Il cristianesimo ha quasi due millenni di arte sacra.
Per Titus Burckhardt in Occidente l’arte sacra si arresta con l’avvento del Rinascimento.
In Oriente restò viva ed oggi ritorna a fiorire con il rinnovato culto delle icone.
Nei primi decenni del XX secolo ci sono stati tentativi grandiosi, come la Sagrada Familia
di Gaudì a Barcellona.
Eppure, dovendo costruire una chiesa a Roma per l’anno Santo, il Vaticano ha chiamato
Richard Meier, uno degli architetti più pagati al mondo, ma totalmente estraneo ai temi ed allo spirito dell’architettura sacra cristiana.
Meier voleva rappresentare tre vele bianche, invece è venuta fuori una gigantesca cipolla che si sta spampinando…
Ha scritto Sandro Magister, il 24 marzo scorso:
«L’ha ideata e costruita un architetto dei più rinomati al mondo, l’ebreo americano Richard Meier, in occasione dell’Anno Santo del 2000. E’ intitolata a Dio Padre Misericordioso. [...] La nuova chiesa è ritenuta un capolavoro dell’architettura religiosa contemporanea ed è mèta di numerosi visitatori e turisti. A questi viene detto che essa ha la forma di una barca: la barca della Chiesa con al timone il successore di Pietro. Viene spiegato che le tre vele di cemento levigato e bianchissimo simboleggiano la Trinità, e che la vela più grande indica la protezione di Dio sul suo popolo. Viene fatto loro notare che un raggio di sole, al tramonto, illumina il crocifisso posto sopra l’altare.
Ma appunto, tutto ciò dev’essere detto e spiegato. Perchè la chiesa è nuda e spoglia e taciturna, sia fuori che dentro. E’ stata pensata così, in omaggio a quell’assenza di immagini che è il dogma di tanta architettura sacra moderna. Lo stesso crocifisso che è sopra l’altare - un bel crocifisso del Seicento di legno e cartone - hanno dovuto prenderlo e portarlo lì da un’altra chiesa della periferia romana. In un altro angolo è stata provvisoriamente collocata una Madonnina biancoazzurra su una colonnetta di plastica. Piccoli segni - questi ultimi - della volontà di riempire un vuoto avvertito come insostenibile».
Il Sacro può essere evocato solo richiamando simboli e forme tradizionali.
Le «invenzioni» finiscono per essere banali ed insultanti.
Non è possibile dare vita da una architettura sacra senza rifarsi a forme precedenti.
A meno che non si stia costruendo un luogo di culto per una nuova religione.
In modo inconscio gli architetti modernisti da quasi un secolo stanno predicando una nuova religione, ma non vogliono dirlo apertamente.
Se in questa epoca non siamo in grado di immaginare forme nuove allora è meglio copiare da quelle precedenti.
Se non siamo capaci neppure di copiare allora non ci resta altro che fare duplicati, copie meccaniche identiche.
In questo caso la nostra attuale tecnica ci può soccorrere egregiamente.
Ma è inutile continuare a fare gli schizzinosi sui lavori di chi tenta in qualche modo di rifarsi
al passato.
Le attuali mostruosità sono insulti e bestemmie.
Meglio l’umiltà ed il pragmatismo degli angosassoni.
In Inghilterra agli inizi del XX secolo si era formata una scuola di pensiero molto vicina al cattolicesimo.
Christopher Dawson (1889-1970), che si convertì al cattolicesimo nel 1914, con lo scrittore
G. K. Chesterton (1874-1936) furono gli alfieri di un ritorno all’unità dei cristiani attraverso una realistica visione dei tempi moderni.
La Chiesa romana non capì, mentre si attardava ancora all’inizio del XX secolo dietro sogni di restaurazione di un mondo medioevale che in realtà non era mai esistito.
La Chiesa romana aveva iniziato la sua catena di errori quando, dopo lo scisma di Lutero,
non seppe cogliere l’opportunità di assumere un atteggiamento aperto verso l’evoluzione della civiltà europea, una civiltà che aveva solide radici cristiane.
Portatrice della religione della Verità, la Chiesa ebbe paura delle verità che si andavano scoprendo e condannò la nuova scienza e condannò la curiosità di scoprire.
Il risultato fu che la scienza venne assumendo connotati sempre più lontani dalla Chiesa e dalla stessa fede cristiana.
Così, sempre negando, condannando e scagliando anatemi, si arrivò all’Illuminismo ed alla Rivoluzione Francese che sancirono la sconfitta totale della Chiesa.
Il riconoscimento di questa sconfitta tardò ancora e si ebbe solo nel periodo tra le due guerre mondiali.
Da allora la Chiesa ha cercato di tornare ad inserirsi nella dialettica delle idee.
Ma gli errori si sono ripresentati in senso opposto ai precedenti.
La scienza nel frattempo era diventata meno atea, meno invasiva, anche perché le orgogliose sicurezze del XVIII e del XIX secolo si erano appannate davanti ai molti nuovi enigmi che erano sorti e che ostinatamente restavano senza risposta.
La Chiesa non disponeva più neppure del lessico per entrare nell’agone delle nuove teorie scientifiche.
Oggi accetta tutto ciò che viene dalle istituzioni scientifiche ufficiali e sottomette al parere
della scienza tutte le manifestazione del soprannaturale, accettandone i verdetti supinamente. Neppure la datazione delle tante reliquie affidate alla Chiesa per tramandare il ricordo dei santi, viene fatto dalla Chiesa.
