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I volonterosi carnefici di Blitz
Maurizio Blondet
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Angelo Panebianco sul Corriere di domenica: «Fra le molte asimmetrie del conflitto c’è anche quella rappresentata dal diverso valore attribuito dai contendenti alla vita umana. Per gli uomini di Hamas, come per Hezbollah in Libano, la vita (anche quella degli appartenenti al proprio popolo) vale talmente poco che essi non hanno alcun problema a usare i civili, compresi i bambini e le donne, come scudi umani. Per gli israeliani, le cose stanno differentemente. Cercano di limitare il più possibile le ingiurie alla popolazione civile...».
Ebrei coraggiosi
Maurizio Blondet
Lo scrive Le Monde: «Per i giornalisti israeliani la striscia di Gaza è una terra lontanissima. Che siano ebrei o arabi, l'esercito israeliano vieta loro di entrarvi da un anno. La misura riguarda anche una cinquantina di corrispondenti esteri di media stranieri che hanno anche la cittadinanza israeliana» (1).
Hamas «preoccupa» chi l’ha creata
Maurizio Blondet
C'è qualcosa di più ridicolo dell'«allarme» di Israele per il successo elettorale di Hamas fra i palestinesi; è la «preoccupazione» che echeggia, secondo i desideri israeliani, nelle diplomazie occidentali e nella servilissima grande stampa, per un'organizzazione il cui programma è la «distruzione» dello Stato ebraico.

Qualunque medio osservatore della situazione palestinese sa che Hamas è stata «creata» da Israele; Israele «ha aiutato Hamas in modo diretto e indiretto per usarla come antagonista dell'OLP», dice Tony Cordesman, l'analista per il Medio Oriente del Center for Strategic Studies (1). Si trattava di ridurre la massiccia popolarità di Arafat e del suo movimento OLP che, per essere laico e nazionalista, era l'interlocutore di ogni possibile negoziato con Israele.

Ma Israele non ha mai voluto negoziare con Arafat, perché non ha mai voluto uno Stato nazionale palestinese; meglio dunque un movimento fondamentalista, contrario ad ogni accordo, desideroso di affogare le aspirazioni nazionali palestinesi nel sogno dello Stato islamico universale. Quel movimento è stato creato in laboratorio.

Nel 1977 è stato Menachem Begin, appena eletto Primo ministro per il partito Likud, di cui fu un fondatore, a spezzare la fiala che conteneva il cattivo genio: dando l'assenso alla regolare registrazione in Israele della «Al-Mujamma al Islam» (Associazione Islamica), movimento collegato ai Fratelli Musulmani e fondato dalla sceicco Ahmad Yassin, il più duro estremista religioso della striscia di Gaza.

Yassin, quadriplegico, era un avversario interno di Arafat, e tanto bastava. Begin, e dopo di lui l'altro premier del Likud Ytzak Shamir, finanziarono l'Associazione Islamica riccamente, attraverso i cosiddetti «consigli di villaggio»: un'invenzione di Sharon (allora ministro della Difesa) per selezionare collaborazionisti da mettere al potere municipale negli abitati palestinesi.

Grazie a questi fondi, Yassin e la sua organizzazione lanciarono il loro giornale, aprirono scuole, ospedali, moschee, la rete di assistenza sociale da cui Hamas ricava il proprio consenso tra il disperato popolo della Palestina.

Hamas infatti è l'ala militare dell'Associazione Islamica caritativa e sociale, e di fatto ha destinato almeno il 95% dei fondi ricevuti da Israele alle opere umanitarie; per autentica solidarietà, ma anche per scalzare l'autorità di Arafat.

In quel periodo, sotto la copertura dei «consigli di villaggio», l'autorità militare israeliana d'occupazione stipendiò fino a 19 mila palestinesi: insegnanti, impiegati e amministratori locali, ma anche informatori e spie anti-Arafat. L'esercito israeliano diede addestramento militare ad almeno 200 di questi collaborazionisti, futuri quadri di Hamas.

Altri elementi furono selezionati attraverso le «cure» offerte alla disperata popolazione di Gaza dal solo presidio psichiatrico presente nella zona, il Gaza Community Mental Health Program, una clinica pagata dagli USA e gestita da psichiatri militari israeliani.

A Gaza, secondo una statistica della stessa clinica, il 55% dei bambini ha visto picchiare il proprio padre dagli occupanti ebrei senza reagire, il 19% sono stati detenuti dai soldati israeliani, l'85% ha assistito all'irruzione della soldataglia giudaica nelle proprie case: questo trattamento assicura una fioritura di disturbi psichici tra i giovanissimi, che sono «utilmente sfruttati» (così il professor Jerrold Post, psichiatra e direttore del Bulletin of Political Psychology) dai «talent scout di terroristi».

Quanti di quei disturbati psichici siano stati trasformati in terroristi di Hamas dai caritatevoli psichiatri militare d'Israele, è impossibile dire.

Abdel Haziz Rantisi, rappresentante di Hamas nella striscia di Gaza, è reduce da simili esperienze psichiatriche, ed è stato internato nel manicomio israeliano (2). Personalità malate, suggestionate, manipolabili, spinte all'irrazionalità dalle proprie ferite psichiche: l'ideale materiale umano per creare terroristi con cui «non si può trattare». Gente ignara di fare, col suo massimalismo, il gioco del nemico.

