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Difficile dire a cosa si riferisse Papa Giovanni XXIII, quando affermò: «
Oggi si direbbe che il mondo goda di una generale menzogna in atto;
voluta e organizzata. Difficilmente capita di leggere o di ascoltare un'
espressione integra,
completa,
assoluta,
di verità. Tante volte si cerca di coprire con rivestimenti del vero ciò che in realtà è il contrario»
(1).
In un certo senso, egli non fece altro che ribadire l'attualità di quanto dichiarato da San Giovanni
(1 5,19): «
Tutto il mondo giace sotto il potere del maligno».
Infatti, essendo il menzognero, il maligno non può che esprimere il suo potere attraverso la menzogna, esercitata in tutti i modi, dai più grezzi ai più raffinati, ed in tutti i campi, attraverso l'opera della "
propaganda".
A proposito del potere di persuasione mediatica, in grado di diffondere con l'ausilio delle più sofisticate tecnologie le più incredibili bugie, viene in mente quanto sostiene Bill Kaysing, prima direttore delle pubblicazioni tecniche presso i laboratori della Rocketdyne Research, ditta che progettò e costruì i motori dei razzi montati sulle navicelle Apollo, poi veemente assertore della falsità dell'allunaggio sulla luna, da lui inteso come una colossale truffa da trenta miliardi di dollari messa in atto dagli americani.
Tra l'altro, egli scrive: «
Un ingegnere di Seattle mi ha detto che i numeri sulla gravità lunare sono sbagliati. Ho sempre sentito che se fosse stato fatto un serio tentativo con i dati che per ora sono ristretti all'
accesso del pubblico,
non sarebbe troppo difficile provare che i voli lunari sono falsi. Ma il problema è questo:
la NASA non rilascia i veri dati sui voli Apollo»
(2).
Kaysing sostiene inoltre che già i giornali danesi nel 1969 misero in dubbio l'autenticità dell'allunaggio, ovviamente senza essere presi in considerazione.
Sarebbe facile al giorno d'oggi eliminare una volta per tutte queste pesanti insinuazioni, applicando uno dei principi cardini della metodologia induttiva.
Quello della riprova.
Basterebbe infatti che con i mezzi attuali, estremamente più sofisticati di quelli di quarant'anni fa,
si rifacesse lo stesso pioneristico volo.
Se riuscì allora, quanto più dovrebbe riuscire adesso.
Pertanto, fin quando questa conferma non viene messa in atto, le perplessità e le illazioni a riguardo, condivise tra l'altro da una larga fascia della popolazione americana, non possono essere completamente fugate.
Per quanto ci riguarda, ben altre sono le perplessità che da tempo assorbono la nostra attenzione, concentrandola intorno ad un'idea che riteniamo assurda, difficilmente dimostrabile, perché non rispondente alla realtà.
Idea divenuta tuttavia più certa della stessa realtà.
Ci riferiamo ovviamente al rapidissimo moto di rotazione attribuito alla Terra dall'affermata teoria eliocentrica.
L'argomento è delicato e scomodo, lo abbiamo già verificato.
Tuttavia, seguendo per una volta Cartesio - secondo il quale, per amore della verità, almeno una volta nella vita, occorre mettere in discussione tutto, fin dove è possibile -, riteniamo opportuno proporre le seguenti considerazioni alla (si spera) cortese attenzione dei lettori.
Iniziamo pertanto la nostra riflessione, considerando la domanda che Fitzgerald e Lorentz si posero, quando vennero a conoscenza del fallimento della famosa esperienza di Michelson-Morley:
«
E se il mondo fosse tale per cui il suo movimento non può essere rilevato?»
(3).
L'insidioso interrogativo suggerisce che se il movimento relativo della terra nell'etere non viene registrato sperimentalmente, nonostante le ripetute prove ed i sofisticati accorgimenti tecnici apportati, allora la teoria copernicana, pur se razionalmente vera, tuttavia non è reale.
Non perché il reale sia contrario alla ragione, ma perché se la ragione non prende spunto dalla realtà effettiva per elaborare i propri modelli, sarà molto improbabile all'intelletto adeguarsi successivamente alla realtà.
E la menzogna consiste proprio nella non corrispondenza di un enunciato con la realtà alla quale si riferisce
(4).
