Ma quale coraggio...!
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A proposito della mia malattia e della mia richiesta dell’unzione «estrema», alcuni lettori esprimono ammirazione per il mio coraggio. Ma di quale coraggio si parla, di grazia? È lo stesso coraggio che dovrete avere anche voi, cari amici, presto o tardi, via piaccia o no. A meno che non siate immortali, cosa altamente improbabile. O non vi crediate immortali, cosa che già accade a molti, specie giovani. Oppure siate della gran massa che ha tanta paura della morte, da non volerci pensare, come se non pensarci la tenesse lontana, e il solo parlarne l’avvicinasse. Una superstizione, un esorcismo vuoto e tipicamente occidentale.

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Pascal riteneva questo atteggiamento mostruoso. La morte è la cosa più importante che ci accadrà nella vita, il passaggio più decisivo o verso la vita eterna, o l’eterna dannazione, oppure (se siete atei) nell’annullamento totale; è il passo in cui ci si gioca tutto; è l’esperienza più unica che potrete avere, senza alcun paragone possibile con alcuna esperienza provata sulla terra; è una cosa che vi avverrà una sola volta, forse d’improvviso, per la quale è essenziale in qualche modo esercitarsi o prepararsi... «e da tutto questo – dice Pascal – concludo che devo passare tutti i giorni della mia vita senza pensare a quel che mi deve accadere, (che) io voglio andare senza previdenza e senza timore verso un evento così grande, e lasciarmi condurre alla morte nellincertezza delleternità della mia condizione futura».

«Niente è tanto importante per luomo che il suo stato; niente gli è più temibile che leternità. Per cui, che ci siano uomini indifferenti alla perdita del loro essere, al pericolo di uneternità di miseria, non è affatto naturale (...) è un incantamento incomprensibile, un assopimento sovrannaturale».

Che coraggio ci vuole? È semplicemente buon senso (1). Vado per i 69 anni, ho avuto un anno e mezzo fa una diagnosi di cancro (operato), la mia condizione cardiaca è alquanto grave. A cosa volete che mi prepari? Coraggio per aver rifiutato cure che sapevo dannose? Ed eventualmente, un’operazione di by-pass che sfiora l’accanimento terapeutico, anche se può dare otto-dieci anni di vita in più? Non ho l’ambizione di vivere fino ai 90 anni.

Nella mia ultima degenza (due settimane), la cosa che mi ha colpito di più è stato constatare che i degenti, tutti più vecchi di me, tutti operati al cuore e tornati in ospedale, non avessero alcun segno di fede (io avevo sul comodino l’immaginetta del Cristo della Misericordia), nè la minima riflessione sulla morte. A questo siamo arrivati, ad essere contenti di un destino zoologico. Ma non ci sarà, per noi, un destino zoologico, la morte come nulla degli animali.

Uno dei degenti, circa della mia età, ricoverato di nuovo un mese dopo il by-pass coronarico, l’abbiamo sentito nella notte telefonare – imbarazzante – ad una sua amante (alla moglie invece telefonava con tono di comando). Come ho spiegato, nell’operazione di by-pass il cuore viene temporaneamente fermato, e il sangue non pulsa più attraverso quest’organo; per due ore, quindi, il cuore (che non è solo una pompa) si sente «di là». Ho chiesto al gaudente come mai fosse tornato all’ospedale solo un mese dopo l’operazione. Mi ha risposto che non stava affatto bene, anzi peggio.

Che sintomi aveva? «Il fuoco nella testa», è stata la sua strana risposta.

Come un fuoco? Aveva la faccia arrossata? Infiammata? «Un fuoco nel cervello, dentro la testa», ha risposto. Non aveva parole per spiegarlo. Ma quel «fuoco» l’aveva a tal punto terrorizzato, da indurlo a chiamare nella notte l’ambulanza per farsi ricoverare d’urgenza. Non sapendo che meglio fare, i medici gli avevano messo un pace-maker. Non ho avuto il coraggio di dirgli che forse quel «fuoco» alludeva ad una malattia assai più inguaribile di quelle terrestri (2); che forse era un assaggio del luogo dove meritava di finire, e un invito a cambiare; me ne dispiace come di un peccato d’omissione. Ma avrebbe capito?

