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Sul Sole 24 ore a pag.17, 13 luglio 2008, un articolo sui vantaggi dell'autarchia nel campo alimentare, non negativo e curiosamente accompagnato da una foto e due manifesti dell'autarchia fascista ("acquistate prodotti italiani"), e preceduto pure da un commento non firmato a pag.10: mi pare che Blondet avesse scritto un articolo sul tema un paio di mesi fa. Certe opinioni, di puro buon senso, cominciano a filtrare anche sulla stampa nazionale. Peraltro di "miles food" in Gran Bretagna credo se ne parli da parecchio tempo (d'altronde i malsani sprechi sono iniziati proprio là) Ecco il commento non firmato: Tutte le virtù della filiera corta-Strategie contro l'inflazione Autarchia sarà anche un termine politicamente scorretto, soprattutto in epoca di globalizzazione spinta, ma è esattamente il tipo di politica economica che alcune Regioni italiane stanno mettendo in campo per piegare l'inflazione. Perché se il carrello piange e il portafoglio pure, capita che si rispolveri il concetto di filiera corta per abbassare i prezzi e tornare a gustare i sapori nostrani. E' il caso di Veneto e Calabria, che hanno approvato leggi ad hoc per favorire lo sviluppo dell'economia regionale obbligando, ed è solo un esempio, le mense pubbliche ad approvvigionarsi per almeno il 50% di prodotti locali. E' la filosofia della spesa "a chilometri zero", già adottata da i gruppi di acquisto solidale (i famosi "gas"), per valorizzare il territorio con un occhio al portafoglio a l'altro all'ambiente, visto che consumare prodotti "di casa propria" significa anche non incrementare inutili viaggi di merci che producono traffico e CO2. Funzionerà? Intanto si parla di risparmi stimati nell'ordine del 20-30 per cento. Spesa locale contro il caroprezzi In Veneto e Calabria due provvedimenti ripropongono l'autarchia Favorite le vendite dei prodotti alimentari del territorio, stimati risparmi tra il 20 e il 30% di Daniele Lepido e Claudio Pasqualetto Filiere corte e prodotti locali per battere l'inflazione con le armi del made in Italy alimentare. Una sorta di autarchia in salsa moderna, alla faccia della globalizzazione, riscoprendo pure qualche vecchio sapore che si credeva perduto per sempre. Parte dalle Regioni la sfida al caro-vita, che in luglio ha raggiunto il valore record del 6,1% per i prodotti acquistati di frequente, contro il +4,1% del paniere tradizionale. Nessun campanilismo: qui il federalismo non c'entra, tantomeno l'eterna dicotomia Nord-Sud visto che le due Regioni che oggi hanno all'attivo gli esperimenti più significativi in materia di «localismo» sono il Veneto e la Calabria. Una battaglia che si gioca anche con le armi della politica. Come in Calabria, dove il consiglio regionale ha appena dato il via libera a un progetto di legge di iniziativa popolare, promosso dalla Coldiretti con 18mila firme, che punta ad accorciare la filiera sponsorizzando i prodotti tipici: dalla soppressata di Calabria al fico di Cosenza, passando per il caciocavallo silano e per la cipolla rossa di Tropea. «Si tratta di una legge che promuove la qualità e il mangiar bene, spendendo meno: con risparmi sui prezzi medi nazionali nell'ordine del 20-30%», spiega Pietro Santo Molinaro, presidente della Coldiretti calabrese. Nello specifico la legge approvata dalla giunta guidata da Agazio Loiero impone, per esempio, che la fornitura delle mense pubbliche sia composta per almeno il 50% da prodotti agricoli che arrivano dal territorio, prendendo anche una posizione netta contro gli organismi geneticamente modificati (Ogm). Mentre i comuni della Regione devono destinare il 20% delle aree pubbliche deputate alla vendita di prodotti alle imprese agricole locali, con controlli più severi sulle etichettature da parte delle polizie municipali e provinciali. «Le ricadute positive di questa legge non si faranno sentire solo sul fronte dei prezzi – spiega Mario Pirillo, assessore all'agricoltura della regione Calabria – ma anche su quello della nostra economia, insieme con la promozione del made in Calabria». Il Veneto di Giancarlo Galan, invece, un mese dopo aver varato la prima legge italiana tagliaprezzi centrata sul cosiddetto "chilometro zero", guarda già a nuovi obiettivi puntando a sviluppare e ottimizzare il più possibile la filiera corta. Nella legge approvata il 9 luglio scorso, sulla spinta di oltre 25mila firme raccolte sempre dalla Coldiretti, già ci sono gli obblighi per i gestori della ristorazione pubblica di usare per almeno il 50% prodotti locali, per i Comuni di riservare almeno il 20% degli spazi nei mercati agli agricoltori, per la grande distribuzione di creare entro gennaio 2009 spazi appositi ed esclusivi dove vendere i prodotti agricoli regionali. Ma si è fatto anche altro. C'è un elenco di ristoranti e locali che hanno accolto la filosofia del chilometro zero ed usano per la quasi totalità dei piatti materia prima del territorio. Ci sono iniziative di fornai che garantiscono pane con farina di grano locale e mercati in varie località per la vendita diretta da parte degli agricoltori. «Non abbiamo calcolato quanto possa essere il risparmio - dice Franco Manzato, vicepresidente della Regione con delega all'agricoltura - ma occorre accorciare il più possibile l'attuale filiera che registra rincari nei vari passaggi fino all'80%». Da qui l'idea di varare a settembre un provvedimento che darà a tutti i prodotti Doc, Dop, Igp e simili un «marchio ombrello», come lo definisce Manzato, che assicurerà qualità e li renderà facilmente identificabili. Questo marchio, lo stesso in uso per il turismo e destinato a identificare l'intero made in Veneto, sarà la carta da giocare nel rapporto con la distribuzione perché di fatto la Regione si farà elemento unificante dei produttori di qualità che in tal modo vedranno aumentare la loro forza contrattuale. «La partita del risparmio - ricorda Manzato - si gioca proprio nel dialogo con la distribuzione: noi garantiremo promozione, visibilità e una strategia precisa e contiamo che, con l'impegno di tutti, i risultati arrivino in fretta». Ci arriva anche 24 Ore, prima o poi. Col consueto ritardo culturale. Maurizio Blondet
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