Sappiamo che l'esito negativo dell'esperienza di Michelson venne ufficialmente messa in relazione alla teoria della relatività ristretta (anche se su questa convenzione ci sarebbe qualcosa da aggiungere), e che l'ipotesi alternativa, che la teoria copernicana potesse essere in contraddizione con la realtà, non venne assolutamente presa in considerazione.
Infatti, la scienza non poteva mettere in discussione se stessa, e la travagliata scelta del 1600, quando con tutte le forze della ragione, e non solo della ragione, si cercò di dimostrare la fisicità dell'ipotesi eliocentrica, di difficile comprensione, contraddetta dall'evidenza sensibile, non meno complicata di quella criticata.
E' chiaro che la teoria geocentrica al giorno d'oggi è del tutto fuori luogo, e sarebbe una pretesa senza sbocco cercare di riproporla tale quale, sia in chiave aristotelica (fisica), che in quella tolemaica (matematica).
Ribadiamo peraltro ancora una volta, anticipando le obiezioni dei soliti saccenti con i nervi scoperti, che la nostra critica al modello eliocentrico non corrisponde automaticamente all'approvazione dell'opposta teoria geocentrica.
Tuttavia, sarebbe una dimostrazione di profonda ignoranza il voler negare la validità della pur tramontata astronomia geocentrica, niente affatto campata in aria, che dava benissimo conto dei fatti osservati e che rispondeva ai canoni di una visione del mondo fortemente legata al senso del concreto, del sacro e della trascendenza.
Proprio per questo legame con la dimensione divina, gli astronomi del tempo calcolavano accuratamente e con estrema precisione le date degli equinozi, dei solstizi, i movimenti della sfera celeste, eccetera.
Infatti, comprendere la dinamica celeste significava per l'uomo "
religioso", attento ad interpretare nel giusto modo l'omologia fra cielo e terra, cogliere i risvolti segreti di una dimensione mitica e divina, che richiede ai suoi cultori una propensione alla mitezza, alla luce della quale gli stessi avvenimenti naturali assumono un senso superiore e sacro.
All'evoluzione di questa scienza "
soteriologica", hanno contribuito personaggi di tutto rispetto e di altissimo ingegno.
Come Ipparco da Rodi, che intorno al 128 avanti Cristo, con mezzi del tutto rudimentali, sconvolse la concezione del cielo scoprendo la cosiddetta precessione degli equinozi.
Egli si accorse, confrontando le proprie osservazioni, relative alla posizione delle costellazioni equinoziali, con quelle dell'astronomo Timocharis suo predecessore
(5), di un ulteriore e fino allora sconosciuto movimento della sfera celeste.
Da queste anomalie sperimentali, Ipparco dedusse che anche la cosiddetta sfera delle stelle fisse (ovviamente, in prospettiva geocentrica), oltre che ruotare giornalmente intorno alla Terra, dovesse ruotare molto lentamente, spostandosi essa stessa in modo preciso e manifesto, lungo la linea dell'equatore celeste
(6).
La scoperta della precessione degli equinozi costituì pertanto un vero e proprio sconvolgimento scientifico e spirituale per gli antichi, soliti ad interpretare il moto della sfera delle stelle fisse come indice di assoluta regolarità, che peraltro costituiva il carattere proprio della divinità venerata.
Ma questa fondamentale scoperta dimostra anche l'attendibilità della teoria generale dalla quale essa scaturì, per nulla ovvia e semplicistica, che non venne assolutamente messa in crisi da tale nuovo fenomeno, che anzi confortò e rese ancora più affidabile l'interpretazione geostatica del cosmo.
Con l'affacciarsi nell'orizzonte culturale del rinascimento della teoria eliocentrica, si determinò una nuova esigenza: quella della dimostrazione dell'ipotesi.
Infatti, mentre la quiete della terra è evidente e non ci fu mai bisogno di dimostrarla, l'idea di una sua rotazione, proprio perché presunta, rese necessario l'apporto di prove che la dimostrassero.
E' risaputo che nessuna prova sperimentale seria venne portata a favore dell'ipotesi eliocentrica dai filosofi rinascimentali.