Vale la pena ricordare che invece, quando ci fu la disputa con Galileo, i Gesuiti costruirono un telescopio per ripetere le osservazioni astronomiche.
La Chiesa ha abbandonato la scienza e la stessa arte.
E’ in questo spirito che la Chiesa ha messo da parte i suoi artisti, coloro che hanno fede e si rivolge invece agli artisti famosi, che di solito credono principalmente nel denaro.
Ci si chiede come possa sopravvivere un’architettura completamente screditata e priva di qualsivoglia sostegno ideologico.
Da decenni giornalisti, scienziati, filosofi si adoperano per criticare l’architettura moderna.
Eppure sembra che questa continui indisturbata la sua marcia trionfale che copre il pianeta di brutture, inutili, provvisorie e antiecologiche.
Il Domenicale (numero 16 del 22 aprile 2006) ha dedicato uno spazio alle critiche rivolte contro l’architettura moderna; sia il contributo di Giuseppe Romano («Belle senz’anima»), che quello di Ciro Lomonte («Perché le chiese moderne sono brutte») denotano una buona conoscenza
della materia e un costruttivo senso critico.
Nell’ articolo di Giuseppe Romano leggiamo: « Vorremmo fossero preoccupate, le gerarchie ecclesiastiche, dei riflessi artistici e architettonici di questo limite vistoso (guardare soltanto dalle tegole in giù), che tutti possiamo constatare: un limite antropologico, che esprime l’incapacità a mettersi in rapporto reale con la trascendenza. La chiesa, come edificio, per i cattolici non è infatti soltanto il luogo dell’assemblea o delle relazioni: fosse così si potrebbe forse tollerare che le chiese odierne assomiglino sempre più smaccatamente a stadi e a teatri, quando non a garage
o a stazioni del metrò.
Magari a begli stadi o a bei garage, quando va bene (e non sempre va bene), ma non è un astratto concetto di proporzioni estetiche che rende bella una chiesa: la sua bellezza è in stretta connessione con ciò che una chiesa radicalmente è.
Diversamente da una moschea o da una sinagoga o da un edificio di culto protestante, una chiesa è anzitutto, il luogo della presenza fisica di Dio: la fede nell’Eucaristia fa sì - o dovrebbe, per i cattolici - che quanti entrano nello spazio sacro si trovino in un ‘cielo aperto’, una dimensione che è diversa da quella mondana ma non meno reale e fisica, oltre che spirituale.
Dovrebbero tenere a mente, i cattolici committenti e costruttori di cattedrali, un episodio narrato negli Atti degli apostoli: quando san Pietro viene trasportato in visione nella dimensione celeste perché Cristo vuol insegnargli il valore della materia.
Pietro, da ebreo osservante, credeva che mangiare certe carni fosse impuro come ai tempi dell’alleanza ebraica; Cristo invece gli apre il cielo e gli mostra una folla di animali; li indica e gli dice ‘uccidi e mangia’, liberamente, ‘e non considerare profano ciò che Dio ha purificato’
(10, 10-16).
Come dire che se si possiede una dimensione superiore, si giudica meglio di quelle inferiori.»
Mentre Ciro Lomonte scrive, tra l’altro:
«Da dove ripartire, allora? Da un lato occorre che gli edifici per il culto siano belli, dall’altro bisogna che assolvano adeguatamente alla funzione per la quale sono progettati.
Le due esigenze sono strettamente collegate.
Consideriamo innanzitutto le difficoltà in ambito estetico.
Dalla sintassi dell’architettura moderna è stato escluso per principio il decoro, componente indispensabile per progettare le chiese cattoliche.
E’ questa la ragione essenziale per cui le chiese moderne sono spoglie, quasi fossero sottoposte a una furia iconoclasta preventiva.
La concezione di Dio dell’architetto, di solito astratta, viene espressa con una magniloquenza
dei volumi ingiustificata.
Un edificio non è una scultura.
Fare irrompere sulla scena urbana una chiesa a forma di barca o di tenda non contribuisce a mettere ordine in un paesaggio caotico né a organizzare l’aula di culto.
Il tempio cattolico è affatto diverso dal tempio greco, giacché lo spazio interno è più importante del volume esterno e va studiato con enorme cura.
Alle nude pareti vengono addossate immagini spaesate delle Tre Persone divine, della Madonna e dei santi, che potrebbero essere rimosse o spostate senza modificare l’effetto dell’insieme.
Si entra in ambienti anodini, senza sapere dove dirigersi, dato che non c’è un motivo particolare perché il crocifisso o il tabernacolo stiano in un posto anziché in un altro.
La liturgia cattolica ha bisogno dell’ornamento simbolico perché i segni evocano e attualizzano eventi storici.
Inoltre la Rivelazione attribuisce un grande valore al corpo e alla materia.
L’arte moderna non ha le risorse per esprimere queste verità, fra l’altro perché si rivolge a un’élite di intellettuali e non a una variegata comunità di fedeli comuni.
Chi volesse imboccare nuovi percorsi di sviluppo dell’architettura e delle arti figurative dovrebbe entrare nel merito delle ragioni che hanno spinto le avanguardie a rifiutare la rappresentazione del corpo.
E’ questo il problema centrale, non quello delle tecniche, considerato che il programma iconografico dello spazio liturgico si presta a complesse installazioni, molto attuali.»
Professor Raffaele Giovannelli
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