Altro che coraggio: ho paura di quel fuoco, so di meritarlo, non sono affatto certo di sfuggirlo. In questa prospettiva, considero una grazia avere una prognosi che mi ricorda la morte vicina – vicina del resto a tutti, ma che tendiamo troppo a dimenticare da sani. È una scuola. Così, è più facile cominciare il distacco dalle cose che dovremo comunque abbandonare.

«... I morenti stanno perdendo tutto il loro mondo: la casa, il lavoro, i rapporti umani, il corpo e la mente; stanno perdendo ogni cosa. Tutte le perdite che abbiamo subìto in vita si sommano nell’imnmensa perdita della morte. Come potrebbe una persona morente non essere a volte triste, piena di rabbia o in preda al panico?»: così Sogyal Rinpoche, un monaco tibetano che, giunto in Occidente, scoprì con stupore e scandalo che in Occidente non c’erano metodi per insegnare a morire, ciò che considera «un fondamentale diritto della persona», e i terminali venivano abbandonati alle macchine ospedaliere. Qui nella modernità scientifico-tecnologica, secondo lui «quasi tutti muoiono impreparati a morire, come hanno vissuto impreparati a vivere». Noi viviamo per possedere e godere, mentre in Tibet «imparare a vivere, è imparare a lasciar andare», o a «lasciare la presa»: insomma una preparazione alla morte, al sereno denudamento di ciò che non ci appartiene.

È questa la costante di tutte le tradizioni e grandi religioni, perchè è la normalità della vita umana e della natura umana, che è destinata all’eternità; terribilmente «anormale» è la nostra attuale civiltà che considera questa vita come la sola che conta, e non sa più volgere il pensiero a Dio, alla eternità.

Ho l’impressione che il rifiuto generale di pensare alla morte sia dovuto, anche, alla credenza che comunque «non ci sia niente da fare», che non c’è che da passivamente subirla. Invece anche nel cattolicesimo esistono metodi, manuali di «Apparecchio alla buona morte». Ma in più, ciò che le altre religioni non hanno, ci sono i sacramenti di grazia, un dono unico e inestimabile, che ovviano anche alla relativa impreparazione che noi moderni possiamo avere, all’insufficienza del nostro distacco, della nostra santità: come ci è stato detto, sono fatti appunto per i peccatori. L’estrema unzione, o unzione degli infermi come ora si chiama (più giustamente: era sbagliato quell’«estrema»), è appunto uno di questi aiuti gratuiti e immeritati, un sigillo efficace (3). Mi affido a questo come il ladrone (un mascalzone) che ebbe lo slancio, la faccia tosta e la fortuna di chiedere: «Ricordati di me, quando sarai nel tuo regno». E quell’altro suppliziato, quel miserabile che spasimava come lui sulla croce, quel grumo di sangue e di mosche che era stato il Volto – quale Regno poteva avere, quel nessuno disgraziato, solo, abbandonato, senza un briciolo di potere? – rispose: «Oggi sarai con me in Paradiso».

Di che cosa dovrei, dovremmo aver paura, una volta muniti del sacramento, del sigillo? Che coraggio ci vorrà, a gettarsi nello squarcio di quel cuore che ha detto «Sono Io la Resurrezione e la Vita?». Quella che si attende è l’inimmaginabile felicità eterna (4), a cui mi volgo persino con una certa curiosità. Per una volta, mettiamoci dalla parte del Vincitore.

Del resto, non voglio atteggiarmi a chissà che, nè drammatizzare troppo la mia situazione (5). Sì, ho tre coronarie bloccate e non sono operabile, ma mentre ero in ospedale, un giovane cardiologo napoletano (a contratto temporaneo, a Milano!) mi ha raccontato un caso da lui visto a Napoli: a un paziente viene trovato un enorme aneurisma (dilatazione patologica) dell’aorta, a malapena tamponato da un grosso grumo di sangue fuoriuscito. È una situazione di morte imminente. Il paziente viene avvertito che sarà operato, ma ha il 50% di possibilità di non uscire vivo dalla sala operatoria. A questo punto, il paziente rifiuta l’intervento. È vivo così da otto anni; il suo aneurisma è una palla sempre più grossa, la morte sempre più imminente, ma lui dice: «Intanto, ho visto crescere i miei nipotini».