Copernico non produsse nemmeno delle tavole dei moti celesti affidabili, dal momento che «
chiunque cercasse di utilizzare la posizione di un pianeta utilizzando le tavole di Copernico
si trovava presto in una situazione frustrante»
(7), semplicemente perché non funzionavano.
Infatti dovette intervenire Erasmus Reinhold nel 1551, per correggerle in modo opportuno.
Nella prefazione a queste tavole, dette Prutenicae, Reinhold scrive: «
Copernico... tuttavia si sottrasse alla fatica della costruzione delle tavole,
così che se si usano le sue tavole per fare i conti,
il calcolo non è neppure in accordo con le osservazioni su cui si basano le fondamenta
del lavoro»
(8).
Peraltro, Copernico riprese alcuni degli argomenti filosofici proposti da Buridano e da Oresme,
tra i quali: l'aria condivide la rotazione diurna della Terra, la rotazione è più appropriata all'ignobile terra che al nobile cielo
(9).
Galilei da parte sua presentò a favore della rotazione terrestre l'assurda prova delle maree, che Keplero più correttamente aveva attribuito agli "
influssi" lunari.
Dunque, nessun argomento incontrovertibile, come quello rilevato ed interpretato da Ipparco in prospettiva geostazionaria, venne sollevato dagli eliocentristi rinascimentali.
Che, come abbiamo più volte segnalato, caldeggiavano questa dottrina soprattutto alla luce del suo grande significato simbolico e religioso, contrario a quello dominante, in ordine al quale l'astro veniva interpretato come espressione del culto pitagorico del "
Grande Fuoco": «
Prima di Keplero dunque,
non si abbracciava il copernicanesimo per la sua maggiore economicità o precisione. Accettarlo era un atto di fede,
come lo definì chiaramente il più convinto e agguerrito dei copernicani italiani:
Galileo Galilei»
(10).
Il fatto che, come si dice erroneamente, il modello eliocentrico fosse più semplice di quello geocentrico, non costituisce peraltro un motivo sufficiente per giustificare l'oscuramento di una teoria plurimillenaria, che funzionava benissimo, e che veniva migliorata quando i dati dell'osservazione lo richiedevano, a favore di un'altra appena abbozzata e non corrispondente all'evidenza sensibile.
Se dunque il quadro generale dell'astronomia antica restò sempre il geocentrismo, per migliaia di anni, non fu perché gli uomini di allora, rispetto a noi sapienti, fossero rozzi e ignoranti, incapaci di ragionare o immodesti, come afferma qualcuno
(11).
Ma perché la teoria geocentrica era fondata su una base logica e scientifica del tutto affidabile, ricavata dall'evidenza del reale.
Ed uno dei dati innegabili forniti dall'evidenza sensibile è appunto la quiete terrestre.
Se ancora oggi, per comodità, la terra viene considerata per certi aspetti come praticamente in quiete, ci sarà pur un motivo.
Infatti, questa interpretazione, oltre che semplificare alcuni problemi legati al senso comune, giustifica il quadro armonico che si presenta da sempre agli occhi degli uomini.
Tutto insomma nel mondo rimanda ad un senso di pace e di quiete, anche fisica, inconciliabile con l'incomprensibile turbinio al quale sarebbero soggetti il nostro pianeta e l'intero sistema solare.
Si pensi infatti che la velocità del sole e del nostro sistema attraverso la galassia viene reputata all'incirca 2,6 milioni di chilometri all'ora!
Come è noto, Galilei cercò di dimostrare l'infondatezza della sensazione comune di quiete della terra, presentando in un famoso passo dei suoi "
Dialoghi" la ragione per la quale non ci accorgiamo della rapidissima doppia rotazione terrestre.
Con affabile retorica, lo scienziato spiega quella che a suo avviso costituisce l'esperienza infallibile: «
con la qual sola si mostra la nullità di tutte quelle prodotte contro al moto della terra».
Per bocca dell'interlocutore Salviati, che impersona lo stesso scienziato, Galilei dopo aver proposto di far cadere da una torre un uccello morto ed uno vivo (!), per dimostrare che quello morto cadrà nello stesso modo di una pietra, mentre quello vivo volerà liberamente in qualunque direzione, aggiunge che i nostri sensi non colgono il movimento terrestre, per un'evidente ragione: «
Rinserratevi con qualche amico nella maggior stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio,
e quivi fate d'
aver mosche,
farfalle e simili volanti ... »
(12).
