ariana), ed ha lavorato nel Governo americano fin dai tempi di Ronald Reagan e Bush padre. È stata al Dipartimento di Stato come «Assistente speciale del Segretario di Stato per i diritti umani e le questioni umanitarie» (sic): un profilo in cui la certezza che si tratti di un agente CIA si applica, ovviamente, a pennello.

Quanto al fatto che agenti della CIA del suddetto Dipartimento avrebbero preso fondi da «altri» che dal Governo americano – anzi 12 sarebbero stati arrestati per questa inchiesta – non ci sarebbe da stupirsi. L’esempio viene dall’alto: la Clinton Foundation – la «fondazione» di Bill e Hillary Clinton – ha ricevuto 10 milioni di dollari in «doni» da un solo oligarca ucraino, l’ebreo Viktor Pinchuk, re delle tubature, la cui fortuna personale è valutata oltre il miliardo e mezzo di dollari. Nel sito della caritatevole fondazione è scritto che «la Fondazione Clinton ha rinunciato ai doni di Governi stranieri nel periodo in cui Hillary era segretaria di Stato». Dai Governi. Sarà; ma da «individui» con molto potere sui rispettivi governi stranieri, l’ha scoperto il Wall Street Journal. Pinchuk è il primo donatore, a cui seguono i sauditi (7,3): che con gli Emirati (donatori di 1,4 milioni) sono i massimi finanziatori del Califfato islamico — e, insieme, della famiglia Clinton. Parlare qui di «conflitto d’interesse» è un delicato eufemismo.

Quanto all’ordine che sarebbe stato dato al dipartimento Ucraina della CIA, di organizzare attentati-strage false flag in ospedali ed asili ucraini, onde incolparne i separatisti, ci sentiamo davvero di escludere ogni fondamento alla notizia? L’Amministrazione Bush jr., sotto la guida e gestione dei neocon, ha organizzato la strage delle Twin Towers e del Pentagono, la strage di oltre tremila suoi cittadini, per giustificare l’inizio delle guerre di occupazione e distruzione di paesi islamici interi, che sono ancora in corso dopo 15 anni, anzi vengono aggravate da sempre nuove aggressioni.

Ma anche chi, sull’11 settembre, crede alla versione ufficiale e non riesce a convincersi che lo Stato americano possa aver commesso un simile delitto contro la sua stessa cittadinanza, consideri i crimini immani che quello Stato commette, ormai da 15 anni, nella «lunga guerra al terrorismo»: come minimo 1,3 milioni di morti per lo più civili: 1 milione almeno in Iraq, 220 mila in Afghanistan, e 80 mila in Pakistan. Lo afferma un documento – Body Count – di organizzazioni di medici britannici: Physicians for Social Responsibility, Physicians for Global Survival ed International Physicians for the Prevention of Nuclear War. E sono valutazioni molto prudenti, perché, si legge nell’esordio, la cifra «può anche superare i due milioni». In Iraq, il milione (e passa) di morti ammazzati dall’invasore americano e dalla sua occupazione, è il 5 per cento della popolazione.

È come se tre milioni di italiani fossero morti sotto l’occupazione di un nemico: facciamo qualche volta lo sforzo di metterci nei panni di quel popolo un tempo prospero e piuttosto civile ed avanzato, di immedesimarci nella loro rabbia e senso di ingiustizia, prima di farci sedurre dalle sirene mediatiche-propagandistiche che si strillano: «L’Islam minaccia l’Occidente». Sono tre lustri che l’Occidente civilissimo non minaccia, ma devasta, opprime ed assassina cinque paesi islamici in quanto islamici.

E la cifra dei Physicians nemmeno tiene conto del morti prodotti dall’intervento quasi dimenticato in Somalia, dalla «liberazione» della Libia (si ritiene 50 mila finora), dall’armamento dei «moderati» in Siria (rivelatisi islamisti terroristi, guarda che caso) contro il regime di Assad (250 mila vittime stimate), né dei milioni di profughi e fuggiaschi le cui vite sono state comunque devastate, ridotte alla miseria e alla disperazione. Non tiene conto nemmeno dei morti provocati nello Yemen – dai sauditi è vero – ma gli Stati Uniti forniscono intelligence satellitare ai bombardamenti: e tutto ciò – si badi – senza la minima giustificazione e spiegazione per questa gravissima violazione del diritto internazionale, senza una motivazione espressa in sede diplomatica, senza una dichiarazione di guerra: è come se lo Yemen non esistesse in quanto Stato, non avesse diritto alcuno sul piano internazionale, fosse una riserva di caccia abitata da selvatici.

E la cifra di 80 mila morti ammazzati dagli Stati Uniti in Pakistan è, se possibile, anche più rivoltante del milione (almeno) di morti in Iraq: perché il Pakistan non è stato occupato militarmente, gli USA non sono ufficialmente in guerra con il Pakistan; anzi è un «alleato», o meglio uno stato vassallo e asservito. Eppure sui suoi cieli gli americani cercano ed ammazzano, con i loro droni, persone singole di cui dicono che sono terroristi, e nel far ciò massacrano villaggi, raduni festivi, cortei di matrimonio, vecchie corriere stracariche di passeggeri. Nel 2006 sono stati compiuti due tentativi di uccidere coi droni Ayman al Zawahiri, il preteso ‘numero due di Al Qaeda’, la cui pericolosità (e la sua stessa esistenza) è certificata solo da fonti americane e da alcuni comunicati di dubbia fonte: i due droni hanno ridotto a brandelli di carne 76 bambini e 29 adulti, ma non Al Zawahiri.