Le risorse del corpo-anima, e della volontà di Dio, sono allegramente imprevedibili.





1) Anche Michel de Montaigne, che non era tanto religioso quanto Pascal, consiglia: «Per cominciare a toglierle (alla morte) il maggior vantaggio che ha su di noi, mettiamoci su una strada assolutamente contraria a quella comune. Togliamole il suo aspetto straordinario, pratichiamola, rendiamola consueta, cerchiamo di non aver niente così spesso in testa come la morte... È incerto dove la morte ci attende: attendiamola dovunque. La meditazione della morte è meditazione della libertà». «Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire». Frase bellissima da meditare, quest’ultima. E naturalmente Buddha, nel «Mahaparinirvana Sutra»: «Di tutte le impronte, quella dell’elefante è la suprema; di tutte le meditazioni di presenza mentale quella sulla morte è la suprema».
2) Per contro, un caro amico di questo sito, dopo il by-pass e la lunga e difficile ripresa, s’è avvicinato alla fede. Altra stoffa.
3) Il potere soprannaturale dell’unzione l’ho potuto constatare. Un giorno, parecchi anni fa, mia madre (buonanima) trova sul pianerottolo una vicina di casa piangente. Chiede il motivo di quel dolore, e apprende che la madre della vicina sta agonizzando lì, nell’appartamento. Un’agonia che dura da giorni e notti, orribilmente agitata, straziante da vedere e sopportare per la figlia. Mia madre – nient’affatto una «donna di chiesa» – ha l’ispirazione di suggerire: «Perchè non le fa dare l’estrema unzione?». La vicina così fa. Arriva il sacerdote, compie il rito sulla vecchia agonizzante. Subito questa si acquieta, e poco dopo trapassa, serena. A volte un peccato non confessato, un perdono non chiesto o non dato, un debito non pagato, una rappacificazione mancata o anche l’inquietudine per il futuro dei propri cari che si lasciano, sono i macigni sull’anima del morente. L’estrema unzione pare avere il potere sacramentale di toglierli, per pura grazia. La sicurezza che danno la Confessione e Comunione ultima, o l’unzione, hanno anche un effetto psicologico considerato cruciale in certe tradizioni: al momento della morte due cose contano, quel che abbiamo fatto in vita (vizi o virtù, buone o cattive abitudini ) e lo stato mentale i cui ci troveremo in punto di morte (in gran parte effetto del modo in cui siamo vissuti). Nel celebre «apparecchio alla morte» del lamaismo tibetano, il «Bardo Thodol», si insiste molto su questo punto: nell’agonia, la mente è totalmente esposta e vulnerabile ai pensieri e ai sentimenti predominanti, qualunque siano stati, in vita; alla paura, all’attaccamento al corpo e al proprio io; ciò è pericoloso per il destino eterno. Si consiglia che i presenti facciano di tutto per ispirare al morente sentimenti sacri come la compassione e amore per tutti gli esseri o sentimenti di devozione. Noi abbiamo, per grazia di Cristo, l’Eucarestia o l’unzione che fissano sacramentalmente l’essere dell’agonizzante nell’affidamento alla misericordia di Cristo. Insisto sul «sacramentale»: non è (solo) un «sentimento positivo», ma una realtà efficace.
4) «Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto», come diceva San Francesco.
5) Resta la paura della sofferenza fisica, che è un fenomeno della vita e non della morte; anche Gesù la provò quando nell’Orto degli olivi chiese «se possibile, passi da me questo calice», unico momento in cui la sua perfetta adesione alla volontà del Padre sembrò venir meno; era un uomo, era la carne. Fede, speranza e santità non alleviano la sofferenza; le danno senso e valore. L’aiuto divino è evidente nelle parole di Freda Nylor, una dottoressa che tenne un diario sul progresso devastante del suo cancro: «Ho fatto esperienze mai provate prima, e per le quali devo ringraziare il mio cancro. L’umiltà, il venire a patti con la mortalità, la presa di coscienza di una forza interiore che è una continua sorpresa, e molte cose che ho scoperto di me stessa perchè sono stata costretta a fermarmi per riconsiderarmi e continuare».