All'interno di questa cabina, spiega lo scienziato, non riuscireste a dire se la nave sia ferma o in moto rettilineo uniforme, perché in entrambi i casi valgono le stesse leggi fisiche.
Le mosche che si muovessero all'interno di questo ambiente non urterebbero contro le pareti, nemmeno quando la nave si muovesse, come invece prevedeva la teoria dell'"impetus", inteso da Buridano (1330 - 1358) come una sorta di motore impresso da ciò che muove a ciò che
è mosso (13).
Ma al contrario, gli insetti volerebbero proprio come se la nave fosse ferma, e via dicendo.
La rilevante importanza di questo brano dipende dalla sua relazione con i moti relativi ed
i cosiddetti sistemi di riferimento inerziali; nei quali le leggi della fisica sono invarianti, essendo l'accelerazione uguale a zero.
Al contrario dei sistemi non inerziali nei quali, essendo l'accelerazione diversa da zero, quiete e movimento non sono equivalenti.
L'accelerazione infatti provoca effetti fisici evidenti.
Se lasciamo cadere una goccia in un vaso in un sistema inerziale, esempio galileiano, la goccia cade perpendicolarmente nel vaso; se il sistema fosse accelerato, no.
Se un treno accelera, o frena, noi di certo eviteremmo di versare l'acqua nel bicchiere.
In realtà Galilei ripropone quanto, un centinaio di anni, prima il cardinale Nicolò Cusano (1401-1464) aveva affermato, riguardo alla relatività dei moti.
Ovvero che: «La Terra si muove veramente, anche se non ne avvertiamo il movimento.
Non riusciamo ad accorgerci del moto che in relazione a qualcosa di fisso. Se uno non sapesse che l'acqua scorre e non guardasse alle rive stando sulla barca in mezzo al fiume, come saprebbe che la barca si muove? Per questo, poiché a ciascuno, si trovi egli sulla Terra, sul Sole o su un'altra stella, sembra sempre di stare in un centro immobile e che tutto il resto invece si muova, egli immaginerebbe continuamente poli diversi stando sul Sole, sulla Luna o su Marte, e via dicendo.
La macchina del mondo avrà il centro dovunque, e la circonferenza in nessun luogo, poiché la sua circonferenza e il suo centro sono Dio, che è dappertutto e in ogni luogo» (14).
Questo argomento si fonda tuttavia su una contraddizione di fondo.
Quella di ritenere non solo la terra alla stregua di un sistema inerziale, ma anche che l'aria ruoti insieme ad essa, come se fosse contenuta all'interno di una cabina chiusa.
Questo avverrebbe se la terra non ruotasse, ma se si assume che essa ruoti, non si può pretendere che si comporti come se non ruotasse.
Infatti solo se la terra non ruotasse potrebbe paragonarsi all'interno di un «gran naviglio ... ».
Il ragionamento è circolare.
Da una parte dunque la terra viene considerata in rotazione, ma per dimostrare il perché non ci si accorge di questa rotazione, viene reputata come un sistema inerziale.
Violando così anche il basilare principio di non contraddizione.
La terra infatti in questa prospettiva al tempo stesso ruota e non ruota.
D'altra parte, se la terra ruotasse effettivamente, allora non ci sarebbe alcun bisogno di dimostrarne la rotazione attraverso sofisticate esperienze, dal momento che tutti si accorgerebbero degli effetti del suo moto rotatorio.
Infatti: «Se siamo in un sistema accelerato, per esempio una giostra, noi ce ne accorgiamo perché sentiamo il continuo cambiamento di velocità: essa infatti muta direzione in ogni istante» (15).
Se una comune giostra ruotante non può essere considerata come un sistema inerziale, per via degli evidenti effetti (forze inerziali, accelerazioni di Coriolis, eccetera) che si sviluppano durante il suo moto rotatorio, che dire di una giostra che non solo ruota intorno a sé, ma anche rispetto ad un centro esterno (Sole), ed anche rispetto al proprio asse (precessione), e che inoltre rallenta ed accelera nel suo moto di traslazione (seconda legge di Keplero), al pari di una trottola misteriosa, teoricamente soggetta ad un moto rapidissimo, ma praticamente ferma?
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