Prese di mira 24 persone in Pakistan, i droni hanno dato la morte a 874 uomini, donne e bambini (142); dei «terroristi»; solo 6 su 24 sono stati effettivamente uccisi. In Yemen, il tentativo di uccidere coi droni 17 individui ha ammazzato 273 persone. Cinquecento missioni di assassinio coi droni hanno ucciso, in tutto, 3674 innocenti. Persino il Pentagono e l’Air Forces hanno ammesso che le esecuzioni mirate coi droni sono un fallimento, che «le missioni hanno mancato il bersaglio nel 75% dei casi», ed hanno chiesto di riavere i vecchi aerei-spia U-2, e gli aerei d’attacco ravvicinato A-10, entrambi non più fabbricati, ma molto più efficaci per identificare le minacce al suolo degli occhi elettronici di Global Hawk; niente, il Senato USA, su commissione di Raytheon e Northrop (i costruttori), ha obbligato l’Air Force a continuare gli acquisti dei costosissimi Global Hawk, e quindi a continuare con essi le missioni di assassinio – diciamo per dire – mirato con questi strumenti imperfetti.

Il presidente Obama, ci è stato detto ufficialmente, dà personalmente gli ordini su chi ammazzare dal cielo, traendone il nome da una «kill list» fornitagli dall’intelligence. Se siano per caso innocenti, non sappiamo, questi abitanti della parte lontana del mondo dove la vita umana non ha valore; il loro assassinio viene deciso senza istruttoria né processo, sulla base di dati segreti e senza possibile difesa.

Ricordiamocelo, la prossima volta che la propaganda ci tenterà a convincerci della superiorità etica dell’Occidente in confronto alla barbarie di Assad in Siria, o al «disprezzo dei diritti umani» in Russia, o ci inciterà alla crociata perché i decapitatori dell’Isis sterminano i cristiani (sì, con armi USA). La superpotenza che si propone come modello dell’Occidente conduce assassinii e stragi in Paesi stranieri, poveri e lontani, abitati evidentemente da «razze inferiori» men che umane, senza renderne conto a nessuno. E noi siamo i suoi complici, col nostro silenzio ed assenso.

Persino il nome dato alla lista di assassinandi in mano al presidente-modello dell’Occidente, «Kill List», suggerisce da quale mentalità è dominata la superpotenza: la mentalità del gangster. Anche Al Capone e Meyer Lansky hanno avuto le loro kill list, di avversari da eliminare alla spiccia.

L’analista strategico Andrew Cockburn ha scritto un saggio su questa deriva gangsteristica: «How The US Government and US Military Became Murder, Inc.», ossia: come il Governo e le forze armate USA sono diventate l’Anonima Omicidi.

Per nulla toccato dall’accusa del saggio di Cockburn, il senatore McCain ha invitato pubblicamente lo Stato d’Israele di «fare il farabutto» e mandare a monte con un attacco preventivo il negoziato in corso fra USA e Iran sulla riduzione del nucleare iraniano in cambio di un alleviamento delle sanzioni. La frase idiomatica usata, «go rogue», è tipica espressione da sottomondo criminale (la «rogue gallery», ad esempio, è l’album delle segnaletiche dei pregiudicati): senza nemmeno il minimo barlume, nella coscienza callosa, che da senatore e capo della Commissione militare senatoriale, egli stava consigliando un crimine di guerra senza alcuna giustificazione, contro un Paese che era in trattative con il suo. Del resto, pochi giorni prima, l’ex ambasciatore all’ONU John Bolton (un ebreo) e tale Muravchick (ebreo della Fondazione American Enterprise, storico covo dei neocon) hanno invitato lo stesso governo americano a bombardare l’Iran invece di fare un accordo; e le loro criminose asserzioni sono state pubblicate nientemeno che dal New York Times e dal Washington Post.

Sono consigli che invitano l’America a commettere crimini di guerra. Perché «dare inizio ad una guerra d’aggressione... è il supremo crimine internazionale, differente dagli altri crimini di guerra per il fatto che contiene in sé il male accumulato di tutti gli altri»: è la frase pronunciata dal procuratore USA Robert Jackson al processo di Norimberga, nel 1946, per inchiodare alle loro colpe di dirigenti del Terzo Reich, opportunamente ricordata dall’agenzia moscovita Sputnik, ma invano. Se un ambasciatore, un senatore, i maggiori giornali del Paese non si curano più né sentono rivolte a sé queste parole, vuol dire che il gangsterismo è ormai il senso comune della società americana, oltre che la sua dottrina ufficiale. Gangsteristica è del resto la voglia di rinfocolare la guerra in Ucraina fornendo armi letali al regime in deliquescenza e implosione; tipicamente ganster è la rabbia e l’odio, e la volontà di vendetta contro Putin, che ha pur risparmiato agli USA alcuni errori fatali, ma è troppo intelligente e civile perché i Lansky e Capone non si sentano offesi dal confronto con la loro stupidità e violenza... Qualcosa di molto più ferocemente ottuso, omicida e barbaro della leggenda nera sparsa sul Reich.

Per questo ho dato la informazione iniziale, nonostante tutti i dubbi. Che ci siano stati o no cinque «suicidi» nella CIA, non posso accertare. Che sia stato dato l’ordine di compiere stragi negli ospedali ed asili ucraini onde suscitare rabbia ed orrore contro il ribelli del Donbass, non ne sono certo: ma lo ritengo perfettamente possibile. E forse, dando la notizia, contribuiamo a sventare il crimine progettato dalla superpotenza dei false flag, dal superstato-gangster. O almeno, se lo faranno – e i nostri media ci inviteranno allo sdegno più civile ed umanitario contro «i russi» senza cuore, bestiali ammazzatori di bambini ucraini – che qualcuno di noi sappia, e possa dire, la verità.




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