La prova: nel marzo 2004, Israele ha trucidato lo sceicco Yassin sulla sua sedia a rotelle. Il capo spirituale di Hamas aveva appena offerto allo Stato ebraico una tregua decennale. Diventato ragionevole, era ormai inutile.

Persino osservatori israeliani hanno notato come Hamas sia sempre intervenuta con i suoi sanguinosi attentati, con sospetta puntualità, ogni volta che le trattative di pace tra l'OLP e Israele sembravano vicine a un esito felice: ogni volta offrendo la scusa di sempre, «non si può trattare coi terroristi», e mandare all'aria le trattative.

L'ha detto persino Avraham Poraz, membro della Knesset e del partito Shinui: «il Likud ha plasmato Hamas con le sue mani per non dover trattare con l'OLP».

Un anonimo funzionario degli Esteri americano ha detto alla UPI: «l'idea di ambienti dell'estrema destra israeliana è sempre stata quella: che se Hamas prende il controllo in Palestina, rifiutando ogni compromesso, affonderà ogni trattativa di pace».

Larry Johnson, anche lui un ex del Dipartimento di Stato, finge di stupirsi: «nel combattere il terrorismo gli israeliani sono i peggiori nemici di se stessi. Più che ridurlo, lo incitano». Ma è un calcolo, naturalmente.

Che cosa sarebbe un Israele senza terroristi attorno, sicuro e pacifico nei suoi confini? Riceverebbe ancora gli immensi fondi dalla Diaspora, l'enorme armamento americano, nella misura in cui li riceve finchè «è in pericolo»?

E' stato notato che Hamas e il Likud si somigliano come gemelli. Begin, fondatore del Likud, è stato terrorista dell'Irgun, Ytzak Shamir nella «Banda Stern»; frange terroristiche «religiose» che uccisero il conte Bernadotte, inviato dell'ONU, nel 1948, e massacrarono soldati inglesi, e migliaia di civili palestinesi sorpresi nei villaggi e nel sonno.

Hamas e Likud sono entrambi nemici dell'OLP. Entrambi sono ostili a una soluzione di pace negoziata; l'uno vuole la mitica Grande Israele, l'altro un utopico Islam universale. Dal processo di pace, entrambi hanno visto di aver solo da perdere.

Durante il «processo di pace» di Oslo, il favore dei palestinesi per Hamas, che nella striscia di Gaza era sul 60%, scese tra il 12% e il 25%; mentre saliva il favore per l'OLP, per Arafat e per uno Stato nazionale non confessionale.

Quanto al Likud, ogni intensificarsi degli attentati di Hamas gli ha regalato il potere, attraverso il voto della popolazione spaventata, che giudica i laburisti «deboli» e invoca «uomini forti». E' in questo modo che il Likud ha spesso battuto i laburisti, il partito della trattativa; con gli attentati di Hamas.

E sarebbe dunque la vittoria di Hamas ad «allarmare» Israele? Dovremmo unirci alle angosce ufficiali per il «pericolo» che lo Stato ebraico corre?

Basta ricordare le parole con cui Moshe Dayan, allora ministro della Difesa, rifiutò - in una riunione riservata del gabinetto israeliano - l'ennesimo patto di sicurezza offerto dagli Stati Uniti, come risposta alle grida di allarme che venivano da Israele «in pericolo»:

«Questo patto sarebbe solo un ostacolo per noi… Le azioni di rappresaglia, che non potremmo più condurre se fossimo legati da un patto di sicurezza, sono la nostra linfa vitale. Sono quelle che ci rendono possibile mantenere un alto stato di tensione tra la nostra popolazione e nel nostro esercito. Senza queste azioni cesseremmo di essere una nazione combattiva, e senza la disciplina che ne consegue, siamo perduti. Dobbiamo continuare a gridare che il Negev è in pericolo, così i giovani andranno là a combattere».

Era il 26 maggio 1955, e la frase è ricordata nel suo diario segreto da Moshe Sharrett (Shertok), allora Primo ministro israeliano, ed ex ministro degli Esteri (3). Nulla è cambiato da allora.

La vittoria di Hamas assicura infinite rappresaglie, che sono la «linfa vitale» dello Stato ebraico.

Maurizio Blondet

(articolo pubblicato il 29 gennaio 2006)



1) Richard Sale, «Analysis: Hamas history tied to Israel», UPI, 26 gennaio 2006. Sale è l'inviato speciale esperto di terrorismo dell'agenzia UPI.
2) Si veda il capitolo «Hamas psichiatrico» nel mio «Chi comanda in America», Effedieffe, pagina 153.
3) Livia Rokach, «Israeli Sacred Terrorism», Belmont,1980. Moshe Sharrett tenne un diario segreto della esperienza di governo, in cui annotò con crescente sgomento delle continue provocazioni e atti di terrorismo compiuti dai militari israeliani, spesso a sua insaputa, contro gli Stati vicini, dalla Giordania all'Egitto. Il suo commento al discorso di Dayan fu: «questo Stato dunque può, anzi deve inventare pericoli, e a questo scopo deve adottare il metodo della provocazione-vendetta». Le autorità israeliane hanno cercato di impedire la pubblicazione del diario di Sharrett, che invece i suoi figli hanno reso pubblico, nel 1980.


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